In Ferrari le Risorse Umane contano, parola di Montezemolo.

Il sottoscritto ed il Presidente della Ferrari Montezemolo a Firenze

Il sottoscritto ed il Presidente della Ferrari Montezemolo a Firenze

Il 17 ed il 18 Maggio si è svolto nella meravigliosa cornice del Teatro della Pergola a Firenze, il 42° congresso nazionale di AIDP (Associazione Italiana per la Direzione del Personale); tra gli ospiti mi ha particolarmente colpito la testimonianza del Presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo e di Andrea Pontremoli CEO e General Manager di Dallara Automobili Spa.

Sarà che si i settori sono estremamente tecnologici, sarà che entrambi collaborano, sarà che entrambi vengono da un distretto industriale che solo un anno fa veniva duramente colpito dal terremoto ma cha ha avuto la prontezza di risollevarsi con le proprie forze, fatto sta che dopo mesi di piagnistei televisivi e di dibattiti insulsi, ho finalmente sentito parole serie e motivanti che lasciano poco spazio a diverse interpretazioni.

In particolare voglio porre l’accento sull’intervento di Montezemolo; il Presidente delle Ferrari ha invitato a non guardare alla globalizzazione come ad una minaccia ma ad una opportunità in particolare per l’Italia; nel mondo il made in Italy di qualità è apprezzato ed ambito come non mai, unitamente alla tecnologia, all’ingegno ed al design che hanno da sempre contraddistinto noi Italiani.

La critica è stata indirizzata verso chi, sino ad oggi, si è riempito la bocca con la parola crescita ma che nella pratica fa ben poco per perseguirla, facile ed immediata la connessione con il mondo politico. Al Governo ha indicato tre priorità: riforma elettorale, riduzione della spesa pubblica e conseguente riduzione della tassazione.

Sul lato Risorse Umane il Presidente della Ferrari ha rivelato come sia fondamentale il ruolo del Direttore del Personale e come tutte le aziende debbano averne uno, nessun imprenditore vince senza una squadra ed i referenti HR sono gli allenatori ed i formatori della squadra. Il lavoro inizia dalla selezione, bisogna avere la capacità di selezionare le persone in modo adeguato, portare in azienda persone che facciano la differenza, la specializzazione di chi assumiamo è fondamentale. La formazione è un’altro elemento fondamentale, deve essere “tailor made” sulle esigenze del singolo, senza dimenticarsi però che il percorso formativo andrà costruito tenendo conto anche delle esigenze delle aziende.

Guai a pensare di fare per tutta la vita lo stesso mestiere, è fondamentale la capacità di saper giocare in squadra, il “one man show” non funziona più. L’organizzazione in azienda è un miglioramento continuo è in continua evoluzione, non si esaurisce mai; a Maranello tutto il processo produttivo è interno, un vantaggio certo ma attenzione che non diventi uno svantaggio, chiudersi senza guardare fuori è un grosso errore, occorre aprire le finestre, lavorare con le università i centri di ricerca, conoscere sempre nuove persone.

Tra le competenze dei direttori HR, Montezemolo indica il coraggio di tirare la giacca a chi comanda, il saper tenere le proprie idee dunque, l’essere propositivi ed avere un contatto “bottom up”, il dialogo è fondamentale in azienda dal basso verso l’alto e viceversa. Occorre stabilire un percorso di carriera per le persone, per dare loro motivazione: un numero due che ha un numero uno bravo e giovane secondo voi farà sempre il numero due? Se non si innescano percorsi di carriera quella persona andrà persa perchè alla prima opportunità se ne andrà, verificare e dare sempre possibilità alternative. La motivazione dunque è un fattore importantissimo, uno scoglio dove spesso le aziende si incagliano; motivare i dipendenti anche attraverso i premi ed i riconoscimenti nel caso raggiungano i risultati previsti.

I responsabili delle risorse umane devono necessariamente avere la capacità di essere grandi innovatori nell’organizzazione, lo riportavo poche righe sopra, chi si ferma è perduto sono da evitare atteggiamenti vecchie vetusti occorre essere sempre nuovi; anche in questo aspetto mi trovo fermamente d’accordo con il Presidente Montezemolo, mi rendo conto che sono ancora troppe le aziende che adottano politiche ed organizzazione di vecchio stampo che in un momento come questo, a maggior ragione, devono essere innovate.

In ultimo il Presidente della Ferrari ha toccato anche l’aspetto più difficile dell’essere Direttore delle Risorse Umane, ovvero la riduzione del personale, aspetto doloroso e difficile ma che fa parte del mestiere. Anche quando si arriva a dover separare le strade tra azienda e collaboratore, occorre sempre vedere quale aiuto possiamo dare alle persone che escono non solo in termini economici ma anche come supporto alla ricollocazione, tenere contatti con il territorio, gestire questi momenti con umana profesionalità ma anche con determinazione.

Mi piace chiudere questo post con una frase che trovo meravigliosa di Montezemolo che ha detto “dietro prodotti eccezionali ci sono donne e uomini eccezionali”.

Alla prossima!!

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Outplacement: la testimonianza di Emilio Zampetti Chief of Human Resources di ELICA.

