Mese: novembre 2012

Sciamanger: una nuova via alla gestione di noi stessi.

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Borgatti in ISTAOVenerdì scorso ho partecipato ad un incontro in ISTAO (Istituto Adriano Olivetti di Ancona) in cui si è discusso di una nuova via alla leadership personale attraverso l’energia che ognuno di noi emette; questi i precetti di Massimo Borgatti che ho avuto il piacere di conoscere ed ascoltare e da cui, devo dire, ho appreso concetti decisamente interessanti che mi piacerebbe tentare di condividere.

Il concetto da cui Massimo Borgatti parte è che l’uomo è un’entità energetica, ovvero produce ed accumula energia che poi fluisce e si consuma in modo più o meno ottimale, su quattro livelli.

Considerando una struttura a piramide in cui, partendo dalla base, ogni livello superiore è una diretta conseguenza del livello precedente; scopriamo che il primo livello energetico dell’uomo è dato dalle sue credenze. Sono le credenze che provengono dai nostri primi anni di vita, quelle che i genitori passano ai loro figli (fai questo e non fare quello, questo è giusto l’altro è sbagliato, quello è sicuro questo è pericoloso, ecc..) tutto ciò che Borgatti chiama Primo FOCUS, ovvero tutto quanto ci viene insegnato nei primi anni di vita e che non ci è dato scegliere. Una volta maturati ed usciti da questa fase è come se ci fosse stato cucito addosso un abito su misura, abito a cui andiamo ad apportare piccole modifiche costanti, ogni volta che viviamo nuove esperienze e che frequentiamo nuovi gruppi (siano esse organizzazioni, amici, lavoro, ecc..), ma che difficilmente cambieremo totalmente.

Risulta abbastanza facile capire come le credenze influiscano direttamente sul secondo gradino della piramide composto dai nostri Pensieri. Il Primo Focus ci aiuta nella vita di tutti i giorni, diciamo pure che ce la semplifica, costituendo quello che per noi sono delle vere e proprie certezze, pensate cosa succederebbe se non avessimo questa visione definita del mondo, probabilmente ci ritroveremo come casi clinici fermi nell’immobilismo più totale non sapendo che pesci pigliare. Il problema sorge nel momento in cui accade qualcosa che fa vacillare alcune delle nostre credenze, in quel momento iniziamo ad avere dubbi, ci blocchiamo, cerchiamo di valutare se ciò che ci sta accadendo sia un abbaglio o se invece, ci debba portare ad un cambio di direzione, a rivedere alcune delle nostre convinzioni; in questi momenti si erge una vocina in noi (il cosiddetto Dialogo Interiore) che cerca di riportarci all’interno delle nostre credenze. Borgatti definisce il dialogo interiore come il “tutore e garante del nostro Primo Focus”, il problema è che spesso questo dialogo crea una dissipazione di energia e genera emozioni chiamate parassite.

Saliamo quindi al terzo gradino della piramide costituito appunto dalle Emozioni, che devono essere positive per sfruttare al 100% il nostro potenziale energetico ma che, nel caso delle emozioni parassite, risultano invece essere negative e bloccano l’agire sprecando inutilmente energia.

Il vertice della piramide è composto, per ovvi motivi, dai Comportamenti che sono una diretta conseguenza di tutto quanto ho elencato sino ad ora. Capite bene come per cambiare una nostra abitudine o convinzione, dobbiamo andare ad agire in profondità, toccando tutti i livelli della piramide partendo dalle credenze; per farlo l’energia che produciamo deve essere libera di scorrere, di fluire, se rimane imbrigliata o si dissipa in emozioni parassite non otteremo alcun risultato, come definisce Borgatti, anche nel suo libro Sciamanger“l’energia libera e la capacità di lasciarla fluire determinano il nostro Potere Personale”, potere che non ha nulla a che vedere con il potere su altre persone.

Aggiungo una notazione personale, il processo descritto da Borgatti, a mio parere, si integra perfettamente con l’idea del Coaching, come sapete ho sempre definito il Coaching come un metodo di sviluppo personale basato sul corretto uso delle proprie potenzialità, se paragoniamo le potenzialità all’energia definita da Borgatti ecco che sviluppando e liberando le proprie potenzialità (quindi energia) senza alcun ostacolo mentale (emozioni parassite) la persona modifica i propri comportamenti in senso positivo e funzionali alla sua vita per il raggiungimento degli obiettivi prefissi.

