Mese: gennaio 2013

Idee per l’agenda politica del futuro Governo in tema di occupazione.

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ElezioniTorno a parlare di politica dopo i diversi post che ho dedicato alla riforma del mercato del lavoro del Ministro Fornero; lo faccio perché le elezioni sono alle porte e dal dibattito politico che si sta sviluppando, mi sembra che tutti i candidati dei vari schieramenti si siano nuovamente messi a recitare la parte del “prometto”, sviscerando temi molto cari agli elettori ma che in pratica tutti sappiamo di difficile applicazione nel pratico.

Mi meraviglia lo stesso Monti che è stato chiamato insieme ad un pool di tecnici, a dover far fronte ad una situazione disastrosa dei conti pubblici anche in rispetto ai parametri imposti dalla comunità europea e che oggi, dopo averci devastato di tasse (e non credo che si sia divertito a farlo), sembrerebbe ripudiare le sue stesse decisioni adducendo scuse poco veritiere, legate solamente ad un opportunismo elettorale, molto ben conosciuto alle compagini di destra e sinistra che da anni ci raccontano frottole che puntualmente non riescono mai a mantenere una volta eletti.

Da semplice cittadino che si occupa di risorse umane voglio lanciare una personale idea di possibile agenda politica sui temi del lavoro che il futuro governo dovrebbe seguire per far si che ci si possa avviare ad una risalita dell’occupazione.

1) Al primo posto va messo sicuramente l’abbassamento del cuneo fiscale; un lavoratore non può costare al suo datore di lavoro il doppio se non di più di quello che percepisce. Questo punto dell’agenda politica ci sta costando moltissimo in termini di occupazionela produzione sta prendendo il volo a vantaggio di paesi dove il costo del lavoro è inferiore (su questo poi andrebbe aperta una ulteriore parentesi) con conseguente perdita di occupazione; mentre ai livelli più alti questo tipo di costi, specialmente nelle regioni a maggiore concentrazione di PMI, sta producendo una perdita delle competenze insostenibile. Sono moltissimi i dirigenti o i quadri che, dopo aver lavorato per anni in azienda, oggi si trovano espulsi dal mercato del lavoro perché sono diventati “costi” esorbitanti per le loro aziende, a cui non rimane altra viva che quella di riciclarsi come consulenti, rientrando spesso nelle stesse aziende da cui sono usciti, a costo inferiore e senza il peso di un contratto a tempo indeterminato.

2) Politiche attive del lavoro: in Italia l’uso degli ammortizzatori sociali passivi verso il mercato del lavoro è arrivato ad un livello mai visto prima, con un costo per imprese e Paese che non fa altro che peggiorare la situazione delle casse pubbliche. Con questo non dico che la cassa integrazione sia da abolire, credo però che ne vada fatto un uso giusto; sono strumenti creati per motivi ben specifici si cui ultimamente si fa un uso distorto ed insensato. Credo a che a questi strumenti passivi indispensabili perché di salvaguardia del posto di lavoro e/o di sostegno al reddito dei lavoratori in difficoltà, vadano affiancate politiche attive del lavoro che favoriscano il reinserimento dei lavoratori in esubero in determinate aziende verso quelle imprese che sono alla ricerca di personale. Perchè se è pur vero che l’occupazione è in calo, è altresì vero che ci sono settori produttivi in pieno sviluppo ed altri in cui le esportazioni sono aumentate notevolmente. Sul lato politiche attive sino ad oggi ci si è riempiti la bocca ma si è fatto ben poco sia a livello istituzionale che, occorre dirlo, sindacale.

3) Formazione Professionale: ho scritto due post recentemente sul tema della formazione, uno per mettere in evidenza gli sprechi e la malagestione dei fondi pubblici dedicati e l’altro per evidenziare una storia di buona formazione, fatta purtroppo con soldi privati che però ha dato i frutti sperati. Il nuovo Governo ha il dovere di mettere mano alla gestione dei fondi pubblici ed europei (attraverso l’FSE ovvero il Fondo Sociale Europeo) per far si che possano essere indirizzati verso percorsi formativi utili a sviluppare nuove competenze necessarie al mercato del lavoro; restare informati ed al passo con i tempi è una delle regole fondamentali per essere appetibili alle aziende o per intraprendere nuove strade professionali.

