Outplacement

IL COACHING IN UN PERCORSO DI OUTPLACEMENT

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Il 28 Marzo si è chiuso il mio percorso iniziato ad ottobre con la scuola di Incoaching per diventare Coach; con la discussione della tesina mi è stato consegnato ufficialmente il diploma da Coach. Un percorso a cui tenevo enormemente e che oggi mi da enorme soddisfazione; due gli ambiti in cui andrò ad operare: il Business Coaching e lo Sport Coaching.

Nel secondo caso semplicemente perchè sono un amante dello sport che pratico sin da bambino in particolare il basket e lo vedo quindi come un connubio indissolubile: la passione per le persone e la passione per lo sport; nel primo perchè è nella natura stessa del mio lavoro di consulente di outplacement; cosa questa che è ancor più evidente proprio dal tema della tesina che ho presentato, si intitola “Il coaching in un percorso di outplacement“.

In questa sede mi piace pubblicarne un estratto in modo da farvi capire come il career coaching sia proprio una parte del percorso di outplacement, in particolare la parte iniziale del percorso quello in cui la persona incontra il consulente che lo seguirà per tutto il percorso, momento delicatissimo perchè solo se in quella occasione si instaura una relazione facilitante il percorso sarà un successo altrimenti, con ogni probabilità, è destinato a fallire.

Dicevo appunto che siamo in presenza di un percorso di career coaching finalizzato allo sviluppo della carriera e della realizzazione personale del candidato che si trova ad aver perso il posto di lavoro. 

Sono le prime fasi di un percorso di ricollocamento che necessitano del supporto del coaching; in questa fase il candidato è appena uscito dall’azienda per cui si ritrova disoccupato; deve ancora elaborare il lutto per la perdita del posto di lavoro, con la conseguente perdita di fiducia nei propri mezzi, che spesso inficia anche la vita privata e familiare con sintomi quali: ansia, depressione, insoddisfazione ed aggressività.

Il consulente che lo accoglie e che lo seguirà per tutto il periodo del programma, deve per prima cosa proprio recuperare il candidato sul lato motivazionale, agendo sulle sue potenzialità. Ovviamente il tutto deve avvenire all’interno di in una relazione facilitante ed empatica che si costruisce ancora prima dell’inizio del processo, ovvero quando il candidato incontra il consulente di outplacement nella fase di trattativa di uscita dall’azienda.

Questo incontro viene organizzato proprio per permettere al candidato di  conoscere i contenuti del percorso; in questo modo egli sarà in grado di decidere autonomamente se servirsene o meno.

In questa fase si manifestano le 4 A della relazione di coaching:

  • accoglienza perchè è nel primissimo incontro che il consulente accoglie il candidato mettendolo a suo agio pur in un momento assolutamente negativo,
  • ascolto perchè solo attraverso l’ascolto il consulente può realmente capire la situazione del candidato,
  • alleanza perchè dopo aver ascoltato, il consulente si allea al candidato nel percorso di ricollocamento,
  • autenticità perché se in questa fase il candidato non percepisce il consulente come una persona autentica, vera, non si fiderà mai di lui.

Conseguenza di quanto sopra è che se dopo gli step descritti non si è creata una relazione facilitante, il candidato non accetterà mai di seguire il percorso, o per lo meno non lo farà con questo consulente ma chiederà un’incontro con un’altra società.

Passata questa prima fase in cui come ho detto si crea l’alleanza tra consulente (coach) ed il candidato (coachee) in funzione dell’obiettivo da raggiungere, si arriva alla definizione di un vero e proprio contratto di lavoro.

Con il contratto si definisce un impegno specifico da parte di entrambi verso una serie di azioni definite in modo chiaro che porteranno al raggiungimento dell’obiettivo prefisso.

C’è quindi una precisa responsabilità ad attivarsi da parte del candidato e ad impegnarsi nel raggiungimento degli obiettivi, cosa questa fondamentale nel coaching come nell’outplacement; troppo spesso tra chi decide di usufruire di un percorso di ricollocamento, si annidano persone che credono sia solo compito del consulente trovargli un nuovo lavoro, così non è, un percorso che inizia con questi presupposti non porta a nessun risultato, come un percorso di coaching che non veda il coachee corresponsabile con il coach.

Nella prima fase del processo di ricollocamento vengono poste in opera tutta una serie di attività che come abbiamo detto partono dalla stipula del contratto, per giungere alla redazione del bilancio delle competenze.

