IL COACHING IN UN PERCORSO DI OUTPLACEMENT

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Il 28 Marzo si è chiuso il mio percorso iniziato ad ottobre con la scuola di Incoaching per diventare Coach; con la discussione della tesina mi è stato consegnato ufficialmente il diploma da Coach. Un percorso a cui tenevo enormemente e che oggi mi da enorme soddisfazione; due gli ambiti in cui andrò ad operare: il Business Coaching e lo Sport Coaching.

Nel secondo caso semplicemente perchè sono un amante dello sport che pratico sin da bambino in particolare il basket e lo vedo quindi come un connubio indissolubile: la passione per le persone e la passione per lo sport; nel primo perchè è nella natura stessa del mio lavoro di consulente di outplacement; cosa questa che è ancor più evidente proprio dal tema della tesina che ho presentato, si intitola “Il coaching in un percorso di outplacement“.

In questa sede mi piace pubblicarne un estratto in modo da farvi capire come il career coaching sia proprio una parte del percorso di outplacement, in particolare la parte iniziale del percorso quello in cui la persona incontra il consulente che lo seguirà per tutto il percorso, momento delicatissimo perchè solo se in quella occasione si instaura una relazione facilitante il percorso sarà un successo altrimenti, con ogni probabilità, è destinato a fallire.

Dicevo appunto che siamo in presenza di un percorso di career coaching finalizzato allo sviluppo della carriera e della realizzazione personale del candidato che si trova ad aver perso il posto di lavoro. 

Sono le prime fasi di un percorso di ricollocamento che necessitano del supporto del coaching; in questa fase il candidato è appena uscito dall’azienda per cui si ritrova disoccupato; deve ancora elaborare il lutto per la perdita del posto di lavoro, con la conseguente perdita di fiducia nei propri mezzi, che spesso inficia anche la vita privata e familiare con sintomi quali: ansia, depressione, insoddisfazione ed aggressività.

Il consulente che lo accoglie e che lo seguirà per tutto il periodo del programma, deve per prima cosa proprio recuperare il candidato sul lato motivazionale, agendo sulle sue potenzialità. Ovviamente il tutto deve avvenire all’interno di in una relazione facilitante ed empatica che si costruisce ancora prima dell’inizio del processo, ovvero quando il candidato incontra il consulente di outplacement nella fase di trattativa di uscita dall’azienda.

Questo incontro viene organizzato proprio per permettere al candidato di  conoscere i contenuti del percorso; in questo modo egli sarà in grado di decidere autonomamente se servirsene o meno.

In questa fase si manifestano le 4 A della relazione di coaching:

  • accoglienza perchè è nel primissimo incontro che il consulente accoglie il candidato mettendolo a suo agio pur in un momento assolutamente negativo,
  • ascolto perchè solo attraverso l’ascolto il consulente può realmente capire la situazione del candidato,
  • alleanza perchè dopo aver ascoltato, il consulente si allea al candidato nel percorso di ricollocamento,
  • autenticità perché se in questa fase il candidato non percepisce il consulente come una persona autentica, vera, non si fiderà mai di lui.

Conseguenza di quanto sopra è che se dopo gli step descritti non si è creata una relazione facilitante, il candidato non accetterà mai di seguire il percorso, o per lo meno non lo farà con questo consulente ma chiederà un’incontro con un’altra società.

Passata questa prima fase in cui come ho detto si crea l’alleanza tra consulente (coach) ed il candidato (coachee) in funzione dell’obiettivo da raggiungere, si arriva alla definizione di un vero e proprio contratto di lavoro.

Con il contratto si definisce un impegno specifico da parte di entrambi verso una serie di azioni definite in modo chiaro che porteranno al raggiungimento dell’obiettivo prefisso.

C’è quindi una precisa responsabilità ad attivarsi da parte del candidato e ad impegnarsi nel raggiungimento degli obiettivi, cosa questa fondamentale nel coaching come nell’outplacement; troppo spesso tra chi decide di usufruire di un percorso di ricollocamento, si annidano persone che credono sia solo compito del consulente trovargli un nuovo lavoro, così non è, un percorso che inizia con questi presupposti non porta a nessun risultato, come un percorso di coaching che non veda il coachee corresponsabile con il coach.

Nella prima fase del processo di ricollocamento vengono poste in opera tutta una serie di attività che come abbiamo detto partono dalla stipula del contratto, per giungere alla redazione del bilancio delle competenze.

Il bilancio delle competenze altro non è che un percorso di consulenza orientativa che ha come finalità, quella di supportare il candidato, nel processo di decisione in merito al proprio avvenire professionale, attraverso lo sviluppo delle proprie risorse e potenzialità al fine di poterle indirizzare verso l’attuazione delle strategie più opportune per la realizzazione del proprio progetto di sviluppo personale e professionale.