4) Futuro per i Giovani: contrariamente a quello che si dice per dare un futuro ai giovani è inutile continuare a sbattere la testa sui dati della disoccupazione giovanile che (tra l’altro chi legge questo blog lo sa bene) personalmente ritengo assolutamente inesatti; puntando il dito sulla precarietà o sulle difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro. Questi sono particolari di contorno di cui tenere conto certamente ma il focus va posto su altro, occorre agire e per agire il nuovo governo deve rendersi protagonista del rilancio del nostro Paese secondo quanto riportato al successivo punto 5.

5) Rendersi protagonisti del rilancio dell’Italia: con quest’ultimo punto voglio racchiudere tutte quelle politiche che possano permettere all’Italia di riprendere quel posto che le compete tra le elite industriali mondiali. Come? Rendendosi fautori di una riconversione generale del Paese verso nuove attività che consentano di recuperare competitività e occupazione. Una cosa è certa su molte produzioni di basso livello non possiamo più competere con altri paesi il cui costo della manodopera è nettamente inferiore al nostro, dobbiamo quindi spostarci su produzioni di nicchia, altamente tecnologiche o sui settori che da sempre ci distinguono nel mondo, produzioni tipiche del Made in Italy (moda, lusso, alimentari solo per dirne alcuni) e puntare sempre più sul turismo sia esso culturale che di puro e semplice svago. Far rientrare i tanti nostri cervelli oggi espatriati, che con il loro operato hanno reso grandi altri Paesi e con loro le aziende estere che li hanno accolti a braccia aperte.

Questi sono i miei personali cinque punti su cui vorrei veder lavorare il nuovo governo; oggi sento parlare invece di controriforme del mercato del lavoro che non serviranno a nulla. Il mercato del lavoro è stato riformato, certo qualche piccola correzione andrà fatta ma non è agendo nuovamente su età pensionistiche o sulla flessibilità o meno in entrata ed uscita dalle aziende che si rilancia l’occupazione ma avendo il coraggio di guardare avanti uscendo dal torpore che ci ha attanagliato in questi anni di crisi e che vedono il nostro Paese alle corde come un pugile suonato.

Alla prossima!

L’eterna diatriba “recruiter – candidato”

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colloquio selezioneL’argomento del post è uno di quelli diventato tormentone, riguarda l’eterna discussione tra chi si candida per posizioni lavorative aperte e chi, dall’altra parte, si trova a dover gestire la selezione ovvero i recruiter.

In particolare il focus del discorso va posto su un momento ben preciso dell’intero processo di selezione, quello iniziale in cui, a fronte d’innumerevoli candidature, sono ovviamente pochi coloro che iniziano il percorso vero e proprio di selezione attraverso il colloquio conoscitivo.

Qui si apre la discussione, che ormai riempie con costanza forum, gruppi di discussione sui social network e via dicendo; chi non rientra nei canoni della selezione deve o meno ricevere una comunicazione da parte del recruiter che il suo profilo non è allineato alla selezione?

I candidati ne fanno una questione di buone maniere e pretenderebbero, a ragione, sempre e comunque un segnale da parte di chi si occupa della selezione con incluse, magari, le motivazioni per cui la loro candidatura non è appropriata. Dall’altra parte ci sono i selezionatori che, anche loro giustamente, si giustificano per la mancata risposta asserendo semplicemente che a fronte di centinaia se non migliaia di cv ricevuti (in particolare in un periodo come quello che stiamo vivendo) è impensabile rispondere singolarmente ad ogni candidato.

Una discussione da cui temo, non usciremo mai; cerchiamo però di vedere le cose dall’esterno, se prendiamo la parte del recruiter ad esempio concorderemo senza difficoltà sul fatto che avere a che fare con centinaia di cv da analizzare durante tutto l’arco della giornata, rende praticamente impossibile rispondere a tutti, servirebbe un giorno di 48h. La cosa ulteriore da notare e che indispettisce i recruiter tanto da invogliarli ancora meno a rispondere, sta nel fatto che molto spesso le persone si candidano a ricerche anche quando i loro cv sono lontani anni luce dalle job analisys, pensando comunque di avere qualche chance, al contrario invece si crea una ulteriore ed ingiustificata perdita di tempo al recruiter.

