Coaching

Che capo sei?

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Sir John Whitmore
Sir John Whitmore

Ogni “capo” ha un suo stile di leadership, ognuno ha un suo modo di interfacciarsi con i propri collaboratori e ritiene che il suo sia il migliore possibile; in realtà tutti questi stili possono essere raccolti in quattro macro tipologie:

– Il Capo “tiranno

– Il Capo “seduttore

– Il Capo “democratico

– Il Capo “figlio dei fiori

Vediamoli uno ad uno

Il Capo TIRANNO

E’ il capo classico, quello che viene incarnato dalla stragrande maggioranza dei leader e degli imprenditori; non ci sono possibilità di contraddittorio si fa quello che dice lui e basta. E’ un pò lo stile con cui siamo cresciuti, i genitori che ci hanno sempre detto cosa dovevamo fare, gli insegnanti che dicevano cosa era giusto e cosa sbagliato, il periodo del militare (per chi come me lo ha fatto) in cui si eseguivano gli ordini e stop. Ecco questo del militare è l’esempio migliore, in questo stile di leadership infatti il capo comanda letteralmente e chi è sotto deve ubbidire senza se e senza ma. Chi applica questo stile ha l’errata convinzione di avere tutto sotto controllo, si perchè quando c’è il capo tutti sono a testa bassa e dicono si, salvo poi, una volta girate le spalle, fare l’esatto contrario, sentirsi pieni di risentimento ed al massimo fornire prestazioni scadenti. Il motivo è semplice lo staff si demotiva se si sente sempre e solo dire cosa deve fare, anche se ha idee alternative magari valide, evita accuratamente di metterle sul piatto perchè tanto sa che non sarebbe ascoltato.

Giudizio personale: lo stile di leadership peggiore in assoluto.

Il Capo SEDUTTORE

Il tipo di capo che è un derivato del primo, infatti è leggermente più subdolo, finge di essere democratico e di ascoltare salvo poi presentare la sua idea e con modi affabili tenta di convincere tutti che è la migliore possibile. Chiaramente chi è parte dello staff se ne guarda bene dal contraddirlo ben sapendo che in realtà, dietro quella finta disponibilità, in realtà si nasconde un capo tiranno. Di conseguenza alla fine, rispetto al punto uno cambia ben poco, lo staff esegue comunque quello che è stato deciso dal capo e non apporta alcuna idea.

Giudizio personale: uno stile di leadership veramente viscido.

Il Capo DEMOCRATICO

Il tipo di capo che tutti vorremmo, disponibile alla discussione ed alla valutazione di idee altrui, che vaglia attentamente verificando tutte le possibili implicazioni, sempre pronto a rimettersi in discussione nel caso subentrino nuove idee. I contro di questo stile sono i tempi, si rischia di avere tempi biblici nelle decisioni con il timore di sfociare nella indecisione totale.

Giudizio personale: lo stile migliore possibile tra i quattro.

Il Capo FIGLIO DEI FIORI

Il tipo di capo che sembra democratico ma in realtà tende a declinare la propria responsabilità lasciando massimo spazio ai collaboratori inconsapevole che comunque alla fine la responsabilità degli scarsi risultati ricadrà su di lui; parte con buone intenzioni ma così facendo lascia un vuoto decisionale e di coordinamento che disorienta i dipendenti, che si muovono in ordine sparso spesso pestandosi i piedi l’un l’altro. Inoltre il dipendente si sente obbligato a doversi prendere responsabilità senza avere la possibilità di scegliere di farlo, il risultato è che non sarà mai motivato al 100%.

Giudizio personale: anarchia totale.

Alla fine vi domanderete, ma allora non esiste uno stile di leadership da seguire? In realtà, come ci dice il buon John Whitmore uno dei padri fondatori del Coaching, c’è una quinta via ed è quella del LEADER COACH, che attraverso l’uso del coaching e le domande consente al dipendente di prendere coscienza di ciò che va fatto e delle azioni da fare per portalo a termine, coinvolgimento massimo quindi. Dall’altra parte ricevendo risposte alle sue domande il capo è sempre a conoscenza della situazione, non solo, acquisisce anche il modo con cui le cose saranno portate avanti e le idee che ci sono alla base.

La conseguenza è avere dipendenti realmente coinvolti e motivati perché protagonisti al 100% nel processo decisionale e di responsabilizzazione, una responsabilità che non viene imposta dall’alto ma acquisita autonomamente dal dipendente.

Alla prossima!!

I HAVE A DREAM…. RAGAZZI VINCENTI!!

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La formazione Under19 della Aurora Basket Jesi appena qualificata per le fasi nazionali.
La formazione Under19 della Aurora Basket Jesi appena qualificata per le fasi nazionali.

Questa volta voglio parlarvi dei giovani, la gioventù di oggi spesso viene bistrattata e definita molle e bambocciona, priva di valori e poco disposta al sacrificio.

