Coaching

Quando un gruppo diventa TEAM

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Essere un Team
Essere un Team

Torno a parlare di Coaching e lo faccio toccando un lato a me molto caro lo Sport Coaching; il weekend appena trascorso è stato foriero di soddisfazioni professionali, sono molto contento di poter collaborare con veri e propri TEAM.

Non sempre però si hanno queste fortune, nello sport come nel lavoro, non è detto che un gruppo di persone sia per forza di cose un team, al contrario spesso accade che: rivalità, leadership mal gestita, scarsa chiarezza o interessi personali possano mettere a rischio il raggiungimento dell’obiettivo del gruppo, anche se lo stesso è composto da singoli estremamente motivati e capaci.

Parlo di obiettivo perchè tutto parte sempre dalla definizione dell’obiettivo, chiunque abbia intenzione di costiure un team deve per prima cosa stabilire per quale motivo vuole assemblare la squadra e dove intende arrivare con la stessa. Questo significa in primis capire con quali elementi costituire il gruppo, quali individui possono essere funzionali al progetto che si ha in mente; in seconda battuta una volta composta la squadra serve per tracciare la rotta che la nave dovrà percorrere, ciò significa che “tutti” sanno esattamente “dove” andare e “come” arrivarci.

Sembrerà banale ma non potete capire quante volte nello sport come nel business si costituiscono gruppi con risorse inserite a caso senza dare un chiaro obiettivo da raggiungere, con risultato che non saranno mai un team affiatato e men che meno sarà raggiunto alcunchè.

Il secondo step è quello di stabilire i valori del team, i valori costituiscono il qui ed ora della squadra, contrariamente agli obiettivi che rappresentano il futuro a cui puntare; parlare di valori significa stabilire le modalità di comportamento è il “come” raggiungere gli obiettivi, naturalmente più sono esplicitati, più vengono interiorizzati dal team aumentando la motivazione nel raggiungere l’obiettivo.

Terzo passaggio importante riguarda le regole, non è pensabile unire delle persone per raggiungere uno scopo senza dar loro delle regole da rispettare per raggiungerlo. Come è facilmente intuibile le regole vanno di pari passo con i valori, stabiliti i secondi le prime sono una diretta conseguenza, attenzione però: mai darle per scontate, non funzionano, le persone non si sentono vincolate. Dall’altra parte non devono essere troppe, usando le parole di Mike Krzyzewski alias “Coach K” grandissimo coach di basket universitario allenatore della squadra dell’università di DUKE: “Poche regole, se ne metti troppe infili le persone in una scatola, questo crea problemi. La verità è che chi mette troppe regole evita di prendere decisioni. Non voglio essere un dittatore, voglio essere un leader e la leadership è continua, regolabile, flessibile e dinamica.

Se regole e valori sono definite con chiarezza il gruppo non farà fatica a trasformarsi in team ed condividere l’obiettivo; quando la condivisione dell’obiettivo è forte e si è lavorato a lungo su questo aspetto, emerge lo spirito di squadra ed i componenti anche i più individualisti saranno disposti a sacrificare il loro obiettivo personale in funzione di quello di squadra.

Alla prossima!!

Sviluppare la RESILIENZA

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Sviluppare la Resilienza
Sviluppare la Resilienza

Oggi voglio toccare il concetto di resilienza; un termine che ha molteplici significati: in ingegneria rappresenta la capacità di un materiale di resistere agli urti, in informatica indica la capacità di un sistema di adattarsi alle condizioni d’uso, in ambito personale indica la capacità di mantenere viva la propria automotivazione.

Mi riallaccio quindi al mio post in cui parlavo di motivazione, oggi questo concetto è oltremodo importante alla luce di una crisi economica che sembra infinita e a tutte le difficoltà connesse sia in ambito lavorativo che personale.

In questo stato di cose, diventa fondamentale sviluppare il più possibile la nostra resilienza, ma come possiamo farlo? Per prima cosa va detto che per mantenere alta la propria automotivazione occorre in primis sviluppare la nostra percezione di autoefficacia e parallelamente sviluppare il più possibile le nostre capacità volizionali che altro non sono le capacità di perseverare fino al raggiungimento dell’obiettivo prefisso.

L’autoefficacia è un ingrediente fondamentale della automotivazione, non va confusa con la autostima in quanto la prima rappresenta la mia convinzione di riuscita in contesti delimitati (nello sport, nel lavoro, ecc.) mentre la seconda è la percezione generale del mio valore come persona; ciò significa che posso avere un basso senso di autoefficacia rispetto alla possibilità di cucinare un determinato piatto senza però che questo intacchi il mio valore come persona.

L’autoefficacia si sviluppa attraverso esperienze di successo è in poche parole quella sensazione di “sentirsi capaci” di fare quella determinata cosa; la si sviluppa attraverso un circolo virtuoso che parte dall’impegno con cui affrontiamo le cose, l’impegno produce senso di competenza che a sua volta crea piacere e nuova motivazione a continuare a fare. Dobbiamo solo proteggerci dagli autosabotatori interni che non sono altro che processi cognitivi disfunzionali ovvero rischiano di contrastare fortemente il nostro senso di autoefficacia; sono rappresentati da credenze e convinzioni limitanti e da interpretazioni false della realtà: in ambito sportivo un esempio potrebbe essere: “il mio allenatore non mi ha fatto giocare perchè ritiene che non sia capace” quando in realtà nella testa dell’allenatore la spiegazione era dettata solo esclusivamente da scelte di natura tattica.