Il bilancio delle competenze altro non è che un percorso di consulenza orientativa che ha come finalità, quella di supportare il candidato, nel processo di decisione in merito al proprio avvenire professionale, attraverso lo sviluppo delle proprie risorse e potenzialità al fine di poterle indirizzare verso l’attuazione delle strategie più opportune per la realizzazione del proprio progetto di sviluppo personale e professionale.

Al termine della redazione del bilancio delle competenze il candidato si appresta a redigere il piano di azione da seguire per il raggiungimento dell’obiettivo professionale predeterminato.

Nelle fasi successive, candidato e consulente verificano attraverso incontri di monitoraggio, lo stato di avanzamento del piano di azione sino al raggiungimento dell’obiettivo di ricollocamento prefissato.

Mi preme sottolineare però che occorre fare attenzione: quello su cui il consulente deve porre massima attenzione è la scissione della prima parte del programma, la vera e propria fase di career coaching, dalla seconda che invece prevede il supporto nel contatto con il mercato del lavoro.

Questo perché il coach, ispirandosi alla maieutica socratica, opera principalmente attraverso le domande potenti, astenendosi totalmente dal dare consigli al coachee, che invece acquisisce consapevolezza dei propri mezzi autonomamente.

Passando alla fase di caccia invece, il consulente sveste i panni del coach ed affianca il candidato nella ricerca di un nuovo posto di lavoro, fornendo preziosi consigli su come configurare il proprio curriculum, sul come affrontare un colloquio di lavoro, su come correggere errori che si possono esser fatti in occasione di selezioni, accompagnandolo sino al ricollocamento.

Alla prossima!!

AUTOREALIZZARSI? SI PUO’!!!

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Autorealizzarsi si può!Ritorno sull’argomento “autorealizzazione”, lo faccio perché il post precedente ha attirato l’attenzione di molti di voi che mi hanno contattato attraverso il web 2.0 (social network, email e commenti), in alcuni casi sollevando perplessità nei confronti delle mie parole. Uno scetticismo comprensibile, visto il momento economico particolarmente difficile per il nostro Paese, a cui però mi sento di replicare con rinnovata fiducia certo che il mio caso non sia l’unico.

Così dopo aver letto il commento di “Vogue” (nick che si è dato lei, visto che preferisce non comparire con il suo nome reale) che si rispecchia a grandi linee nella mia storia; sono entrato in contatto con lei e le ho chiesto la possibilità di farle una breve intervista, in cui potesse raccontarci la sua esperienza di autorealizzazione che in questo caso, prende addirittura corpo da un vissuto estremamente negativo, a dimostrazione che autorealizzarsi si può in qualsiasi situazione.

Ciao Vogue, parliamo di autorealizzazione, da cosa è nato il tuo desiderio di dare una svolta alla tua vita?

Non è stato un vero e proprio desiderio, ma una necessità. Ad un certo punto mi son trovata senza lavoro, un episodio sempre più frequente ma sempre meno compreso (dagli altri e dai media) e ho DOVUTO rimboccarmi le maniche, per non soccombere.

Come ti sei rimboccata le maniche?

Partiamo dal presupposto che non volevo assolutamente tornare indietro nè rischiare l’immobilismo nè tanto meno perdere tempo, sapevo che potevo contare su una professionalità costruita nell’arco di quasi 10 anni e volevo tentare o almeno provare a non dare ascolto a tutte le frasi pessimistiche: “non c’è lavoro torneremo ad essere tutti stagisti”, ma nemmeno dare peso alle frasi esageratamente ottimistiche “Prima o poi il lavoro si trova”, frasi che ti fanno solo innervosire, perchè spesso pronunciate dallo statale che non saprà mai (buon per lui) che vuol dire perdere il lavoro o da chi può contare su altre entrate. Sapevo che potevo solo contare su me stessa, se volevo continuare ad avere una vita autonoma, così prendere o lasciare l’imperativo ipotetico era questo “se vuoi il tipo di vita (di prima > autonomo, indipendente, per conto tuo ecc) devi rimboccarti le maniche” così ho deciso di investire non tanto sulla formazione perchè il corso di inglese all’estero a quasi 35 anni non mi sembrava in target, oppure l’ennesimo corso web dopo un’esperienza solida nel campo; allora ho investito in un altro tipo di formazione quella sulla …come dire personalità, farsi aiutare da professionisti del lavoro (consulenti, psicologici, ecc) che sapessero affiancare le persone in difficoltà, che non  gli trovassero la soluzione bell’e pronta, quella te la trova solo la bustarella,  ma che ti dessero gli strumenti per cercarlo attivamente anche se mi spaventava come percorso, ci ho creduto subito, a pelle.