Emilio Zampetti Chief of Human Resources di ELICA

Emilio Zampetti Chief of Human Resources di ELICA

Spesso in questo blog ho toccato l’argomento outplacement, vuoi perchè mi occupo anche di outplacement, vuoi perchè credo fermamente che in Italia dobbiamo uscire dalla logica stretta dell’ammortizzatore sociale passivo, che risolve poco o nulla e focalizzarci più sulle politiche attive del lavoro, di cui l’outplacement è parte preponderante.

Sapete come la penso, la cassa integrazione è sacrosanta e senza dubbio utile, ma va utilizzata così come è stata concepita, senza gli abusi di cui siamo pieni in Italia; una persona va assistita se si trova in un momento difficile non solo con un sostegno al reddito ma soprattutto con un supporto alla ricollocazione in un nuovo posto di lavoro, questo perchè credo che il lavoro sia più importante e nobilitante che non la mera assistenza che prima o poi avrà fine.

In questo contesto ho fatto alcune domande ad un HR Manager che conosco da tanto tempo, Emilio Zampetti Chief of Human Resources di un’azienda da sempre attenta alle risorse umane, anche quando arriva il momento di dividere le strade, ovvero ELICA Spa. Emilio ha cortesemente accettato, mi sono fatto raccontare come vede lui l’outplacement e cosa ne pensa, se lo usa e che livello di soddisfazione ha dello strumento, ecco l’intervista.

D. Da quanto tempo usi l’outplacement?

R. La prima esperienza con l’outplacement risale al  2003, quando ancora era uno strumento poco conosciuto ed utilizzato: compresa la sua vera natura e potenzialità da allora l’ho sempre proposto e consigliato.

D. Perché usi l’outplacement?

R. E’ un modo di “prestare attenzione”alle persone anche questo; soprattutto nel momento più difficile quale il termine di un rapporto di lavoro.

D. Qual è il valore aggiunto dell’outplacement?

R. Il valore aggiunto è quello di  rivalorizzare il percorso professionale  di ciascuno è prepararlo ad un mercato del lavoro sicuramente diverso rispetto all’ultima volta che la persona si era messa in discussione.

D. Cosa ti aspetti da una società che si occupa di outplacement?

R. Naturalmente una grande sensibilità nel gestire il lato psicologico dei candidati, un buon network e velocità nel ricollocare.

D. Outplacement e politiche attive del lavoro, le istituzioni possono fare di più?

R. Sicuramente si perché è difficile fare di peggio della situazione attuale!! Ma questa è un’altra storia.

D. Outplacement e sindacati, c’è consapevolezza dello strumento nel tavolo delle trattative?

R. Le organizzazioni sindacali non percepiscono il valore del servizio di outplacement ne tantomeno le potenzialità; preferiscono sempre puntare su l’incentivo all’esodo piuttosto che sviluppare un progetto di ricollocazione, una visione molto limitata che non alimenta e non aiuta la voglia di rimettersi in discussione delle persone.

Ringrazio Emilio per la disponibilità e la sua solita cortesia nel rendersi disponibile all’intervista.

Alla prossima!!

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Cattive abitudini….. in ufficio!!

cattive-abitudiniQuesta settimana mi sono imbattuto in un articolo del Corriere della Sera scritto da Elvira Serra, in cui vengono riportati i risultati di una ricerca fatta dall’Institute of Leadership & Management inglese e pubblicata sul Daily Mail; i dati sono riferiti ai comportamenti ritenuti più irritanti negli uffici inglesi.

Immediato fare il parallelo con noi italiani, su molte cose siamo simili inutile dirlo, credo però che in alcuni casi noi italiani abbiamo peculiarità veramente uniche che sono tipiche del nostro popolo.

Prendiamo le riunioni: agli inglesi una cosa che da fastidio è che si arrivi in ritardo, agli italiani è noto che ad arrivare in ritardo sono notoriamente coloro che le hanno indette (spesso i capi stessi), che arrivano con un finto fiatone cercando di far passare il concetto che hanno lavorato tutta la notte per arrivare preparati.

Aneddoto in materia realmente accaduto: un capo fissa con il suo collaboratore una serie di riunioni, le fissa in modo che tutti sappiano che in quel giorno a quell’ora è assolutamente vietato prendere impegni. Invito mandato addirittura tramite outlook in modo che tutti i calendari degli interessati siano allineati. Alla prima riunione il capo si presenta con 15 minuti di ritardo, la seconda viene addirittura spostata dal capo che afferma “non dovete pensare che le riunione con me siano sacre, è l’ultimo problema che avete”!!!! Lascio a voi ogni interpretazione.

L’atra cosa che urta inglesi ed italiani, sempre parlando di riunioni, sono gli interventi completamente inutili dei “saputoni” che non perdono occasione di prendere la parola per rimarcare cose già dette dal capo a suo esclusivo compiacimento (e vi assicuro che si compiacciono anzichè provare fastidio) o per dire cose che non portano alcun valore aggiunto, solo esibizionismo verbale per l’appunto. Siamo pieni di persone fatte così, non ditemi che a nessuno di voi è mai capitato il classico l…….o.