L’altro aspetto della resilienza è lo sviluppo delle capacità volizionali, trattandosi di forza di volontà, non sono semplici da allenare e sviluppare, possiamo però dire che queste capacità risiedono nelle aree prefrontali del cervello che sono quelle di più recente formazione del cervello umano e che sono tra le maggiori responsabili del funzionamento dell’attenzione, danno un grande contributo nel gestire le risposte emozionali e regolano i comportamente connessi all’autocontrollo. Come dicevo non è cosa semplice allenarle basti però sapere che ogni volta che facciamo uno sforzo di volontà, anche piccolo come resistere alla tentatazione di mangiare un cioccolatino, le aree prefrontali entrano in funzione. In un ambito sportivo ad esempio possiamo dire che nel momento in cui sentiamo di non farcela più occorre “spostare l’attenzione” da questi messaggi che il corpo ci invia al focus sul raggiungimento dell’obiettivo che significa concentrarci sul motivo per cui stiamo operando quello sforzo.

In conclusione, riprendendo il concetto con cui ho aperto il post, oggi è sempre più importante sviluppare la nostra personale resilienza, i tempi lo impongono, occorre tornare a ciò da cui i nostri nonni sono partiti dopo la guerra, loro si che erano resilienti, un concetto che abbiamo perso nel tempo abituati ai periodi di vacche grasse che si sono succeduti; oggi ringraziando iddio non siamo alla fine di una guerra ma per certi versi è come se ci fossimo, dobbiamo ripartire con grosso senso di responsabilità e sacrificio a ricostruire dalle macerie che la crisi ci ha lasciato e questo possiamo farlo solo trovando la motivazione dentro di noi perchè nessuno ci regalerà nulla.

Alla prossima!!

Manager allo specchio

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Che fare?
Che fare?

Nelle ultime settimane sono stato ospite di due incontri organizzati dalle due federazioni di riferimento in Italia per i manager, il primo è stato organizzato da Federmanager Ancona e Pesaro, la federazione che raccoglie i dirigenti e le alte professionalità del settore industriale, l’altro da ManagerItalia Ancona, la federazione dei dirigenti e alte professionalità delle imprese del terziario.

Questi incontri uniti alla mia professione di consulente di outplacement e di coach professionista, mi hanno portato a trattare un’argomento di estrema attualità: il disorientamento che sta attraversando la classe dirigente italiana.

La crisi economica globale ha stravolto il mercato del lavoro, quello che era vero sino a ieri oggi non lo è più. Il CAMBIAMENTO è avvenuto in modo repentino e sicuramente inaspettato cogliendo tutti di sorpresa; nel 7 rapporto della classe dirigente Delai riporta “..le nostre mappe mentali risultano ormai scadute e quindi risultato del tutto inadeguate se si vogliono interpretare i mutamenti in corso e se si vuole orientare la nostra futura crescita.”

In definitiva occorre CAMBIARE, l’ho fatto presente ormai tante volte anche in questo blog; lo tsunami della crisi è costato la perdita di molti posti di lavoro ed in questo senso, sapete bene come i manager siano i primi a pagare perché non coperti da alcun ammortizzatore sociale.

Crisi, Perdita dei posti di lavoro, Cambiamento… tutti insieme hanno creato un forte senso si smarrimento tra i manager, c’è una forte necessità di ritrovare la strada giusta da percorrere. In questo senso, sempre nel 7 rapporto della classe dirigente il Presidente di Fondirigenti Cuselli scrive con parole che io trovo illuminanti il seguente passaggio «La miopia è il tratto che descrive, in modo allarmante, l’approccio e i comportamenti di buona parte della nostra classe dirigente in quest’ennesimo anno di crisi; nelle azioni della nostre classi dirigenti la “responsabilità” è la grande assente, si preferisce il modello autoritario della deresponsabilizzazione senza rendersi conto che il potere senza responsabilità è segno distintivo della tirannide, non della democrazia.»

La classe dirigente deve ritrovare autorevolezza e non nascondersi ed autoreferenziarsi dietro l’autorità, un passaggio che può essere fatto solo attraverso una diretta assunzione di RESPONSABILITA’. Dicevamo quindi responsabilità, che va messa in atto in tutti i settori anche quando si deve affrontare il cambiamento che, come abbiamo visto, nel mercato del lavoro è stato repentino. Uscire quindi dal torpore, riprendersi dall’uno-due devastante della crisi, uscire dalle corde e reagire!! Come?