Quindi ti sei servita dell’aiuto di professionisti del settore risorse umane, che percorso hai fatto? Quali strumenti ti hanno aiutato a prendere consapevolezza di te e dei tuoi reali desideri?

La consulenza di carriera; mi hanno aiutato le chiacchierate con il coach che hanno lavorato molto sulla mia autostima colpita sul senso di perdita che per me era fortissimo, sul trasformare la rabbia in positività e soprattutto sul combattere l’apatia è facile sedersi al primo no, o meglio demoralizzarsi, il coach mi ha aiutato ad andare avanti anche di fronte ai grossi ostacoli e ai grandi rifiuti.

Sai che molte persone quando sentono discorsi e leggono articoli sulla autorealizzazione sono scettici e parlano apertamente di panzane belle e buone; la mia esperienza ed ora la tua evidentemente dicono il contrario. Cosa ti senti di dire a queste persone che, comprensibilmente, stanno passando un momento estremamente negativo della loro vita?

Sento di dire di lasciarsi aiutare, non fare tutto da soli e non affidare il peso del proprio dramma (io l’ho vissuto cosi) alla famiglia (genitori, partner…), non sperare nel caso nella divina provvidenza, nè nell’aiuto che arriva dall’esterno. Se non ce la si fa da soli lasciarsi aiutare, io sentivo che da sola non ce l’avrei fatta, nè volevo appoggiarmi troppo agli altri che non avrebbero saputo aiutarmi ma non perchè non capaci di sostegno, ma perchè non competenti, un amico o un fratello può aiutarti fino lì e non fino là.

Chiudo con una domanda banale: di cosa ti occupi oggi e quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Adesso mi occupo di informazione, cosa in cui credo fermamente. Informazione orientata principalmente al femminile. Progetti? Al momento non me li pongo. Solo imparare ad organizzarmi meglio.

Nel ringraziare Vogue per la disponibilità, mi preme sottolineare che la sua è un’esperienza molto importante, in primis perché con tutte le polemiche che impazzano oggi sulla disoccupazione femminile, vedere che una donna ce l’ha fatta non può che essere ancor più incoraggiante, una ulteriore dimostrazione della grande forza di volontà di cui gode il genere femminile; è altresì importante perché lancia un altro messaggio che nella mia esperienza non si coglieva, ovvero se non ce la facciamo da soli, se sentiamo che abbiamo bisogno anche di una piccola spinta che ci lanci verso la sognata discesa, facciamoci aiutare, ma da quelle persone che sono in grado di farlo, non appoggiamoci su chi, pur volendoci bene, non può aiutarci rischiamo di tirare a fondo anche lui.

Spero che questa nuova testimonianza convinca anche i più scettici che ognuno di noi ce la può fare.

Alla prossima

AIUTO!!!! SONO SENZA LAVORO: consigli su come ricollocarsi.

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Cerco lavoro

La crisi economica e l’andamento dei mercati finanziari, hanno visto il mercato del lavoro cambiare radicalmente negli ultimi anni; oggi c’è una sovrabbondanza di domanda rispetto all’offerta di lavoro, con tutto quello che ne consegue a livello di disagio sociale e di difficoltà nel ricollocarsi o addirittura nell’entrare per la prima volta nel mercato del lavoro.

Sempre più persone mi chiedono indicazioni su come fare per trovare nuove opportunità professionali, non sono un guru e non sono un mago, ma visto che il mio lavoro è quello di ricollocare persone tramite l’utilizzo del percorso di outplacement, penso di potervi dare a ragion veduta alcune indicazioni che spero possano risultare utili a chi oggi si trova in difficoltà.

Parto da un argomento a me molto caro, di cui spesso ho trattato nel blog, ovvero il web 2.0, il mercato del lavoro oggi non è cambiato solo in termini di carenza di posti di lavoro, ma anche in termini di presentazione della propria professionalità al mercato ed agli operatori di settore siano essi Direttori del Personale che Società di Ricerca e Selezione o Head Hunter. Dovete sapere che le opportunità che trovate negli annunci on-line, piuttosto che nei giornali o presso i Centri per l’Impiego, rappresentano solo il 20% delle reali opportunità lavorative, il resto viaggia per passaparola, per contatti diretti tra conoscenti, per il network di conoscenze degli operatori di mercato e personali, o per reclutamento diretto utilizzato dalle aziende attraverso i social network professionali (Linkedin è il capofila ma sta crescendo anche Viadeo). Questo evidenzia l’importanza, per chi ancora non lo fa, di prendere confidenza con il Web 2.0 e con esso le nuove forme di proposizione al mercato del lavoro.