Un’altro aspetto fastidioso tipicamente italiano, che in passato ho già fatto presente in altri post, è l’uso eccessivo di termini anglosassoni mischiati all’italiano. Sono il primo ad affermare che spesso l’inglese ha dei termini che con estrema difficoltà possiamo tradurre in italiano se non usando numerose parole, questo però non giustifica chi fa interi discorsi in cui metà sono fatti in italiano e metà in inglese; anche questo è esibizionismo verbale.

Vogliamo parlare delle email? In questo tutto il mondo è paese non c’è niente da fare oggi abusiamo delle mail, la ricerca in questione dice che addirittura tra compagni di scrivania, anzichè alzare la testa dallo schermo e parlare, spesso ci mandiamo delle mail; qualcuno lamenta anche la lunghezza eccessiva delle mail e la messa in copia conoscenza anche di persone assolutamente inutili e non coinvolte nella discussione, con conseguenti perdite di tempo. In questo permettetemi però di fare dei distinguo, sarà perchè io sono uno che usa molto le mail e che scrive anche tanto (qualche collega scherzosamente mi definisce grafomane), fatto sta che a volte si scrivono email anzichè telefonare o parlare per guadagnare tempo e per evitare di disturbare il diretto interessato, che con tutta calma può leggere la mail nel momento più opportuno, inoltre io sono uno che oltre alla passione per la scrittura è un cultore del “verba volant, scripta manent”, preferisco quindi mettere in copia anche persone che direttamente non sono coinvolte ma che, in caso di disquisizioni, verrebbero poi chiamate in causa, salvaguardarsi quindi è sempre utile. Questo non toglie che non si deve abusare e che se ho una persona in ufficio a cui devo dire qualcosa mi alzo e gliene parlo, la comunicazione verbale e l’interazione è fondamentale.

Chiudiamo con una cosa curiosa ma che credetemi è spesso fonte di irritazione anche se nascosta, gli odori di chi si porta il pranzo da casa e mangia sulla scrivania; la situazione economica odierna su questo aspetto porta molta sopportazione ma a quanti di voi è capitato di sentire l’odore del pesce riscaldato, di quello che ha la fissa per il cibo indiano e via dicendo?

In senso lato credo che molte volte la verità sia nelle parole di Pier Luigi Celli direttore generale della Luiss di Roma che afferma: “il tratto distintivo degli italiani è la mancanza di rispetto. Lo facciamo senza rendercene nemmeno conto perchè siamo di un individualismo notevole”.

Alla prossima!!

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Che capo sei?

Sir John Whitmore

Sir John Whitmore

Ogni “capo” ha un suo stile di leadership, ognuno ha un suo modo di interfacciarsi con i propri collaboratori e ritiene che il suo sia il migliore possibile; in realtà tutti questi stili possono essere raccolti in quattro macro tipologie:

- Il Capo “tiranno

- Il Capo “seduttore

- Il Capo “democratico

- Il Capo “figlio dei fiori

Vediamoli uno ad uno

Il Capo TIRANNO

E’ il capo classico, quello che viene incarnato dalla stragrande maggioranza dei leader e degli imprenditori; non ci sono possibilità di contraddittorio si fa quello che dice lui e basta. E’ un pò lo stile con cui siamo cresciuti, i genitori che ci hanno sempre detto cosa dovevamo fare, gli insegnanti che dicevano cosa era giusto e cosa sbagliato, il periodo del militare (per chi come me lo ha fatto) in cui si eseguivano gli ordini e stop. Ecco questo del militare è l’esempio migliore, in questo stile di leadership infatti il capo comanda letteralmente e chi è sotto deve ubbidire senza se e senza ma. Chi applica questo stile ha l’errata convinzione di avere tutto sotto controllo, si perchè quando c’è il capo tutti sono a testa bassa e dicono si, salvo poi, una volta girate le spalle, fare l’esatto contrario, sentirsi pieni di risentimento ed al massimo fornire prestazioni scadenti. Il motivo è semplice lo staff si demotiva se si sente sempre e solo dire cosa deve fare, anche se ha idee alternative magari valide, evita accuratamente di metterle sul piatto perchè tanto sa che non sarebbe ascoltato.

Giudizio personale: lo stile di leadership peggiore in assoluto.

Il Capo SEDUTTORE

Il tipo di capo che è un derivato del primo, infatti è leggermente più subdolo, finge di essere democratico e di ascoltare salvo poi presentare la sua idea e con modi affabili tenta di convincere tutti che è la migliore possibile. Chiaramente chi è parte dello staff se ne guarda bene dal contraddirlo ben sapendo che in realtà, dietro quella finta disponibilità, in realtà si nasconde un capo tiranno. Di conseguenza alla fine, rispetto al punto uno cambia ben poco, lo staff esegue comunque quello che è stato deciso dal capo e non apporta alcuna idea.

Giudizio personale: uno stile di leadership veramente viscido.

Il Capo DEMOCRATICO

Il tipo di capo che tutti vorremmo, disponibile alla discussione ed alla valutazione di idee altrui, che vaglia attentamente verificando tutte le possibili implicazioni, sempre pronto a rimettersi in discussione nel caso subentrino nuove idee. I contro di questo stile sono i tempi, si rischia di avere tempi biblici nelle decisioni con il timore di sfociare nella indecisione totale.

