ammortizzatori sociali

NASPI: incentivo o disincentivo?

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Il Jobs Act ci farà passare il mal di disoccupazione?
Il Jobs Act ci farà passare il mal di disoccupazione?

Nelle ultime settimane tra le miriadi di annunci del neonato Governo Renzi, spicca all’interno del “Jobs Act” la nascita di un nuovo sussidio di disoccupazione che prenderebbe il nome di NASPI (Nuova ASPI).

Di cosa si tratta?? In poche parole sarebbe un sussidio di disoccupazione “universale” nel senso che andrebbe a coprire le esigenze di tutti ma proprio tutti coloro che si trovano a perdere il posto di lavoro, ivi compresi anche i precari come i collaboratori a progetto che oggi sono esclusi da quasi tutti i sostegni. L’ammontare dell’assegno si attesterebbe tra i 1.100 ed i 1.200 € mensili iniziali per scendere gradualmente verso i 700€ al termine del periodo di copertura, periodo che si dice sia di massimo di 2 anni per i lavoratori dipendenti (anzichè 1 o 1 e mezzo dell’ASPI attuale) ed al massimo 6 mesi per gli atipici come appunto i co.co.pro.

La platea di lavoratori oggi coinvolti rispetto alle norme precedenti aumenterebbe di ben 1.200.000 unità, tutti lavoratori oggi esclusi; la NASPI costerà allo Stato ben 1,6 miliardi in più rispetto ad oggi.

Fino a qui tutto bene (come dice nella omonima canzone il rapper Marracash), se però scendiamo in profondità ed andiamo ad analizzare i contenuti sorge il dubbio se questa operazione sia in realtà una operazione di facciata più che una reale volontà di aumento delle tutele, vediamo il perchè: in primis la copertura finanziaria, il governo fa sapere che il “giochetto” dovrebbe trovare copertura “attraverso uno spostamento di risorse dalla attuale cassa integrazione in deroga“, ora facendo un semplice conto matematico ed applicando la proprietà transitiva, minori risorse nella cigs in deroga a casa mia significano un perido inferiore di questo ammortizzatore sociale che era nato proprio per andare incontro alle esigenze di coloro che oggi ne sono sprovvisti. Ecco quindi che la cosa puzza di ennesima presa in giro nei confronti dei lavoratori, per cui allunghiamo qui ma tagliamo di la, con il risultato che nulla cambia nella sostanza.

Il secondo aspetto che mi lascia perplesso è l’ammontare dell’assegno 1.200 €, chiaramente parlare con le notizie attualmente in possesso è difficile, occorre vedere come poi sarà (se mai sarà) nel dettaglio, rimane il fatto che oggi i giornali parlano di questa cifra che secondo la mia opinione è troppo alta e disincentiva il darsi da fare per tentare di ricollcarsi anche se è a calare fino a 700 € finali. Se pensate che lo stipendio medio in Italia si aggira sui 1300 € mensili, darne 1.200 € a chi oggi non fa nulla… beh lascio a voi le conclusioni.

Le altre domande che sorgono spontanee sono: ma saranno 1200 € per tutti indistintamente oppure l’ammontare dell’assegno verrà modulato in base all’ultimo stipendio preso dal lavoratore che ha perso il posto di lavoro? Ricordo che l’attuale ASPI prevede che l’assegno ammonti al 75% della retribuzione nel caso in cui la retribuzione mensile sia pari o inferiore a 1.180 €, se la retribuzione supera tali limiti l’indennità attuale è pari al 75% dell’importo di cui sopra più il 25% della retribuzione eccedente, con un calo del 15% dopo i primi sei mesi e di un ulteriore 15% dopo un anno. La stampa riporta che anche nella NASPI si parla del 75% dell’importo della retribuzione dell’ultimo periodo ma non si capisce se sarà così per tutti o se ci saranno differenziazioni come per l’ASPI.

L’ottenimento dell’assegno sarebbe subordinato all’obbligo di seguire un “fantomatico” corso di formazione e di non rifiutare più di una proposta di lavoro; anche in questo caso sarebbe bene scendere in profondità per capire intanto di che corso formativo stiamo parlando ed a ruota capire cosa si intende per rifiuto di una proposta di lavoro: qualsiasi? Oppure entro certi parametri non meglio identificati?