Devo ammettere che spesso mi imbatto in questo tipo di figure ed a malincuore mi ritrovo a dover dare ragione a quelle definizioni date spesso da personaggi anch’essi quantomeno discutibili . Generalizzare però è una brutta cosa ed attraverso il mio modo di vedere il bicchiere mezzo pieno anziché mezzo vuoto, cerco di individuare le cause di questa situazione e senza tanta difficoltà ammetto che la colpa non è loro ma nostra, ovvero della mia generazione, che evidentemente non è stata capace di trasmettere fino in fondo quei valori che genitori e nonni ci hanno tramandato.

Loro, i ragazzi, sono persone come noi e come noi imparano da quello che sono le loro esperienze di vita; se da un lato la società offre loro molte più opportunità rispetto ai miei tempi, è indubbio che dall’altro queste opportunità maggiori sono controbilanciate da difficoltà superiori: famiglie spesso divise, la necessità di crescere in fretta ed un sistema educativo non proprio esemplare, uniti a momenti di forte incertezza come quelli che stiamo attraversando; sono un macigno sopra le spalle dei giovani che risulta difficile da trasportare.

In questo contesto, un ruolo primario educativo e formativo lo ricopre lo sport, lo sport sano chiaramente, quello dei risultati raggiunti col sudore sulla fronte, non quello delle vittorie a tutti costi imbottiti di doping; lo sport degli esempi e delle bandiere, non quello del miglior offerente, lo sport sincero fatto con il cervello e soprattutto con il cuore, non quello falsato delle scommesse.

Voglio raccontarvi la storia di un gruppo di ragazzi, giocatori di basket tra i 18 ed i 19 anni, nel pieno della loro maturazione. Ragazzi che come i loro coetanei, studiano e si divertono con i loro amici, che vivono i loro amori, ma che si allenano e sputano sangue sul parquet inseguendo un sogno, rispettando le regole, se stessi, i loro allenatori, imponendosi rinunce per il raggiungimento di un obiettivo comune.

Sono ragazzi che si sono messi in gioco, che non accettano la mediocrità, hanno deciso di accettare la sfida che il mondo gli ha messo davanti ed uniti come un vero gruppo, si sono assunti la responsabilità di crescere e di non rimandare quelle scelte che già oggi possono e sono in grado di prendere.

Ognuno di loro è importante nel progetto, a partire dal leader sino all’ultimo; quello che conta non è il minutaggio giocato, quello che conta è lavorare per farsi trovare pronti quando arriva il momento, anche fosse un solo minuto, anche fosse solo sostenere i compagni dalla panchina, nello sport come nella vita.

Questi ragazzi fanno del rispetto verso il prossimo la loro filosofia di vita e come tali meritano il mio massimo rispetto come quello dei loro allenatori, che con i loro insegnamenti li sostengono non solo sul campo ma anche nella vita.

Sono fortunato, perché una parte del cammino la stiamo facendo insieme, i risultati sportivi contano, certo, ma da un punto di vista umano questi ragazzi hanno già vinto.

Alla prossima!!

P.S.: sono i ragazzi dell’Under19 dell’Aurora Basket Jesi.

RU COACHING – Allenarsi al successo

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Logo RU Coaching
Logo RU Coaching

Stavolta parlo un po’ di me, da quando ho avviato il blog ho cercato di affrontare nel modo migliore possibile argomenti inerenti le risorse umane, anzi che dico, il “meraviglioso mondo delle risorse umane”; non so se ci sono riuscito ma da quelli che sono i followers del blog e dai feedback che ricevo privatamente la strada intrapresa sembra essere quella giusta.

Mi occupo di outplacement per la società numero uno in Italia per questo tipo di servizio e sono onorato che abbiano scelto me a rappresentarli in diverse regioni dell’Italia centro-meridionale; per fare questa professione occorre passione, passione per i temi che si affrontano ma soprattutto passione per le persone.

Chi si occupa di risorse umane non può prescindere dall’essere attratto dalla mente umana, dalle emozioni, dallo sviluppo delle persone che incrocerà nel suo percorso professionale; le stesse ed identiche passioni che guidano un coach professionista nella sua carriera; naturale quindi che in questi anni mi diplomassi come coach. Ho sempre detto che in un percorso di outplacement le persone vanno, soprattutto nella prima fase, sostenute a ritrovare se stessi ed elaborare il lutto della perdita del posto di lavoro, attività che possono essere fatte ancora meglio se si conosce il metodo del coaching.

Ma l’attività di coach può essere sviluppata anche in ambito sportivo quando ci si affianca allo staff di una squadra e si lavora sia sui singoli giocatori che sull’intero team, la stessa cosa vale negli sport singoli dove il supporto del coach mentale in alcuni casi è fondamentale. E’ il caso della collaborazione che ho in atto per questa stagione sportiva con l’Aurora Basket di Jesi, società professionistica che milita nel campionato di Legadue, in cui sono nello staff della prima squadra per occuparmi degli allenatori e della dirigenza, oltre ad essere coinvolto in un progetto di team coaching con i ragazzi della under 19.

