STRESSATO SUL LAVORO? CHI NON LO E’?

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Come preventivato nel mio ultimo post, eccomi nuovamente a voi dopo la pausa estiva che mi auguro sia stata serena e piacevole per ognuno di voi.

Quando si parla di rientro, dopo un periodo feriale lungo come quello agostano, iniziano sui giornali a materializzarsi articoli su articoli in merito al possibile stress da rientro, a come in pochi giorni si perdano i benefeci di due o tre settimane di pausa, la tv inizia a propinarci spot che richiamano alle vacanze andate, con persone inebetite sedute sulla scrivania del lavoro a rimuginare sulla crociera appena finita, insomma sembra che il rientro stressante al lavoro sia diventato uno stereotipo.

Vale la pena di mettere alcuni puntini sulle i e di capire cosa sia realmente stressante e perché; in primis occorre dire che nella situazione economica odierna probabilmente c’è un livello maggiore di stress tra chi il lavoro non lo ha, piuttosto di chi ancora ha il privilegio (siamo arrivati a questo punto purtroppo) di averlo. Lo dico a ragion veduta visto che sia come consulente di outplacement che come coach sono costantemente a contatto con persone che vivono sulla propria pelle la perdita del posto di lavoro.

Il secondo aspetto che di cui volevo parlare è appunto il famoso D.Legs. 81/08 ovvero la normativa riguardante lo stress da lavoro correlato, entrata in vigore a Gennaio 2011 in attuazione delle norme europee in materia. Attraverso questa normativa il datore di lavoro ha l’obbligo di rilevare il livello di stress lavorativo presente nella sua organizzazione; in caso di mancata osservanza della normativa il datore di lavoro è perseguibile penalmente.

Ricordo che con AIDP (Associazione Italiana per la Direzione del Personale) negli ultimi mesi del 2010 organizzammo degli incontri proprio per evidenziare l’importanza di rilevare il livello di stress nelle aziende in attuazione della normativa; a distanza di quasi due anni non mi sembra di aver letto nulla di che in termini di risultati ottenuti, almeno dopo il primo anno di rilevazione, al contrario, un recente articolo apparso su Panorama ha messo in evidenza l’esatto contrario, parrebbe infatti che il livello di stress sul lavoro nelle aziende italiane sia praticamente nullo, come mai?

Ho provato a fare una ricerca sul web ed a parte qualche articolo qua e la di risultati ufficiali se ne vedono ben pochi, la cosa che lascia perplessi è che l’INAIL ha prodotto un manuale scaricabile gratuitamente (http://www.inail.it/repository/ContentManagement/node/N1926320722/StressLavoroCorrelato.pdf)  in cui viene descritto per filo e per segno come attuare una politica di rilevazione del livello di stress in azienda, di fatto banalizzando l’intera normativa, inutile quindi applicare sanzioni pesantissime (penali ricordo, unici in Europa) quando è possibile “mettersi in regola” attraverso pochi banali passi. Siamo forse riusciti per l’ennesima volta a fare la legge ed a trovare simultaneamente l’inganno per aggirarla? A voi l’ardua sentenza.

Voglio però chiudere il post con una provocazione: secondo voi è più stressato un lavoratore innamorato del suo lavoro oppure uno che vede nel suo posto di lavoro solo una fonte di sostentamento e che trova solo nella vita fuori dall’azienda le sue soddisfazioni?

Io credo che non esista lavoro che non produca anche un seppur minimo livello di stress (ci tornerò la prossima settimana con un post) e che si è maggiormente stressati se il lavoro che facciamo ci piace, proprio perché ci teniamo e vogliamo che tutto sia fatto al meglio tendiamo ad impegnarci al massimo, a dedicare tempo extra, anche ad arrabbiarci se le cose non filano nel verso che vogliamo, rimaniamo delusi se dopo tanto impegno il capo non ci premia con un riconoscimento economico ma soprattutto psicologico (a volte non arriva neanche la pacca sulla spalla che è più salutare ed incentivante di tante altre cose), se non c’è chiarezza sul nostro ruolo, se le prospettive di crescita rimangono disattese, se non ci viene concessa una formazione che ci professionalizzi ancor di più.

Chi, al contrario, entra in azienda per fare lo stretto indispensabile, non si assume alcuna responsabilità che non sia strettamente riconducibile al ruolo coperto, chi aspetta solo che le ore passino svolgendo tranquillamente i suoi compiti per poi uscire e realizzarsi fuori dal lavoro sicuramente non ha aspettative alte, vive con la massima calma il suo ruolo in azienda, diciamo anche che non ha bisogno di alcun segno da parte del proprio capo e men che meno è interessato a momenti formativi extra che vivrebbe, quelli si, con fastidio e stress.

Di conseguenza ritengo che sia molto importante applicare i dettami del D.Lgs. 81/08 e che la politica da mettere in campo per ovviare a questa problematica, sia quella della valorizzazione delle risorse umane della propria azienda, proprio come scriveva Silvia Cingolani qualche settimana fa su questo blog.

Alla prossima!

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