Insomma personalmente credo che anzichè continuare a parlare di politiche “passive” del lavoro, sia il caso di iniziare a parlare di politiche “attive”, 1200 € al mese senza fare nulla mi sembra una soluzione che porta da tutte le parti fuorchè nella direzione in cui si dovrebbe andare ovvero verso il rendersi attivi nei confronti del mercato del lavoro. Al contrario io proporrei una durata maggiore di indennità se dimostro di “darmi da fare” per costruirmi una nuova impiegabilità come? Ti iscrivi ad un corso di formazione (serio) al termine del quale avrai imparato un nuovo mestiere, oppure ti sarai specializzato in un ruolo particolare ottenendo un attestato riconosciuto, oppure ti consentirà di avviare una tua iniziativa imprenditoriale? Bene allora l’indennità rimarrà al massimo per tutta la durata della formazione e calerà nei termini di legge solo dopo che hai terminato il periodo formativo. Decidi di farti seguire in un percorso che ti aiuterà a trovare nuove strade professionali o a incrementare la tua professionalità rendendoti più appetibile per il mercato del lavoro, bene indennità al massimo per tutto il periodo formativo come sopra, sei uno che si vuole rimettere in gioco ed accetta qualsiasi opportunità gli capita a portata di mano? Bene se il lavoro che hai accettato è di livello palesemente inferiore alla tua professionalità, il tuo stipendio verrà integrato con fondi pubblici. Al contrario chi resta in attesa della manna, si culla sul sussidio senza fare nulla per crearsi una nuova via all’occupazione, non accetta di rimettersi in gioco pur di lavorare o lo fa in nero, vedrà l’ammontare dell’assegno calare drasticamente mese dopo mese con un termine della copertura entro l’anno.

In questo modo avremo persone attive sul mercato del lavoro e sono certo che i costi diminuiranno drasticamente per lo Stato, senza contare che si attuerebbe quella riqualificazione professionale di cui oggi si sente tanto bisogno, in particolare per tutti coloro che conoscono un mestiere che oggi, purtroppo, non c’è più.

Alla prossima!!

Politiche attive del lavoro: è ora di muoversi!

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Rendersi attivi nel mercato del lavoro
Rendersi attivi nel mercato del lavoro

Torno dopo qualche tempo su un argomento a cui tengo molto, ovvero l’implementazione di politiche attive reali del lavoro. In questi giorni mi trovo nel mezzo di alcune trattative che risaltano sulla stampa nazionale e che sono state spunto per alcune rifelssioni che vorrei condividiere.

In Italia ci sono diverse situazioni paradossali, dove l’uso improprio degli ammortizzatori sociali ha creato vere e proprie situazioni di assistenzialismo puro e posso pensare anche di incremento di economia sommersa, senza alcuna possibilità di rientro in azienda perchè gli esuberi sono diventati ormai strutturali. Casi di cui però nessuno vuole occuparsi, se fate una ricerca sul web troverete molti dati relativi al monte ore di cassa che sono state richieste dalle aziende suddivise tra CIGO (ordinaria) CIGS (straordinaria), CIGD (deroga) ma poco o nulla relativamente a quali aziende sono destinate queste ore e da quanto tempo ne usufruiscono.

Gli unici dati che, tra le righe, raccontano la realtà della situazione si trovano all’interno del “Rapporto Annuale 2013” dell’ISTAT che a pagina 106 riporta testualmente: “..si sta allungando la durata dei periodi di CIG e sta diventando più probabile la transizione verso la disoccupazione.“, seguono i dati percentuali. In quella frase è raccolta la verità che le parti sociali ignorano o fanno finta di ignorare ovvero un utilizzo di massa degli ammortizzatori sociali anche quando già all’inzio della trattativa è chiaro a tutti che si tratta non di “temporanea sospensione” della attività lavorativa ma di veri e propri esuberi per l’azienda.