Giudizio personale: lo stile migliore possibile tra i quattro.

Il Capo FIGLIO DEI FIORI

Il tipo di capo che sembra democratico ma in realtà tende a declinare la propria responsabilità lasciando massimo spazio ai collaboratori inconsapevole che comunque alla fine la responsabilità degli scarsi risultati ricadrà su di lui; parte con buone intenzioni ma così facendo lascia un vuoto decisionale e di coordinamento che disorienta i dipendenti, che si muovono in ordine sparso spesso pestandosi i piedi l’un l’altro. Inoltre il dipendente si sente obbligato a doversi prendere responsabilità senza avere la possibilità di scegliere di farlo, il risultato è che non sarà mai motivato al 100%.

Giudizio personale: anarchia totale.

Alla fine vi domanderete, ma allora non esiste uno stile di leadership da seguire? In realtà, come ci dice il buon John Whitmore uno dei padri fondatori del Coaching, c’è una quinta via ed è quella del LEADER COACH, che attraverso l’uso del coaching e le domande consente al dipendente di prendere coscienza di ciò che va fatto e delle azioni da fare per portalo a termine, coinvolgimento massimo quindi. Dall’altra parte ricevendo risposte alle sue domande il capo è sempre a conoscenza della situazione, non solo, acquisisce anche il modo con cui le cose saranno portate avanti e le idee che ci sono alla base.

La conseguenza è avere dipendenti realmente coinvolti e motivati perché protagonisti al 100% nel processo decisionale e di responsabilizzazione, una responsabilità che non viene imposta dall’alto ma acquisita autonomamente dal dipendente.

Alla prossima!!

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Un’Italia a due velocità

Italia2Alla luce degli ultimi avvenimenti politici, il balletto messo in scena per tentare di dare un governo alla nazione, naufragato clamorosamente; l’incapacità delle forze politiche neoelette di scegliere un nuovo Presidente della Repubblica, il sacrificio enorme di un vecchio saggio come Napolitano che a 87 anni ha dovuto, rinunciare al meritato riposo per fare da pacere e risolvere la questione, come un nonno con i suoi nipotini bizzosi; torno a parlare di un Paese che sembra talmente immaturo nella sua classe dirigente, tanto da non rendersi conto che il tempo scorre inesorabilmente e che per ogni minuto perso: aziende, persone, famiglie intere rischiano di ritrovarsi sul lastrico.

Spesso parliamo delle differenze tra noi ed altri paesi europei in primis la Germania, che nonostante la crisi, sembra barcamenarsi sicuramente meglio di noi. Siamo d’accordo, tra noi ed i teutonici non è mai corso buon sangue, sin dall’epoca romana ed anche oggi, quando sento in tv giornalisti come Tobias Piller del Frankfurter Allgemeine Zeitung che non perdono occasione per denigrare il nostro Paese con un aria strafottente, provo un certo fastidio per non dire peggio.

Occorre però essere onesti nel riconoscere alla Germania una forte determinazione e serietà nel portare avanti, riforme (anche impopolari) basate su larghe intese, una industria veramente innovativa e di qualità, una grande voglia di integrazione dopo la caduta del muro di Berlino, quando si sono incontrati due popoli seppur della stessa origine, profondamente diversi sia come filosofia di vita che come ricchezza personale.

Ecco da qui voglio partire, al contrario dei tedeschi l’Italia è da sempre un paese diviso a metà con un centro nord abbastanza uniforme su un livello di servizi, industria, efficienza sicuramente accettabile ed un centro sud che funziona esattamente al contrario. Premetto che il mio non è un discorso razzista, tutt’altro anche perchè mi trovo esattamente a metà essendo Marchigiano, la mia è una dichiarazione bastata sui fatti e sui numeri.

Su tutti due dati che mi interessano particolarmente, occupandomi di lavoro e risorse umane, se guardiamo il tasso di disoccupazione relativo al 2012 emerge che il centro nord si attesta su una media del 7,26% con picchi positivi del 5% in Trentino Alto Adige, mentre al centro sud la disoccupazione si attesta su una media del 15,16% con picchi negativi in Campania e Calabria del 19% ed in Sicilia del 18%.

Capite quindi che nel dato medio si evidenzia praticamente una disoccupazione doppia tra le due Italia; la differenza la si trova anche nelle politiche attive al lavoro, come evidenziavo nel mio post Rapporto 2012 sull’industria Marchigiana ci sono tre Regioni del nord come Piemonte, Lombardia e Veneto che si spendono molto in questo senso contrariamente alle altre parti del Paese che continuano a limitarsi a politiche passive ed a finanziare formazione inutile.

Questi sono solo due dati del settore di mio interesse, ma non è difficile trovarne altri che testimoniano questa lontananza tra le due parti del Paese e l’incapacità della politica di chiudere il gap, esattamente come hanno fatto i tedeschi una volta che si sono uniti.

