Mese: settembre 2013

SPORT COACHING: Miglioramento del gesto atletico.

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Il gesto atletico può essere perfezionato per imitazione?
Il gesto atletico può essere perfezionato per imitazione?

Come coach professionista e sportivo fino nel midollo, non potevo non occuparmi di Sport Coaching; da un paio d’anni collaboro con l’Aurora Basket Jesi società che milita nel campionato nazionale di Legadue Gold; in questo contesto ho avuto modo di sperimentare sul campo molte delle attività che sono state oggetto del mio percorso di studi.

In particolare oggi voglio toccare ed intrecciare due argomenti che messi in relazione tra loro posso essere molto utili al miglioramento del gesto atletico, sia che si tratti di un tiro a canestro, che di una schiacciata o un muro a pallavolo, piuttosto che un dribbling a calcio e via dicendo.

I due argomenti, che a mio parere sono strettamente correlati tra loro, sono il concetto di neuroni a specchio e quello di visualizzazione, tecnica che proviene dalla PNL.

Partiamo dal primo, all’inizio degli anni ’90 un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma capitanati dal Dott. Giacomo Rizzolati hanno scoperto, grazie ad alcuni esperimenti sui macachi, una speciale classe di neuroni, siti nelle regioni parietali frontali inferiori del cervello, che si attivavano sia durante l’esecuzione di un’azione, sia alla vista della medesima azione eseguita da un’altro soggetto. Per questa particolarità di riflettere le azioni viste come se ci si specchiasse venne assegnato il nome di “neuroni a specchio“.

Questi neuroni sono importanti sia per la comprensione delle azioni di altre persone, come vedremo poi essenziali in ambito sportivo per anticipare le mosse dell’avversario, sia per l’apprendimento attraverso l’imitazione, non solo, sono anche importanti per comprendere le emozioni e conseguentemente per entrare in empatia con le altre persone.

In questo caso prendo in considerazione solo i primi due aspetti in particolare, l’uso dei neuroni a specchio per il perfezionamento del gesto atletico; capite quindi come l’attivazione di questi neuroni risulti estremamente importante se si ha intenzione di imparare una tecnica particolare o meglio ancora se si vuole perfezionare un movimento che può portarci ad aumentare le possibilità di successo e anche a risolvere problemi di natura fisica (pensate ad un gesto inefficace, ripetuto per anni, attraverso un movimento sbagliato, è indubbio che porti anche ad un logorio delle fibre muscolari o delle articolazioni). Per un atleta che ha intenzione di migliorare è importante porre estrema attenzione sia all’osservazione del gesto spiegato dal proprio allenatore ma altresì osservare attentamente sia dal vivo ma anche attraverso filmanti, il medesimo gesto compiuto da chi già oggi si esprime alla perfezione.

Qui si innesta il secondo concetto, ovvero quello della visualizzazione, tecnica della PNL che consente attraverso la sua applcazione di perfezionare il gesto atletico. Una volta che, attraverso l’attivazione dei neuroni a specchio, abbiamo visto e rivisto la tecnica che ci interessa migliorare svolta alla perfezione e l’abbiamo immagazzinata, dobbiamo ripeterla nella nostra testa, più e più volte, sostituendo alla persona che abbiamo osservato noi stessi; tutto questo perchè, come dicevo qualche post fa, il nostro cervello non riesce a distinguere tra una azione vissuta realmente ed una immaginata fortemente. Ciò significa che più ripetiamo mentalmente il gesto perfetto più lo stesso si immagazzinerà nella nostra mente tanto che, nel metterlo in partica, i miglioramenti saranno sotto gli occhi di tutti.

Capite quindi come la combinazione delle due cose sia di grande aiuto agli atleti (e non solo chiaramente, sono tecniche applicabili anche nella vita di tutti i giorni) per apprendere e migliorare; tornando al concetto dei neuroni a specchio in ambito sportivo sono estremamente importanti anche per prevenire le mosse dell’avversario. Quando le squadre professionistiche (basket, calcio, volley, ecc..) fanno “video”, ovvero si riuniscono in riunione ad osservare le partite della squadra che andranno ad affrontare, non fanno altro che attivare i neuroni a specchio, vedere più volte le azioni ed i movimenti fatti dall’avversario porterà la squadra a reagire di conseguenza ed anticipare l’esito dell’azione quando se li troveranno davanti.