Non finisce qui, il terzo ambito di applicazione del metodo del coaching è la vita di tutti i giorni, capita ad ognuno di noi di arrivare ad un certo punto della nostra esistenza e di sentirsi insoddisfatti, con tanta voglia di cambiare e di dare una svolta in positivo alla nostra vita ma senza avere la sufficiente forza per farlo, perché uscire dalla “zona di comfort”, ovvero da un ambito ben conosciuto seppur non soddisfacente, non è facile. In questi momenti un coach che si affianca a noi può sicuramente essere quel supporto necessario a far si che le cosi cambino veramente, proiettandoci verso la nostra autorealizzazione.

Per tutti questi motivi, dopo aver pensato e ripensato, ho deciso che era il momento di agire perché come dice Goethe:

qualunque cosa sogni, cominciala. L’audacia ha del genio, del potere, della magia.

una frase che campeggia nel mio ufficio ed a cui faccio riferimento ogni qual volta sento nascere qualcosa in me.

Agire dunque, ecco quindi che ha preso corpo RU COACHING, perché non potevo mancare dal fare riferimento a questo blog che ha dato il “la” a tante cose belle dal lato professionale; una nuova avventura che si affianca e completa la mia professione di consulente di outplacement per INTOO.

La nave è in partenza…. salite a brodo.

Alla prossima!!

“..cogli la rosa quando è il momento, che il tempo lo sai vola..”

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Dal titolo del post immagino che qualcuno si sarà chiesto “ecco, ce ne siamo giocati un’altro” e invece no, niente di tutto questo, il titolo è semplicemente un pezzetto della bellissima poesia di Quinto Orazio Flacco citata nel film “L’attimo fuggente” (a proposito guardate il video), poesia che avrete sentito centinaia di volte ma che, forse, non avete mai ascoltato veramente; per tale motivo voglio riportarla ancora una volta:

O vergine cogli l’attimo che fugge.

Cogli la rosa quando è il momento,

che il tempo, lo sai, vola,

e lo stesso fiore che sboccia oggi,

domani appassirà.

In poche frasi è racchiuso un messaggio che ci affascina ma che troppo spesso tendiamo a non ascoltare, tendiamo a mettere da una parte.. a dire “si bellissimo ma poi… nella pratica, facile a dirsi”. Certo, la vita di oggi ci assilla con mille problemi, il lavoro, la quotidianità, lo stress.. siamo presi dell’ordinario ma tralasciamo tutto quello che è straordinario.

Tralasciamo cioè, tutto quello che di bello ci potrebbe capitare se solo trovassimo il tempo per fermarci un attimo ad analizzare la nostra vita sotto tutti gli aspetti e capire se quella che stiamo vivendo è ciò che abbiamo sempre sognato o se, invece, occorre dare una riassettata alla nostra esistenza per riportarla nella direzione giusta.

Sento già le obiezioni che solleverete, so bene che la resistenza al cambiamento ci tieni fermi, immobili, così come l’influenza delle convinzioni limitanti che ci siamo costruiti giorno per giorno; uscire da quella che in gergo chiamiamo la “zona di comfort” fa paura, perchè rimanere in quella zona che ben conosciamo, ci piaccia o no, ci da in fondo sicurezza.

Cambiare significa, spesso e volentieri, andare incontro ad un terreno sconosciuto ed è qui che si innestano le parole di Orazio “cogli la rosa quando è il momento, che il tempo lo sai vola e lo stesso fiore che sboccia oggi domani appassirà”, se non troverete il coraggio di cambiare, di prendere in mano la vostra vita e di aiutarvi a rendervi felici, nessuno potrà farlo per voi, il tempo passerà e voi appassirete, esattamente come la rosa di Orazio.

Qui subentra un secondo aspetto da tenere conto, spesso riusciamo a fare il primo passo, ovvero riusciamo a capire che occorre cambiare (nel lavoro, nella vita, ecc.) che dobbiamo dare una svolta, ci manca però l’energia necessaria per fare quel passso fuori dalle nostre consuetudini. In questo contesto il Coaching è sicuramente un supporto per chi vuole realmente cambiare ma teme di non farcela da solo; il Coach affianca la persona e la supporta nella strada verso il cambiamento, lo assiste nel momento in cui dovrà autodeterminarsi gli obiettivi, a mettere a punto il piano di azione, lo aiuta ad agire su quelle convinzioni limitanti creando un nuovo punti di vista da cui vedere la propria vita; insomma lo supporta dal presente percepito sino al raggiungimento del futuro desiderato.

Come Coach professionista, alle persone che sentono il bisogno di cambiare, faccio fare una breve autovalutazione della situazione attuale rispondendo alle domande e compilando il modulo che trovate cliccando nel link a fianco ( RUOTA DELLA VITA Zuccaro ) si chiama Ruota della Vita molti Coach la usano con varianti più o meno diverse; se fatta con sincerità ed onestà vi darà una fotografia reale di quello che è la vostra vita oggi, indicandovi quali sono le aree dove agire con priorità. Una volta che avrete chiaro il quadro…. agitecarpe diem….  e se avete bisogno di aiuto, sono qua.