Gli ammortizzatori sociali sono sacrosanti e sono nati con scopi ben specifici come riporta la legge, il problema è che si stanno snaturando, vengono utlizzati in modo improprio per mascherare situazioni di ben altra tipologia. Certo spesso questo avviene per cercare di fare il bene di coloro che altrimenti rimarrebbero senza lavoro, sta di fatto però che queste situazioni hanno partorito mostri di assistenzialismo che non fanno il bene ne del Paese ma neanche degli stessi lavoratori coinvolti.

Ci sono storie in giro per l’Italia di aziende che usufruiscono di cassa integrazione a zero ore (che per i non addetti ai lavori significa rimanere in forza all’azienda pur restando a casa e non lavorando neanche un minuto prendendo l’80% dello stipendio) da più di 10 anni, con il risultato di avere persone che sono “fuori dal mercato del lavoro” da tutto questo tempo; capite bene come in un mondo che cambia sempre più velocemente, la professionalità di queste persone sia ormai persa. Non solo, quando all’inizio parlavo di incremento dell’economia sommersa intendevo dire che spesso a queste situazioni si associano episodi di persone che pur permanendo in cassa integrazione lavorano in nero (l’ultimo caso in ordine di tempo lo trovate qui).

Emerge chiaro il fatto che queste sono politiche statiche del lavoro, fino a quando le persone sono in carico all’azienda nessuno si attiverà mai per cercare nuove opportunità, con il risultato di rimanere passivamente in attesa di cambiamenti che non avverranno mai (si veda quanto riportato dall’ISTAT sopra); per il bene di tutti, occorre dare un’incremento sostanzioso alle politiche attive del lavoro, attraverso tutte quelle attività che rendano il lavoratore “attivo” nei confronti del mercato del lavoro, che permettano allo stesso di aumentare la propria impiegabilità verso nuove attività professionali. In questo le istituzioni potrebbero fare tanto, usufruendo anche di fondi che l’Unione Europea mette a disposizione ma che troppo spesso rimangono inutilizzati, ma anche le aziende potrebbero mettere sul tavolo incentivi economici funzionali alla messa in opera di queste attività.

Questo appello deve essere raccolto da tutti gli attori del mondo del lavoro: dallo Stato per un miglioramento dei conti pubblici, dalle parti sociali per un miglioramento della competitività delle aziende da un lato e per dare nuove possibilità ai lavoratori, dalle aziende per dimostare vera responsabilità sociale nei confronti dei propri lavoratori da cui si è costretti a separarsi, dai lavoratori stessi in modo che comprendano che è meglio trovare un’altro posto di lavoro piuttosto che languire, pur assistiti, in casa rimandando un problema che prima o poi chiederà il conto.

Utopia? Io credo proprio di no.

Alla prossima!!

Responsabilità Sociale d’Impresa in un mondo che cambia

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Iceberg Occupazionale
Iceberg Occupazionale

La scorsa settimana sono stato invitato a tenere un intervento all’interno dell’Assemblea Annuale di Federmanager Marche, un intervento in cui ho voluto toccare il concetto di Responsabilità Sociale d’impresa in un mondo che cambia. Un concetto quello di responsabilità sociale che, nel caso del lavoro ho ritenuto necessario allargare anche alle istituzioni. Ecco il testo dell’intervento:

“Dal concetto di sociale voglio partire per iniziare il mio intervento, in particolare voglio toccare il concetto di Responsabilità Sociale.

La Commissione Europea in una comunicazione del 2011 definisce la Responsabilità Sociale di Impresa o Corporate Social Responsability come: «The responsibility of enterprises for their impacts on society.» ovvero la responsabilità delle aziende per il loro impatto sulla società, questo significa anche essere responsabili per il futuro dei propri collaboratori anche nel caso in cui le strade si debbano separare.

Inutile prenderci in giro, lo dico da addetto ai lavori, il mercato del lavoro è cambiato, pensare che tutto tornerà come prima è anacronistico e assolutamente utopico; il posto fisso come lo intendevano i nostri genitori non esiste più, nell’arco della vita professionale cambiamo più volte il ns. percorso professionale, a volte per ns. volontà, altre, come nel caso della crisi che stiamo attraversando, per volontà altrui.

