Cambiare: un verbo che non vogliamo imparare.

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C'è sempre luce in fondo al tunnel
C’è sempre luce in fondo al tunnel

Cambiare, nel senso di rendere diverso qualcosa o qualcuno, nel senso di trasformarsi in qualcosa d’altro è un verbo che oggi più che mai è diventato di strettissima attualità. Vale in tantissimi ambiti: dalla vita politica del Paese, alla modalità di gestione delle aziende, dal modo di porsi nei confronti del lavoro, al idea di dare un senso diverso alla nostra esistenza.

Sentire parlare di cambiamento è facile, basta accendere la tv, sentire i dibattiti politici, partecipare ad incontri tra aziende o anche semplicemente sentire le persone per strada dire “non ce la faccio più ad andare avanti così, qualcosa deve cambiare”. Il problema è che più se ne parla e meno si attuano quei cambiamenti che invece sono diventati imprescindibili, almeno se vogliamo pensare di avere un futuro come Paese, come sistema industriale, come persone alla ricerca della autorealizzazione.

Partiamo dalla politica, di per sé il discorso sembrerebbe facile a dirsi, è indubbio che continuare sui binari in cui siamo stati per tutti questi anni non è cosa fattibile ne tantomeno pensabile. Il fallimento del sistema politico degli ultimi trenta anni è più che evidente, una classe politica che ha pensato più a se stessi che ad amministrare negli interessi dei cittadini la “res publica” ovvero la cosa pubblica, fino allo scoppio degli scandali della prima repubblica che poi sono stati perpetrati anche nella seconda e mi sembra che, nonostante la voglia di cambiamento espressa dai cittadini, anche la terza repubblica appena inaugurata nonostante i tanti proclami anche dei nuovi arrivati, sia ferma sulle medesime posizioni. Cambiare quindi a parole ma non nella pratica.

Dal punto di vista industriale, anche in questo caso urge cambiare; cambiare il modo di gestire le aziende ormai obsoleto che non da più i frutti cui si era abituati, cambiare da parte dei lavoratori il modo in cui affrontare la nuove sfide del lavoro: uscire dalla illusione del posto fisso, ampliare i confini, guardare oltre i confini del proprio paese, della propria regione ed in alcuni casi anche della propria nazione. Cambiare significa anche saper affrontare nel migliore dei modi il ricambio generazionale all’interno delle tante PMI italiane, originate dal genio di singoli imprenditori illuminati che però, in molti casi, sembrano non aver avuto la stessa illuminazione nel saper costruire ed educare le seconde generazioni. Cambiare realizzando che giocare da piccolo solista in un campionato ormai internazionale composto da squadroni, significa andare incontro a sconfitta sicura; meglio fare squadra con altri piccoli solisti, lasciando da parte l’orgoglio personale, mettendo in campo un bel gioco di squadra e l’orgoglio, quello si positivo, ed il saper fare di noi italiani.

Cambiare come singoli: se una situazione non ci va bene, se ci sentiamo intrappolati in una vita che non ci appartiene, se sentiamo la necessità di uscire da una routine che ci attanaglia, occorre mettere in campo la voglia di autorealizzazione perchè si è sempre in tempo per riprendere in mano la nostra vita e portarla verso quelle mete cui tanto ambiamo, i sogni si possono sempre realizzare basta avere la consapevolezza dei nostri mezzi e delle nostre potenzialità ed avere il coraggio di fare quel passo nel tunnel che seppur buio e irto di ostacoli, sappiamo che alla fine ci regala sempre la luce.

Ricordiamoci che alla base del cambiamento c’è sempre la volontà di agire, non si cambia a parole ma con i fatti.

Alla prossima!!

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