Alla prossima!!

Sport Coaching anche per i giovani

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Il sottoscritto
Il sottoscritto

Come promesso eccomi nuovamente in pista dopo le festività natalizie ed il meritato riposo; inizio il 2013 rinnovando gli auguri di buon anno, tornando a parlare di un tema a me molto caro, il Coaching.

Nella mia attività di coach professionista ho il piacere di collaborare, per la stagione sportiva 2012/2013, con l’Aurora Basket di Jesi, società professionistica di basket che milita nel campionato italiano di Legadue.

In particolare, all’interno dello staff della prima squadra, porto avanti attività di coaching con persone dello staff e della dirigenza; durante un colloquio con il responsabile tecnico del settore giovanile, mi è stato chiesto se fosse possibile fare attività di coaching anche con le squadre dei ragazzi.

La risposta non poteva che essere positiva, anche in virtù del documento che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato, nella sua prima versione, nel lontano 1994 dal titolo “Life Skills education for children and adoloscents in Schools” in cui si mette in evidenza come sia importante insegnare ai ragazzi queste abilità e capacità cognitive, emotive e relazioni di base che l’OMS raccoglie in 10 competenze:

–          Consapevolezza di sé (Self-awareness)

–          Gestione delle emozioni (Coping with emotions)

–          Gestione dello stress (Coping with stress)

–          Empatia (Empathy)

–          Pensiero Creativo (Creative Thinking)

–          Pensiero Critico (Critical Thinking)

–          Prendere buone decisioni (Decision making)

–          Risolvere problemi (Problem solving)

–          Comunicazione efficace (Effective communication)

–          Relazioni efficaci (Interpersonal relationship skills)

Attraverso lo sviluppo di queste competenze i ragazzi possono affrontare le differenti situazioni e sfide che la vita ci prospetta giornalmente.

Rifacendomi dunque a quanto sopra ho redatto un progetto che ho chiamato “MEN-TEam” che gioca sul significato inglese delle parole “men” uomini e “team” squadra, che unite parzialmente compongono la parole mente perché se è pur vero che il talento conta, buona parte delle possibilità di successo di uno sportivo sono da ritrovare nella sua testa e nelle convinzioni che sviluppa su se stesso e sulle sue capacità.

Attraverso questo progetto, basato su sei sessioni ognuna delle quali affronta temi specifici che prenderà il via tra poche settimane, l’intenzione è quella oltre che sviluppare le competenze di cui sopra, anche di far vivere ai ragazzi una esperienza di team coaching che li aiuterà nello sport, in particolare nel loro sport: il basket ma anche nella vita, accompagnandoli nella crescita che li porterà ad essere uomini domani.

Alla prossima!!

Sciamanger: una nuova via alla gestione di noi stessi.

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Borgatti in ISTAOVenerdì scorso ho partecipato ad un incontro in ISTAO (Istituto Adriano Olivetti di Ancona) in cui si è discusso di una nuova via alla leadership personale attraverso l’energia che ognuno di noi emette; questi i precetti di Massimo Borgatti che ho avuto il piacere di conoscere ed ascoltare e da cui, devo dire, ho appreso concetti decisamente interessanti che mi piacerebbe tentare di condividere.

Il concetto da cui Massimo Borgatti parte è che l’uomo è un’entità energetica, ovvero produce ed accumula energia che poi fluisce e si consuma in modo più o meno ottimale, su quattro livelli.

Considerando una struttura a piramide in cui, partendo dalla base, ogni livello superiore è una diretta conseguenza del livello precedente; scopriamo che il primo livello energetico dell’uomo è dato dalle sue credenze. Sono le credenze che provengono dai nostri primi anni di vita, quelle che i genitori passano ai loro figli (fai questo e non fare quello, questo è giusto l’altro è sbagliato, quello è sicuro questo è pericoloso, ecc..) tutto ciò che Borgatti chiama Primo FOCUS, ovvero tutto quanto ci viene insegnato nei primi anni di vita e che non ci è dato scegliere. Una volta maturati ed usciti da questa fase è come se ci fosse stato cucito addosso un abito su misura, abito a cui andiamo ad apportare piccole modifiche costanti, ogni volta che viviamo nuove esperienze e che frequentiamo nuovi gruppi (siano esse organizzazioni, amici, lavoro, ecc..), ma che difficilmente cambieremo totalmente.

Risulta abbastanza facile capire come le credenze influiscano direttamente sul secondo gradino della piramide composto dai nostri Pensieri. Il Primo Focus ci aiuta nella vita di tutti i giorni, diciamo pure che ce la semplifica, costituendo quello che per noi sono delle vere e proprie certezze, pensate cosa succederebbe se non avessimo questa visione definita del mondo, probabilmente ci ritroveremo come casi clinici fermi nell’immobilismo più totale non sapendo che pesci pigliare. Il problema sorge nel momento in cui accade qualcosa che fa vacillare alcune delle nostre credenze, in quel momento iniziamo ad avere dubbi, ci blocchiamo, cerchiamo di valutare se ciò che ci sta accadendo sia un abbaglio o se invece, ci debba portare ad un cambio di direzione, a rivedere alcune delle nostre convinzioni; in questi momenti si erge una vocina in noi (il cosiddetto Dialogo Interiore) che cerca di riportarci all’interno delle nostre credenze. Borgatti definisce il dialogo interiore come il “tutore e garante del nostro Primo Focus”, il problema è che spesso questo dialogo crea una dissipazione di energia e genera emozioni chiamate parassite.