Quando si verifica il secondo caso il concetto di responsabilità sociale diviene ancor più alla ribalta , ma è un concetto che va allargato secondo il mio pensiero, non solo le aziende, ma tutti gli attori in campo devono dimostrare di essere responsabili verso i lavoratori, e quando dico tutti intendo anche le istituzioni e le organizzazioni sindacali.

In un mercato del lavoro che è mutato, perseverare con le vecchie logiche di sostegno al lavoratore è una strategia non solo perdente per il lavoratore stesso ma anche per i conti di imprese e Stato. Dobbiamo mettere in pista nuovi strumenti a sostegno dell’occupabilità e del lavoratore.

Gli ammortizzatori sociali sono sacrosanti, ma vanno usati non abusati, ci sono storie di lavoratori che sono in Cassa Integrazione da anni, in alcuni casi anche da decenni e che si trovano oggi, come ieri, senza possibilità di rientrare nel posto di lavoro.

Affiancare agli ammortizzatori sociali che sono per l’appunto passivi a politiche attive del lavoro adatti ai tempi mutati, che siano efficaci nell’ottica di assicurare NON la stabilità del posto di lavoro ma la CONTINUITA’ tra le diverse successive collocazioni lavorative, da realizzarsi innanzitutto attraverso un corretto incontro tra domanda e offerta. Questo significa essere socialmente responsabili del futuro dei propri collaboratori e cittadini.

Parlavo di corretto incontro tra domanda e offerta, questi sono dati di Unioncamere che testimoniano come in Italia se un lavoratore viene lasciato da solo, come spesso avviene oggi, per trovarsi una nuova opportunità professionale ha accesso solo al 15% del totale delle opportunità presenti nel mercato, mentre l’85% delle possibilità rimangono nascoste, in Italia molto si rivolge ancora al passaparola; dato questo che vale per tutte le categorie: Dirigenti, Quadri, Impiegati ed Operai.

Le opportunità di lavoro, anche in un momento come quello attuale, sono cinque volte più numerose di quelle che vengono colte, chi cerca un posto di lavoro e chi ne offre uno hanno solo UNA POSSIBILITA’ SU CINQUE di incontrarsi; per rendere meglio l’idea ho affiancato l’immagine di un iceberg, un vero e proprio iceberg occupazionale.

Questi dati fanno chiaramente capire come il servizio di outplacement (presente da moltissimi anni nei mercati anglosassoni) sia insieme politica attiva del lavoro e strumento di responsabilità sociale per tutti gli attori sul mercato del lavoro: imprese, istituzioni ed OOSS.

L’outplacement non è altro che l’attività specializzata di coloro che monitorano il mercato alla ricerca delle opportunità nascoste per incrociarle con la domanda occupazionale, siamo coloro che si mettono muta e bombole, dotano degli stessi strumenti il lavoratore e lo accompagnano alla scoperta della parte sommersa dell’iceberg occupazionale.

Un servizio che va svolto in maniera professionale e che può contare su un ampio network di contatti diretti con centinaia di aziende, sviluppato nel tempo e continuamente coltivato.

Seguire un percorso di ricollocamento ha come scopo primario quello di ridurre il tempo di ricollocazione oltre ad aumentare la possibilità di trovare una posizione gratificante. L’attività di outplacement è volta alla riqualificazione della risorsa ed al supporto alla stessa in un’ottica di piena realizzazione degli obiettivi di crescita professionale.

Come società che si occupa di ricollocamento non possiamo non rifarci a degli asset e valori ben specifici:

– Crediamo fermamente nelle persone e nelle loro capacità e potenzialità
– Rispettiamo i valori della persona ed i relativi bisogni cercando di coniugarli il più possibile con le esigenze del mercato
– Siamo particolarmente attenti alla qualità con la quale eroghiamo i servizi, personalizzandoli al massimo in ottica di raggiungimento degli obiettivi prefissi.

In parole povere il focus è sulla PERSONA, contrariamente a quello che accade con chi si occupa di ricerca e selezione che ha il focus sull’azienda (la società viene incaricata da un’azienda per trovare la persona adatta alle sue esigenze, nel nostro caso si invertono i fattori dobbiamo trovare l’azienda adatta alle esigenze della persona).