Occorre ricrearsi la propria impiegabilità (ne parlavo due settimane fa); il manager deve per prima cosa fermarsi un attimo e riflettere, porsi domande come: CHI SONO? Ovvero professionalmente dove sono arrivato? Qual è il mio background di competenze? Capire A CHE PUNTO SONO? Quindi chiedersi se le competenze attualmente acquisite possono essere sufficienti per far fronte alle nuove sfide professionali. Quali sono i miei sogni professionali ovvero DOVE VOGLIO ANDARE? Stabiliti gli obiettivi professionali, devo capire quale sia la strada migliore per raggiungerli, chiedersi quindi QUALE STRADA DEVO PERCORRERE? In ultimo capire COME SUPERARE GLI OSTACOLI che con molta probabilità si pareranno davanti. In questo contesto un coach professinista può essere una valida spalla al manager per aiutarlo a diradare le nebbie che gli si sono parate davanti in questi anni di crisi.

Con il Coaching infatti è possibile intraprendere un percorso di analisi dei propri obiettivi professionali e di sviluppo delle proprie potenzialità, individuando quello che fa maggiormente al caso del manager, stabilendo un piano d’azione, una sorta di road map, che consenta il raggiungimento del suddetto obiettivo; verificando di volta in volta il modo in cui affrontare gli ostacoli che si potrebbero parare davanti nel percorrere la strada.

Un percorso, quello fatto con un coach, che consentirà al manager di aumenatre la propria autoconsapevolezza e di conseguenza favorirà la responsabilizzazione dello stesso nel perseguimento degli obiettivi prefissi.

Alla prossima!!

SPORT COACHING: Miglioramento del gesto atletico.

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Il gesto atletico può essere perfezionato per imitazione?
Il gesto atletico può essere perfezionato per imitazione?

Come coach professionista e sportivo fino nel midollo, non potevo non occuparmi di Sport Coaching; da un paio d’anni collaboro con l’Aurora Basket Jesi società che milita nel campionato nazionale di Legadue Gold; in questo contesto ho avuto modo di sperimentare sul campo molte delle attività che sono state oggetto del mio percorso di studi.

In particolare oggi voglio toccare ed intrecciare due argomenti che messi in relazione tra loro posso essere molto utili al miglioramento del gesto atletico, sia che si tratti di un tiro a canestro, che di una schiacciata o un muro a pallavolo, piuttosto che un dribbling a calcio e via dicendo.

I due argomenti, che a mio parere sono strettamente correlati tra loro, sono il concetto di neuroni a specchio e quello di visualizzazione, tecnica che proviene dalla PNL.

Partiamo dal primo, all’inizio degli anni ’90 un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma capitanati dal Dott. Giacomo Rizzolati hanno scoperto, grazie ad alcuni esperimenti sui macachi, una speciale classe di neuroni, siti nelle regioni parietali frontali inferiori del cervello, che si attivavano sia durante l’esecuzione di un’azione, sia alla vista della medesima azione eseguita da un’altro soggetto. Per questa particolarità di riflettere le azioni viste come se ci si specchiasse venne assegnato il nome di “neuroni a specchio“.

Questi neuroni sono importanti sia per la comprensione delle azioni di altre persone, come vedremo poi essenziali in ambito sportivo per anticipare le mosse dell’avversario, sia per l’apprendimento attraverso l’imitazione, non solo, sono anche importanti per comprendere le emozioni e conseguentemente per entrare in empatia con le altre persone.

In questo caso prendo in considerazione solo i primi due aspetti in particolare, l’uso dei neuroni a specchio per il perfezionamento del gesto atletico; capite quindi come l’attivazione di questi neuroni risulti estremamente importante se si ha intenzione di imparare una tecnica particolare o meglio ancora se si vuole perfezionare un movimento che può portarci ad aumentare le possibilità di successo e anche a risolvere problemi di natura fisica (pensate ad un gesto inefficace, ripetuto per anni, attraverso un movimento sbagliato, è indubbio che porti anche ad un logorio delle fibre muscolari o delle articolazioni). Per un atleta che ha intenzione di migliorare è importante porre estrema attenzione sia all’osservazione del gesto spiegato dal proprio allenatore ma altresì osservare attentamente sia dal vivo ma anche attraverso filmanti, il medesimo gesto compiuto da chi già oggi si esprime alla perfezione.

Qui si innesta il secondo concetto, ovvero quello della visualizzazione, tecnica della PNL che consente attraverso la sua applcazione di perfezionare il gesto atletico. Una volta che, attraverso l’attivazione dei neuroni a specchio, abbiamo visto e rivisto la tecnica che ci interessa migliorare svolta alla perfezione e l’abbiamo immagazzinata, dobbiamo ripeterla nella nostra testa, più e più volte, sostituendo alla persona che abbiamo osservato noi stessi; tutto questo perchè, come dicevo qualche post fa, il nostro cervello non riesce a distinguere tra una azione vissuta realmente ed una immaginata fortemente. Ciò significa che più ripetiamo mentalmente il gesto perfetto più lo stesso si immagazzinerà nella nostra mente tanto che, nel metterlo in partica, i miglioramenti saranno sotto gli occhi di tutti.