Saliamo quindi al terzo gradino della piramide costituito appunto dalle Emozioni, che devono essere positive per sfruttare al 100% il nostro potenziale energetico ma che, nel caso delle emozioni parassite, risultano invece essere negative e bloccano l’agire sprecando inutilmente energia.

Il vertice della piramide è composto, per ovvi motivi, dai Comportamenti che sono una diretta conseguenza di tutto quanto ho elencato sino ad ora. Capite bene come per cambiare una nostra abitudine o convinzione, dobbiamo andare ad agire in profondità, toccando tutti i livelli della piramide partendo dalle credenze; per farlo l’energia che produciamo deve essere libera di scorrere, di fluire, se rimane imbrigliata o si dissipa in emozioni parassite non otteremo alcun risultato, come definisce Borgatti, anche nel suo libro Sciamanger“l’energia libera e la capacità di lasciarla fluire determinano il nostro Potere Personale”, potere che non ha nulla a che vedere con il potere su altre persone.

Aggiungo una notazione personale, il processo descritto da Borgatti, a mio parere, si integra perfettamente con l’idea del Coaching, come sapete ho sempre definito il Coaching come un metodo di sviluppo personale basato sul corretto uso delle proprie potenzialità, se paragoniamo le potenzialità all’energia definita da Borgatti ecco che sviluppando e liberando le proprie potenzialità (quindi energia) senza alcun ostacolo mentale (emozioni parassite) la persona modifica i propri comportamenti in senso positivo e funzionali alla sua vita per il raggiungimento degli obiettivi prefissi.

Naturalmente la stessa struttura a piramide può essere applicata alle organizzazioni, ai team, ai gruppi; pensate che forza si ritroverebbe una azienda se solamente tutte le persone che la compongono focalizzassero la loro energia all’unisono e non in ordine sparso come spesso avviene, con conseguente spreco. Anche qui utilizzando le parole di Borgatti sapete perchè un esercito in marcia, quando si trova davanti ad un ponte, viene fermato e fatto attraversare al passo? Perchè la forza e la potenza di una marcia all’unisono potrebbe creare problemi strutturali al ponte stesso, è chiaro adesso cosa significa focalizzare l’energia?

Alla prossima!!

La gestione dello stress nello sport

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Come anticipato nel precedente post, in virtù del mio ruolo di Mental Coach presso l’Aurora Basket di Jesi squadra professionistica che milita nel campionato di LegaDue, anche questa settimana voglio occuparmi di gestione dello stress, in particolare di gestione dello stress in ambito sportivo.

Michael Phelps, il nuotatore statunitense passato alla storia nelle ultime olimpiadi di Londra come l’atleta più medagliato nella storia delle olimpiadi, nel momento del ritiro ha rilasciato, tra le altre, questa dichiarazione: “se voglio svegliarmi tardi lo farò, se c’è un posto dove voglio andare ci andrò. Voglio vivere”, una dichiarazione forte che ci fa capire come gli atleti, in particolare i professionisti, vivano lo sport con grande intensità, sempre sul filo della massima sopportazione fisica e mentale.

Questo rincorrere sempre il limite, unito a pressioni di natura psicologica come: sponsor esigenti, le aspettative dei tifosi, i contratti che prevedono il raggiungimento di determinati risultati, le pressioni economiche e via dicendo, portano l’atleta ad un accumulo di stress che se non gestito può sfociare nel migliore dei casi in un burnout mentale con conseguenze fisiche che poi vedremo, nei casi peggiori può persino sfociare nell’uso di sostanze dopanti, certi che con il loro aiuto si riuscirà a raggiungere (o tornare) i massimi livelli; il recente caso del nostro Alex Schwazer va letto proprio in questo senso.

Il carico totale di stress per un atleta è dato dalla somma dello stress relativo allo stile di vita, lo stress emozionale, lo stress da allenamento e lo stress relativo alla gara. Questi livelli devono essere ben bilanciati onde evitare il burnout di cui dicevo sopra; ad esempio partendo al presupposto che il livello di stress emozionale sarà difficilmente controllabile (la scomparsa di un conoscente, la fine di una storia d’amore ecc.), si dovrà agire sugli altri livelli per modularli al meglio ed evitare che si superi il livello di massima sopportazione. Quindi lo stile di vita dovrà essere il più possibile misurato, l’allenamento dovrà essere progressivo ed i livelli di carico aumentati gradualmente e lo stress per la gara dovrà essere gestito al meglio perché se è vero che una certa tensione è sicuramente positiva, se diventa eccessiva può portare ad una pessima prestazione dell’atleta.