Credo che la politica debba ripartire da qui e lo debba fare con estrema urgenza, lasciando da parte i giochetti di palazzo e gli interessi personali, per dedicarsi finalmente allo sviluppo del Paese, rimanere in questo stato di stallo non può far altro che peggiorare le cose. Dobbiamo renderci conto che la crisi ha velocizzato cambiamenti che avremmo, in parte, già dovuto mettere in atto da tempo; oggi dobbiamo farli tutti e con estrema urgenza.

Alla prossima!

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I HAVE A DREAM…. RAGAZZI VINCENTI!!

La formazione Under19 della Aurora Basket Jesi appena qualificata per le fasi nazionali.

La formazione Under19 della Aurora Basket Jesi appena qualificata per le fasi nazionali.

Questa volta voglio parlarvi dei giovani, la gioventù di oggi spesso viene bistrattata e definita molle e bambocciona, priva di valori e poco disposta al sacrificio.

Devo ammettere che spesso mi imbatto in questo tipo di figure ed a malincuore mi ritrovo a dover dare ragione a quelle definizioni date spesso da personaggi anch’essi quantomeno discutibili . Generalizzare però è una brutta cosa ed attraverso il mio modo di vedere il bicchiere mezzo pieno anziché mezzo vuoto, cerco di individuare le cause di questa situazione e senza tanta difficoltà ammetto che la colpa non è loro ma nostra, ovvero della mia generazione, che evidentemente non è stata capace di trasmettere fino in fondo quei valori che genitori e nonni ci hanno tramandato.

Loro, i ragazzi, sono persone come noi e come noi imparano da quello che sono le loro esperienze di vita; se da un lato la società offre loro molte più opportunità rispetto ai miei tempi, è indubbio che dall’altro queste opportunità maggiori sono controbilanciate da difficoltà superiori: famiglie spesso divise, la necessità di crescere in fretta ed un sistema educativo non proprio esemplare, uniti a momenti di forte incertezza come quelli che stiamo attraversando; sono un macigno sopra le spalle dei giovani che risulta difficile da trasportare.

In questo contesto, un ruolo primario educativo e formativo lo ricopre lo sport, lo sport sano chiaramente, quello dei risultati raggiunti col sudore sulla fronte, non quello delle vittorie a tutti costi imbottiti di doping; lo sport degli esempi e delle bandiere, non quello del miglior offerente, lo sport sincero fatto con il cervello e soprattutto con il cuore, non quello falsato delle scommesse.

Voglio raccontarvi la storia di un gruppo di ragazzi, giocatori di basket tra i 18 ed i 19 anni, nel pieno della loro maturazione. Ragazzi che come i loro coetanei, studiano e si divertono con i loro amici, che vivono i loro amori, ma che si allenano e sputano sangue sul parquet inseguendo un sogno, rispettando le regole, se stessi, i loro allenatori, imponendosi rinunce per il raggiungimento di un obiettivo comune.

Sono ragazzi che si sono messi in gioco, che non accettano la mediocrità, hanno deciso di accettare la sfida che il mondo gli ha messo davanti ed uniti come un vero gruppo, si sono assunti la responsabilità di crescere e di non rimandare quelle scelte che già oggi possono e sono in grado di prendere.

Ognuno di loro è importante nel progetto, a partire dal leader sino all’ultimo; quello che conta non è il minutaggio giocato, quello che conta è lavorare per farsi trovare pronti quando arriva il momento, anche fosse un solo minuto, anche fosse solo sostenere i compagni dalla panchina, nello sport come nella vita.

Questi ragazzi fanno del rispetto verso il prossimo la loro filosofia di vita e come tali meritano il mio massimo rispetto come quello dei loro allenatori, che con i loro insegnamenti li sostengono non solo sul campo ma anche nella vita.

Sono fortunato, perché una parte del cammino la stiamo facendo insieme, i risultati sportivi contano, certo, ma da un punto di vista umano questi ragazzi hanno già vinto.

Alla prossima!!

P.S.: sono i ragazzi dell’Under19 dell’Aurora Basket Jesi.

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Rapporto 2012 sull’industria Marchigiana

La copertina del volume

La copertina del volume

Venerdì pomeriggio sono stato invitato ad assistere alla conferenza di presentazione del 20° Rapporto sull’industria Marchigiana, redatto dal Centro Studi di Confindustria Marche con la sponsorizzazione di Banca Marche che ha anche ospitato la conferenza.

Sono andato con piacere perché, pur operando quotidianamente con le imprese marchigiane, ero interessato ad avere un quadro d’insieme della realtà industriale marchigiana in particolare, ovviamente, in ambito occupazionale. Non solo, vista la presenza tra i relatori del Governatore della Regione Gian Mario Spacca, ero curioso di conoscere le mosse della politica in ambito politiche del lavoro.

Il focus del post è chiaramente sul mercato del lavoro marchigiano, in merito all’andamento economico generale della Regione posso senza dubbio dire che è più o meno in regola con gli andamenti nazionali che tutti conosciamo, anche se va detto ad onore delle imprese marchigiane, che i dati 2012 sono senza dubbio migliori rispetto alla media nazionale.

