Consulente di Outplacement: il mio lavoro per gli altri.

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Spesso parlo di cosa sia l’outplacement, di come questo strumento sia una delle poche reali politiche attive del lavoro esistenti oggi in Italia. Discuto ed argomento di come vorrei che la riforma del lavoro andasse nella direzione di un uso sempre più diffuso del ricollocamento professionale, spiego i vari passaggi di un percorso di outplacement e via dicendo, non ho mai parlato però sino ad oggi di quale si il mio stato d’animo quando affronto un percorso di ricollocamento, quando incontro persone che sono in procinto di perdere il posto di lavoro o lo hanno perso da pochi giorni, il rapporto che si instaura con chi sceglie di affidarsi e me per trovare nuove opportunità di lavoro e delle sensazioni che provo quando insieme arriviamo al traguardo.

La scorsa settimana si sono verificati diversi episodi piacevoli che hanno messo in evidenza i motivi per cui ho fatto di questo lavoro la mia professione, del perché ogni giorno mi alzo con il sorriso e la carica per affrontare un’altra giornata di lavoro. Ho deciso di rendervi partecipi di queste mie sensazioni, esulando per una volta dai post prettamente “tecnici”, raccontando un po’ di me.

E’ indubbio che, agli occhi dei più, il sottoscritto possa apparire come uno che fa business sulle disgrazie altrui, fondamentalmente vengo pagato per ricollocare persone che per essere ricollocate, devono prima perderlo il posto di lavoro.

Chiaramente non è quello il motivo che mi ha fatto scegliere di intraprendere questa professione, anzi vi assicuro che spesso quando incontro per la prima volta le persone che dovranno decidere se affidarsi a me per trovare nuove opportunità di lavoro, non sono mai momenti esaltanti.

Le persone che hanno perso il posto di lavoro si sentono come se fossero state denudate in pubblico, come se la loro dignità fosse stata calpestata, si sentono impotenti… vuote, c’è chi reagisce con rabbia verso i suoi ex datori di lavoro, chi invece si abbandona alla disperazione, chi ti dice “e adesso che faccio?”, chi invece sente di non riuscire più ad essere utile alla sua famiglia, di non sapere come fare a soddisfare le esigenze di moglie/marito e figli.

In quel momento sono il loro confessore, sono il loro sfogo, divento la loro ancora di salvezza, il salvagente a cui aggrapparsi in mezzo al mare in tempesta. Le mie parole sono per loro la sola speranza su cui fare affidamento; da tutto questo deriva un forte senso di responsabilità in me, proprio perché percepisco questo bisogno di fiducia in ognuno di loro, questa necessità di vedere un raggio si sole in mezzo al cielo grigio gonfio di pioggia.

Chi mi conosce sa che non ho mai promesso un posto di lavoro certo, mi sono sempre guardato dal dire “scegli me che ho già il posto di lavoro pronto per te”, sa che per prima cosa cerco sempre di infondere fiducia in se stessi e nelle proprie capacità, di lavorare sul recupero dell’autostima fortemente colpita dall’evento negativo, sa che da quel momento in me trova un alleato pronto a guidarlo nel percorso di ricollocamento, sempre disponibile che darà tutto per vederlo tornare a sorridere.

In tante persone durante questi colloqui mi domandano “perché hai scelto di fare questo lavoro?” io rispondo sempre allo stesso modo “perché amo la gente, amo i rapporti interpersonali”… ecco il reale motivo per cui ho scelto questa professione, perché ho approfondito gli studi diventando coach professionista, perché non smetto mai di leggere e di studiare sulla psicologia umana. Sono assolutamente convinto che chi opera nelle risorse umane deve per prima cosa avere dentro di se l’amore per le persone, se non c’è questa passione dentro non potrai mai fare il tuo lavoro al meglio.

Parlavo di senso di responsabilità, quando una persona sceglie me, si affida a me, vuol dire che ho trasmesso qualcosa, in particolare ho trasmesso fiducia. La persona ha deciso di investire su di me, quale responsabilità maggiore? Come posso non dare tutto me stesso per far si che quella scelta si riveli la scelta giusta?

Il percorso di ricollocamento è lungo, con sali e scendi di emozioni, quante volte dopo qualche mese dall’avvio del programma mi sento dire “ma riuscirò a trovare un nuovo lavoro? La situazione economica è sempre peggiore, arriverà qualche opportunità?” io sono sempre li, presente e pronto a rincuorare ed a scuotere in caso di eccessiva negatività ma anche a richiamare alle proprie responsabilità se vedo un rilassamento nelle attività da svolgere ed alla fine?

Alla fine i risultati arrivano… non c’è cosa più bella che sentire la telefonata di una persona che stai assistendo che ti dice “Riccardo!!! Mi hanno preso!!! Hanno scelto me inizio la prossima settimana!!!”. Vivo con loro la felicità per essere arrivati al risultato tanto sperato, sorrido con loro perché sento di aver ripagato la fiducia che mi hanno donato, sento di aver in un certo modo premiato l’investimento che hanno fatto sulla mia persona e mi sento bene… tanto bene, non c’è cosa migliore che aiutare un uomo a ritrovare la propria dignità, tornare a farlo sentire protagonista della vita del Paese, tornare a farlo sentire fiero davanti alla propria famiglia.

Tornare a casa e rispondere alla domanda di mio figlio “papà cosa hai fatto oggi?” “ho fatto sorridere un amico”, “bravo, allora adesso fai sorridere anche me?”.

Alla prossima!!

2 pensieri riguardo “Consulente di Outplacement: il mio lavoro per gli altri.

    Francesco ha detto:
    28 maggio 2012 alle 10:44

    Bravo Riccardo !!!
    Mi piace ancora credere che sia questo l’approccio giusto a qualsiasi lavoro e le motivazioni di coloro che si accingono a svolgerlo.
    Un abbraccio,
    francesco

      riczuccaro ha detto:
      28 maggio 2012 alle 10:52

      Grazie Francesco, visto il vissuto della scorsa settimana ho voluto trasmetterlo anche agli altri, proprio per far capire le sensazioni provate.

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