Insomma risulta evidente che la gestione dello stress nella vita di ognuno di noi, ma ancor di più nella vita di un atleta che fa del suo corpo l’oggetto primario di fonte di guadagno, risulta fondamentale.

In questo contesto sempre più atleti e società sportive stanno facendo ricorso all’uso del Mental Coach proprio perché si è sempre più consci che affiancare un percorso Coaching al training può essere fondamentale per canalizzare le energie dell’atleta verso il raggiungimento degli obiettivi, cosa questa che contemporaneamente porta alla gestione dei livelli di stress sopra elencati.

Il Coach infatti non solo agisce con l’atleta da un punto di vista sportivo, accompagnandolo nella strada che porta al raggiungimento degli obiettivi di carriera autodeterminati, ma diventa automaticamente compagno di viaggio anche nella vita extrasportiva. Infatti ben sapendo che una relazione di coaching si basa sulla creazione di una relazione facilitante, una volta che questa è instaurata l’atleta tenderà ad aprirsi totalmente al coach facendo emergere anche tutte quelle problematiche personali che più o meno inconsapevolmente, possono inficiare la prestazione sportiva.

In conclusione voglio ricordare che il corpo, sia che siamo o non siamo atleti, ci manda dei chiari segnali per farci capire che abbiamo superato il carico massimo di stress; diminuzione dell’appetito, svogliatezza, difficoltà nel dormire ed un certa facilità ad ammalarsi, sono segnali inequivocabili che siamo oltre il livello di guardia e che occorre fare qualcosa per riequilibrare i livelli di stress sopra descritti per riportarli entro il massimo carico. Uno stile di vita sano, unito ad una moderata ma regolare  attività fisica ed un percorso di Coaching posso senza dubbio essere la formula che porta non solo alla gestione dello stress ma anche alla autorealizzazione personale.

Alla prossima!!

IL METODO DEL COACHING NELLO SPORT

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Con l’approssimarsi delle ferie ed in piena stagione estiva, voglio dedicare uno degli ultimi post pre ferie (anche R.U. e dintorni andrà in vacanza per tre settimane ad Agosto) al metodo del coaching applicato allo sport. Amo lo sport e la mia militanza agonistica in squadre di basket, unitamente al karate e al pugilato stanno a testimoniare che conosco bene che tipo di sensazioni si innescano all’interno di un agonista, quando si prepara per raggiungere determinati risultati sportivi; l’essere un coach professionista mi permette di aiutare squadre ed atleti a far si che gli obiettivi prefissi vengano raggiunti.

Timothy Gallwey, uno dei padri del coaching ed in particolare del metodo del coaching applicato allo sport, nel suo famosissimo testo “The inner game of tennis” dice: “L’avversario che si nasconde nella nostra mente è molto più forte di quello che troviamo dall’altra parte della rete“; la funzione e l’importanza del coach nello sport è tutta racchiusa in questa frase.

La frase di Gallwey è ulteriormente testimoniata da una recente intervista rilasciata ad un giornalista sportivo da Federica Pellegrini la nostra campionessa del nuoto in procinto di partire per le olimpiadi; ne estraggo un passaggio estremamente interessante:

Domanda
E ora parliamo di Londra. Tutti indicano Melissa Franklin come la tua principale avversaria nei 200 stile libero. Tu che atlete vedi in finale?”

Risposta
Ce ne sono diverse molto brave e competitive. Amo comunque focalizzarmi sull’obiettivo e pensare solo a domare la mia più temibile avversaria: Federica.

Con questa affermazione la Pellegrini esprime esattamente il concetto di Gallwey, ovvero l’avversario più temibile per qualsiasi atleta è proprio il suo stato mentale; noi italiani lo soffriamo particolarmente: il nostro essere sanguigni, particolarmente emotivi, ci espone molto di più al rischio “flop”, rispetto ad esempio agli scandinavi notoriamente più “freddi”; questo anche a fronte di capacità tecniche eccelse e di una preparazione fisica perfetta.

Il Coach è di supporto in questo allo staff tecnico; l’allenatore sportivo che, riprendendo un brano di Luca Stanchieri (coach professionista e Past President di AICP Associazione Italiana Coach Professionisti) in cui parla di Coaching sportivo, chiamerò trainer per distinguerlo dal coach, allena i muscoli, insegna la tecnica, pianifica, controlla e valuta l’allenamento, il coach invece segue la preparazione mentale dell’atleta (e/o della squadra) aiutandolo a gestire al meglio lo stress, la determinazione mentale, focalizzandosi sull’obiettivo; di conseguenza un allenamento per essere veramente completo al 100% deve essere composto da training più coaching.