Alla prossima!!

“Riunione al secondo piano” … si, se solo potessi!

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Abbiamo le stesse opportunità?
Abbiamo le stesse opportunità?

L’argomento di oggi è uno di quelli scomodi, di quelli che facciamo finta di non vedere, vuoi perchè spesso non ci facciamo davvero caso, vuoi perchè farci caso significa prendere atto di una situazione di inciviltà che lascia basiti visto che siamo nel 21 secolo.

Lo scrivevo qualche giorno fa sul mio profilo di Facebook: “Collaborare con una persona che è impossibilitata a muoversi se non su di una carrozzina, mi ha aperto gli occhi e mi fa comprendere come in Italia siamo indietro anni luce sui diritti delle persone afflitte da handicap. Credo che un Paese che si ritene civile non possa prescindere dal fornire questi diritti. Purtroppo siamo presi ognuno dalla nostra quotidianità e fino a quando non ci troviamo nel vivo del problema, viaggiamo con un paraocchi che ci impedisce di accorgerci della realtà. Occorre sensibilizzare di più la società e da oggi ho tutta l’intenzione di farlo più spesso. Come rappresentante delle Istituzioni anche se di un piccolo comune chiedo pubblicamente scusa per la mia ignoranza in materia.

Dando seguito alle mie parole, eccomi qui a discutere del problema; fateci caso.. guardatevi attorno, affacciatevi alle finestre dei vostri uffici, delle vostre case e ditemi quante persone afflitte da handicap vedete in giro? Quanti dei vostri colleghi siedono su di una sedia a rotelle? Sono certo che la maggior parte delle risposte sarà “nessuno“, vi siete chiesti il perchè? Pensate davvero che non esistano persone afflitte da handicap?

Guardiamo ai nostri uffici, ai negozi nelle città, ai parcheggi pubblici, ai parcheggi a silos, ai ristoranti, ai bar… secondo voi una carrozzina può entrare nella maggior parte di questi edifici? Per non parlare dei posti riservati ai portatori di handicap regolarmente sfruttati da chi non ne ha bisogno o peggio ancora coloro che utilizzano la disabilità per truffare lo Stato.

Come dicevo su Facebook, io il paraocchi me lo sono tolto solo ora, grazie ad una persona che deve, suo malgrado, condividere l’esistenza con una sedia a rotelle e che ho avuto la fortuna di incontrare, con cui da qualche tempo collaboro in modo più stretto; come per magia la realtà si è palesata sotto i miei occhi: uffici non attrezzati per accogliere queste persone (da qui il titolo ironico al post), ristoranti inaccessibili e così via; questa mattina recandomi al lavoro mi sono voluto togliere lo sfizio di guardare ogni negozio che incrociavo per la strada verificando se fossero presenti scivoli per l’accesso, il 90% ne era sprovvisto, per non parlare dei negozi su più piani, solo i grandi centri commerciali hanno ascensori nei negozi del centro ci sono solo le scale mobili o le scale normali… risultato inaccessibili.

Non facciamo caso a queste cose se non quando ci sbattiamo il muso, per la maggior parte della società queste persone sono semplicemente dei fantasmi, non li vediamo per strada, non li vediamo nei ristoranti, non li vediamo nei negozi, non li vediamo negli uffici, per cui pensiamo che non esistano, invece esistono eccome, solo che il mondo non sa accoglierli, per cui rimangono rintanati nelle loro abitazioni, dipendendo loro malgrado da qualcuno, perdendo totalmente la libertà e la dignità.

Con questo non voglio erigermi a “santo” io per primo sino ad oggi ho vissuto nell’oblio, credo però che se ognuno di noi inizia ad aprire gli occhi ed aiuta altri a farlo, ci guadagneremo tutti e potremo finalmente definirci società civile.

