Mese: ottobre 2012

“CHOOSY” o no il mondo è cambiato!

Postato il

Non potevo sorvolare su quello che è stato il leitmotiv della settimana, ovvero l’intervento del Ministro Fornero in un convegno in Assolombarda dello scorso lunedì; intervento in cui afferma che “i ragazzi non devono essere troppo choosy, meglio prendere la prima offerta e poi vedere da dentro un posto migliore, non aspettare l’arrivo del posto ideale”.

Premetto che vado controcorrente rispetto a quello che ho letto e sentito in questa settimana, ovvero una alzata di scudi pressoché generale a favore dei giovani e contro il Ministro del Lavoro rea di avere, per l’ennesima volta, detto la sua boiata quotidiana.

Chiaro, non si può fare di tutta un’erba un fascio, è naturale che oggi una nutrita maggioranza di giovani è disponibile a fare qualsiasi lavoro pur di entrare nel mercato, io stesso conosco ragazzi che già durante gli studi lavorano con lavoretti part-time per ritagliarsi un po’ di autonomia economica se non addirittura per pagarsi gli studi stessi; è altrettanto vero però che sono diversi anni che lavoro e posso assicurare di essermi imbattuto moltissime volte in ragazzi neolaureati che entrando in azienda pensavano di essere già direttori generali o, peggio, pretendevano di essere messi in posizioni di rilievo.

Ecco quindi che per chi opera nel mondo del lavoro le parole della Fornero paiono tutt’altro che fuori luogo, come anche affermato da giornalisti come Manfellotto Direttore de l’Espresso nell’editoriale di questa settimana. Anche perché l’inglese, lingua meravigliosa per il sottoscritto, facilmente raccoglie sotto un unico vocabolo diversi significati; si fa presto quindi a dire che “choosy” significa “schizzinoso” con una accezione sicuramente fuori luogo se detta da un Ministro, basta però guardare un vocabolario per capire che “choosy” viene usato anche per descrivere una persona “difficile da accontentare” o “esigente” che, come ben potete immaginare, suona in tutt’altro modo rispetto a schizzinoso.

La mia riflessione però, vuole andare oltre ai ragazzi e coinvolgere anche adulti (che hanno perso il posto di lavoro causa crisi), imprenditori e forze politiche.

Nel mio lavoro sono a contatto con persone che hanno perso il posto di lavoro ma che hanno avuto, nella sfortuna, la fortuna di essere accompagnati da professionisti, nella ricerca di nuove opportunità di lavoro. Anche tra di essi si annidano insospettabili “choosy”, persone che spesso davanti a proposte di lavoro che prevedono retribuzioni leggermente inferiori a quanto percepito sino alla perdita del posto, le rifiutano attendendo la “proposta ideale”; oppure quelli/e che davanti ad una proposta di assunzione a tempo pieno rifiutano perché accettano solo part-time e per giunta solo alla mattina e potrei andare oltre ma preferisco fermarmi qui. Noi consulenti di outplacement, ci sgoliamo nel dire esattamente le parole del Ministro Fornero ovvero: non rifiutate, rientrate nel giro e da dentro poi cercate il posto ideale.