Capite quindi come la combinazione delle due cose sia di grande aiuto agli atleti (e non solo chiaramente, sono tecniche applicabili anche nella vita di tutti i giorni) per apprendere e migliorare; tornando al concetto dei neuroni a specchio in ambito sportivo sono estremamente importanti anche per prevenire le mosse dell’avversario. Quando le squadre professionistiche (basket, calcio, volley, ecc..) fanno “video”, ovvero si riuniscono in riunione ad osservare le partite della squadra che andranno ad affrontare, non fanno altro che attivare i neuroni a specchio, vedere più volte le azioni ed i movimenti fatti dall’avversario porterà la squadra a reagire di conseguenza ed anticipare l’esito dell’azione quando se li troveranno davanti.

Alla prossima!!

Motivazione in tempi di crisi

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La piramide di Maslow
La piramide di Maslow

Mercoledì scorso sono stato invitato da un gruppo di imprenditori marchigiani a parlare di motivazione in tempi di crisi; sono rimasto positivamente colpito dalla loro richiesta in quanto dimostra che esistono imprenditori che hanno capito che occorre cambiare, che il sistema motivazionale portato avanti sino ad oggi non è più attuale, se vogliamo invertire la tendenza occorre appunto rivederlo.

Prendo spunto da questo intervento per condividerne una parte con voi, perché in fin dei conti il sistema motivazionale va sicuramente cambiato da parte delle imprese ma va altresì cambiato anche in noi stessi se vogliamo riuscire a raggiungere i nostri obiettivi.

Partiamo da un presupposto, sino ad oggi le imprese hanno sempre basato i loro sistemi motivazionali sul metodo del “bastone e la carota“, un metodo che nel corso dei secoli è passato dall’essere prevalentemente spostato sul bastone fino ad arrivare ai giorni nostri dove, al contrario, è fermamente concentrato sulla carota. Per spiegare come si innesta questo metodo nella soddisfazione dei bisogni dei propri collaboratori, occorre fare un passo indietro e dare un’occhiata alla scala dei bisogni di Maslow (vedi foto).

Non sto qui a raccontare chi è Maslow (cliccate sul nome per maggiori info) sappiate solo che secondo la sua teoria ogni essere umano soddisfa i suoi bisogni partendo da quelli base ed una volta soddisfatti questi si sposta sul gradino successivo sino ad arrivare al vertice della piramide. In questo contesto si passa dal soddisfacimento dei bisogni fisiologici per poi salire a quelli di sicurezza ed arrivare al bisogno di appartenenza (ad un gruppo, ad una comunità..) ed arrivare al quarto gradino che io preferisco spacchettare in due gradini (come da scuola Whitmore), a quello inferiore metto il bisogno di ottenere la stima da parte degli altri a quello successivo metto il bisogno di autostima che, come vedremo, è ben diverso. In ultimo, la vetta della piramide è costituita dal bisogno di autorealizzazione.

Il problema sta nel fatto che il sistema classico del bastone e della carota si ferma al quarto gradino, ovvero le aziende motivano i propri dipendenti attraverso aumenti di livello, bonus, benefits e via dicendo che non fanno altro che soddisfare solo ed esclusivamente il bisogno di stima da parte degli altri; girare con una bella auto o farsi ammirare per la posizione raggiunta non fanno altro che aumentare il nostro prestigio nei confronti altrui, ma vi siete mai chiesti se poi le persone una volta raggiunti questi “premi” siano poi realmente motivati nel loro lavoro? Vi siete mai chiesti se le persone raggiunte determinate posizioni poi in realtà per paura di perderle si trasformino in leader autoritari capaci solo di affossare i collaboratori anzichè farli crescere, magari contro lo stesso bene dell’azienda? Credo di no!

Risulta evidente come il metodo del bastone e della carota sia palesemente superato, in particolar modo in un periodo come quello di oggi, in cui le “carote” scarseggiano (quanti di voi hanno avuto un aumento di stipendio da parte dell’azienda per cui lavorano da quando è iniziata la crisi?).

Le persone per dare il massimo devono poter salire al gradino superiore, devono soddisfare il bisogno di autostima ed ambire alla propria autorealizzazione. Come? Le persone per fornire performance elevate devono avere fiducia in se stesse, la fiducia in se stessi si alimenta con l’aumento del livello di autostima che a sua volta si alimenta attraverso la responsabilizzazione, quando una persona si responsabilizza? Quando ha la possibilità di SCEGLIERE!!

Quando ognuno di noi decide di “muoversi” per fare qualcosa (motivazione deriva dal latino motus che significa movimento) più o meno inconsciamente si domanda “perchè agisco?” le risposte a questa domanda sono solo di due tipi: “per gli altri” oppure “per me stesso“. Nel primo caso c’è totale assenza di motivazione perchè agisco per non incorrere in qualcosa di negativo, in poche parole DEVO agire e questo non produrrà certo top performance; al contrario se agisco per me stesso, ho una motivazione intrinseca per cui VOGLIO agire, la performance sarà sicuramente la migliore possibile.

Per cui come imprenditori, come manager o come genitori non dobbiamo mai porre in condizione i nostri collaboratori, i nostri figli di dover fare ma al contrario dobbiamo offrire loro sempre una scelta per coinvolgerli al massimo, ascoltare anche le loro proposte, l’autonomia di scelta responsabilizza la persona, la fa sentire capace di fare aumenta quindi il suo livello di autostima.