Per far capire ancora meglio come il coach non sia un antagonista del trainer ma un suo supporto nella gestione dell’atleta, riporto integralmente la tabella di Stanchieri ispirato a sua volta da Weineck ed il suo “L’allenamento ottimale“, in cui evidenzia le differenze tra training e coaching:

Training (allenamento) Coaching
L’allenamento si utilizza nella preparazione Il Coaching si riferisce alla intensità mentale della preparazione e alla gara.
L’obiettivo dell’allenamento è lo sviluppo della prestazione fisica L’obiettivo del Coaching è l’estrinseca della prestazione ottimale soprattutto in termini emotivo e mentali.
L’allenamento si orienta al compito e alla prestazione Il Coaching per prima cosa ha al centro l’atleta
L’allenamento è l’aspetto centrale della preparazione ed include il Coaching Il Coaching è un settore parziale dell’allenamento
L’allenatore è il leader dell’allenamento e si avvale del coach per ottimizzare il programma di allenamento e la sua estrinsecazione in gara Il coach è un partner dell’allenatore e ne riconosce il ruolo di leader

Sono ancora pochi in Italia gli atleti che fanno uso di un coach professionista e sono ancora meno le squadre, di qualsiasi sport si parli cosa diversa dagli USA. Se prendiamo il basket, sport che conosco molto bene, in Italia solo l’Olimpia Milano si avvale di un coach inserito a tutti gli effetti nello staff che vede tra gli altri il mio amico Alberto “Lupo” Rossini in qualità di assistant coach di Sergio Scariolo.

Parlavo di squadre perchè il coaching, come dicevo, oltre ad essere utilizzato per il singolo atleta è particolarmente indicato anche per la gestione delle dinamiche di team. Rende forte, coesa e determinata la forza mentale del gruppo; una squadra è tanto più forte quando è composta da persone indipendenti che riescono ad interagire al meglio completandosi l’un l’altro (cosa applicabile anche ad un gruppo di lavoro in azienda); se tutti si trovano nella posizione giusta al momento giusto impegnandosi gli uni per gli altri il potenziale della squadra diventa di molto superiore alla somma del potenziale dei singoli giocatori. Può sembrare una banalità ma vi assicuro che così non è, troppo spesso ci si affida al/ai fenomeni singoli tralasciando gli altri componenti del team, anche se si hanno due o tre “stelle” in squadra non è detto che si ottengano i risultati voluti. Un team composto da giocatori di valore medio che cooperano tra loro è in grado di superare di molto le prestazioni di uno o più giocatori di alto livello. Un esempio proprio nel basket USA: i Los Angeles Lakers hanno al loro interno un giocatore che ad oggi è il più forte in assoluto nella lega Kobe Bryant ed un ottimo giocatore come lo spagnolo Pau Gasol eppure, sono stati eliminati al secondo turno dei playoff dai Thunder che a livello individuale sono più deboli ma hanno sempre giocato come una squadra e sono stati la rivelazione del torneo.

Questo può fare la forza del gruppo ed il coach è lo strumento migliore per formare una squadra dal punto di vista mentale per far si che si possa passare dall’IO al NOI. Prendendo sempre spunto dal testo di Stanchieri, il processo di formazione della squadra passa attraverso quattro fasi:

Fase della formazione: dove i membri della squadra si orientano e comprendono quale debba essere il comportamento nei riguardi dell’allenatore e degli altri membri del gruppo.

Fase del conflitto: si sviluppa un clima di ostilità verso altri membri del gruppo e/o verso il leader (quello che è accaduto proprio nei Lakers) per la mancanza di strutturazione e per la resistenza alla struttura stessa.

Fase della strutturazione: i membri del team si accettano vicendevolmente e sviluppano norme nei confronti dei quali tutti si sentono impegnati.

Fase di identificazione con la squadra: i membri del team accettano il loro ruolo e lavorano per raggiungere i fine preposti.

In conclusione il Coaching sportivo è un grande supporto per il raggiungimento degli obiettivi di ogni singolo atleta e squadra, consente di arrivare alla gara in pieno “stato di flow” che si caratterizza da una stretta combinazione fra obiettivi sfidanti e skills acquisiti che portano alla massima concentrazione e focalizzazione sulla performance, conduce inevitabilmente al raggiungimento del risultato prefissato.

Alla prossima!

RICAMBIO GENERAZIONALE: opportunità o minaccia?

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Avevo anticipato che sarei tornato sull’argomento dell’avvicendamento generazionale in azienda ebbene eccomi qui. Qualcuno potrebbe obiettare affermando “ma cosa c’entra con le Risorse Umane?” Crescere i propri figli e prepararli al passaggio di consegna in azienda non è forse esso stesso esempio di gestione delle persone? Persone a cui si tiene particolarmente: la propria figlia o il proprio figlio.

Il passaggio di mano in azienda è, oggi ancor più di ieri, un passaggio cruciale, che può decretare la crescita ed il successo o il naufragio di un impresa; un argomento di cui si parla continuamente: nei media, nei libri, si organizzano convegni e corsi in materia, ma che difficilmente mostra esempi virtuosi, tanto che spesso si suole dire che “la prima generazione crea, la seconda consolida, la terza distrugge”.

La mia esperienza mi porta a dire che troppo spesso già la seconda generazione distrugge tutto quanto di buono è stato costruito dalla prima, ma perché avviene questo?

