Confindustria Ancona

Un nuovo futuro economico

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Un nuovo modello economico è possibile
Un nuovo modello economico è possibile

Negli ultimi giorni ho partecipato ad alcuni seminari come relatore, ecco perchè questo post arriva con un pò di ritardo dal precedente, seminari in cui si è discusso di positività, ottimismo ma anche di ripensare il futuro dell’Italia.

Interessanti le riflessioni che sono emerse da un confronto avuto con alcuni HR Manager umbri; risulta chiaro ed evidente che l’Italia deve rivedere la sua politica industriale, ad emergere da questo periodo post crisi c’è un mercato completamente diverso, sono perfettamente daccordo con il Presidente di Confindustria Ancona Claudio Schiavoni che all’evento dal titolo “Fiducia ed Ottimismo: i nuovi valori del bene comune” organizzato la scorsa settimana dalla Aurora Basket Jesi nell’ambito del progetto B4B (Basket for Business) ha testualmente detto: “la crisi è finita, quello che stiamo attraversando è un’altra cosa, è un mercato diverso da quello in cui eravamo abituati ad operare, dobbiamo adattarci a questo nuovo mercato che non può più essere quello di prima“.

Dobbiamo ripensare la nostra industria, rivedere le nostre priorità come sistema Paese; l’Italia ha un grande asset unico da valorizzare che nessuno può portarci via ed è la forza del suo brand, il cosiddetto MADE IN ITALY che tanto ha fatto ed ancora oggi fa nel campo della moda, dell’agroalimentare. Dobbiamo ripartire da li, dal lavorare tantissimo sul nostro brand principale capace di portare valore reale apprezzato e riconosciuto in tutto il mondo, dobbiamo rivedere il nostro modello produttivo da prodotto di massa a bassissimo valore aggiunto su cui, inutile illuderci, non siamo più competitivi ad un modello basato su prodotti tipicamente MADE IN ITALY di alta gamma che mettano in evidenza la nostra sapiente artiginalità e conoscenze tecnologiche, trasformarsi in quello che ho chiamato un modello basato sulla artigianalità-industriale.

Le istituzioni devo adoperarsi affinchè a livello europeo venga difesa e valorizzata la nostra tipicità, vanno aumentate le tutele e premiato il solo e vero made in Italy quello fatto interamente sul territorio nazionale; vanno riviste quindi anche le politiche di comunicazione verso il resto del mondo in un ottica di diffudione di una vera cultura della italianità. Paradossalmente stiamo perdendo la nostra tradizione, quello che veramente ci differenzia, facciamo sistema usciamo dalle parrocchie e dai campanilismi e pensiamo in termini di Paese, dobbiamo sviluppare la capacità di cooperare.

A proposito di cooperazione dobbiamo anche tornare a mettere al centro la persona, gli anni che hanno seguito il boom economico ci hanno portato sempre di più a spostare l’attenzione su una civiltà del consumatore, abbiamo perso di vista la persona. Sono sbalordito quando sento imprenditori, politici ed anche uno dei sindacalisti più radicali come Landini della FIOM dire che occorre anticipare il tfr in busta paga per rilanciare i consumi, una assurdità totale perchè in primis si va a depauperare un tesoretto che a fine carriera ognuno di noi può utilizzare ed investire come meglio crede e poi perchè torneremo a “drogare” il mercato con una immissine momentanea di liquidità che non risolverebbe alcunchè se non nel brevissimo periodo, proprio perchè va rivisto il sistema, non basta incitare i consumi occorre creare valore.

Dal creare valore, dal rimettere al centro la persona, dal coopeare e collaborare tutti concetti emersi negli incontri, si arriva facilmente al creare una nuova economia che va oltre il confine italiano ma che dovrebbe permeare l’intero pianeta, l’economia del bene comune. Mi sono imbattuto in questa teoria proprio durante uno di questi incontri, grazie ad un imprenditore che sta iniziando ad applicarla nella sua azienda con risultati sorprendenti. La teoria fa capo a Christian Felber scrittore e storico in ambito economico che ha recentemente scritto un libro dal titolo “L’economia del bene comune“, una teoria che ha alla base i valori fondamentali di fiducia, cooperazione, stima, democrazia e solidarietà; scopo della teoria è quello di promuovere una vita buona per tutti gli esseri viventi e per il pianeta, sorretta da un sistema economico orientato al bene comune; dignità umana, equità e solidarietà, sostenibilità ambientale, giustizia sociale sono questi gli elementi fondamentali che stanno alla base dell’idea.