Il secondo consiglio, che fa il paio con quanto esposto sino ad ora, riguarda il fatto di pensare a se stessi come ad un marchio da promuovere nel mercato del lavoro, il famoso libro “The Brand called You” (La Marca chiamata Te) di Peter Montoya in questo è illuminante come del resto il già segnalato sito Personal Branding degli italianissimi Centenaro e Sorchiotti. Mettere in tavola tutte le carte possibili per autopromuoversi attraverso il web usando i social network o aprendo blog personali dove trattare argomenti che evidenziando le proprie specificità e conoscenze, è senza dubbio una delle strategie da utilizzare per differenziarsi dal resto dell’offerta.

Attenzione a Facebook!!! Personalmente non lo ritengo un social network che va utilizzato a scopi professionali perché viene spesso utilizzato per diletto; sappiate però che spesso le aziende lo usano per vedere, nel privato, come si propongono le persone che stanno valutando nelle selezioni, attenzione quindi: a che foto mettete, alle pagine indicate come preferite ed a tutte quelle informazioni che inserite e che appaiono nella sezione info, che risulta visibile a chiunque faccia una ricerca con il vs. nome anche se non iscritto. So per certo che numerose persone sono state scartate nelle selezioni perché in questa sezione apparivano foto “particolari”, indicazioni di natura politica e via dicendo.

Il terzo consiglio è più rivolto a chi invece ha bisogno di rivedere le sue competenze attraverso percorsi di formazione, chiunque ritiene di aver interesse su un particolare settore credo che mai come ora sia il caso di investire tempo ed un po’ di denaro in percorsi formativi seri. Anche le Regioni hanno numerosi fondi a disposizione e stanno finanziando percorsi formativi di vario tipo, chiaramente sono indirizzati prevalentemente a persone disoccupate o alle donne; vanno scelti quelli che professionalizzano realmente, purtroppo sappiamo che spesso i corsi finanziati sono i basso livello e non servono a nulla se non a sprecare le risorse pubbliche.

Spero di esservi stato utile, molto ci sarebbe ancora da dire, rinvio quindi a prossimi post per l’approfondimento delle argomentazioni trattate e per presentarne di nuove; per chi avesse domande come sempre commentate o scrivetemi.

Alla prossima

FLEXSECURITY: un nuovo codice del lavoro è possibile.

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Torno a parlare di outplacement dopo qualche settimana dal post “Outplacement: ammortizzatore sociale attivo”; ritorno sull’argomento perché come anticipato già in quella occasione, anche la politica sembra finalmente essersi accorta delle opportunità offerte dalla ricollocazione professionale, specialmente in un periodo come quello odierno che vede le aziende alle prese con ristrutturazioni e riorganizzazioni che inevitabilmente si ripercuotono sui lavoratori.

Il Professore e Senatore Pietro Ichino, noto giuslavorista ed esperto di diritto del lavoro, ha presentato un disegno di legge (1873/2009) già qualche anno fa in cui introduce un codice del lavoro semplificato che in 70 articoli sintetizza tutta la disciplina legislativa dei rapporti di lavoro. All’interno del ddl che vi invito a leggere, viene inserito il concetto di FLEXSECURITY, termine che integra le parole flessibilità e sicurezza, cosa questa che può sembrare in antitesi ma che in realtà è assolutamente complementare; per la prima volta si parla di flessibilità reale non di precariato.

Sono diversi i punti chiave del ddl come ci ricorda il prof. Ichino, in particolare in questa sede mi preme parlare di alcuni che affrontano il tema licenziamenti.

In particolare per i licenziamenti dettati da motivi economici e/o organizzativi anziché procedere con il controllo giudiziale, si opera sulla responsabilizzazione dell’impresa per la ricollocazione del/dei lavoratori coinvolti nel processo di riorganizzazione. Al lavoratore che ha maturato almeno due anni di anzianità di servizio, una volta licenziato per i motivi di cui sopra, si applica il contratto di ricollocazione che prevede:

–       un trattamento complementare di disoccupazione

–       l’attivazione di servizi di outplacement e di riqualificazione professionale il costo di questi servizi sarà a carico della Regione anche attraverso i contributi del FSE (Fondo Sociale Europeo).

Come si vede dunque si sancisce esattamente quello che riportavo nel mio post menzionato inizialmente, ovvero il coinvolgimento finanziario anche delle istituzioni nel processo di ricollocamento.