Naturalmente la stessa struttura a piramide può essere applicata alle organizzazioni, ai team, ai gruppi; pensate che forza si ritroverebbe una azienda se solamente tutte le persone che la compongono focalizzassero la loro energia all’unisono e non in ordine sparso come spesso avviene, con conseguente spreco. Anche qui utilizzando le parole di Borgatti sapete perchè un esercito in marcia, quando si trova davanti ad un ponte, viene fermato e fatto attraversare al passo? Perchè la forza e la potenza di una marcia all’unisono potrebbe creare problemi strutturali al ponte stesso, è chiaro adesso cosa significa focalizzare l’energia?

Alla prossima!!

Il mercato del lavoro ed il paragone con Sky e Mediaset Premium

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Logo SKYVenerdì scorso mi sono imbattuto in un articolo del Corriere della Sera (che trovate qui) in cui veniva citata una ricerca che ha recentemente fatto l’azienda multinazionale di software Bullhorn. In questa ricerca tra le altre cose veniva evidenziato, a mio parere in maniera paradossale, che le aziende preferiscono assumere una persona che ha magari dei precedenti penali (leggeri chiaramente) ma in piena attività nel mercato del lavoro, piuttosto che una persona con fedina penale intonsa, che si trova fuori dal mercato del lavoro da circa due anni.

Stiamo parlando di una domanda posta a ben 1.500 manager del mondo HR, non possiamo quindi dire di trovarci davanti ad un campione irrisorio; ebbene per 4 interpellati su 10 è molto difficile collocare persone che sono fuori dal mercato del lavoro da più di due anni, non solo, per il 36% degli stessi intervistati è difficile collocare anche chi è fuori dal mercato del lavoro da un solo anno. Ecco quindi il paradosso citato ad inizio post che, purchè lavorino, risulta più facile persino far assumere persone che hanno una fedina penale con qualche macchia rispetto a chi è fuori dal mondo del lavoro.

Naturalmente questa affermazione va presa come provocazione, non può certo essere un incitamento a deliquere ci mancherebbe altro, ci fa però tornare su quanto disse qualche settimana fa il Ministro Fornero in merito al fatto di non essere troppo “choosy” ma di cogliere ogni opportunità che ci si presenti davanti, pur di rimanere ancorati al mercato del lavoro.

Da consulente di outplacement sapete che più e più volte ho fatto presente che è meglio fare un passo indietro e tornare attivo, piuttosto che rimanere fermi sulle proprie posizioni e continuare a guardare il mondo del lavoro da fuori, con il tempo che inesorabilmente scorre e che, come evidenziato dalla ricerca, non può certo essere definito come amico.

In questo post però voglio aggiungere altro, parlando a quei lavoratori che oggi si trovano per malaugurata sorte sotto ammortizzatori sociali, alle organizzazioni sindacali che tutelano i diritti dei lavoratori e le imprese, alle imprese che sono alle prese con riorganizzazioni e tagli ed a tutti quei lavoratori che, pur essendo ancora in azienda, sanno perfettamente di essere coinvolti in progetti di ristrutturazione aziendale. I dati menzionati da questa ricerca parlano chiaro: le aziende da un lato devono ristrutturarsi causa crisi, ma dall’altro quando assumono, perchè lo ribadisco… ASSUMONO (il mercato del lavoro è sempre in movimento), lo fanno volgendo lo sguardo a persone che siano attive sul mercato del lavoro o che ne siano usciti da pochissimo tempo, basti pensare che nella ricerca di Bullhorn, esagerando a mio parere, il 4% degli intervistati afferma che una collocazione è comunque difficile indipendentemente da quanto si è fuori dal mercato del lavoro.

Ai lavoratori sotto ammortizzatori sociali, alle Organizzazioni Sidacali, Confindustria, alle imprese coinvolte in riorganizzazioni ed ai loro lavoratori dico chiedete e proponete lo strumento dell’outplacement, al di la della Riforma Fornero che ha messo le primissime basi per istituzionalizzare lo strumento. I dati della ricerca danno una ulteriore conferma, affrontare il mercato del lavoro da fuori e soprattutto da soli è sempre difficile, oggi lo è ancor di più; essere accompagnati nella ricerca di nuove opportunità è una occasione da non perdere per i lavoratori ed un atto di responsabilità sociale per le imprese, sindacati e confindustria.