Ho letto velocemente i punti principali della teoria, personalmente non sono daccordo su tutti vale però l’idea rivoluzionaria che porta in se, quella del cambiamento di paradigma che stimola le persone ad agire in cooperazione attraverso una valorizzazione reciproca.

E’ stata una settimana ricca quella trascorsa, che mi ha fatto prendere consapevolezza che persone stanno cambiando, c’è aria nuova, c’è voglia di fare, c’è voglia di ricostruire, diamoci da fare un nuovo inizio è possibile.

Alla prossima!!

 

“CHOOSY” o no il mondo è cambiato!

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Non potevo sorvolare su quello che è stato il leitmotiv della settimana, ovvero l’intervento del Ministro Fornero in un convegno in Assolombarda dello scorso lunedì; intervento in cui afferma che “i ragazzi non devono essere troppo choosy, meglio prendere la prima offerta e poi vedere da dentro un posto migliore, non aspettare l’arrivo del posto ideale”.

Premetto che vado controcorrente rispetto a quello che ho letto e sentito in questa settimana, ovvero una alzata di scudi pressoché generale a favore dei giovani e contro il Ministro del Lavoro rea di avere, per l’ennesima volta, detto la sua boiata quotidiana.

Chiaro, non si può fare di tutta un’erba un fascio, è naturale che oggi una nutrita maggioranza di giovani è disponibile a fare qualsiasi lavoro pur di entrare nel mercato, io stesso conosco ragazzi che già durante gli studi lavorano con lavoretti part-time per ritagliarsi un po’ di autonomia economica se non addirittura per pagarsi gli studi stessi; è altrettanto vero però che sono diversi anni che lavoro e posso assicurare di essermi imbattuto moltissime volte in ragazzi neolaureati che entrando in azienda pensavano di essere già direttori generali o, peggio, pretendevano di essere messi in posizioni di rilievo.

Ecco quindi che per chi opera nel mondo del lavoro le parole della Fornero paiono tutt’altro che fuori luogo, come anche affermato da giornalisti come Manfellotto Direttore de l’Espresso nell’editoriale di questa settimana. Anche perché l’inglese, lingua meravigliosa per il sottoscritto, facilmente raccoglie sotto un unico vocabolo diversi significati; si fa presto quindi a dire che “choosy” significa “schizzinoso” con una accezione sicuramente fuori luogo se detta da un Ministro, basta però guardare un vocabolario per capire che “choosy” viene usato anche per descrivere una persona “difficile da accontentare” o “esigente” che, come ben potete immaginare, suona in tutt’altro modo rispetto a schizzinoso.

La mia riflessione però, vuole andare oltre ai ragazzi e coinvolgere anche adulti (che hanno perso il posto di lavoro causa crisi), imprenditori e forze politiche.

Nel mio lavoro sono a contatto con persone che hanno perso il posto di lavoro ma che hanno avuto, nella sfortuna, la fortuna di essere accompagnati da professionisti, nella ricerca di nuove opportunità di lavoro. Anche tra di essi si annidano insospettabili “choosy”, persone che spesso davanti a proposte di lavoro che prevedono retribuzioni leggermente inferiori a quanto percepito sino alla perdita del posto, le rifiutano attendendo la “proposta ideale”; oppure quelli/e che davanti ad una proposta di assunzione a tempo pieno rifiutano perché accettano solo part-time e per giunta solo alla mattina e potrei andare oltre ma preferisco fermarmi qui. Noi consulenti di outplacement, ci sgoliamo nel dire esattamente le parole del Ministro Fornero ovvero: non rifiutate, rientrate nel giro e da dentro poi cercate il posto ideale.