Facciamo un esempio: se nell’annuncio viene riportato tra le altre cose, “la residenza del candidato deve essere nel raggio di x km dalla sede di lavoro” e/o “saranno valutate solo le candidature di persone provenineti dal settore” è completamente inutile inviare il cv se si abita altrove (anche se sappiamo bene che si può ovviare a questo ostacolo inventando un domincilio in loco) o se le esperienze lavorative, seppur simili, sono state fatte in altro settore rispetto a quello di interesse della ricerca. Capite bene che un recruiter che selezione centinaia di cv quando legge di una candidatura che non rispetta i parametri della ricerca non può far altro che scocciarsi; dirò di più è probabile che il candidato si sia bruciato anche per future ricerche perchè, paradossalmente, rimane più impresso (in negativo) rispetto a chi invece pur essendo in linea, non viene selezionato.

Il consiglio in questi casi è di inviare candidature spontanee, ovvero non rifarsi ad una specifica ricerca in cui sappiamo di non essere in linea ma di inviare il cv (preferibilmente non in formato europeo ormai in odio a buona parte dei selezionatori) accompagnato da una lettera di presentazione in cui si dimostra interesse per l’azienda e ci si candida per future possibili posizioni. Ecco in questo caso, sono dalla parte dei candidati, se si invia una autocandidatura (sono molto meno rispetto ai cv ricevuti per una ricerca) credo che il tempo per scrivere due righe di risposta lo si possa trovare da parte della funzione HR.

Prendo le parti dei candidati anche quando, questo accade sempre più spesso, si leggono job description che potrebbero essere assimilate a quelle di un dirigente con anni di esperienza e poi si richiede “età massima 35 anni”, per non parlare delle RAL (Retribuzione Annua Lorda) che sono praticamente quelle di un normale impiegato ad inizio carriera. Come voler andare sulla luna con la bicicletta. Da questo punto di vista credo che le aziende devono chiarirsi le idee: se si cerca una persona di esperienza la si deve retribuire per il suo valore, come del resto esperienza e gioventù non vanno certo a braccetto; queste ricerche hanno spesso il sapore della presa in giro ed in questo caso le recriminazioni dei candidati sono più che giustificate.

Che fare allora?? Sicuramente occorre fare un passo sia da una parte che dall’altra, cito un paragone fatto da una mia collega di Milano la Dott.ssa Carlotta Devruscian che ho trovato particolarmente calzante ed interessante; Carlotta mi ha detto: “il processo di selezione è un pò come un uomo che essendo interessato ad una donna, vuole invitarla a cena, per farlo l’uno deve rendersi interessante agli occhi dell’altra ma l’altra non deve tirare troppo la corda, aggiungo io.

Alla prossima!!

Formarsi per crescere e competere: una storia di buona formazione.

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Formarsi per crescere
Formarsi per crescere

All’inizio di dicembre dello scorso anno scrissi di come spesso e volentieri, i fondi pubblici, vengono sperperati in corsi di formazione inutili e privi di contenuti che a nulla servono se non ad arricchire gli enti che tale formazione erogano (vedi il post Formazione finanziata: opportunità o spreco di fondi pubblici).

Questo però non deve essere un atto d’accusa verso la formazione “tout court” che, al contrario, è assolutamente necessaria per migliorare le proprie competenze e/o spesso e volentieri per aprirsi nuove strade professionali, cosa questa particolarmente importante in un momento di crisi come quello che stiamo passando.

Per questo motivo oggi voglio raccontarvi una storia vera, accaduta in una famiglia uguale a tante altre del nostro Paese, una storia che narra di come una buona formazione, sia la base per ottenere successo e soddisfazioni nella vita di ognuno di noi.

C’era una volta… una normale famiglia italiana, lui dopo alcune esperienze lavorative, era finalmente approdato in un’azienda che si occupava di temi a lui molto cari. Si alzava ogni mattina con una gran voglia di fare ed alla sera rientrava a casa soddisfatto del suo operato, sentiva però che qualcosa mancava, sentiva che se avesse voluto veramente fare il salto doveva approfondire le sue conoscenze; leggeva e studiava libri per proprio conto, seguiva seminari ma questo tutto questo non gli era sufficiente.

Lei era un’insegnante di infanzia, i bimbi e la cura delle persone erano la sua passione da sempre per questo si era adoperata per poter coronare questo suo sogno. Purtroppo dopo diversi tentativi era riuscita solo a racimolare supplenze (poche) e lavori saltuari da babysitter con privati, tutti estremamente soddisfatti del suo operato, che però non gli garantiva entrate fisse. Non che a livello familiare ci fossero particolari problemi economici, grazie al lavoro di lui che garantiva un’entrata certa, ma questo lavorare a singhiozzo la rendeva insoddisfatta, nervosa e demoralizzata per non poter contribuire come desiderava all’economia familiare; inoltre poter godere di una indipendenza economica è una necessità che ognuno di noi sente.