Guardate dentro le vostre aziende, è molto probabile che siate pieni di leader impegnati a salvaguardare il proprio prestigio, a dire sempre si (anche quando ci sarebbero soluzioni migliori) ma che sicuramente non offrono il massimo delle loro performance e che anzi, con molta probabilità, affossano altri collaboratori in grado di poter dare di più distruggendo la loro autostima…. è ora di cambiare!!

Alla prossima!!

Papa Francesco un coach inconsapevole

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Papa Francesco un coach professionista?
Papa Francesco un coach professionista?

Dopo le meritate ferie eccomi nuovamente operativo, come avevo promesso nell’ultimo post, Settembre segna la data della ripartenza dopo il meritato riposo, del rimettersi in moto dopo il tanto poltrire sullo sdraio del mare e le innumerevoli cene con gli amici davanti al fuoco del barbecue.

Ripartire è sempre positivo, l’uomo ha innumerevoli capacità e rimanere per troppo tempo in panciolle alla fine lo fa sentire a disagio e gli fa ritrovare la voglia di mettersi in gioco, di dimostrare di essere capace per aumentare la propria autostima e la considerazione da parte degli altri; per questo, almeno per quanto mi riguarda, ripartire dopo le ferie non è mai una cosa negativa, anzi al contrario diventa un momento estremamente stimolante in cui mi faccio ritrovare carico e pronto ad affrontare il nuovo che verrà con positività ed energia.

In questo primo post del dopo ferie voglio parlarvi di Papa Francesco, una figura senza dubbio innovativa che non può passare inosservata nè ai credenti nè a coloro che si definiscono atei. Non voglio però dare a questo post una connotazione cattolica o meno, voglio solo porre l’accento su un personaggio che stupisce per la semplicità e che, forse inconsapevolmente, incarna tutte le competenze del coach professionista.

Sono rimasto particolarmente colpito da una delle sue recenti uscite avute durante un incontro con i giovani avvenuto a San Pietro; in quella occasione Papa Francesco ha lanciato numerosi messaggi ai ragazzi presenti, messaggi che ho immediatamente associato al Coaching, vediamo di analizzarli uno ad uno.

Scommettere su un grande ideale e l’ideale di fare un mondo di bontà, bellezza e verità” un messaggio che ci dice come nella vita dobbiamo sempre dare un significo ed uno scopo alla nostra esistenza che ci permetta di autorealizzarci.

No ad alcool e droghe, questo voi potete farlo: voi avete il potere di farlo. Se voi non lo fate è per pigrizia” una chiara esortazione a credere in noi stessi, nelle nostre potenzialità, ad essere pienamente coscienti delle nostre scelte.

Quando un giovane mi dice: che brutti tempi questi, Padre non si può fare niente. Lo mando dallo psichiatra eh? Perché non è vero, non si capisce un giovane, un ragazzo, una ragazza che non vogliano fare una cosa grande. Poi faranno quello che possono, ma la scommessa è per cose grandi e belle” una bella esortazione nuovamente a credere nelle proprie capacità, nel fissarsi obiettivi e nel dare tutto se stessi per raggiungerli.

Concetti come autorealizzazione, credere in se stessi, potenzialità, fissare obiettivi sono tutti concetti centrali nel Coaching, Bergoglio li ha menzionati tutti in poche frasi, come non annoverarlo tra noi coach professionisti?

Buona ripresa a tutti e….. alla prossima!!!

“E se????” … quella domanda che ci rende immobili

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e se...????
e se…????

Negli ultimi giorni ho avuto uno scambio di battute con una persona che si poneva questo interrogativo: “se, se, se e tutti i maledetti se che straziano l’animo dello sventurato che pensa e che dopo aver ben pensato si ritrova ancor più sventurato; è vero tuttavia che in questo modo impara a vivere. L’uomo che si proibisce di pensare non impara mai nulla” il discorso continuava con “…. è vero che rifugiarsi nei se non porta a nulla. Ma è nostra natura pensare a tante cose e chiedersi se avessi fatti in un modo o nell’altro, se avessi agito così. Penso sia capitato un pò a tutti è un modo per crescere anche quello. E’ impossibile non pensare..“.

Questo è lo spunto da cui voglio partire, a chi tra noi non è mai capitato di imbattersi nella fatidica domanda “E se????” e quante volte questa domanda ci ha fatto rimandare decisioni, perdere opportunità, continuare su una strada che non ci piace più, per paura di imboccarne una nuova?

Per non parlare della versione ex post del “se..”, quando ci poniamo domande del tipo “se avessi fatto..” oppure “se mi fossi comportato..” che a mio parere risultano essere parimenti deleterie a quelle della prima versione perchè premettono ad una esistenza di rimpianti.

I se del primo tipo sono chiaramente limitanti per non dire spesso totalmente immobilizzanti, questo non significa che non dobbiamo pensare o che, peggio, dobbiamo agire in totale incoscienza, tutt’altro, significa che dopo aver capito cosa veramente vogliamo dalla nostra vita privata o professionale che sia, redigiamo un piano d’azione che ci conduca al raggiungimento dei quella meta, tracciamo la rotta e partiamo!