Altro aspetto importante è che nel contratto di ricollocazione si affida il lavoratore ad una società di outplacement scelta dall’azienda, che assiste il lavoratore nel processo di ricollocamento e ne controlla la disponibilità e l’effettiva pro-attività nei confronti della ricerca di un nuovo posto di lavoro anche perché ad essa è legata la condizionalità del trattamento di disoccupazione. Questo devo dire essere un passaggio che già alcune società stanno realizzando nei loro accordi sindacali che trattano le riorganizzazioni, almeno per quello che è la mia esperienza avuta, su un paio di casi in cui sono stato recentemente coinvolto come operatore di outplacement.

Mi auguro che questo ddl veda la luce il prima possibile perché permetterebbe di arrivare a quel concetto, a me tanto caro, di responsabilità sociale di impresa e delle istituzioni nei confronti dei lavoratori e renderebbe attuabile per le aziende la tanto agoniata flessibilità.

Alla prossima

EMOZIONARE, per farsi scegliere

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Prendo spunto da un paio di letture che sto facendo in questo periodo, in particolare il libro di Centenaro e Sorchiotti dal titolo Personal Branding ed il libro di Tassarotti e Varini dal titolo Coaching, per tornare a parlare di outplacement, networking e costruzione del proprio brand, in modo da catturare o farsi catturare da nuove opportunità di lavoro.

Come dico da tempo, oggi il web 2.0 è un validissimo alleato nella costruzione di un proprio marchio, nel farti identificare prima e meglio di altri. Le stesse aziende da tempo hanno cambiato strategie di comunicazione cercando di avere sempre più contatto con i loro clienti, aprendo profili su Facebook e Twitter.

In un processo di ricollocamento, risulta ancor più importante affinare una propria strategia di personal branding, cosa che può essere fatta sia “on line” che “off line”. Per prima cosa concentrati su quello che ti rende speciale, sulla competenza nella quale ti senti di eccellere; la peggior cosa che si può fare è quella di pretendere di passare per tuttologi, la specializzazione paga, sapere di fare quella determinata cosa nel migliore dei modi possibili.

Da qui parti e crea la tua strategia di comunicazione: racconta, se possibile, una storia di successo inerente la tua attività (l’azienda Tizio aveva il problema Caio, ho risolto il problema Caio sviluppando la soluzione Sempronio), pubblicizzala nel mercato, attraverso il tuo network sia sul web, ad esempio partecipando a discussioni su Forum inerenti la tua attività, sia nel mondo reale, ad esempio presenziando ad eventi sul tema, ti aiuterà ad ampliare il tuo network e parallelamente ti permetterà di conoscere di persona i tuoi possibili nuovi datori di lavoro.

L’altro passaggio che va fatto è quello di emozionare i tuoi interlocutori, come dicono Centenaro e Sorchiotti il Brand è un’emozione, banalmente vi siete mai chiesti perchè scegliete di bere la Sprite e non la gazzosa? Semplice, perché abbiamo familiarità con quel marchio e l’associamo in automatico al prodotto gazzosa. Lo stesso deve accadere per la nostra persona e quello in cui siamo specializzati, arrivare a farsi scegliere, come dice Anna Martini, perché per quel tipo di attività siamo il riferimento.

Nei colloqui con i tuoi potenziali nuovi datori di lavoro, devi sempre cercare di suscitare in loro un’emozione per far si che ti scelgano, il nostro cervello funziona in questo modo. Quante volte ti è capitato a feste o altri eventi di conoscere persone ed alla fine di non ricordarti neanche il nome di chi hai conosciuto? Non ti hanno lasciato nulla; quali sono i momenti che ricordi maggiormente di quando eri bambino? Quelli in cui hai vissuto una forte emozione e che si sono stampati indelebilmente nella tua memoria.

Quando ti prepari per un colloquio di lavoro, quando fai personal branding, quando conosci nuove persone, ricordati di emozionarle, solo in questo modo sarai associato alla tua professionalità e verrai scelto.

Alla prossima

L’OTTIMISMO: fonte di benessere

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Torno a parlare di outplacement, in particolare del modo in cui i candidati dovrebbero affrontare il percorso di ricollocamento. Come ho già fatto per un altro post anche questa volta inserisco l’immagine di un altro bel film che ho avuto l’occasione di vedere e che tocca l’aspetto crisi economica e percorso di ricollocamento; il film si intitola The Company Men e parla di un gruppo di manager affermati che, causa crisi, si trovano improvvisamente senza lavoro ed affrontano un percorso di ricollocamento.

Un cast di prestigio con attori del calibro di: Ben Affleck, Kevin Costner, Tommy Lee Jones solo per dirne alcuni, tracciano una istantanea reale di quello che sta accadendo nel mondo del lavoro americano, ma che può essere tranquillamente ribaltato in Europa. Manager con incarichi importanti e retribuzioni di prestigio, abituati a gestire numerose persone che improvvisamente si ritrovano catapultati nel mercato del lavoro.

