IL METODO DEL COACHING NELLO SPORT

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Con l’approssimarsi delle ferie ed in piena stagione estiva, voglio dedicare uno degli ultimi post pre ferie (anche R.U. e dintorni andrà in vacanza per tre settimane ad Agosto) al metodo del coaching applicato allo sport. Amo lo sport e la mia militanza agonistica in squadre di basket, unitamente al karate e al pugilato stanno a testimoniare che conosco bene che tipo di sensazioni si innescano all’interno di un agonista, quando si prepara per raggiungere determinati risultati sportivi; l’essere un coach professionista mi permette di aiutare squadre ed atleti a far si che gli obiettivi prefissi vengano raggiunti.

Timothy Gallwey, uno dei padri del coaching ed in particolare del metodo del coaching applicato allo sport, nel suo famosissimo testo “The inner game of tennis” dice: “L’avversario che si nasconde nella nostra mente è molto più forte di quello che troviamo dall’altra parte della rete“; la funzione e l’importanza del coach nello sport è tutta racchiusa in questa frase.

La frase di Gallwey è ulteriormente testimoniata da una recente intervista rilasciata ad un giornalista sportivo da Federica Pellegrini la nostra campionessa del nuoto in procinto di partire per le olimpiadi; ne estraggo un passaggio estremamente interessante:

Domanda
E ora parliamo di Londra. Tutti indicano Melissa Franklin come la tua principale avversaria nei 200 stile libero. Tu che atlete vedi in finale?”

Risposta
Ce ne sono diverse molto brave e competitive. Amo comunque focalizzarmi sull’obiettivo e pensare solo a domare la mia più temibile avversaria: Federica.

Con questa affermazione la Pellegrini esprime esattamente il concetto di Gallwey, ovvero l’avversario più temibile per qualsiasi atleta è proprio il suo stato mentale; noi italiani lo soffriamo particolarmente: il nostro essere sanguigni, particolarmente emotivi, ci espone molto di più al rischio “flop”, rispetto ad esempio agli scandinavi notoriamente più “freddi”; questo anche a fronte di capacità tecniche eccelse e di una preparazione fisica perfetta.

Il Coach è di supporto in questo allo staff tecnico; l’allenatore sportivo che, riprendendo un brano di Luca Stanchieri (coach professionista e Past President di AICP Associazione Italiana Coach Professionisti) in cui parla di Coaching sportivo, chiamerò trainer per distinguerlo dal coach, allena i muscoli, insegna la tecnica, pianifica, controlla e valuta l’allenamento, il coach invece segue la preparazione mentale dell’atleta (e/o della squadra) aiutandolo a gestire al meglio lo stress, la determinazione mentale, focalizzandosi sull’obiettivo; di conseguenza un allenamento per essere veramente completo al 100% deve essere composto da training più coaching.

Per far capire ancora meglio come il coach non sia un antagonista del trainer ma un suo supporto nella gestione dell’atleta, riporto integralmente la tabella di Stanchieri ispirato a sua volta da Weineck ed il suo “L’allenamento ottimale“, in cui evidenzia le differenze tra training e coaching:

Training (allenamento) Coaching
L’allenamento si utilizza nella preparazione Il Coaching si riferisce alla intensità mentale della preparazione e alla gara.
L’obiettivo dell’allenamento è lo sviluppo della prestazione fisica L’obiettivo del Coaching è l’estrinseca della prestazione ottimale soprattutto in termini emotivo e mentali.
L’allenamento si orienta al compito e alla prestazione Il Coaching per prima cosa ha al centro l’atleta
L’allenamento è l’aspetto centrale della preparazione ed include il Coaching Il Coaching è un settore parziale dell’allenamento
L’allenatore è il leader dell’allenamento e si avvale del coach per ottimizzare il programma di allenamento e la sua estrinsecazione in gara Il coach è un partner dell’allenatore e ne riconosce il ruolo di leader

Sono ancora pochi in Italia gli atleti che fanno uso di un coach professionista e sono ancora meno le squadre, di qualsiasi sport si parli cosa diversa dagli USA. Se prendiamo il basket, sport che conosco molto bene, in Italia solo l’Olimpia Milano si avvale di un coach inserito a tutti gli effetti nello staff che vede tra gli altri il mio amico Alberto “Lupo” Rossini in qualità di assistant coach di Sergio Scariolo.

Parlavo di squadre perchè il coaching, come dicevo, oltre ad essere utilizzato per il singolo atleta è particolarmente indicato anche per la gestione delle dinamiche di team. Rende forte, coesa e determinata la forza mentale del gruppo; una squadra è tanto più forte quando è composta da persone indipendenti che riescono ad interagire al meglio completandosi l’un l’altro (cosa applicabile anche ad un gruppo di lavoro in azienda); se tutti si trovano nella posizione giusta al momento giusto impegnandosi gli uni per gli altri il potenziale della squadra diventa di molto superiore alla somma del potenziale dei singoli giocatori. Può sembrare una banalità ma vi assicuro che così non è, troppo spesso ci si affida al/ai fenomeni singoli tralasciando gli altri componenti del team, anche se si hanno due o tre “stelle” in squadra non è detto che si ottengano i risultati voluti. Un team composto da giocatori di valore medio che cooperano tra loro è in grado di superare di molto le prestazioni di uno o più giocatori di alto livello. Un esempio proprio nel basket USA: i Los Angeles Lakers hanno al loro interno un giocatore che ad oggi è il più forte in assoluto nella lega Kobe Bryant ed un ottimo giocatore come lo spagnolo Pau Gasol eppure, sono stati eliminati al secondo turno dei playoff dai Thunder che a livello individuale sono più deboli ma hanno sempre giocato come una squadra e sono stati la rivelazione del torneo.

Questo può fare la forza del gruppo ed il coach è lo strumento migliore per formare una squadra dal punto di vista mentale per far si che si possa passare dall’IO al NOI. Prendendo sempre spunto dal testo di Stanchieri, il processo di formazione della squadra passa attraverso quattro fasi:

Fase della formazione: dove i membri della squadra si orientano e comprendono quale debba essere il comportamento nei riguardi dell’allenatore e degli altri membri del gruppo.

Fase del conflitto: si sviluppa un clima di ostilità verso altri membri del gruppo e/o verso il leader (quello che è accaduto proprio nei Lakers) per la mancanza di strutturazione e per la resistenza alla struttura stessa.

Fase della strutturazione: i membri del team si accettano vicendevolmente e sviluppano norme nei confronti dei quali tutti si sentono impegnati.

Fase di identificazione con la squadra: i membri del team accettano il loro ruolo e lavorano per raggiungere i fine preposti.

In conclusione il Coaching sportivo è un grande supporto per il raggiungimento degli obiettivi di ogni singolo atleta e squadra, consente di arrivare alla gara in pieno “stato di flow” che si caratterizza da una stretta combinazione fra obiettivi sfidanti e skills acquisiti che portano alla massima concentrazione e focalizzazione sulla performance, conduce inevitabilmente al raggiungimento del risultato prefissato.

Alla prossima!

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