Veniamo agli imprenditori, qualche giorno fa sul Corriere della Sera è uscito un articolo di Severino Salvemini che invito tutti a leggere (http://bit.ly/Tu0Dvl) perché dopo anni di chiacchere sulle colpe della crisi, finalmente senza peli sulla lingua, dice chiaramente come stanno le cose. In particolare Salvemini afferma “Serve un nuovo ripensamento del modello aziendale, oggi decisamente incongruo rispetto al fabbisogno contemporaneo di competitività. Meno concentrazione dunque su eventi congiunturali, su politiche pubbliche e su contesti regolativi, e più al centro le debolezze delle singole imprese e le responsabilità di chi queste imprese è chiamato a governarle e gestirle.” Perchè in effetti le colpe ci sono eccome; un paio di settimane fa sono stato all’Assemblea di Confindustria Ancona, tra gli ospiti il Presidente di Confindustria Squinzi che, sorvolando sulla pochezza delle dichiarazione fatte, non ha minimamente fatto un seppur minimo accenno di autocritica, rovesciando la colpa della crisi delle imprese italiane su politica, sindacati e situazione congiunturale. Oggi le imprese e gli imprenditori che le rappresentano, pretendono di ragionare e di agire esattamente nello stesso modo del periodo pre-crisi, usando ancora le parole di Salvemini “Le imprese italiane hanno oggi comportamenti tardivi rispetto alle loro cugine internazionali. Le strategie sono troppo poco determinate e affini a convenienze di breve termine; gli sviluppi del capitale umano sono basati su investimenti formativi esili che producono competenze poco originali e distintive (l’investimento in formazione delle imprese italiane è da anni plafonato sotto l’1% del fatturato annuo); i disegni organizzativi sono rudimentali e burocratici; il management è in gran parte autoreferenziale e poco mobile e scarsamente orientato al rischio e all’apertura (fate il calcolo di quanti sistemi di incentivi manageriali basati sul raggiungimento degli obiettivi sono diffusi e ne avrete la riprova); la governance aziendale si tramanda senza confronti e inclusioni esterne, con estensioni di patti di controllo, piramidi societarie e forme di potere insindacabile; la creatività di cui tanto si parla nello stivale del bello e del ben fatto non è altro che un pizzico di ritocco incrementalistico senza strappi di discontinuità o di radicale innovazione. Il tutto condito da una scarsa patrimonializzazione, resa ancora più traballante dalla fuga dei cosiddetti animal spirits , che durante la crisi hanno preferito la rendita immobiliare alla scommessa manifatturiera.

Per quanto riguarda i politici… beh qui il discorso è facile, basta leggere i giornali, guardare la tv ed ascoltare la radio per avere prova quotidiana di in che razza di mani siamo, non parlo di rosso, bianco o nero, di un partito rispetto ad un altro, di destra o di sinistra… i fatti hanno documentato chiaramente che non si salva nessuno. Nessuno lo dice apertamente ma è evidente che siamo dovuti ricorrere ad una “sospensione temporaneadella democrazia per poter fare quelle riforme e mettere mano a quelle situazioni che nessuno, sino ad oggi, ha mai avuto il coraggio di fare. Sospensione della democrazia dicevo, perchè in che altro modo si può definire il governo Monti?

Torno al titolo del post, choosy o no il mondo è cambiato e sarà bene che tutti ce ne rendiamo conto; il mercato del lavoro non tornerà più quello di prima sia chiaro a tutti giovani e meno giovani; continuare a dirigere un’azienda nello stesso modo in cui lo si faceva nel 2007 non porterà da nessuna parte se non alla chiusura della stessa; se i politici continueranno a fare gli affari propri anzichè quelli dei cittadini che li hanno eletti, il paese andrà in fallimento.

La crisi è una grande opportunità se presa per il verso giusto, se si è disposti a rimettersi in gioco, a rimboccarsi le maniche si può arrivare alla fine del tunnel e ripartire con maggiore prosperità per tutti soprattutto per le future generazioni, se si rimane fermi nella speranza vana che tutto passi, si finisce inevitabilmente per soccombere.

Alla prossima!

TRAINING AUTOGENO: un aiuto per combattere lo stress.

Postato il

La vita odierna, il lavoro ed il momento storico economico sono senza dubbio una fonte di inesauribile di stress. I TG ed i quotidiani ci riempiono di fatti di cronaca che ci lasciano senza parole, lo stress se non gestito ed affrontato può portare la persona a commettere errori che pagherà per tutta la vita.

Solo qualche settimana fa Panorama pubblicava un articolo in cui metteva il lavoro tra le fonti maggiori di stress, che spesso sfocia in rabbia vera e propria. Nel mio lavoro di consulente di outplacement e coach, mi è anche capitato il caso di un manager che, preso al 200% dal suo lavoro, ha tralasciato completamente di dedicarsi anche solo un minimo a se stesso ed alla cura del suo benessere fisico e mentale; risultato? L’accumolo di tensione e di stress lo hanno portato a sbottare prima saltuariamente poi sempre più spesso sul luogo di lavoro, cosa che ha comportato la perdita del posto di lavoro.