Al termine della redazione del bilancio delle competenze il candidato si appresta a redigere il piano di azione da seguire per il raggiungimento dell’obiettivo professionale predeterminato.

Nelle fasi successive, candidato e consulente verificano attraverso incontri di monitoraggio, lo stato di avanzamento del piano di azione sino al raggiungimento dell’obiettivo di ricollocamento prefissato.

Mi preme sottolineare però che occorre fare attenzione: quello su cui il consulente deve porre massima attenzione è la scissione della prima parte del programma, la vera e propria fase di career coaching, dalla seconda che invece prevede il supporto nel contatto con il mercato del lavoro.

Questo perché il coach, ispirandosi alla maieutica socratica, opera principalmente attraverso le domande potenti, astenendosi totalmente dal dare consigli al coachee, che invece acquisisce consapevolezza dei propri mezzi autonomamente.

Passando alla fase di caccia invece, il consulente sveste i panni del coach ed affianca il candidato nella ricerca di un nuovo posto di lavoro, fornendo preziosi consigli su come configurare il proprio curriculum, sul come affrontare un colloquio di lavoro, su come correggere errori che si possono esser fatti in occasione di selezioni, accompagnandolo sino al ricollocamento.

Alla prossima!!

4 pensieri riguardo “IL COACHING IN UN PERCORSO DI OUTPLACEMENT

    valeria bonardi ha detto:
    30 marzo 2012 alle 13:18

    Ciao Riccardo, interessantissimo qs articolo, mi piace molto! LEggo spesso di coaching e ricollocamento.. evidentemente sono due temi che mi toccano! Ho fatto un persorso di coaching esperienziale e credo che ora un percorso di ricollocamento, attraverso il coaching, a me servirebbe molto, anche se sono in qs situaazione per mia scelta, ho deciso io di mollare il lavoro per cambiare! Ho detto Basta!!! Mi interessa molto anche la parte economica del persorso, come faccio a sapere, decidendo di intraprendere il percorso, a quali costi andrei incontro?
    Grazie Valeria B.

      riczuccaro ha detto:
      30 marzo 2012 alle 14:21

      Grazie mille Valeria per aver apprezzato il post, per quanto riguarda la tua richiesta scrivimi alla mia email riccardo.zuccaro@gmail.com e ti spiegherò meglio come funziona.

    Athos Enrile ha detto:
    25 maggio 2012 alle 10:26

    Scrivo d’istinto, dopo aver letto l’articolo.
    La mia azienda chiuderà definitivamente tra pochi giorni e tra le opportunità possibili c’era anche quella di affidarsi all’outplacement, cosa che ho fatto e che all’impatto (ho partecipato solo ad un incontro preliminare)mi è sembrata positiva.
    Dopo una vita di lavoro, praticamente nella stessa azienda, mi sono ritrovato pochi giorni fa (prima dell’avvio dell’outplacement) nella situazione di essere valutato nel corso di un colloquio di lavoro, probabilmente il primo vero della mia vita. Mi sono sentito un po’ sprovveduto e inadeguato, nonostante la mia esperienza e la mia abitudine a valutare gli altri, perché mi sono reso conto, nonostante le valanghe di corsi sulla comunicazione, di non conoscere quale sia l’atteggiamento da tenere quando qualcuno ti giudica mentre parli per un’ora di filato, e di non sapere neppure quale sia “la faccia da colloquio”. Inoltre ho sentito di vivere l’incontro in uno stato di pericolosa superiorità, al cospetto di una giovane donna che, per ovvio dato anagrafico, non poteva competere con me per risultati ottenuti ed esperienza, e nonostante questo lei era lì e mi giudicava, e chissà come!
    Vivo in uno stato di umore variabile e mi auguro che le mie prime impressioni siano confortate nella progressione del mio cammino futuro.

    riczuccaro ha detto:
    25 maggio 2012 alle 14:24

    Athos per prima cosa grazie per questo tuo commento perchè è esattamente quello che accade quando ci si riaffaccia al mercato del lavoro dopo un lungo periodo di continua collaborazione con un datore di lavoro. Raccontato da una persona esterna direttamente coinvolta è una testimonianza ancor più importante se non raccontata da me che potrei passare per uno di parte.
    Quello che facciamo come consulenti di outplacement e coach professionisti è proprio quello di aiutarvi nel ritornare a contatto con il mercato del lavoro, fornendo tutti gli strumenti possibili per risultare vincenti in una selezione. Non solo l’uso incrociato del network di conoscenze del candidato e ns. Sono un ulteriore supporto per intercettare quelle opportunità di lavoro che il mercato offre ma che restano invisibili ai più perchè gestite in via riservata dalle aziende. In bocca al lupo per l’avvio del programma.
    Spero di continuare ad averti tra coloro che seguono il blog, magari festeggiando la tua ricollocazione.
    Grazie Riccardo

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