Come ho già detto in passato, la condizione psicologica di chi si viene a trovare in queste situazioni è veramente difficile, personalmente sono stato in contatto con persone che, pur essendo abituate a gestire persone e budget di rilievo davanti a me avevano le mani che tremavano come una foglia. Il nostro compito come operatori del settore, è quello di mettere subito a proprio agio la persona, ricostruire la sua autostima che con la perdita del posto di lavoro, è stata messa in forte discussione.

Altresì importante però è che la persona che si appresta ad iniziare il percorso di ricollocamento, lo faccia con la giusta predisposizione, con la giusta motivazione, con la grinta di emergere dal pantano in cui si è trovato, insomma in poche parole occorre essere ottimisti.

L’ottimismo e l’essere positivi anche in situazioni difficili è la carta vincente in qualsiasi sfida la vita ci riserva; è scientificamente dimostrato (Segerstrom, Taylor, Kemeny & Fahey, 1998) che l’ottimismo influenza positivamente anche la salute fisica e psicologica della persona rendendo il nostro organismo più resistente alle malattie, contenendo i livelli di stress. Recentemente mi sono imbattuto in una pubblicazione della Eulab Consulting (http://www.eulabconsulting.it/index.php?option=com_content&view=article&id=112:newsletter-nd9-imparare-lottimismo&catid=38:cat-newsletter&Itemid=60) che vi invito a leggere, parla proprio di ottimismo e delle ricerche di Martin Seligman sull’argomento da cui emerge testualmente che “individui che si distinguono per una valutazione degli eventi come incontrollabili, sentendosi in loro balia, diventano passivi, rassegnati, ansiosi e depressi” cosa questa che non accade in chi invece interpreta con ottimismo anche le situazioni difficili.

Tornando al film menzionato ad inizio post, è proprio l’ottimismo e la voglia di rimettersi in gioco la chiave di volta che poterà i manager a trovare un nuovo inizio, perché dopo la notte inizia sempre un nuovo giorno.

Alla prossima

Outplacement: l’onestà prima di tutto.

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Torno a parlare di outplacement perché spesso mi imbatto in situazioni che mi lasciano perplesso; ripartiamo dal concetto fondamentale che l’outplacement è un servizio a supporto del candidato nella ricerca di un nuovo lavoro, non è la panacea di tutti i mali.

Questo per dire che il percorso di ricollocamento va fatto in due, il candidato insieme al consulente che lo affianca; iniziare un percorso di outplacement per il candidato, non significa aspettare che il consulente lo chiami per dirgli “eccoti il tuo nuovo lavoro”, significa impegnarsi in un percorso che lo vede come protagonista nel suo rilancio nel mondo del lavoro. Il consulente è il suo supporto nel percorso, lo affianca con attività di coaching, fa un checkup della sua carriera, lo aiuta nel fare chiarezza su quale possa essere il suo futuro professionale, lo supporta anche psicologicamente specialmente nei momenti iniziali del percorso in cui il candidato spesso deve ancora metabolizzare la perdita del lavoro, lo indirizza nelle scelte professionali.

Da puglie amatoriale, parafrasando quanto sopra, quando entro in palestra per imparare a boxare e migliorare l’efficienza muscolare, vengo affiancato nel percorso da un maestro che mi dice come devo usare gli attrezzi, siano essi i pesi, il sacco, come muovermi, come tirare i colpi, fino a salire sul ring e raggiungere il risultato prefisso; lui mi insegna ma se io non lavoro in prima persona, non solo non raggiungerò l’obiettivo prefissato ma rischierò anche di farmi male seriamente. Ecco il consulente che affianca il candidato in un percorso di ricollocamento fa la stessa cosa: fornisce gli strumenti ed insegna ad usarli, sta al candidato utilizzarli al meglio per raggiungere il risultato. Un candidato che si è ricollocato pochi giorni fa al telefono tra l’altro mi ha detto “inizio un nuovo percorso professionale, ho imparato che nulla è definitivo, oggi però ho tutti gli strumenti per cavarmela semmai mi dovessi ritrovare in una situazione del genere”.

