Mese: ottobre 2014

Quanto conta il QI e quanto contano le emozioni per avere successo nella vita?

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Le emozioni contano eccome!!
Le emozioni contano eccome!!

Ognuno di noi sa bene cosa significa avere a che fare con le emozioni, spesso guidano l’istinto e ci fanno agire prima ancora che l’intelligenza razionale entri in funzione: a volte questo è un bene, pensate alla classica reazione che chiamiamo d’istinto che ci salva la vita, a volte è un male l’esplosione di rabbia che ci acceca, basta leggere i giornali per vedere le cronache piene di omicidi inspiegabili sino al giorno prima.

Tutto parte dal fatto che le emozioni fanno entrare in gioco la parte primordiale del nostro cervello, quello chiamato sistema limbico (in particolare nella amigdala), che scavalca a piè pari la mente razionale che risiede nella neocorteccia e che si è sviluppata solo con la comparsa dell’Homo Sapiens. Ecco perchè spesso agiamo d’istinto e magari ci pentiamo di quello che abbiamo fatto solo pochi istanti dopo averlo fatto; l’amigdala è una sorta di registratore delle emozioni per cui ogni volta che le riconosce fa scattare prontamente la risposta senza dare modo al cervello razionale di analizzare e prendere una decisione ponderata.

Evidente quindi che nella vita non possiamo prescindere dalla emozioni, eppure la psicologia per moltissimo tempo non ha mai voluto prendere in considerazione l’aspetto emozionale della nostra intelligenza, affermando che “l’intelligenza comportasse una elaborazione fredda e metodica dei fatti” (vedi Intelligenza Emotiva di Daniel Goleman a cui si ispira l’intero post), il che significa assimilare gli esseri umani a delle macchine, ma se c’è una cosa che ci differenzia da quest’ultime è proprio la capacità di provare emozioni. Solo nel 1990 l’intelligenza emotiva è stata presa in considerazione dagli psicologi, grazie a Salovey e Mayer due psicologici che scrissero il primo modello di intelligenza emotiva; con i tempi che corrono se ci pensate è come dire ieri.

Il modello prevedeva 5 punti chiave:

1) Conoscenza delle proprie emozioni: ovvero la capacità di riconoscere un sentimento nel momento in cui si presenta.

2) Controllo delle emozioni: la capacità di controllore le proprie emozioni.

3) Motivazione di se stessi: dominare le emozioni per raggiungere gli obiettivi prefissi.

4) Riconoscimento delle emozioni altrui: ovvero essere empatici, il sapersi mettere nei panni dell’altro.

5) Gestione delle relazioni: la capacità di gestire le emozioni altrui.

La cosa buffa è che ancora oggi sento parlare nelle selezioni del personale o nella valutazione delle potenzialità delle persone solo di QI (quoziente intellettivo) mentre si tralascia completamente l’intelligenza emotiva; ad oggi non esiste un test per misurare il punteggio della intelligenza emotiva ma da questa non si può prescindere per valutare a 360° una persona.

Sarà capitato a tutti voi a scuola, di avere in classe un ragazzo o una ragazza che era il top, sempre prima/o in tutte le materie (tranne magari educazione fisica e questo già doveva dirla lunga) e allo stesso tempo ragazzi o ragazze che si barcamenavano in tutto il percorso di studi; magari poi li avete persi di vista per un pò ed oggi che li avete incontrati da adulti scoprite che il/la primo/a della classe conduce una vita normale o magari è ancora inspiegabilmente precario/a al lavoro, magari è ancora single, mentre quello che si barcamenava oggi è invece una donna/uomo di successo.

Questo evidenzia che non basta solo il QI per riuscire nella vita, bisogna avere il giusto equilibrio tra intelligenza cognitiva ed intelligenza emotiva ed a parità di QI sono le abilità emozionali a fare la differenza; più ne siamo dotati più riusciremo a vivere una vita di benessere psicofisico e di successo.

Alla prossima!!

TFR in busta paga? Caro Renzi stavolta stai sbagliando.

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Matteo Renzi
Matteo Renzi

Nelle ultime settimane Matteo Renzi oltre ad incassare la fiducia al senato per l’approvazione del Jobs Act, ha parlato di una nuova possibile rivoluzione nella gestione del Trattamento di Fine Rapporto (TFR), comunemente conosciuto come la “liquidazione”.

Il presidente del consiglio ha dichiarato che il governo ha intenzione di approvare una norma che obblighi le imprese a versare i soldi del TFR direttamente in busta paga dei dipendenti; come esempio ha portato la busta paga di un lavoratore del valore di 1500 € che verrà così accresciuta di ben 55 € in più al mese.