Alla prossima!!

“Anche io sono su Linkedin!” Si ma… come?

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Il logo di Linkedin
Il logo di Linkedin

Torno dopo qualche tempo sull’argomento social network ed in particolare su Linkedin; lo faccio con un post semiserio di cui mi scuso in anticipo con chi non lo capirà; l’idea non è chiaramente quella di offendere nessuno ma di far riflettere gli interessati sul perchè essere presenti su questo social e su come vada utilizzato.

La cosa in effetti fa sorridere, se ci pensate non passa un giorno che non esca un post, un articolo, un servizio televisivo o un corso di formazione in cui si parli di networking ed in particolare dell’uso di Linkedin per fare networking. Eppure nonostante tutto succede ancora questo:

1) Quelli che…. “sono su Linkedin ma non do il contatto a nessuno”: tipologia che solitamente vede tra le sue fila manager “ricercati” o persone in posizioni di “presunto” spicco in aziende e/o nella società. Dico presunto perchè poi magari scopri che la realtà è ben diversa, pochi contatti perchè non è tanto lui/lei a non concederli ma perchè nessuno è interessato a chiederli.

La domanda sorge spontanea: ma cosa ci stai a fare su Linkedin? Non è una moda e non fa figo avere pochi contatti!

2) Quelli che…. “io do la connessione solo a quelli che conosco”: tipologia assai diffusa a vari livelli, che in preda ad un eccesso di privacy si fidano solo di quelli che già hanno visto “de visu”, evidentemente partecipano a così tanti eventi ed incontri da avere un network elevato.

Le domanda è: sai a cosa serve Linkedin? L’affermazione invece recita: questo non ha un c…. da fare se presenzia ad ogni incontro. Concorderete che in entrambi i casi non se ne esce bene…

3) Quelli che…. “se vuoi la mia connessione devi avere la mia mail”: tipologia rara ma neanche tanto, che pretende che tu faccia una caccia al tesoro per riuscire ad entrarci in contatto, con il risultato che se alla fine la trovi (perchè alla fina la trovi ve lo garantisco) magari neanche premiano il tuo sforzo immane.

La domanda è: ma chi ti credi di essere? E a seguire nuovamente: sai a cosa serve Linkedin?

Mi fermo qui anche se di “quelli che….” ne avrei ancora tanti, come quelli con i profili senza foto, quelli con i profili incompleti, ecc..; voglio concludere con alcuni semplicissimi e basilari consigli: Linkedin serve per fare networking, fare networking significa conoscere persone, per conoscere persone occorre essere disponibili al contatto, prima magari virtuale poi anche personale, vale anche il contrario ma concorderete con me che se le persone le conoscete già, averle come connessione su Linkedin è un qualcosa in più che non cambia e non modifica in meglio la relazione, vero invece il contrario.

Scrivete sempre due righe di presentazione quando chiedete un contatto non andate con il messaggio che Linkedin da di default (tranne che in un caso che vi svelo alla fine del post), ringraziate quando vi chiedono una connessione, completate il profilo e fate si che la linea a fianco al vostro profilo che indica l’efficacia dello stesso sia al massimo, siate comunque discreti quando contattate persone di vostro interesse.

Ci sarebbe ancora tanto ma basta dare un’occhiata sul web e troverete tanti piccoli utili suggerimenti, da parte mia vi rimando a questo qui (cliccate), l’importante è capire che Linkedin è uno strumento di lavoro e per questo va utilizzato.

Alla prossima!!

P.S: dimenticavo il piccolo suggerimento, non dovrei dirlo ma visto che ho avvisato da tempo i referenti di Linkedin Italia ed ancora non sono corsi ai ripari, posso dirlo anche a voi: come sapete via web da un normale pc se volete contattare una persona con cui non condividete nulla (gruppi, esperienze di lavoro, ecc..), dovete avere la sua email; se avete uno smartphone o un tablet, se tentate di contattare la stessa persona usando le app di Linkedin, potete farlo senza avere alcun riferimento, semplicemente cliccando su “connetti”. Buona connessione!!!