Visto che parlo di ricerche, vi ricordo che una Unioncamere ha attivo un sistema informativo per l’occupazione e la formazione chiamato Excelsior che oggi è diventato la base di raccolta dati sul mercato del lavoro (lo trovate qui), non solo conferma la mia affermazione sulle assunzioni delle aziende (nel IV trimestre 2012 sono previste 218mila assunzioni) ma ricorda che in Italia, chiunque si metta alla ricerca di un posto di lavoro ha accesso solo al 15% di tutte le opportunità presenti mentre il restante 85% rimane nascosto perchè viaggia su canali alternativi quali il passaparola. E’ come se, parlando in termini televisivi, chi ha il digitale terrestre in chiaro vedesse il 15% del mercato del lavoro, e solo chi ha Mediaset Premium o SKY ha accesso al totale delle opportunità presenti. Chi si occupa di outplacement è come se fosse SKY o Mediaset Premium che da la possibilità ai suoi abbonati di vedere tutto; le società specializzate in ricollocamento professionale (questa la traduzione in italiano di outplacement) hanno accesso alla quasi totalità delle opportunità perchè hanno i contatti diretti con le aziende cosa che difficilmente una persona qualsiasi ha a meno che non abbia un network di conoscenze ampio e ben curato.

Usufruire di un percorso di ricollocamento diventa quindi una opportunità, proporlo significa dimostrare rispetto e responsabilità verso quelle persone che, per cause di forza maggiore come azienda, sarò costretto a licenziare.

Alla prossima!

Social Network: usare con cautela!

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Prendo spunto dall’interessante scambio di commenti al mio precedente post con Roberto Salvato, per andare a toccare le controindicazioni relative all’uso dei social network.

Sino ad oggi ho un po’ trascurato questo aspetto, privilegiando il lato personal branding; recenti sentenze dei tribunali del lavoro ci stanno dicendo che i social network sono si una fonte di promozione personale e di contatto immediato con la realtà, ma se usati in modo scorretto posso diventare un inevitabile boomerang capace di farci perdere il posto di lavoro.

Tornando allo scambio con Roberto Salvato di cui dicevo in apertura, la prima domanda che dobbiamo porci è:

perché siamo presenti sui social network?

Se la risposta a questa domanda è: per lavoro, si apre uno scenario che andrò a toccare in un secondo momento, se invece la risposta è: per puro divertimento, lo scenario che si apre è un altro che vale la pena di affrontare immediatamente.

Non ci vuole certo un genio per capire che se in orario di lavoro mi trovo su uno o più social network per divertirmi con gli amici virtuali, si è passivi di sanzione da parte del datore di lavoro, sanzione che nei casi più gravi può sfociare nel licenziamento. Eppure vi assicuro che succede, basta infatti andare su google e fare una ricerca per vedere che sono già diversi i casi di lavoratori colti nell’utilizzo dei social network per puro dileggio, durante l’orario di lavoro e che sono stati licenziati.

Vale la pena ricordare, riprendendo un articolo apparso su Diritto 24 del Sole 24 Ore redatto dall’Avv. Paola Tradati e dal Dott. Andrea Gaboardi dello Studio Toffoletto e Soci, che “i Social Network sono essenzialmente piazze virtuali, attraverso cui gli utenti possono condividere fotografie, pensieri e molto alto ancora. Sono, quindi, luoghi pubblici a cui tutti gli utenti registrati possono accedere: da ciò consegue che, in relazione ad essi, non può trovare applicazione la disciplina prevista dall’art. 4 Statuto dei Lavoratori, secondo cui – E’ vietato l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori – Infatti ciò che avviene nei Social Network è come se accadesse in un vero e proprio spazio pubblico e quindi non può essere soggetto alle limitazioni previste per i luoghi di lavoro”.

Questo ci fa capire che: non solo se siamo sui social network per divertimento in orario di lavoro possiamo tranquillamente essere controllati dal datore di lavoro stesso, ma ci dice anche che dobbiamo stare bene attenti a quello che scriviamo, bandite quindi lamentele di qualsiasi tipo nei confronti di azienda, colleghi o superiori con cui lavoriamo, specialmente se, in tempi non sospetti, abbiamo magari concesso l’amicizia (nel caso di Facebook), la connessione (altri Social Network) o siamo seguiti (Twitter) proprio a e da qualcuno dei soggetti sopra citati.

Se invece la risposta che avete dato alla fatidica domanda è per lavoro, lo scenario che si apre è ben diverso, almeno secondo l’opinione mia e di Roberto, vediamo perchè: per prima cosa se un dipendente usa i social network per parlare del lavoro che svolge abitualmente in azienda non fa altro che dare valore aggiunto all’azienda stessa, diventando una preziosa risorsa da non perdere; va da se che i contenuti devono esprimere competenza e professionalità.