Spesso la colpa, inconsapevole, è proprio dei padri, memori delle difficoltà affrontate e spesso delle privazioni avute per realizzare il sogno, vogliono evitare a tutti i costi che le medesime privazioni siano patite dai figli, il risultato? Figli che crescono viziati, con tutto a disposizione, dove il top diventa abitudine e routine ed il significato della parola sacrificio è raramente conosciuto. Il secondo errore è una conseguenza del primo, ovvero quando arriva il momento di far entrare i figli in azienda, anziché farli partire da posizioni inferiori che gli consentirebbero di farsi le ossa ed accumulare esperienza, vengono immediatamente inseriti in posizioni dirigenziali pur non avendo minimamente le competenze per ricoprire tali ruoli e se commettono errori vengono messi al pubblico ludibrio dal genitore, delegittimandoli davanti a tutti i dipendenti; ne consegue la totale perdita di credibilità nei confronti dei dipendenti stessi.

Leggerezze che purtroppo, inconsapevolmente, portano alla distruzione di quanto creato, proprio da parte di coloro che hanno costruito con il loro genio l’impresa.

Spesso è vero anche il contrario, figli capaci e con brillanti idee innovative, relegati al vecchio che passa, dai padri che non vogliono sentirne di mollare lo scettro.

Non è facile trovare soluzioni, non è un caso infatti che in Europa due aziende su tre chiudono nei 5 anni successivi al passaggio generazionale e solo una impresa su tre arriva alla terza generazione, con il risultato che milioni di posti di lavoro vengono letteralmente gettati alle ortiche. Per invertire la tendenza occorre che l’imprenditore, se non riesce a farlo da solo, guardi oltre lasciandosi aiutare da chi, esternamente, è in grado di vedere le cose come stanno realmente.

Un team di consulenti che sappiano agire ognuno nel proprio settore (finanza, commerciale, risorse umane, ecc.), ad esempio fare del coaching sui figli e sul genitore è una attività che può sicuramente aiutare a superare blocchi e trovare soluzioni a problematiche che possono sembrare insormontabili.

Quale quindi la risposta alla domanda iniziale? Personalmente ritengo il passaggio generazionale una grandissima opportunità non solo di mantenimento ma di crescita vera e propria dell’azienda davanti alle nuove sfide, a patto che si seguano i giusti passaggi e che, nel caso non si riesca, ci sia la maturità di scegliere di avvalersi di professionisti in grado di evitare l’ecatombe.

Alla prossima!!

COACHING e PERSONAL BRANDING

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Lo scorso 4 Aprile sono stato ad Urbino in occasione del convegno Branding 2.0 in cui si discuteva, tra l’altro, di personal branding. In particolare l’intervento di Sestyle ovvero Enrico Bisetto e Damiano Bordignon, è stato particolarmente interessante e si è centrato proprio sul personal branding.

Nella bella presentazione fatta dai ragazzi di Sestyle, sono stato folgorato dalla slide in cui viene presentata la piramide del Brand Building di Keller rivista in chiave Personal Branding (l’immagine riportata a fianco); non ho potuto fare a meno di ritrovare concetti base del Coaching applicati alla costruzione del proprio brand.

Nel costruire il personal brand, si parte dalla domanda “chi sono?”, si definisce in parole povere la propria identità, realizzando la piena “consapevolezza di sé” prendendo coscienza delle proprie competenze, delle proprie capacità e delle proprie passioni. La stessa cosa che accade nel coaching, in cui nelle fasi del percorso la persona (coachee) prende consapevolezza di sé, partendo dalla cura di sé, analizzando proprio le sue competenze, capacità e passioni da cui emerge il suo potenziale.

La seconda fase nella costruzione del proprio brand risiede nella definizione degli obiettivi, individuando il contesto in cui si opera, ciò che si vuole offrire al mercato di interesse, caratterizzando la propria immagine da promuovere. Lo step successivo riguarda l’espressione di sé attraverso la propria creatività, storia e valori che ci rendono unici; non a caso si usa la parola “personal” proprio per sottolineare l’unicità dell’individuo.

Anche in questo caso i concetti del personal branding si fondono con quelli del coaching; anche nel coaching la persona che segue il percorso definisce i propri obiettivi di crescita, partendo proprio da una fotografia reale della situazione attuale monitorando passo dopo passo la strada di avvicinamento all’obiettivo finale, raggiungendo i traguardi intermedi. Come spesso ho sottolineato, è importante la creazione di un rapporto empatico tra coach e coachee che naturalmente crea una relazione facilitante. Nel coaching come nel personal branding ogni individuo è a se stante ed ha caratteristiche e potenzialità che lo differenziano da chiunque altro, rendendolo unico.

Tutto questo evidenzia ulteriormente che i concetti del coaching sono applicabili in ogni ambito della nostra vita: nel privato (life coaching), nel lavoro (business coaching) e nello sport (sport coaching) e sono un ausilio fondamentale nel raggiungere la realizzazione personale, anche attraverso la costruzione di un valido Personal Brand.

Alla prossima!