Motivazione in tempi di crisi

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La piramide di Maslow
La piramide di Maslow

Mercoledì scorso sono stato invitato da un gruppo di imprenditori marchigiani a parlare di motivazione in tempi di crisi; sono rimasto positivamente colpito dalla loro richiesta in quanto dimostra che esistono imprenditori che hanno capito che occorre cambiare, che il sistema motivazionale portato avanti sino ad oggi non è più attuale, se vogliamo invertire la tendenza occorre appunto rivederlo.

Prendo spunto da questo intervento per condividerne una parte con voi, perché in fin dei conti il sistema motivazionale va sicuramente cambiato da parte delle imprese ma va altresì cambiato anche in noi stessi se vogliamo riuscire a raggiungere i nostri obiettivi.

Partiamo da un presupposto, sino ad oggi le imprese hanno sempre basato i loro sistemi motivazionali sul metodo del “bastone e la carota“, un metodo che nel corso dei secoli è passato dall’essere prevalentemente spostato sul bastone fino ad arrivare ai giorni nostri dove, al contrario, è fermamente concentrato sulla carota. Per spiegare come si innesta questo metodo nella soddisfazione dei bisogni dei propri collaboratori, occorre fare un passo indietro e dare un’occhiata alla scala dei bisogni di Maslow (vedi foto).

Non sto qui a raccontare chi è Maslow (cliccate sul nome per maggiori info) sappiate solo che secondo la sua teoria ogni essere umano soddisfa i suoi bisogni partendo da quelli base ed una volta soddisfatti questi si sposta sul gradino successivo sino ad arrivare al vertice della piramide. In questo contesto si passa dal soddisfacimento dei bisogni fisiologici per poi salire a quelli di sicurezza ed arrivare al bisogno di appartenenza (ad un gruppo, ad una comunità..) ed arrivare al quarto gradino che io preferisco spacchettare in due gradini (come da scuola Whitmore), a quello inferiore metto il bisogno di ottenere la stima da parte degli altri a quello successivo metto il bisogno di autostima che, come vedremo, è ben diverso. In ultimo, la vetta della piramide è costituita dal bisogno di autorealizzazione.

Il problema sta nel fatto che il sistema classico del bastone e della carota si ferma al quarto gradino, ovvero le aziende motivano i propri dipendenti attraverso aumenti di livello, bonus, benefits e via dicendo che non fanno altro che soddisfare solo ed esclusivamente il bisogno di stima da parte degli altri; girare con una bella auto o farsi ammirare per la posizione raggiunta non fanno altro che aumentare il nostro prestigio nei confronti altrui, ma vi siete mai chiesti se poi le persone una volta raggiunti questi “premi” siano poi realmente motivati nel loro lavoro? Vi siete mai chiesti se le persone raggiunte determinate posizioni poi in realtà per paura di perderle si trasformino in leader autoritari capaci solo di affossare i collaboratori anzichè farli crescere, magari contro lo stesso bene dell’azienda? Credo di no!

Risulta evidente come il metodo del bastone e della carota sia palesemente superato, in particolar modo in un periodo come quello di oggi, in cui le “carote” scarseggiano (quanti di voi hanno avuto un aumento di stipendio da parte dell’azienda per cui lavorano da quando è iniziata la crisi?).

Le persone per dare il massimo devono poter salire al gradino superiore, devono soddisfare il bisogno di autostima ed ambire alla propria autorealizzazione. Come? Le persone per fornire performance elevate devono avere fiducia in se stesse, la fiducia in se stessi si alimenta con l’aumento del livello di autostima che a sua volta si alimenta attraverso la responsabilizzazione, quando una persona si responsabilizza? Quando ha la possibilità di SCEGLIERE!!

Quando ognuno di noi decide di “muoversi” per fare qualcosa (motivazione deriva dal latino motus che significa movimento) più o meno inconsciamente si domanda “perchè agisco?” le risposte a questa domanda sono solo di due tipi: “per gli altri” oppure “per me stesso“. Nel primo caso c’è totale assenza di motivazione perchè agisco per non incorrere in qualcosa di negativo, in poche parole DEVO agire e questo non produrrà certo top performance; al contrario se agisco per me stesso, ho una motivazione intrinseca per cui VOGLIO agire, la performance sarà sicuramente la migliore possibile.