Torniamo al capitolo del report che prende il nome di Mercato del Lavoro; vediamo alcuni dati: il tasso di occupazione delle Marche è del 62,6% contro il 56,8% della media nazionale, il tasso di attività, ovvero in riferimento alla popolazione in età lavorativa, è del 69,1% contro il 63,7% italiano. Il tasso di disoccupazione pur in crescita si è attestato al 9,1% contro il 10,7% della media nazionale, in particolare la disoccupazione giovanile nella regione tocca il 28,6% contro un 35,3% italiano.

Fino a qui uno potrebbe anche dire tutto bene, quando però si vanno ad analizzare il monte ore di cassa integrazione (ordinaria, straordinaria ed in deroga) iniziano i dolori; emerge infatti che nelle Marche nel 2012 “le ore complessive di cassa integrazione autorizzate sono aumentate del 38,2% rispetto all’anno precedente, passando da 27,6 milioni del 2011 a 38,2 milioni del 2012″ cito testualmente dal rapporto. Non ci vuole molto a capire quanto i dati sulla disoccupazione possano essere falsati, anche perché sapete bene che, tralasciando la cassa integrazione ordinaria concessa solo per esigenze momentanee, le casse straordinarie ed in deroga (cresciute rispettivamente del 41,1% e del 19,9%) vengono concesse solo a fronte di ristrutturazioni aziendali o cessazione di attività, eventi quindi legati inevitabilmente alla perdita di alcuni posti di lavoro.

La cosa che più mi ha allarmato è, in un contesto simile, sentire il Governatore Spacca dire agli imprenditori che è preoccupato perché ha già fatto presente alle parti sociali prima e al Ministro Fornero poi (ecco il tweet che conferma ed il mio inviato il giorno prima in diretta durante la conferenza) che la Regione sta esaurendo le risorse per gli ammortizzatori sociali in deroga e che occorre che il Governo centrale provveda ad un rifinanziamento degli stessi.

Allarmato perché ritengo che anziché usare fondi per finanziare ammortizzatori sociali passivi che a nulla servono se non a tamponare nell’imminente una situazione negativa (la perdita del posto di lavoro) che si verificherà comunque al termine degli stessi, sarebbe meglio in primis tagliare il cuneo fiscale e subito a ruota destinare parte di questi fondi al finanziamento di politiche attive del lavoro come già fanno in alcune regioni italiane (Piemonte, Lombardia e Veneto sotto trovate i link ai rispettivi programmi).

La Regione Marche spesso finanzia programmi formativi assolutamente inutili, visti con i miei occhi (andate a leggere il mio post dal titolo Formazione Finanziata: opportunità o spreco di fondi pubblici?) perché non destinare parte di questi fondi a programmi di ricollocazione per tutti quei lavoratori che si trovano in questa situazione di disagio? Non è forse più importante avere un lavoro che usufruire di un sussidio momentaneo che alla fine avrà inesorabilmente termine?

Sembrano discorsi semplici e logici eppure perché solo tre regioni in Italia hanno pensato di destinare fondi (spesso usando fondi europei) a questo tipo di politiche?

Alla prossima!!

Link da visionare:

- Regione Lombardia

- Regione Piemonte

- Regione Veneto

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AUGURI DI BUONA PASQUA!!

Johann Wolfgang Goethe

Johann Wolfgang Goethe

Oggi è Pasqua,

colgo l’occasione per augurare a voi ed alle vostre famiglie giorni sereni.

Ne abbiamo bisogno tutti, in particolare in momenti difficili come quelli che stiamo attraversando.

Dobbiamo però ricordarci che solo noi, con le nostre forze, siamo artefici del nostro destino.

Per tale motivo mi piace ricordare una frase a cui tengo molto e che ho già menzionato nel blog,

questa frase è affissa da tempo nel mio ufficio e mi ricorda ogni minuto che le chiacchere stanno a zero,

se non sei soddisfatto della tua situazione agisci, perché nessuno lo farà al posto tuo:

“Qualunque cosa sogni, cominciala.

L’audacia ha del genio, del potere, della magia.”

GOETHE

AUGURI!!

Riccardo Zuccaro

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Ignoranza oppio dei popoli

Relazioni SindacaliBruno Bauer, filosofo e teologo tedesco, nel lontano ’800 diceva che la religione è l’oppio dei popoli (si Bauer non Marx a cui erroneamente si affibbia la citazione), a distanza di molti anni mi sento di dire che il vero oppio dei popoli è l’ignoranza.

Ignoranza intesa come non conoscenza, mancanza assoluta di informazioni per poter decidere in piena autonomia e consapevolmente di se, del proprio futuro, di cosa è bene e cosa è male, di poter replicare in modo compiuto e con un senso a chi pretende di essere il depositario della conoscenza che spesso, invece, racconta ciò che gli fa comodo proprio contando sulla mancanza di argomenti dell’altra parte, con cui poter ribattere.

La storia è piena di situazioni di questo tipo, non è un caso che nell’antichità le scuole erano riservate solo ai ceti elevati, da sempre le grandi dittature, siano esse di destra come di sinistra, si sono basate sulla ignoranza dei propri cittadini, facendo leva su argomenti notoriamente definiti populisti, ovvero in grado di far presa sulla gente, nascondendo ai più la verità e la possibilità di ribattere a chi pretendeva di essere depositario della verità assoluta.