Parlandosi capirono che era ora di fare qualcosa, lui aveva trovato un corso che gli avrebbe garantito il conseguimento di una specializzazione con un titolo riconosciuto, lei ne aveva scovato un altro che l’avrebbe portata a conseguire una ulteriore qualifica professionale che le avrebbe aperto le porte di nuove opportunità professionali nell’ambito della cura alla persona. Due anni or sono decisero che avrebbero investito parte dei loro risparmi per formarsi, certi che l’investimento si sarebbe ripagato nel medio lungo termine, anche se nel breve periodo avrebbe significato fare diversi sacrifici cercando di garantire il meglio possibile per la loro prole.

Fu così che i due dopo diversi mesi di corso e di studi serali e notturni, completarono entrambi il loro percorso formativo ottenendo i relativi riconoscimenti a pieni voti.

Oggi lui vede riconosciuta la sua ulteriore professionalità dall’azienda per cui lavora che con estremo piacere gli affida nuovi progetti da seguire in prima persona, lei dopo aver terminato il corso ed inviato il suo cv aggiornato alle aziende di possibile interesse, è stata assunta a tempo determinato; dopo aver passato sei mesi in questa condizione ad inizio del 2013 vede coronato il suo sogno che non era mai riuscita a realizzare, è stata assunta a tempo indeterminato.

Ribadisco quanto anticipato all’inizio, la storia è vera e dimostra che se si sceglie il tipo di formazione giusta, le scuole o società di formazione serie e preparate, i risultati si ottengono anche in un momento di crisi nera come quello attuale, con un tasso di disoccupazione che cresce ogni mese ed in cui la ripresa economica sembra essere ancora lontana.

Alla prossima!!

Sport Coaching anche per i giovani

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Il sottoscritto
Il sottoscritto

Come promesso eccomi nuovamente in pista dopo le festività natalizie ed il meritato riposo; inizio il 2013 rinnovando gli auguri di buon anno, tornando a parlare di un tema a me molto caro, il Coaching.

Nella mia attività di coach professionista ho il piacere di collaborare, per la stagione sportiva 2012/2013, con l’Aurora Basket di Jesi, società professionistica di basket che milita nel campionato italiano di Legadue.

In particolare, all’interno dello staff della prima squadra, porto avanti attività di coaching con persone dello staff e della dirigenza; durante un colloquio con il responsabile tecnico del settore giovanile, mi è stato chiesto se fosse possibile fare attività di coaching anche con le squadre dei ragazzi.

La risposta non poteva che essere positiva, anche in virtù del documento che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato, nella sua prima versione, nel lontano 1994 dal titolo “Life Skills education for children and adoloscents in Schools” in cui si mette in evidenza come sia importante insegnare ai ragazzi queste abilità e capacità cognitive, emotive e relazioni di base che l’OMS raccoglie in 10 competenze:

–          Consapevolezza di sé (Self-awareness)

–          Gestione delle emozioni (Coping with emotions)

–          Gestione dello stress (Coping with stress)

–          Empatia (Empathy)

–          Pensiero Creativo (Creative Thinking)

–          Pensiero Critico (Critical Thinking)

–          Prendere buone decisioni (Decision making)

–          Risolvere problemi (Problem solving)

–          Comunicazione efficace (Effective communication)

–          Relazioni efficaci (Interpersonal relationship skills)

Attraverso lo sviluppo di queste competenze i ragazzi possono affrontare le differenti situazioni e sfide che la vita ci prospetta giornalmente.

Rifacendomi dunque a quanto sopra ho redatto un progetto che ho chiamato “MEN-TEam” che gioca sul significato inglese delle parole “men” uomini e “team” squadra, che unite parzialmente compongono la parole mente perché se è pur vero che il talento conta, buona parte delle possibilità di successo di uno sportivo sono da ritrovare nella sua testa e nelle convinzioni che sviluppa su se stesso e sulle sue capacità.

Attraverso questo progetto, basato su sei sessioni ognuna delle quali affronta temi specifici che prenderà il via tra poche settimane, l’intenzione è quella oltre che sviluppare le competenze di cui sopra, anche di far vivere ai ragazzi una esperienza di team coaching che li aiuterà nello sport, in particolare nel loro sport: il basket ma anche nella vita, accompagnandoli nella crescita che li porterà ad essere uomini domani.

Alla prossima!!