Ora è inutile che stia qui a raccontare fandonie, il lavoro è fonte di gioie e soddisfazioni ma anche di stress ed arrabbiature, particolarmente in questo periodo in cui alle arrabbiature si aggiungono le paure per il proprio posto di lavoro, pensare di non gestirle e limitarsi ad andare avanti come se nulla fosse non può che condurci sulla via della malattia con scompensi di varia natura. Quante volte vi è capitato di sentirvi con problemi gastrici, cardiaci, dolori diffusi alla schiena, improvvise tachicardie salvo poi andare dal medico, fare magari anche visite specialistiche e sentirvi dire che siete assolutamente sani, ma nonostante tutto continuate a non sentirvi bene, in questo caso la diagnosi è la seguente “distonia vegetativa”.

Distonia vegetativa significa semplicemente che l’equilibrio psichico della persona è perturbato. Cosa fare allora per evitare di essere sopraffatti dallo stress? Condurre una vita sana intesa come avere un’alimentazione controllata e praticare costantemente attività fisica, è da sola la miglior predisposizione per una buona gestione dell’ansia e dello stress, spesso però questo non è sufficiente occorre altro, il training autogeno è senza dubbio un grandissimo aiuto per riportare il livello di stress sotto controllo.

Elaborato da Johannes Heinrich Schultz tra il 1908 ed il 1912 psichiatra tedesco, il training autogeno è uno strumento utile a riportare l’attenzione sul “qui ed ora”, in latino “hic et nunc” che spesso ho nominato nei miei post, ragionare sul presente anziché vivere al passato o sperare continuamente sul futuro. Fondamentale per la riuscita del metodo è la disposizione e l’atteggiamento interiore, senza i quali non si va da nessuna parte; pensare alle varie attività da compiere come ad un banale gioco per bambini equivale ad insuccesso sicuro.

Con il training autogeno impariamo prima ad influire sui nostri malesseri fisici, di conseguenza influiamo sui nostri organi interni riassaporando il benessere fisico ed in un secondo momento ci permetterà di affrontare la causa di tali malesseri. I sei esercizi di grado inferiore sono l’inizio da cui partire per ritrovare la serenità interiore, alla base di tutti il trovare la giusta posizione che ci consenta di instaurare un atteggiamento esteriore ed interiore di calma; il livello superiore del training autogeno ci consente invece di chiarire, attraverso l’introspezione, le cause che hanno portato al malessere in modo da far rinvenire l’atteggiamento positivo nei confronti della vita.

La postura di distensione può essere scelta tra tre chiamate: posizione a sedere rilassata, posizione sulla sedia del nonno, posizione supina in cui dobbiamo concentrarci su noi stessi chiudendo gli occhi e respirando profondamente, eseguendo l’esercizio della calma. A seguire andranno svolti, dopo averli ben assimilati uno alla volta, i sei esercizi di grado inferiore: l’esercizio della pesantezza (svolgendolo si avrà una sensazione di pesantezza alle braccia ed alle gambe), l’esercizio del calore (ci consente di concentrarci sulla distensione vascolare che produrrà una sensazione di caldo), l’esercizio del controllo cardiaco (per riportare i battiti cardiaci nella norma), l’esercizio del respiro (per tenere un ritmo respiratorio rilassato e profondo), l’esercizio del plesso solare (che porta sangue nelle regioni corporee dove ce né bisogno) e l’esercizio della testa (ovvero ci consentirà di provare una sensazione di freschezza alla fronte).

Attraverso il Training Autogeno possiamo indurre l’autodistensione attraverso l’introspezione, portando quindi ad un chiarimento con se stessi, trovando un atteggiamento positivo verso la vita; ci aiuta a far maturare la personalità e questo non può che avere influssi positivi nella vita di tutti i giorni in particolare nei rapporti interpersonali.

Alla prossima!

Post ispirato dal libro “Il libro del Training Autogeno” di Gisela Eberlein ed. Feltrinelli

LINKEDIN: esiste il profilo perfetto?