Vista da fuori può sembrare l’ennesima idea brillante del giovane capo del governo che fino ad oggi è stato forse l’unico politico a voler effettivamente cambiare un’inerzia di anni che ci sta devastando, riducendo la spesa pubblica ed apportando modifiche strutturali anche da un punto di vista legislativo, che consentano all’Italia di vedere la luce in fondo al tunnel. Esaminando però la questione un po’ più da vicino si scopre che questa volta il buon Renzi sta prendendo un granchio ed anche bello grosso, che rischia di ritorcersi contro lui e la sua azione e politica, andiamo a vedere il perché:

1) È noto a tutti che il TFR è, per i lavoratori, un tesoretto accumulato in anni di lavoro, che consente agli stessi di garantirsi una vecchiaia migliore (nel caso sia ritirato prima di andare in pensione), di provvedere alle esigenze momentanee della famiglia (nel caso il lavoratore venga licenziato), di poter effettuare investimenti per la realizzazione dei sogni di una vita.

2) Questa norma riguarderà solo il settore privato, le PMI quelle per intenderci con meno di 50 lavoratori, che non sono obbligati a versare le quote di TFR dei dipendenti al Fondo Tesoreria dell’INPS, si autofinanziano con le quote di TFR accantonate.

3) Tornando dal lato lavoratori, il TFR gode di una tassazione agevolata (oscilla tra il 23% ed il 25%), inserito in busta paga perderebbe questa caratteristica e verrebbe tassato ad aliquota ordinaria.

Non occorre essere un genio per capire che questa eventuale norma non porterebbe benefici ad alcuno, se non alle casse dello Stato che vedrebbero aumentare gli introiti fiscali, infatti:

1) I soldi in più in busta paga sono soldi già di proprietà dei lavoratori, che vedrebbero depauperato il tesoretto finale per 55€ in più al mese; dando l’addio ad ogni possibile sostegno economico extra a fine lavoro (vedi sopra). Se l’idea di Renzi è quella di rilanciare i consumi siamo ben lontani dal traguardo, visto anche lo scarso risultato degli 80€, quelli si in più, in busta paga che non ha sortito alcun effetto.

2) Le imprese ed in particolare le PMI, stanno veramente lottando con ogni forza nel mare in tempesta della crisi, togliere improvvisamente anche questi fondi significa sancire il naufragio di tantissime altre aziende e con loro la perdita di altre migliaia di posti di lavoro.

3) Passare da una tassazione agevolata ad una comune significa unire oltre al danno anche la beffa.

Ora la domanda che sorge spontanea è: ma chi è quel genio che ha avuto questa brillante idea??? Caro Renzi, personalmente sono uno che crede nella sua buona fede e voglia di cambiamento, credo però sia arrivata l’ora di fare un’analisi delle persone che la circondano, bastava informarsi con qualche addetto ai lavori per evitarle di fare questo abominevole errore.

Alla prossima!!

Gli italiani preferiscono formarsi

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Un mio intervento in ISTAO ad Ancona
Un mio intervento in ISTAO ad Ancona

Conosciamo tutti la frase “nella vita non si smette mai di imparare” a volte la diciamo solo come modo di dire, altre volte ci crediamo sul serio, la ripetiamo ai nostri figli quando sbuffano se hanno da studiare. Recentemente il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo che evidenzia come questa frase sia in realtà una filosofia di vita, soprattutto per i lavoratori; infatti nell’articolo viene riportata una ricerca realizzata a livello mondiale, dalla agenzia per il lavoro Kelly Services, che evidenzia come la stragrande maggioranza dei lavoratori Italiani preferisca che l’azienda si occupi della loro formazione piuttosto di avere un aumento di stipendio.

Può sembrare assurdo e anacronistico visti anche i tempi, invece saggiamente proprio in questo momento diventa ancor più importante aumentare le proprie competenze, non stupisce quindi la maturità dei lavoratori Italiani che con l’84% nel sondaggio, contro una media del 57% tra i loro colleghi in giro per il mondo, evidenziano la loro preferenza per un corso di formazione anziché avere un aumento.

Questo è un messaggio chiaro e forte alle imprese che troppo spesso negli ultimi tempi hanno messo in secondo piano la formazione, ritenendola più che altro un costo da tagliare in periodi di vacche magre. Oggi esistono numerose possibilità di finanziamento per la formazione aziendale a partire dai fondi interprofessionali, ad esempio è notizia di pochi giorni fa, dell’uscita di un nuovo avviso da parte di Fondimpresa, l’avviso 4 2014 infatti mette sul piatto ben 36 milioni di euro per piani formativi che riguardino lo sviluppo delle imprese. Si potranno presentare piani formativi che riguardino:

– innovazione tecnologica di prodotto e di processo

– innovazione dell’organizzazione

– digitalizzazione dei processi aziendali

– commercio elettronico

– contratti di rete

– internazionalizzazione

 

insomma si può fare formazione a 360 gradi.

 

Altri fondi sono messi a disposizione anche dalle istituzioni, dal fondo sociale europeo, e via dicendo per cui non ci sono scuse per la imprese: occorre investire (a costo zero tra l’altro) nell’aumento delle competenze dei propri collaboratori, questo permetterà all’azienda di aumentare l’engagement dei propri collaboratori, la loro soddisfazione e la produttività dell’impresa.

Alla prossima!!