La cosa che mi lascia perplesso, per non dire esterrefatto, è che ancora oggi questa massima è più che mai attuale; “ma come?” Direte voi, “siamo nel 2013 e ancora parli di ignoranza e di non conoscenza?” Ebbene si! Lo dico con profondo rammarico e, badate bene, non ho sicuramente l’arroganza e la superbia di dire che solo io sono conosco la verità, sarei paragonabile ad uno dei dittatori di cui sopra; intendo dire è che ogni giorno ho dimostrazione che in Italia (ma la cosa vale per molte parti del mondo) sono ancora in molti ad essere privi di conoscenza e conseguentemente a non essere liberi di poter prendere le proprie decisioni possedendo in mano tutte le carte da giocarsi.

Gli ambiti sono plurimi si va dalla politica alla vita di tutti i giorni, chiaramente per quello che è l’oggetto di questo blog mi soffermo solo sul lato lavoro. Mi accorgo ogni giorno di più che ci sono trattative sindacali che trattano, purtroppo, del ridimensionamento quanto non addirittura della chiusura di molte aziende, portate avanti dalle parti sociali che pensando di fare l’interesse dei lavoratori, si trovano a fare l’esatto contrario.

Spesso sono le stesse RSU (Rappresentanze Sindacali Unitarie) interne (ovvero lavoratori interni all’azienda che sono eletti dai propri colleghi in loro rappresentanza) che anziché seguire i consigli dei propri referenti delle varie sigle sindacali, si prendono carico di decidere del destino dei propri colleghi senza essere a conoscenza di tutte le reali opportunità che possono esserci anche in situazioni drammatiche come quella della perdita del posto di lavoro.

Tutto questo perché? Perché l’ignoranza lascia oscura tutta una parte di informazioni che potrebbe aiutarli a prendere la giusta decisione. Spesso quando si parla di licenziamenti, ci si ferma alla sola trattativa sull’ammontare delle somme monetarie come incentivo all’esodo ed al prolungamento massimo degli ammortizzatori sociali (CIGS o CIGS in deroga, mobilità) senza considerare che a questi, possono affiancarsi altri strumenti altrettanto utili per i lavoratori e per l’azienda stessa: parlo di outplacement chiaramente ma anche di reindustrializzazioni dei siti produttivi dismessi.

Spesso questi strumenti possono combinarsi per ottenere il massimo risultato che alla fine è pur sempre la salvaguardia del posto di lavoro: va da se che nel caso in cui siamo in presenza della chiusura di un sito produttivo, agli strumenti classici di cui sopra, si potrebbe tranquillamente affiancare la consulenza di società specializzate che si preoccupano di trovare nuovi investitori in grado di subentrare alla vecchia proprietà e recuperare il sito produttivo con altre produzioni, reimpiegando una buona parte dei lavoratori, per i restanti l’azienda si può avvalere di una società di outplacement che si occuperà della loro ricollocazione.

Ci sono esempi di successo in tal senso anche qui in Italia, occorre però che alla base ci sia la conoscenza di questi strumenti da parte di tutti gli attori in campo: azienda, parti sociali, lavoratori. Spesso non tutte le parti in causa conoscono queste opportunità o in alcuni casi quando queste vengono proposte nella trattativa vengono bocciati ancor prima che possano arrivare ai veri interessati, ovvero i lavoratori.

Torniamo quindi all’assunto iniziale, come sempre pochi e malinformati si prendono carico di decisioni, spesso anche solo per partito preso, che decideranno il futuro di altri che subiranno passivamente senza poter essere artefici veri del proprio destino.

Occorre aprire ad una nuova era delle relazioni industriali, un’era non più basata sullo sbattere i pugni sul tavolo e sul dire no a priori, una nuova stagione improntata al dialogo ed alla conoscenza, alla disponibilità ad apprendere e a coinvolgere tutti coloro che sono i destinatari finali della trattativa perché l’ignoranza è l’oppio dei popoli.

Alla prossima!!

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Ritorno all’antica? No meglio guardare avanti.

Grande Fratello in Azienda?

Grande Fratello in Azienda?

Da qualche giorno su settimanali e quotidiani si alternano articoli di vario genere inerenti il lavoro; in particolare si parla di tecnologia applicata al mondo lavorativo; fino a qui tutto bene, se non fosse che andando a leggere i contenuti degli stessi si rimane alquanto basiti e senza parole. Perchè? Scopriamolo insieme..

Su Panorama di qualche settimana si poteva leggere di Marissa Mayer, AD di Yahoo, che ha deciso di richiamare in ufficio tutti i suoi collaboratori a cui era stato concesso il telelavoro, sostanzialmente la possibilità per alcuni giorni della settimana di lavorare da casa sfruttando la tecnologia per rimanere connessi con la sede centrale e con i colleghi; motivo ufficiale della Mayer: “velocità e qualità del lavoro sono spesso sacrificate quando si opera da casa“.