In definitiva occorre che alle misure a sostegno della crescita del sistema Paese, di cui oggi tanto si discute, vengano affiancate altrettante politiche a sostegno dell’occupazione e del lavoratore che, in caso di perdita del posto di lavoro ed in ottica di responsabilità sociale, non va abbandonato a se stesso ed al fai da te, ma accompagnato ed orientato ad intraprendere nuovi percorsi professionali e incoraggiato a cogliere nuove opportunità magari più interessanti e stimolanti, cosa questa che è prerogativa principale dell’outplacement.

Cambiare lavoro significa rinnovarsi, aiuta ad innovare, ad acquisire nuove competenze, funge da stimolo a non adagiarsi su quanto raggiunto per scalare posizioni più alte.

Alla prossima!!

Outplacement: la testimonianza di Emilio Zampetti Chief of Human Resources di ELICA.

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Emilio Zampetti Chief of Human Resources di ELICA
Emilio Zampetti Chief of Human Resources di ELICA

Spesso in questo blog ho toccato l’argomento outplacement, vuoi perchè mi occupo anche di outplacement, vuoi perchè credo fermamente che in Italia dobbiamo uscire dalla logica stretta dell’ammortizzatore sociale passivo, che risolve poco o nulla e focalizzarci più sulle politiche attive del lavoro, di cui l’outplacement è parte preponderante.

Sapete come la penso, la cassa integrazione è sacrosanta e senza dubbio utile, ma va utilizzata così come è stata concepita, senza gli abusi di cui siamo pieni in Italia; una persona va assistita se si trova in un momento difficile non solo con un sostegno al reddito ma soprattutto con un supporto alla ricollocazione in un nuovo posto di lavoro, questo perchè credo che il lavoro sia più importante e nobilitante che non la mera assistenza che prima o poi avrà fine.

In questo contesto ho fatto alcune domande ad un HR Manager che conosco da tanto tempo, Emilio Zampetti Chief of Human Resources di un’azienda da sempre attenta alle risorse umane, anche quando arriva il momento di dividere le strade, ovvero ELICA Spa. Emilio ha cortesemente accettato, mi sono fatto raccontare come vede lui l’outplacement e cosa ne pensa, se lo usa e che livello di soddisfazione ha dello strumento, ecco l’intervista.

D. Da quanto tempo usi l’outplacement?

R. La prima esperienza con l’outplacement risale al  2003, quando ancora era uno strumento poco conosciuto ed utilizzato: compresa la sua vera natura e potenzialità da allora l’ho sempre proposto e consigliato.

D. Perché usi l’outplacement?

R. E’ un modo di “prestare attenzione”alle persone anche questo; soprattutto nel momento più difficile quale il termine di un rapporto di lavoro.

D. Qual è il valore aggiunto dell’outplacement?

R. Il valore aggiunto è quello di  rivalorizzare il percorso professionale  di ciascuno è prepararlo ad un mercato del lavoro sicuramente diverso rispetto all’ultima volta che la persona si era messa in discussione.

D. Cosa ti aspetti da una società che si occupa di outplacement?

R. Naturalmente una grande sensibilità nel gestire il lato psicologico dei candidati, un buon network e velocità nel ricollocare.

D. Outplacement e politiche attive del lavoro, le istituzioni possono fare di più?

R. Sicuramente si perché è difficile fare di peggio della situazione attuale!! Ma questa è un’altra storia.

D. Outplacement e sindacati, c’è consapevolezza dello strumento nel tavolo delle trattative?

R. Le organizzazioni sindacali non percepiscono il valore del servizio di outplacement ne tantomeno le potenzialità; preferiscono sempre puntare su l’incentivo all’esodo piuttosto che sviluppare un progetto di ricollocazione, una visione molto limitata che non alimenta e non aiuta la voglia di rimettersi in discussione delle persone.

Ringrazio Emilio per la disponibilità e la sua solita cortesia nel rendersi disponibile all’intervista.

Alla prossima!!