Non restiamo bloccati sulle nostre posizioni, superiamo la paura di fare quel passo, decidiamo; noi Coach chiamiamo questo momento “l’uscita dalla zona di comfort” dove per zona di comfort intendiamo la zona che ben conosciamo e da cui fatichiamo a staccarci anche se in questa zona troviamo sofferenza o non ci sentiamo pienamente realizzati, perchè rivolgersi al nuovo fa pauraInvece è proprio nel decidere di fare quel passo che ci porterà a vincere le paure e le titubanze ed a cominciare a scrivere una nuova e più felice pagina della nostra vita.

Mi piace ricordare una frase tratta da uno scritto di Seneca intitolato “Lettere a Lucilio” in un passaggio dice: “Considera, quindi, speranza e timore e quando tutto sarà incerto, favorisci te stesso: credi ciò che preferisci. Anche se il timore avrà più argomenti, scegli la speranza e metti fine alla tua angoscia; rifletti che la maggior parte degli uomini si arrovella e si agita, benché non ci siano mali presenti né certezza di mali futuri.

I se del secondo tipo come dicevo, ci conducono dritti dritti ad una vita di rimpianti su ciò che sarebbe potuto essere e che non è stato, facendoci erroneamente credere che tutto sia perso, che non ci saranno nuove occasioni, che non avremo nuove possibilità per realizzarci.

Ecco un’altro passaggio dello scritto di Seneca circa il rimpianto “Se uno tenta di liberarsi di un amore, deve evitare ogni ricordo del corpo amato (l’amore è la passione che riarde con più facilità); allo stesso modo chi vuole eliminare il rimpianto di tutto quello per cui bruciava di desiderio, deve distogliere occhi e orecchie da ciò che ha abbandonato. Le passioni ritornano prontamente all’attacco. Dovunque si volgano, scorgeranno una ricompensa immediata al loro affaccendarsi.” questo per dire che è inutile arrovelarsi su ciò che è stato ponendoci innumerevoli interrogativi su cosa sarebbe accaduto se ci fossimo comportati in modo diverso, volgiamo lo sguardo altrove e concediamoci una nuova possibilità, dipende solo da noi.

Dobbiamo aumentare la consapevolezza nel senso di raccogliere e percepire con chiarezza i fatti e le informazioni rilevanti nella nostra vita, ricordiamoci che siamo in grado di controllare solo ciò di cui siamo consapevoli, tutto quello di cui non siamo consapevoli ci controlla.

L’altro aspetto fondamentale è la responsabilità , quando accettiamo realmente la responsabilità delle nostre azioni aumentiamo anche la nostra performance (sportiva, professionale, di vita).

NON LIMITIAMOCI AD ESISTERE.. VIVIAMO!!

Alla prossima!

RIMETTERSI IN GIOCO… SEMPRE!

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Un momento del mio intervento in ISTAO
Un momento del mio intervento in ISTAO

Venerdì 14 Giugno ho partecipato, in qualità di relatore con un mio intervento, alla reunion annuale dell’ALUMNI CLUB di ISTAO; l’incontro è avvenuto con la formula di tre interventi su tre temi diversi tenuti da tre professionisti; gli ex alunni ISTAO sono stati suddivisi in tre gruppi sulla base della anzianità lavorativa: i “rookies” (da 0 a 5 anni di esperienza), i “professional” (da 6 a 15 anni di esperienza) ed i “senior” (da 16 anni in poi).

Sono onorato ad essere stato interpellato per tenere uno dei tre interventi su un tema che conosco molto bene e che riguarda sia il mio ruolo di consulente di outplacement che di coach professionista, il titolo è esattamente quello di questo post ovvero “Rimettersi in gioco… sempre” come ricollocarsi nel mondo del lavoro? Come crearsi nuovi obiettivi e nuovi stimoli? Come sfruttare al meglio le proprie potenzialità sul posto di lavoro? A queste domande e molte altre gli alumni ISTAO hanno tentato di dare delle risposte riunendosi nei tre gruppi sopra riportati per nove minuti prima del mio intervento e per altri nove minuti dopo il mio intervento in modo da trovare ulteriori spunti alla riflessione.

I risultati che sono emersi sono estremamente interessanti, oltre che per i contenuti, per il modo diverso di vedere la tematica da parte dei gruppi; emerge ad esempio che i rookies che rappresentato le nuove leve, i giovani, sono molto più a loro agio con l’idea del cambiamento costante, con l’idea di doversi sempre e comunque rimettersi in gioco. Il cambio repentino nel mercato del lavoro, la crisi, il nuovo mondo che ne sta emergendo, la flessibilità sono tutti avvenimenti che hanno cambiato i giovani, li hanno resi più avvezzi all’idea di non dare più nulla per scontato, di doversi sudare ogni santo giorno la possibilità non solo di fare carriera ma anche di meritare il posto di lavoro.

I ragazzi sono convinti che si devono cogliere le occasioni di cambiamento come se fossero occasioni di crescita personale, un modo estremamente positivo di porsi nei confronti delle novità; ritengono assolutamente necessario tenere sempre alto il livello delle proprie competenze, per cui sono fermamente convinti che occorra formarsi costantemente.