Sul Corriere della Sera di mercoledì scorso, leggo invece un articolo dal titolo “Tessere con chip e sensori ovunque. Gli uffici dei dipendenti “tracciabili”“, un articolo che mi ha lasciato di sasso, praticamente un inno al grande fratello di orwelliana memoria, mascherato da le più candide intenzioni di misurazione delle performance per meglio incontrare le esigenze dei dipendenti.

Nell’articolo del Corriere si parla di uffici cosparsi di sensori Rfid che costano pochi euro in grado di registrare ogni singolo movimento nell’ufficio e di badge con microchip incorporato che misurano persino la durata delle soste in bagno; sulla carta tutto questo sarebbe fatto per analizzare i comportamenti dei dipendenti per verificare quale, tra questi, sarebbero i più adatti a migliorare la produttività del lavoro, trovando così il modo di incentivarli.

Alla base di tutto ci sarebbe la convinzione che aumentando la socialità sul lavoro, ovvero l’interazione tra colleghi, sembra aumenti di pari passo la produttività, un concetto che mi trova completamente d’accordo.

Non voglio mettere in dubbio la bontà delle intenzioni, concedetemi però quantomeno il legittimo sospetto che si unisca l’utile al dilettevole, ovvero che questi dati oltre ad “analizzare” i comportamenti, vengano utilizzati per il solito vecchio metodo della sorveglianza su ciò che fanno i dipendenti; cosa questa che va a braccetto con il diktat della Mayer “o rientri in ufficio rinunciando al telelavoro o sei licenziato”.

Sono convinto che la tecnologia oggi offra tanti strumenti in grado da soli di aumentare la produttività, non ultimi gli smartphone ed i tablet con cui oggi siamo praticamente connessi 24h su 24h; usare la tecnologia a fini di controllo non penso sia la cosa migliore per aumentare la produttività al contrario sono fermamente convinto che un dipendente controllato renda molto ma molto meno di uno lasciato libero di operare (chiaramente entro determinati confini).

Il concetto da cui le imprese dovrebbero partire è quello degli obiettivi, se ad inizio anno definiamo e condividiamo con ogni nostro dipendente un obiettivo che lo stesso deve raggiungere, poco importa il modo in cui opererà (chiaramente all’interno della regolarità) l’importante è che alla fine l’obiettivo sia raggiunto.

In Italia sappiamo tutti che per gli imprenditori, specialmente delle PMI, più il dipendente rimane in ufficio più va premiato perchè è uno che lavora molto. Credetemi, ho letto lettere di impegno all’assunzione scritte da imprenditori che riportavano le seguenti parole “l’orario di lavoro è della 9.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 18.00 chiaramente alle 18.00 non deve caderti la penna dalle mani“; quante volte ho sentito dire “Giovanni si che ci tiene all’azienda, non va a casa prima delle 20.00 ogni giorno, non come Mario che alle 18.00 se ne va via“.

Ma siete davvero convinti che chi rimane sino ad ora tarda in azienda sia migliore rispetto a chi fa l’orario canonico ed una volta terminato se ne va a casa?

Vi siete mai domandati come mai una persona rimane sino alle 20.00 tutti i giorni in ufficio mentre altri se ne vanno a casa o a fare altro terminato l’orario di lavoro?

Siete certi che chi rimane con costanza in ufficio sino ad ora tarda non nasconda in realtà problemi personali a cui rifugge rimanendo chiuso nelle pareti rassicuranti del suo ufficio, mentre chi esce sia una persona serena che vive pienamente la sua vita?

Dare disponibilità per riunioni o rimanere per completare attività importanti oltre l’orario di lavoro è normale e doveroso, credo sia capitato a tutti, ma farla diventare una regola personalmente ritengo nasconda altri problemi.

Con questo non voglio dire che sul posto di lavoro si trovano tutti santi, sappiamo che anche in questo caso è vero il contrario, alla base di tutto rimane il senso di responsabilità delle persone, gli obiettivi chiari prefissati e condivisi e la capacità di saper selezionare i propri collaboratori. Ho sentito recentemente Arrigo Sacchi ad un convegno che alla domanda “Mister come faceva le sue campagne acquisti?” ha risposto “Selezionavo i giocatori che erano più funzionali al mio progetto“; spesso nelle PMI le selezioni sono curate direttamente dagli imprenditori ma non sempre seguono la massima di Sacchi.

Senso della responsabilità dunque, obiettivi chiari e condivisi, risorse giuste al posto giusto sono secondo me gli ingredienti principali per far si che l’impresa ottenga risultati, una volta scelti i collaboratori la tecnologia può senza dubbio essere di supporto all’azienda per incrementare la produttività degli stessi, non usata in termini di controllo ma per migliorare l’attività lavorativa.

Tornare all’antico, come nelle vecchie fabbriche di inizio 900, non serve a nulla, sorvegliare significa non fidarsi, se manca la fiducia nessun rapporto di lavoro funzionerà mai.

Alla prossima!!

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Pubblicato in Lavoro
Riccardo Zuccaro


Business e Sport Coach oltre che Consulente di Outplacement, dopo 20 anni di basket oggi sono un pugile amatoriale, lo sport per me è irrinunciabile. Passione per la scrittura, per i libri e per il mio lavoro. Se ti interessa contattarmi scrivimi riccardo.zuccaro@gmail.com

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