Veniamo agli imprenditori, qualche giorno fa sul Corriere della Sera è uscito un articolo di Severino Salvemini che invito tutti a leggere (http://bit.ly/Tu0Dvl) perché dopo anni di chiacchere sulle colpe della crisi, finalmente senza peli sulla lingua, dice chiaramente come stanno le cose. In particolare Salvemini afferma “Serve un nuovo ripensamento del modello aziendale, oggi decisamente incongruo rispetto al fabbisogno contemporaneo di competitività. Meno concentrazione dunque su eventi congiunturali, su politiche pubbliche e su contesti regolativi, e più al centro le debolezze delle singole imprese e le responsabilità di chi queste imprese è chiamato a governarle e gestirle.” Perchè in effetti le colpe ci sono eccome; un paio di settimane fa sono stato all’Assemblea di Confindustria Ancona, tra gli ospiti il Presidente di Confindustria Squinzi che, sorvolando sulla pochezza delle dichiarazione fatte, non ha minimamente fatto un seppur minimo accenno di autocritica, rovesciando la colpa della crisi delle imprese italiane su politica, sindacati e situazione congiunturale. Oggi le imprese e gli imprenditori che le rappresentano, pretendono di ragionare e di agire esattamente nello stesso modo del periodo pre-crisi, usando ancora le parole di Salvemini “Le imprese italiane hanno oggi comportamenti tardivi rispetto alle loro cugine internazionali. Le strategie sono troppo poco determinate e affini a convenienze di breve termine; gli sviluppi del capitale umano sono basati su investimenti formativi esili che producono competenze poco originali e distintive (l’investimento in formazione delle imprese italiane è da anni plafonato sotto l’1% del fatturato annuo); i disegni organizzativi sono rudimentali e burocratici; il management è in gran parte autoreferenziale e poco mobile e scarsamente orientato al rischio e all’apertura (fate il calcolo di quanti sistemi di incentivi manageriali basati sul raggiungimento degli obiettivi sono diffusi e ne avrete la riprova); la governance aziendale si tramanda senza confronti e inclusioni esterne, con estensioni di patti di controllo, piramidi societarie e forme di potere insindacabile; la creatività di cui tanto si parla nello stivale del bello e del ben fatto non è altro che un pizzico di ritocco incrementalistico senza strappi di discontinuità o di radicale innovazione. Il tutto condito da una scarsa patrimonializzazione, resa ancora più traballante dalla fuga dei cosiddetti animal spirits , che durante la crisi hanno preferito la rendita immobiliare alla scommessa manifatturiera.

Per quanto riguarda i politici… beh qui il discorso è facile, basta leggere i giornali, guardare la tv ed ascoltare la radio per avere prova quotidiana di in che razza di mani siamo, non parlo di rosso, bianco o nero, di un partito rispetto ad un altro, di destra o di sinistra… i fatti hanno documentato chiaramente che non si salva nessuno. Nessuno lo dice apertamente ma è evidente che siamo dovuti ricorrere ad una “sospensione temporaneadella democrazia per poter fare quelle riforme e mettere mano a quelle situazioni che nessuno, sino ad oggi, ha mai avuto il coraggio di fare. Sospensione della democrazia dicevo, perchè in che altro modo si può definire il governo Monti?

Torno al titolo del post, choosy o no il mondo è cambiato e sarà bene che tutti ce ne rendiamo conto; il mercato del lavoro non tornerà più quello di prima sia chiaro a tutti giovani e meno giovani; continuare a dirigere un’azienda nello stesso modo in cui lo si faceva nel 2007 non porterà da nessuna parte se non alla chiusura della stessa; se i politici continueranno a fare gli affari propri anzichè quelli dei cittadini che li hanno eletti, il paese andrà in fallimento.

La crisi è una grande opportunità se presa per il verso giusto, se si è disposti a rimettersi in gioco, a rimboccarsi le maniche si può arrivare alla fine del tunnel e ripartire con maggiore prosperità per tutti soprattutto per le future generazioni, se si rimane fermi nella speranza vana che tutto passi, si finisce inevitabilmente per soccombere.

Alla prossima!

ICHINO e FAVA due giuslavoristi a confronto.

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Il Prof. Ichino con il sottoscritto a margine dell'incontro.Giovedì 10 maggio ad Ancona, AIDP Marche di cui sono Vice Presidente, ha organizzato un incontro in cui discutere della riforma del mercato del lavoro attualmente in discussione in parlamento.