Postato il

Ieri sera ho partecipato all’incontro organizzato da Fior di Risorse (@FiordiRisorse) ospiti di D.I.MAR e dalla sua HR Manager Cristina Traini, la famosa azienda di Corridonia (MC) che si occupa della commercializzazione con il proprio brand Sapore di Mare, di pesce surgelato, in cui si è discusso di Linkedin, degli ultimi sviluppi e del suo utilizzo.

Ospiti della serata Andrea Attanà (@AndreaAttana) Account Executive di Linkedin Italia e Luca Conti (@pandemia) Blogger di fama nazionale nonché consulente per i Social Media ed autore, tra gli altri, del libro “Lavoro e Carriera con Linkedin”. Entrambi gli ospiti, sotto l’attenta regia di Osvaldo Danzi, hanno allietato la platea parlando di questo social media dedicato in larghissima parte al mercato del lavoro.

Inutile dire che la platea era composta in larga parte da persone che operano nel mondo HR curiosi di capire cosa Linkedin ci regalerà per il futuro anche in ambito di funzioni prettamente Corporate, ovvero dedicate esclusivamente alle aziende in chiave di recruiting.

In questa sede non mi voglio soffermare sui servizi Corporate perché chiaramente sono un ambito ristretto alle aziende, mi preme però portare alla vostra attenzione le curiosità che sono emerse nel corso della discussione, soprattutto per chi usa questo strumento, dal lato ricerca di nuove opportunità lavorative.

Sono emerse ad esempio piccole, ma a mio parere importanti, discrepanze tra le app per i dispositivi mobile e la versione su internet: su tutte il fatto che in internet se chiedi la connessione ad una persona puoi farlo direttamente solo nel caso in cui si è lavorato insieme, si è collaborato, si partecipa agli stessi gruppi, negli altri casi il software, giustamente, richiede almeno la conoscenza della email della persona che si vuole contattare, in modo da evitare richieste di connessione basate sul nulla. Al contrario nelle app per i dispositivi mobile, basta cliccare “invita a entrare in” ed il gioco è fatto senza alcuna limitazione di sorta; cosa questa che contraddice in pieno quanto portato avanti nella versione internet.

Ma la cosa più interessante che è emersa dalla discussione riguarda la domanda che da il titolo a questo post, ovvero come deve essere un profilo per risultare interessante in chiave di recruiting? Nel succedersi degli interventi di HR di importanti aziende del territorio come: Elica, Indesit, Ariston Thermo, Loccioni solo per fare qualche nome, si è capito che non esiste un “profilo perfetto”, ovvero quel profilo a cui tutti noi ambiamo e che cerchiamo con tutte le nostre forze di raggiungere, se non altro seguendo la “maledetta” barra di completamento del profilo che Linkedin ci propina in alto a destra accanto alla visualizzazione del nostro profilo.

Gli HR interpellati infatti hanno dato tutte versioni diverse, c’è chi guarda il profilo in 10 secondi perché oberato da cv e candidature e che in quel flash riesce già a farsi una idea del candidato tanto da scartarlo o meno per i livelli successivi di approfondimento, chi invece guarda solo profili junior per filosofia aziendale, altri tengono d’occhio le esperienze e le segnalazioni, altri ancora e qui si arriva alla massima accuratezza, si prendono persino la briga di andare a vedere come il candidato si muove all’interno dei gruppi a cui è iscritto, verificandone il livello di partecipazione che, in alcuni casi, può essere un segnale negativo anziché positivo. Mi spiego meglio con le parole testuali della recruiter intervistata “se un programmatore è molto attivo nei gruppi in cui è iscritto mi viene il sospetto che in realtà programmi poco…”, chiaro il messaggio no?

Di sicuro e su questo tutti concordano, sono assolutamente banditi profili senza foto, incompleti se non altro nelle esperienze di lavoro e con pochissimi contatti, segno evidente che si sta in Linkedin tanto per starci ed a quel punto tanto vale non esserci, cosa questa che vale per qualsiasi social network.

A buon intenditor poche parole!!

Alla prossima!

L’importanza di chiamarsi… Responsabile Risorse Umane

Postato il

Prendo spunto dalla commedia teatrale di Oscar Wilde, trasformata poi in film da Oliver Parker (di cui vedete la locandina a lato), in cui si gioca sulla parola “Earnest” che in inglese significa “onesto” ma che si pronuncia allo stesso modo di “Ernest” (Ernesto).

