Outplacement: l’onestà prima di tutto.

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Torno a parlare di outplacement perché spesso mi imbatto in situazioni che mi lasciano perplesso; ripartiamo dal concetto fondamentale che l’outplacement è un servizio a supporto del candidato nella ricerca di un nuovo lavoro, non è la panacea di tutti i mali.

Questo per dire che il percorso di ricollocamento va fatto in due, il candidato insieme al consulente che lo affianca; iniziare un percorso di outplacement per il candidato, non significa aspettare che il consulente lo chiami per dirgli “eccoti il tuo nuovo lavoro”, significa impegnarsi in un percorso che lo vede come protagonista nel suo rilancio nel mondo del lavoro. Il consulente è il suo supporto nel percorso, lo affianca con attività di coaching, fa un checkup della sua carriera, lo aiuta nel fare chiarezza su quale possa essere il suo futuro professionale, lo supporta anche psicologicamente specialmente nei momenti iniziali del percorso in cui il candidato spesso deve ancora metabolizzare la perdita del lavoro, lo indirizza nelle scelte professionali.

Da puglie amatoriale, parafrasando quanto sopra, quando entro in palestra per imparare a boxare e migliorare l’efficienza muscolare, vengo affiancato nel percorso da un maestro che mi dice come devo usare gli attrezzi, siano essi i pesi, il sacco, come muovermi, come tirare i colpi, fino a salire sul ring e raggiungere il risultato prefisso; lui mi insegna ma se io non lavoro in prima persona, non solo non raggiungerò l’obiettivo prefissato ma rischierò anche di farmi male seriamente. Ecco il consulente che affianca il candidato in un percorso di ricollocamento fa la stessa cosa: fornisce gli strumenti ed insegna ad usarli, sta al candidato utilizzarli al meglio per raggiungere il risultato. Un candidato che si è ricollocato pochi giorni fa al telefono tra l’altro mi ha detto “inizio un nuovo percorso professionale, ho imparato che nulla è definitivo, oggi però ho tutti gli strumenti per cavarmela semmai mi dovessi ritrovare in una situazione del genere”.

Questo per quanto riguarda i candidati, occorre però essere sinceri ed ammettere che spesso i candidati arrivano ai colloqui preliminari con queste convinzioni sbagliate perché non tutti gli operatori del settore si comportano onestamente specificando bene i contenuti del servizio. Spesso capita che ci siano consulenti che quando sono contattati dai candidati per un colloquio preliminare, ovvero il colloquio fatto con il candidato prima che lo stesso scelga se avvalersi o meno del servizio, pur di convincerlo a servirsi della società che rappresenta, promettono ricollocazioni rapide e posti di lavoro già pronti che aspettano solo il candidato. Non è così! Siatene certi, quando scegliete la società di cui avvalervi nel percorso fate caso a questi aspetti, valutate il materiale che vi viene presentato, io ad esempio parlo solo con dati alla mano, non invento nulla, capisco che nella situazione in cui ci si trova sia facile cadere in tentazione ma è solo controproducente per il candidato in prima persona ma anche per tutte le società che lavorano onestamente nel settore, ecco perché dico: l’onestà prima di tutto.

Alla prossima

2 pensieri riguardo “Outplacement: l’onestà prima di tutto.

    Anna Martini ha detto:
    13 settembre 2011 alle 14:02

    Grazie Riccardo, per me è particolarmente significativo leggere questo tuo post perchè, oltre a condividerlo al 100% (come sempre), trovo confortante che anche tu “contribuisca” a diffondere un po’ di deontologia del nostro “difficile” lavoro.
    Non voglio fare esempi, nè riferimenti specifici, ma ogni giorno mi trovo a combattere contro la disonestà di chi opera nel nostro settore.
    Parlo con candidati che sono “falsamente istruiti” sul percorso e vengono millantati da chi fa promesse di lavori già pronti ad aspettarli in virtù di canali privilegiati frutto di attività che, con ammirazione devo ammetterlo, ma esulano dal canonico networking.
    Il risultato? il candidato non riesce più a credere nell’importanza della prima parte del lavoro, parlo del bilancio di competenze, lo considera una perdita di tempo!
    Perchè? perchè, ovviamente, è molto facile far leva sull’esigenza del candidato di “riavere” un lavoro, tutti condividerebbero questo bisogno… non c’è certo bisogno di parlare di Maslow o di piramidi giusto??!!
    Però, mi chiedo, di questo passo … che differenza ci sarà tra Outplacement e Matching tra domanda e offerta? Vogliamo davvero uccidere l’Outplacement? O meglio: vogliamo davvero che il costo dei due servizi (molto diversi tra loro) coincida?A presto!

    riczuccaro ha detto:
    13 settembre 2011 alle 14:12

    Anna ti ringrazio in primis per i complimenti, sono molto contento che pur operando per aziende diverse a kilometri di distanza, abbiamo la stessa visione d’insieme, mi trovi concorde al 110% su quello che dici non è un caso se ho scritto questo post. Come si suole dire “a buon intenditor poche parole”!!
    A presto

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