I professional hanno un punto di vista leggermente diverso dai giovani, rappresentano un’altra generazione, che si trova a metà tra l’estrema flessibilità dei rookies e la difficile convivenza col cambiamento dei senior. Hanno una visione maggiormente pragmatica dell’idea di rimettersi in gioco, legata più che altro alla propria posizione lavorativa attuale; questo significa pensare all’idea di trovare certamente sempre nuove opportunità ma di farlo all’interno della propria azienda, oppure indirizzandosi verso quelle aziende che, ad esempio, sono maggiormente legate all’export che in questa fase storica risulta essere caratteristica fondamentale, in poche parole traspare chiara l’idea di cercare comunque il più possibile un posto di lavoro in grado di dare sicurezza e stabilità. Cambiamento quindi certamente, ma per ambire comunque al classico posto fisso.

In ultimo i senior, in questo caso siamo in presenza della generazione con maggiore longevità lavorativa, quella in cui veramente l’idea predominante è legata al posto fisso, all’azienda in cui è possibile iniziare e finire la propria carriera lavorativa; questa generazione non nega il cambiamento ma lo vive più a livello personale che non lavorativo. Spesso sono persone che si sono trovate a dover reinventare la propria vita a causa della fine di un matrimonio o per un vissuto personale che li ha portati a dover rimettere in discussione tutto quanto fatto sino ad ora. Cambiamento anche nelle abitudini personali, cambiamento nel fisico, tutte cose con cui non è sempre facile convivere; in questo contesto la crisi ha dato una ulteriore mazzata, alcuni di loro si sono trovati a dover minare anche le poche sicurezze che avevano perdendo il posto di lavoro, dovendo gioco forza rimettersi in discussione a 360 gradi con enormi difficoltà.

L’incontro ha fatto emergere l’esatto spaccato generazionale che stiamo vivendo, in buona parte mi aspettavo questo tipo di reazioni, sono invece rimasto piacevolmente colpito dai giovani, perché credo abbiamo tutte le carte in regola per emergere e rendersi parte attiva del cambiamento avviandosi verso la strada del successo. Essere consapevoli che il mondo è cambiato, rendersi attivi e vigili verso nuove sfide, avere sempre voglia di aggiornare le proprie competenze, non porsi alcun limite geografico, vederli nuovamente affamati (ricordate il discorso di Steve Jobs “stay hungry stay foolish”?), quella “fame” che i senior e buona parte dei professional forse hanno perso per aver vissuto in epoche di forte agio che li ha portati a sedersi su quanto raggiunto dando ormai per scontato cose che in realtà la vita ci ha dimostrato non lo sono affatto.

Credo che tutti noi dobbiamo imparare dai giovani, dobbiamo rimetterci in discussione, guardare alla flessibilità non come allo straordinario ma come l’ordinario, ricordarsi che le competenze sono il nostro patrimonio più importante che va continuamente alimentato e ricordarsi che ogni difficoltà può essere tramutata in un’opportunità.

Alla prossima!!

Genitore coach? Si…. ma che fatica.

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Genitori e figli
Genitori e figli

Da coach professionista e padre, come tutti i genitori del mondo, mi capita spesso di trovarmi in situazioni legate alla crescita di mio figlio, nella vita, nello sport, nella scuola in cui applico la metodologia del coaching, sarebbe un errore però pensare che sia semplice.

Le difficoltà sono plurime la prima è senza dubbio legata al fatto che per mio figlio sono comunque “papà” e quello che dice “papà” in primis non sempre collima con quello che pensa lui ma soprattutto riconosce in me una figura che può e deve per certi versi, esercitare una certa “autorità” nei suoi confronti.

Proprio sulla questione autorità i genitori commettono l’errore fondamentale; per diventare genitore coach occorre trasformare l’autorità in autorevolezza, nel primo caso c’è la pretesa di essere ascoltati, spesso adducendo come giustificazione la classica frase “lo devi fare perché lo dico io” mentre nel secondo caso sono i nostri comportamenti e le nostre azioni, prima ancora delle parole, a far si che i nostri figli ci riconoscano come punto di riferimento nella loro vita.

Questo errore di imporre autorità è l’errore che commettono non solo i genitori con i loro figli, ma anche gli allenatori con i loro giocatori, i professori con gli alunni, i manager con i collaboratori. Uno dei concetti chiave del coaching è l’assumersi la responsabilità da parte del coachee (figlio, giocatore, alunno o collaboratore che sia), per assumersi la responsabilità occorre avere una scelta; solo attraverso la scelta una persona può consapevolmente accettare di percorrere una strada e percorrerla fino in fondo con il massimo impegno e coinvolgimento.

Attraverso l’autorità noi non diamo una scelta ai nostri figli ma solo un obbligo a cui sottostare, il risultato è che nel migliore dei casi i nostri figli ci ascolteranno malvolentieri ottenendo magari anche dei buoni risultati nel breve, se per caso quello che abbiamo “ordinato” loro non da i risultati sperati i nostri figli saranno i primi ad addossarci la colpa dell’insuccesso. Perchè? Perchè non è stata data loro una alternativa e, conseguentemente, non si sono sentiti coinvolti fino in fondo tanto da non prendersi la responsabilità delle loro azioni.