Vero che nel tipico stile di Wilde, la commedia in realtà è una presa in giro dei costumi Vittoriani dell’epoca, credo però che se prendiamo il titolo così com’è possa essere parafrasato con il concetto di cui vi voglio parlare, ovvero l’importanza della funzione Risorse Umane in qualsiasi tipo di azienda.

Sia come operatore del mondo RU ma ancor di più come Vice Presidente di AIDP Marche (Associazione Italiana per la Direzione del Personale) sono perfettamente conscio che sono molto poche le aziende italiane dotate di una funzione Risorse Umane che tratti a 360 gradi tutti gli aspetti di questo mondo meraviglioso; cosa questa ancor più vera se parliamo delle PMI.

Tralascio di parlare di multinazionali e di aziende grandi, nelle grandi mi permetto di inserire anche tutte quelle aziende che hanno dai 1000 dipendenti in su. Voglio invece puntare l’attenzione sulle PMI in senso stretto che come sappiamo costituiscono la stragrande maggioranza del tessuto imprenditoriale italiano. Oggi come ieri, in moltissime di queste aziende, la funzione al massimo esprime una o due persone incaricate per lo più della sola gestione amministrativa; spesso non ci sono neanche queste, visto che la gestione non è sicuramente strategica per l’impresa, tanto da essere data spesso in outsourcing.

Chi è allora che si occupa di Risorse Umane? Naturalmente l’imprenditore, che ha la pretesa di essere il primo ed unico fine conoscitore del mondo risorse umane (come del resto del commerciale, dell’amministrazione e via dicendo); è lui che si occupa di assunzioni (spesso suggerite da amici e parenti), è lui che si occupa di politiche retributive (andando spesso a simpatia), è lui che si occupa di formazione promuovendosi come vero ed unico formatore del suo personale, è lui che si occupa di relazioni sindacali nelle rare volte che incontra i sindacati e che spesso interpreta come veri e propri incontri di boxe.

Mi fermo qui perché chi lavora nelle PMI sa bene come funzionano le cose, ma la funzione RU è tutt’altro, al suo interno sono diversi i processi da seguire con le giuste competenze: pianificazione, reclutamento, selezione ed inserimento in azienda, formazione, valutazione del personale, politiche retributive e di carriera, relazioni sindacali, amministrazione e rapporti con il personale.

Oggi più di ieri le risorse umane hanno assunto un carattere fondamentale all’interno dell’organizzazione, l’evoluzione verso una sorta di RU 2.0 porta con se anche la necessità di un incremento delle competenze di chi ricopre questa funzione che non può più essere lasciata in un angolo o demandata al titolare.

Sviluppare sempre più professionalità in ambito HR è una delle strategie che le aziende italiane devo approntare per recuperare terreno; per troppo tempo ci siamo cullati sulle cosiddette “vacche grasse” che oggi sono diventate talmente magre da non potersi più permettere di rimanere inermi davanti alla crisi incalzante. Mi rendo conto altresì che per molte di queste aziende, dotarsi in pianta stabile di una figura professionale come quella di un Responsabile Risorse Umane con tutti i sacri crismi e competenze, può essere un investimento di difficile realizzazione, ci sono però numerosi professionisti nel mercato del lavoro (e mi riallaccio al mio precedente post Generazioni Contro) che possono essere ingaggiati come consulenti esterni a costi ridotti e ben determinati per l’azienda ma che portano un grande vantaggio competitivo in termini di esperienza e conoscenza.

In sintesi le aziende ed in particolare le PMI, devono capire che la crisi in atto ha creato profondi cambiamenti e nulla tornerà più come prima, prima si realizza questo, prima si reagisce e prima ci si rimette in pista. La funzione Risorse Umane è una di quelle funzioni a cui oggi non si può pensare di rinunciare, continuare a pensare che tutto quanto fatto sino ad oggi possa andare bene anche per domani è pura follia, rimanere inermi non farà che peggiorare e cose.

Alla prossima!