Questo per quanto riguarda i candidati, occorre però essere sinceri ed ammettere che spesso i candidati arrivano ai colloqui preliminari con queste convinzioni sbagliate perché non tutti gli operatori del settore si comportano onestamente specificando bene i contenuti del servizio. Spesso capita che ci siano consulenti che quando sono contattati dai candidati per un colloquio preliminare, ovvero il colloquio fatto con il candidato prima che lo stesso scelga se avvalersi o meno del servizio, pur di convincerlo a servirsi della società che rappresenta, promettono ricollocazioni rapide e posti di lavoro già pronti che aspettano solo il candidato. Non è così! Siatene certi, quando scegliete la società di cui avvalervi nel percorso fate caso a questi aspetti, valutate il materiale che vi viene presentato, io ad esempio parlo solo con dati alla mano, non invento nulla, capisco che nella situazione in cui ci si trova sia facile cadere in tentazione ma è solo controproducente per il candidato in prima persona ma anche per tutte le società che lavorano onestamente nel settore, ecco perché dico: l’onestà prima di tutto.

Alla prossima

Outplacement: ammortizzatore sociale “attivo”

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Torno a voi con l’ultima parte del viaggio attraverso il mondo dell’Outplacement, con alcune mie considerazioni del tutto personali sull’evoluzione del servizio di outplacement, che dovrà sempre più entrare a far parte delle trattative tra le parti sociali, nei casi in cui sia previsto un forte ridimensionamento aziendale.

Evoluzione quindi, si perchè la crisi economica ha innescato molti processi di ridimensionamento aziendali, processi che le parti sociali hanno spesso e volentieri improntato solo sullo scontro e sul solo uso dei classici ammortizzatori sociali (Cassa Integrazione o CIG, Cassa Integrazione Straordinaria o CIGS, Mobiltà) che sono sacrosanti ma assolutamente passivi, perché le persone che ne usufruiscono non sono proattive verso il lavoro, ma attendono a casa che il peggio passi, augurandosi di essere reintegrati (nel caso della CIG e CIGS) o di essere assunti da una nuova azienda che potrà usufruire di sgravi contributivi (nel caso della mobilità).

Alla luce della situazione contingente di crisi ma anche con un occhio al futuro, l’outplacement può e deve essere valorizzato sempre più a fianco dei tradizionali ammortizzatori sociali. Un ammortizzatore sociale “attivo” vantaggioso non solo per aziende e lavoratori, ma anche per tutto il sistema economico, poiché riducendo i periodi di inattività e di indennizzo della disoccupazione, contribuisce ad aumentare la produttività aggregata di tutto il sistema paese.

Importante quindi che anche le organizzazioni sindacali prendano atto dell’importanza del servizio e lo facciano diventare parte integrante delle trattative sindacali, proprio perché è un supporto fondamentale per i lavoratori che essi stessi rappresentano. Occorre dire, a onor del vero, che qualcosa si muove in tal senso. Negli ultimi tempi si assiste a un aumento di verbali di contrattazione sindacale che prevedono anche il servizio di outplacement.

Anche le istituzioni pubbliche, chiamate spesso ad agire in deroga alle normative vigenti, hanno l’obbligo morale nei confronti dei cittadini di supportarli in un processo di reale reinserimento nel mondo del lavoro, cosa che può essere fatta attraverso lo stanziamento di fondi ad hoc per processi di ricollocamento.

In chiusura, mi viene in mente una frase che ho letto di recente del Cardinale Angelo Bagnasco: “Il lavoro è parte speciale di quelle condizioni indispensabili che una società veramente umana deve garantire perché ognuno possa non solo sopravvivere e vivere ma ancora di più realizzare se stesso secondo il disegno di Dio”.

Alla prossima.

Outplacement: contenuti del servizio

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Eccomi con la seconda parte del viaggio alla scoperta dell’outplacement; perchè ho messo George Clooney? Tranquilli non è per emulazione (semmai invidia) ma perchè l’immagine è tratta dal film “Tra le nuvole” in cui, tra le altre cose, si parla anche di outplacement; ma il motivo principale perchè ho inserito l’immagine è perchè sempre più spesso quando vado dai clienti a parlare del servizio mi capita di sentirmi dire “ma lei ha mai visto il fim con Clooney???” ed io giù a spiegare “si però il mio lavoro non è proprio uguale a quello del film” e via discorrendo, insomma è diventato praticamente un vero e proprio tormentone. 

In questo secondo post parlerò dei contenuti del servizio, molto importanti per capire come si sviluppa il percorso di ricollocamento. Occorre subito dire che l’elemento imprescindibile è l’assenso della/delle persona/e coinvolte nel processo; se il “candidato” (com’è definita la persona da ricollocare), pur avendo a disposizione il servizio offerto dall’azienda, in fase di trattativa di uscita decide di non usufruire del servizio di ricollocamento, lo stesso non può chiaramente essere fornito.

