Outplacement: ammortizzatore sociale “attivo”

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Torno a voi con l’ultima parte del viaggio attraverso il mondo dell’Outplacement, con alcune mie considerazioni del tutto personali sull’evoluzione del servizio di outplacement, che dovrà sempre più entrare a far parte delle trattative tra le parti sociali, nei casi in cui sia previsto un forte ridimensionamento aziendale.

Evoluzione quindi, si perchè la crisi economica ha innescato molti processi di ridimensionamento aziendali, processi che le parti sociali hanno spesso e volentieri improntato solo sullo scontro e sul solo uso dei classici ammortizzatori sociali (Cassa Integrazione o CIG, Cassa Integrazione Straordinaria o CIGS, Mobiltà) che sono sacrosanti ma assolutamente passivi, perché le persone che ne usufruiscono non sono proattive verso il lavoro, ma attendono a casa che il peggio passi, augurandosi di essere reintegrati (nel caso della CIG e CIGS) o di essere assunti da una nuova azienda che potrà usufruire di sgravi contributivi (nel caso della mobilità).

Alla luce della situazione contingente di crisi ma anche con un occhio al futuro, l’outplacement può e deve essere valorizzato sempre più a fianco dei tradizionali ammortizzatori sociali. Un ammortizzatore sociale “attivo” vantaggioso non solo per aziende e lavoratori, ma anche per tutto il sistema economico, poiché riducendo i periodi di inattività e di indennizzo della disoccupazione, contribuisce ad aumentare la produttività aggregata di tutto il sistema paese.

Importante quindi che anche le organizzazioni sindacali prendano atto dell’importanza del servizio e lo facciano diventare parte integrante delle trattative sindacali, proprio perché è un supporto fondamentale per i lavoratori che essi stessi rappresentano. Occorre dire, a onor del vero, che qualcosa si muove in tal senso. Negli ultimi tempi si assiste a un aumento di verbali di contrattazione sindacale che prevedono anche il servizio di outplacement.

Anche le istituzioni pubbliche, chiamate spesso ad agire in deroga alle normative vigenti, hanno l’obbligo morale nei confronti dei cittadini di supportarli in un processo di reale reinserimento nel mondo del lavoro, cosa che può essere fatta attraverso lo stanziamento di fondi ad hoc per processi di ricollocamento.

In chiusura, mi viene in mente una frase che ho letto di recente del Cardinale Angelo Bagnasco: “Il lavoro è parte speciale di quelle condizioni indispensabili che una società veramente umana deve garantire perché ognuno possa non solo sopravvivere e vivere ma ancora di più realizzare se stesso secondo il disegno di Dio”.

Alla prossima.

6 pensieri riguardo “Outplacement: ammortizzatore sociale “attivo”

    Anna Martini ha detto:
    5 settembre 2011 alle 14:24

    Ciao Riccardo, approfitto adesso per farti le congratulazioni per la strada intrapresa con il Blog! Mi fa piacere che altri “pionieri” comincino a parlare di questi argomenti “dal basso” ossia in maniera non così troppo istituzionale.
    … Chi se non colui che è immerso in questo mondo, può farlo con sentimento?
    allora BRAVO! continua così!
    un abbraccio 😀

    Anna Martini ha detto:
    5 settembre 2011 alle 14:43

    @Riccardo aggiungo:
    … Se davvero l’Outplacement venisse considerato una politica attiva e venisse inserito come servizio ad accesso individuale magari tramite voucher ….. Se gli attori del mercato del lavoro s’impegnassero per farlo inserire in tutti i CCNL con la possibilità di attivarlo su richiesta del lavoratore…. Questa è utopia?

    Fabrizio Faraco (@fabriziofaraco) ha detto:
    5 settembre 2011 alle 14:45

    Mi unisco ai complimenti di Anna Martini. Credo che tutto il tema delle politiche di lavoro attive meriti maggiore attenzione. chi come me è a contatto con le parti sociali per una di queste (la formazione) nota come spesso invece di un approccio mirato si finisca con occuparsene in modo specialistico (l’addetto alla formazione si occupa di formazione, l’addetto ai contratti si occupa di contratti, ecc. senza neanche parlarsi) a tutto svantaggio dell’efficacia con cui sono state progettate. Proviamo, come suggerisce Anna, a costruire dal basso degli esempi (le famigerate best practices) di politiche integrate di successo? Io ci sto!

    riczuccaro ha detto:
    5 settembre 2011 alle 15:00

    @Anna grazie del commento e della visita, per me è un grande piacere averti qui tu che sei una veterana del mondo blog con un blog pieno di idee e contenuti. Grazie. Utopia?? Io non credo, penso solo che sia un passo successivo che le OOSS dovranno fare, sta a noi operatori convicerli della bontà del servizio attraverso best practies come dice giustamente Fabrizio.
    @Fabrizio è un piacere leggere il tuo commento, sottoscrivo la tua opinione, io ci sto già provando ho inviato lettere all’assessore regionale al lavoro della Regione Marche per presentargli la mia idea e al segretario regionale della Cisl, prossimamente lo farò anche con Cgil e Uil, sono convinto che si possa fare.

    Carla ha detto:
    5 settembre 2011 alle 21:34

    Si, il servizio di outplacement come ammortizzatore sociale capovolge davvero lo status del lavoratore che si trova in una fase critica del suo percorso professionale, e’ in grado di rimotivarlo e di far emergere nuove potenzialità e risorse oltre che, fondamentale, agevolare il suo nuovo inserimento lavorativo.
    Inserire questo servizio come strumento di contrattazione sindacale può davvero essere un punto di svolta nella concertazione istituzionale e contribuisce alla valorizzazione della risorsa umana ma anche dello stesso mercato del lavoro. Aggiornaci presto sul futuro di questo percorso, Riccardo e mi unisco alle altre voci nel farti i complimenti per questo spazio piacevole da leggere e molto utile come strumento informativo.

    […] a parlare di outplacement dopo qualche settimana dal post “Outplacement: ammortizzatore sociale attivo”; ritorno sull’argomento perché come anticipato già in quella occasione, anche la politica […]

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