Quello che un genitore deve fare è quello di aumentare la consapevolezza e l’autoconsapevolezza dei propri figli; consapevolezza altro elemento chiave nel coaching. Il dizionario Treccani definisce la consapevolezza come la conoscenza “che il soggetto ha di sé stesso e del mondo esterno con cui è in rapporto, della propria identità e del complesso delle proprie attività interiori”, può sembrare assurdo eppure il nostro livello normale di consapevolezza è relativamente basso, va quindi “allenato” e potenziato perché “sono in grado i controllare solamente ciò di cui sono consapevole, ciò di cui non sono consapevole mi controlla” come dice John Whitmore (uno dei padri del coaching di cui ho già parlato in questo blog).

Come genitori dobbiamo quindi cambiare completamente l’atteggiamento che spesso abbiamo nei confronti dei nostri figli, non è semplice lo so, specialmente quando il coinvolgimento emotivo è alto, non dobbiamo essere noi a fornire soluzioni preconfezionate ai nostri figli ma aiutarli attraverso la responsabilizzazione e la consapevolezza a far si che le soluzioni le raggiungano da soli. Questo non significa fregarsene, significa, come dicevo inizialmente, passare dall’autorità alla autorevolezza, significa far si che i nostri figli mettano veramente il 101% in tutto quello che fanno, migliorando in automatico la loro performance in tutti gli ambiti della vita.

Alla prossima!!

Cambiare: un verbo che non vogliamo imparare.

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C'è sempre luce in fondo al tunnel
C’è sempre luce in fondo al tunnel

Cambiare, nel senso di rendere diverso qualcosa o qualcuno, nel senso di trasformarsi in qualcosa d’altro è un verbo che oggi più che mai è diventato di strettissima attualità. Vale in tantissimi ambiti: dalla vita politica del Paese, alla modalità di gestione delle aziende, dal modo di porsi nei confronti del lavoro, al idea di dare un senso diverso alla nostra esistenza.

Sentire parlare di cambiamento è facile, basta accendere la tv, sentire i dibattiti politici, partecipare ad incontri tra aziende o anche semplicemente sentire le persone per strada dire “non ce la faccio più ad andare avanti così, qualcosa deve cambiare”. Il problema è che più se ne parla e meno si attuano quei cambiamenti che invece sono diventati imprescindibili, almeno se vogliamo pensare di avere un futuro come Paese, come sistema industriale, come persone alla ricerca della autorealizzazione.

Partiamo dalla politica, di per sé il discorso sembrerebbe facile a dirsi, è indubbio che continuare sui binari in cui siamo stati per tutti questi anni non è cosa fattibile ne tantomeno pensabile. Il fallimento del sistema politico degli ultimi trenta anni è più che evidente, una classe politica che ha pensato più a se stessi che ad amministrare negli interessi dei cittadini la “res publica” ovvero la cosa pubblica, fino allo scoppio degli scandali della prima repubblica che poi sono stati perpetrati anche nella seconda e mi sembra che, nonostante la voglia di cambiamento espressa dai cittadini, anche la terza repubblica appena inaugurata nonostante i tanti proclami anche dei nuovi arrivati, sia ferma sulle medesime posizioni. Cambiare quindi a parole ma non nella pratica.

Dal punto di vista industriale, anche in questo caso urge cambiare; cambiare il modo di gestire le aziende ormai obsoleto che non da più i frutti cui si era abituati, cambiare da parte dei lavoratori il modo in cui affrontare la nuove sfide del lavoro: uscire dalla illusione del posto fisso, ampliare i confini, guardare oltre i confini del proprio paese, della propria regione ed in alcuni casi anche della propria nazione. Cambiare significa anche saper affrontare nel migliore dei modi il ricambio generazionale all’interno delle tante PMI italiane, originate dal genio di singoli imprenditori illuminati che però, in molti casi, sembrano non aver avuto la stessa illuminazione nel saper costruire ed educare le seconde generazioni. Cambiare realizzando che giocare da piccolo solista in un campionato ormai internazionale composto da squadroni, significa andare incontro a sconfitta sicura; meglio fare squadra con altri piccoli solisti, lasciando da parte l’orgoglio personale, mettendo in campo un bel gioco di squadra e l’orgoglio, quello si positivo, ed il saper fare di noi italiani.

Cambiare come singoli: se una situazione non ci va bene, se ci sentiamo intrappolati in una vita che non ci appartiene, se sentiamo la necessità di uscire da una routine che ci attanaglia, occorre mettere in campo la voglia di autorealizzazione perchè si è sempre in tempo per riprendere in mano la nostra vita e portarla verso quelle mete cui tanto ambiamo, i sogni si possono sempre realizzare basta avere la consapevolezza dei nostri mezzi e delle nostre potenzialità ed avere il coraggio di fare quel passo nel tunnel che seppur buio e irto di ostacoli, sappiamo che alla fine ci regala sempre la luce.

Ricordiamoci che alla base del cambiamento c’è sempre la volontà di agire, non si cambia a parole ma con i fatti.

Alla prossima!!