Troppo spesso nei lavoratori prevale la logica miope della sola buonuscita economica, che è premiante nel breve ma che è fine a se stessa. In momenti come quelli odierni, curare il miglioramento della propria occupabilità nel mercato del lavoro è molto più importante della sola buonuscita monetaria. Amo ricordare sempre che “trovare un lavoro è esso stesso un lavoro”; avere un supporto in tal senso è fondamentale, specialmente oggi.

Il servizio si sviluppa in tre macro-fasi:

1) La strutturazione di un vero e proprio bilancio delle competenze con l’aiuto di uno più consulenti la persona è portata ad analizzare in profondità la propria vita professionale, le competenze maturate, i punti di forza e le aree di miglioramento. È una fase estremamente importante in cui s’inizia, anche dal punto di vista psicologico, un delicato processo di ricostruzione dell’autostima della persona reduce dalla chiusura del rapporto di lavoro.

2) Immediata conseguenza del bilancio di competenze è la strutturazione di un profilo professionale e di conseguenza, del progetto professionale, un piano operativo che va ad analizzare i possibili punti d’incontro tra competenza maturate, aspirazioni professionali del lavoratore, opportunità che il mercato può offrire.

3) I percorsi individuati possono essere molteplici: per alcune persone può esservi una sorta di continuità sia dal punto di vista del rapporto di lavoro sia della mansione; per altri il percorso varia e può portare sia a mansioni in ambiti diversi sia a iniziative imprenditoriali o di consulenza.
– Nel caso in cui il percorso scelto sia quello del lavoro dipendente, viene attuata una vera e propria “road map” alla ricollocazione: i consulenti aiutano la persona a migliorare strumenti quali Curriculum Vitae e lettera di presentazione, intervengono sulle tecniche di comunicazione verbale per sostenere efficacemente un colloquio di lavoro, aiutano il lavoratore a identificare le aziende target e a prendere contatto con esse.
– Nel caso in cui il percorso scelto sia quello di una professione autonoma, i consulenti aiutano la persona a individuare il proprio mercato e settore di attività e offrono una consulenza operativa all’avviamento dell’attività in proprio.

Questo il percorso per sommi capi, mi auguro di essere stato sufficentemente chiaro nell’esposizione in caso contrario come dico sempre, scrivetemi sarò ben lieto di approfondire l’argomento.

Alla prossima!

Outplacement: di cosa si tratta?

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Dopo il post di inizio viaggio di ieri, oggi ho deciso di iniziare l’esplorazione del mondo risorse umane partendo proprio da quello che è il mio lavoro, l’outplacement.

Il viaggio nel mondo misterioso dell’outplacement si comporrà di diversi post in cui cercherò di spiegare al meglio il servizio di continuità professionale (traduzione italiana di outplacement) e l’importanza di usufruirne, in particolare oggi che la crisi ha colpito duramente le aziende. 

Ho scritto tempo fa un articolo, ve lo ripropongo a step, pregandovi di chiedere delucidazioni attraverso i commenti ed approfondire al meglio l’argomento; oggi parto dalla definizione.

Non sono molti coloro che in azienda conoscono l’outplacement, termine inglese che significa letteralmente “collocare fuori”, un’accezione sicuramente negativa, che poco dice di cosa realmente sia l’outplacement, tanto che in italiano si è pensato di tradurre il termine con “attività di supporto alla ricollocazione professionale” che meglio esprime il reale contenuto del servizio.

Cosa s’intende però con il termine “ricollocazione professionale”? Meglio quindi fornire la definizione ufficiale di outplacement in modo da fugare ogni possibile dubbio. Con la parola outplacement è indicata l’attività con cui società specializzate agiscono a supporto della ricollocazione di uno o più dipendenti in uscita da un’Azienda in una nuova posizione professionale, svolgendo a vantaggio di queste persone un complesso lavoro di autovalutazione e riqualificazione (definizio AISO Associazione Italiana Società di Outplacement).

Parliamo quindi di una qualificata consulenza e assistenza che è offerta, esclusivamente su mandato dell’Azienda, al lavoratore di ogni livello che, dovendosi riproporre al mercato del lavoro, potrà avvantaggiarsi dell’intervento specialistico di professionisti esperti in tutte le problematiche connesse alla riqualificazione professionale, alla gestione di carriera e al riorientamento del lavoratore nel contesto produttivo.

Ho volutamente inserito in grassetto il concetto che il servizio viene svolto esclusivamente su mandato dell’azienda, non può essere fornito a privati cittadini, con i quali invece è possibile avviare una attività di consulenza di carriera, vi spiegerò più avanti cosa si intende con questo termine, per oggi mi fermo qui.