Ospiti di Confindustria Ancona, si sono confrontati sul tema della riforma il Prof. Pietro Ichino noto giuslavorista e senatore, autore del disegno di legge n°1481 conosciuto anche come progetto “Flexsecurity”, progetto su cui, almeno inizialmente, il Ministro Fornero ha basato la sua riforma e l’Avv. Fava anch’egli giuslavorista, coadiuvati dalla mediazione di Rosanna Santonocito di JOB24 del Sole 24 Ore (http://jobtalk.blog.ilsole24ore.com/). Nel dibattito sono intervenuti anche il direttore di Confindustria Ancona Filippo Schittone, il Direttore Risorse Umane di Elica Emilio Zampetti, Angelo Stango consulente in ambito relazioni industriali per Indesit Company ed il Presidente Nazionale di AIDP Filippo Abramo.

Chi segue il mio blog sa come la penso sulla riforma, non è un mistero che personalmente ritengo il disegno di legge di Ichino la riforma migliore possibile allo stato attuale. Come del resto è altrettanto chiaro che una riforma del lavoro andava comunque fatta, impensabile andare avanti facendo finta di niente come molti avrebbero voluto; la disoccupazione giovanile legata ad un crescente precariato contro un sistema di job property della generazione del “tempo indeterminato” che hanno creato un dualismo assurdo tra genitori e figli.

Certo la riforma andava fatta tempo fa, con i giusti tempi, purtroppo la politica di professione non ha mai avuto il coraggio di mettere mano a questo tema o lo ha fatto solo marginalmente perché alto il rischio di diventare impopolari e di perdere lo scranno che garantisce privilegi ed introiti oltre ogni più degno pensiero. Ci ha pensato la crisi ad accelerare vorticosamente i tempi, forzando soluzioni che sarebbero dovute intervenire passo passo.

Ecco quindi che i politici di professione hanno preferito farsi da parte, dimostrando di non avere coraggio sino all’ultimo (poi si domandano perché alle amministrative in corso perdono consensi e vince Grillo) lasciando spazio ai cosiddetti professori che si sono ritrovati a fare il lavoro sporco, sperando che una volta finito possano risalire a palazzo e riprendere a fare la politica della convenienza… quale? Beh ovvio la loro.

Torniamo all’incontro di giovedì scorso, il confronto che ne è scaturito è stato assolutamente interessante, tutti sostanzialmente concordi nel dire che la riforma attuale, partita sotto i migliori auspici, si sta trasformando a causa dei veti incrociati dei, manco a dirlo, soliti politici di professione, in una riforma monca che non porterà a granché se non ad un ulteriore irrigidimento del mercato del lavoro sia in entrata, con gli eccessivi paletti inseriti sui contratti flessibili, che in uscita, la Flexsecurity di Ichino è solamente sfiorata.

Ci sono però dei distinguo: Ichino ritiene la riforma un cambiamento comunque epocale perché per la prima volta in 40 anni la riforma non interviene solo a margine ma nel cuore del diritto del lavoro, ovvero licenziamento ed ammortizzatori; lo fa con l’idea di allineare il nostro ordinamento al resto dell’Europa.

Fava da parte sua invece la boccia totalmente come anche il direttore di Confindustria Schittone che a nome degli imprenditori che rappresenta, vede nella riforma attuale tanta incertezza sia dalla parte normativa che dalla parte dell’efficacia della stessa, ancora troppi buchi lasciati alla discrezionalità dei giudici, non sono sufficienti i paletti messi per dare gli strumenti esatti ed ineludibili e lasciare una bassa discrezionalità nel giudizio finale; questo fa si che per l’ennesima volta saranno proprio i giudici ad avere in mano il potere decisionale finale. Questo creerà ancora incertezza sia nelle imprese che tra i lavoratori e non limiterà certo il ricorso alle cause in materia giuslavoristica che invece, inizialmente, si voleva cercare di limitare fortemente.

Di buono ci sono i recenti emendamenti alla riforma che sembrano andare in direzione di un allentamento dei vincoli sulla flessibilità in entrata ed un tentativo di andare verso il modello tedesco che come Ichino stesso ha detto, non è certamente il più snello d’Europa da un punto di vista giuslavoristico ma è sicuramente migliore del nostro invischiato ed estremamente complesso diritto del lavoro.

Alla prossima!