Per cui come imprenditori, come manager o come genitori non dobbiamo mai porre in condizione i nostri collaboratori, i nostri figli di dover fare ma al contrario dobbiamo offrire loro sempre una scelta per coinvolgerli al massimo, ascoltare anche le loro proposte, l’autonomia di scelta responsabilizza la persona, la fa sentire capace di fare aumenta quindi il suo livello di autostima.

Guardate dentro le vostre aziende, è molto probabile che siate pieni di leader impegnati a salvaguardare il proprio prestigio, a dire sempre si (anche quando ci sarebbero soluzioni migliori) ma che sicuramente non offrono il massimo delle loro performance e che anzi, con molta probabilità, affossano altri collaboratori in grado di poter dare di più distruggendo la loro autostima…. è ora di cambiare!!

Alla prossima!!

Papa Francesco un coach inconsapevole

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Papa Francesco un coach professionista?
Papa Francesco un coach professionista?

Dopo le meritate ferie eccomi nuovamente operativo, come avevo promesso nell’ultimo post, Settembre segna la data della ripartenza dopo il meritato riposo, del rimettersi in moto dopo il tanto poltrire sullo sdraio del mare e le innumerevoli cene con gli amici davanti al fuoco del barbecue.

Ripartire è sempre positivo, l’uomo ha innumerevoli capacità e rimanere per troppo tempo in panciolle alla fine lo fa sentire a disagio e gli fa ritrovare la voglia di mettersi in gioco, di dimostrare di essere capace per aumentare la propria autostima e la considerazione da parte degli altri; per questo, almeno per quanto mi riguarda, ripartire dopo le ferie non è mai una cosa negativa, anzi al contrario diventa un momento estremamente stimolante in cui mi faccio ritrovare carico e pronto ad affrontare il nuovo che verrà con positività ed energia.

In questo primo post del dopo ferie voglio parlarvi di Papa Francesco, una figura senza dubbio innovativa che non può passare inosservata nè ai credenti nè a coloro che si definiscono atei. Non voglio però dare a questo post una connotazione cattolica o meno, voglio solo porre l’accento su un personaggio che stupisce per la semplicità e che, forse inconsapevolmente, incarna tutte le competenze del coach professionista.

Sono rimasto particolarmente colpito da una delle sue recenti uscite avute durante un incontro con i giovani avvenuto a San Pietro; in quella occasione Papa Francesco ha lanciato numerosi messaggi ai ragazzi presenti, messaggi che ho immediatamente associato al Coaching, vediamo di analizzarli uno ad uno.

Scommettere su un grande ideale e l’ideale di fare un mondo di bontà, bellezza e verità” un messaggio che ci dice come nella vita dobbiamo sempre dare un significo ed uno scopo alla nostra esistenza che ci permetta di autorealizzarci.

No ad alcool e droghe, questo voi potete farlo: voi avete il potere di farlo. Se voi non lo fate è per pigrizia” una chiara esortazione a credere in noi stessi, nelle nostre potenzialità, ad essere pienamente coscienti delle nostre scelte.

Quando un giovane mi dice: che brutti tempi questi, Padre non si può fare niente. Lo mando dallo psichiatra eh? Perché non è vero, non si capisce un giovane, un ragazzo, una ragazza che non vogliano fare una cosa grande. Poi faranno quello che possono, ma la scommessa è per cose grandi e belle” una bella esortazione nuovamente a credere nelle proprie capacità, nel fissarsi obiettivi e nel dare tutto se stessi per raggiungerli.

Concetti come autorealizzazione, credere in se stessi, potenzialità, fissare obiettivi sono tutti concetti centrali nel Coaching, Bergoglio li ha menzionati tutti in poche frasi, come non annoverarlo tra noi coach professionisti?

Buona ripresa a tutti e….. alla prossima!!!