Se poi il dipendente in questione, è così bravo da diventare una vera e propria “social star” beh, il discorso fatto diventa ancora più valido, perchè il connubio che si viene a creare tra nome del dipendente e nome dell’azienda non può far altro che incrementare la credibilità dell’azienda stessa e con esso il posizionamento sul mercato.

Qui si innesca un’ulteriore domanda: quante aziende oggi, sono in grado di percepire questi discorsi? Quante invece sono comunque portate a pensare che il dipendente perda tempo anzichè utilizzare i canonici mezzi promozionali messi a disposizione dall’azienda? Ed ancora… quante aziende penseranno che un eccessivo “personal branding” del proprio dipendente non rischi di tramutarsi in un boomerang che metta il dipendente in una posizione di forza rispetto all’azienda?

Non esistono risposte ufficiali e vere, neanche da un punto di vista legale, sempre su Diritto 24 un articolo di Francesco Rotondi partner fondatore di LabLaw, titolava Social Network: i grandi assenti della regolamentazione, proprio per dirci che la giurisprudenza da questo lato è quasi all’anno zero. Personalmente continuo a pensare che il Personal Branding è un fattore positivo sia per chi lo mette in atto sia per l’azienda di cui la persona è dipendente, vedremo come evolverà la giurisprudenza in materia, nel frattempo meglio usare cautela nell’utilizzo dei Social Network.

Alla prossima!

COSE DA EVITARE PER FARE CARRIERA E…. UNA RIFLESSIONE

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Questa volta voglio parlare di comportamenti ed atteggiamenti da evitare in azienda in modo da, non dico tanto fare carriera, quanto perlomeno mantenere il posto di lavoro ed evitare di essere additati come i prossimi candidati all’uscita.

Le aziende essendo composte da persone, tendono a comportarsi come tali quindi spesso dicono una cosa ma ne pensano un’altra per cui è bene cercare di interpretare nel miglior modo possibile le parole che escono da: titolari, dirigenti, capi ecc..

Qualche mese fa in parte ho già toccato questo argomento quando ho parlato di aziende che a parole vogliono persone propositive ma che nella pratica spesso, quando le trovano, tendono a soffocarle per non dire peggio. Stavolta voglio unire ulteriori “warnings” a quanto già trattato; capita a tutti ed in qualsiasi azienda di avere momenti di rabbia e di parlare male del proprio capo dell’azienda, può succedere ma evitate accuratamente di farla diventare una abitudine, ricordate che le macchinette del caffè “parlano” esattamente come quelle di “Camera Caffè”.

Avete molteplici riunioni, dovete presentare numeri, progetti, idee? Avete assicurato il vs. capo che per la data x tutto sarà in ordine pur sapendo che siete già in ritardo? Bene fate in modo che lo sia davvero tutto in ordine, dimostrare disorganizzazione, non avere il polso della situazione sulle proprie attività sono tutti segnali di inefficienza e di inaffidabilità, evitatelo.

Il tempo corre e ci porta continue innovazioni, pochi giorni fa parlavo con un amico e notavamo come forse negli ultimi 50 anni si siano condensate tantissime novità tecnologiche che hanno inesorabilmente cambiato il ns. modo di lavorare, sabato un articolo di Severgnini sul Corriere della Sera faceva notare come queste innovazioni hanno elevato, sicuramente in modo eccessivo, la ns. produttività portandoci a lavorare anche in ore impensabili. Non dobbiamo essere fagocitati dalla tecnologia ma dominarla, capita però che molti 50enni nei posti di lavoro siano rimasti ancorati ai vecchi metodi di lavoro oggi assolutamente anacronistici, rinunciando spesso a volersi aggiornare delegando i compiti ai colleghi più giovani… attenti a non delegare anche il vs. posto di lavoro.

Chiudo con una riflessione, non posso non toccare in questi warnings i social network; tante volte mi sono raccomandato su un uso corretto degli stessi in ottica di miglioramento del proprio “personal branding” (cercate nel blog) stavolta invece voglio farvi questa domanda: cosa succede se siete così tecnologici, così bravi nel gestire il vs. personal branding tanto da diventare delle potenziali star dei social media? Come pensate che la vs. azienda la possa prendere? Sarà per l’azienda un plus da sfruttare per migliorare o rinforzare il proprio posizionamento nel mercato o sarete visti come una potenziale minaccia da arginare e dei perditempo che preferiscono bighellonare sul web anzichè lavorare? Pensateci su….

Alla prossima!!!