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Riforme, riforme, riforme…. una riflessione personale

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Studio ADAPT su Riforme e Occupazione
Studio ADAPT su Riforme e Occupazione

Venerdì scorso, in qualità di Vice Presidente di AIDP Marche (Associazione Italiana per la Direzione del Personale), abbiamo organizzato insieme a Confindustria Pesaro Urbino, un incontro in cui il Dott. Emmanuele Massagli di ADAPT (Associazione per gli Studi Internazionali e Comparati sul Diritto del lavoro e sulle Relazioni Industriali) ci ha parlato di cosa significa in realtà parlare di flessibilità nel mondo del lavoro.

Incontro molto interessante in cui il Dott. Massagli ha evidenziato come oggi, quando si parla di flessibilità nel mercato del lavoro, si lega al concetto una connotazione totalmente negativa; spesso tendiamo ad associare alla parola flessibilità il concetto di precarietà cosa questa, secondo il mio parere, dovuta alle ultime riforme del mercato del lavoro che come si evince dalla immagine riportata, frutto proprio di una elaborazione da parte di ADAPT, non sono servite praticamente a nulla se non a peggiorare ulteriormente la condizione del mercato del lavoro.

Perchè è successo questo? Perchè nonostante negli ultimi 5 anni ci siano state 5 riforme legate al mondo del lavoro nulla è cambiato? In realtà la risposta è molto semplice, perchè nessuno ha avuto il coraggio di fare una riforma vera e definitiva che possa non solo essere di volano per la ripresa economica ma anche in grado di andare incontro ad un mercato del lavoro che Italia non sarà mai più uguale a prima. Tutti sono partiti sulla carta determinatissimi a cambiare le cose ma quando poi i testi sono arrivati all’esame di parti sociali, commissioni lavoro, politici e di tutti coloro che hanno voluto e potuto metterci mano, sono state tagliuzzate da una parte e dall’altra per far comodo alle varie corporazioni esistenti nel nostro Paese, producendo riforme non solo completamente inutili ma in alcuni casi addirittura nocive per il il mercato del lavoro, su tutti la Riforma Fornero, partita sotto i migliori asupici, strada facendo si è trasformata nella peggior cosa che si potesse fare in un momento come quello attuale.

Quello che i politici devono capire è che non possono continuare a fare proclami altisonanti solo allo scopo di accattivarsi simpatie ma che alla fine non portano a nulla: l’Italia non può più prescindere ad esempio, da una seria riforma del settore pubblico, che va equiparato a quello privato; non possiamo prescindere da una riforma seria ed esemplificativa del mercato del lavoro (la mia idea l’ho data qualche post fa) che esca dalle logiche del guardare ognuno il proprio orticello, da una seria riforma degli ammortizzatori sociali, trasformandoli da passivi in attivi (vi invito a leggere sul tema i recenti articoli di Enrico Marro che possono essere trovati sul sito del Corriere della Sera parlano di cassa integrazione in deroga e di quanto valgono in termini monetari i sindacati). Se continuiamo a fare riforme a puro scopo promozionale ma assolutamente inutili a livello pratico non riusciremo mai ad uscire da questo pantano.

Un’altro caso interessante di progetto potenzialmente fallimentare se non sarà gestito nelle dovute maniere, è la cosiddetta “Garanzia Giovani” di cui tanto si parla. Un progetto che, vale la pena dirlo, non nasce per combattere la disoccupazione giovanile ma semplicemente per riattivare qui giovani che oggi, presi dallo scoramento, risultano essere passivi ovvero ne studiano ne sono in cerca di lavoro (parole queste dello stesso Massagli di ADAPT). In questo caso ci sono in ballo ben 1 miliardo e 134 milioni di Euro messi in campo dall’Europa che se non ben gestiti saranno gettati dalla finestra.

In parole povere l’obiettivo della Garanzia Giovani è quello di rendere più efficienti le politiche di placement ovvero di migliorare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro per i giovani e di cercare di tenere appunto attivi i ragazzi offrendo percorsi formativi seri nel caso in cui non trovassero opportunità lavorative perchè in un mondo come quello attuale formarsi è una costante di tutta una vita.

Benissimo, l’obiettivo è senza dubbio interessante ed ambizioso, mi spiegate però come possiamo pensare di raggiungere questo obiettivo se l’idea di partenza è, nella maggior parte dei casi, di far gestire questo “efficentamento”  ai Centri per l’Impiego??? Se ci troviamo in questa condizione è proprio perchè anche i muri sanno che i CPI non funzionano e l’efficienza non sanno neanche dove sta di casa per non parlare della totale mancanza in molti casi delle competenze necessarie per poter fare matching tra domanda ed offerta. Risulta chiaro che come minimo sarà necessario coinvolgere anche le agenzie per il lavoro private che hanno ben altra efficienza nel reperire posizioni e nel gestire programmi di formazione ed avviare finalmente una seria collaborazione pubblico privato senza mettersi in competizione. Sappiamo tutti che invece ancora una volta seguiremo gli ideali politici locali e così ci saranno regioni che faranno un ottimo lavoro perchè già oggi collaborano con settore privato ed altre dove invece i risultati saranno disastrosi perchè tenderanno a voler accentuare il dualismo tra pubblico e privato.

In definitiva è inutile continuare a lanciare proclami di riforme o progetti altisonanti che poi inesorabilmente si trasformano in “riformine” e progetti in cui l’unico ricordo che rimane è lo sperpero di risorse pubbliche; cambiamento significa anche questo, significa fare poco magari ma fatto bene, ottimizzando i costi e puntando ai risultati.

Ci riusciremo??

Alla prossima!!

Outplacement: mettiamo le cose in chiaro.

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Outplacement: facciamolo rendere al massimo
Outplacement: facciamolo rendere al massimo

Dopo qualche tempo eccomi tornare su un aspetto della mia professione, quello di consulente di ouplacement; ci torno perchè negli ultimi tempi mi sono imbattuto in diverse situazioni in cui, la concorrenza da un lato e le parti sociali dall’altro, stanno in alcuni casi rischiando di minare non solo il mercato dell’outplacement ma anche l’efficacia stessa dello strumento.

Ci sono due ordini di motivi per cui ho deciso di scrivere questo post entrambi però sono al servizio non mio e della mia professione ma di chi questo strumento è chiamato ad utilizzarlo e/o proporlo nelle trattative sindacali. In pratica cosa succede?

Il primo spunto parte dal fatto che la crisi ha colpito tutti i tipi di industria anche quella dei servizi, in questa categoria rientrano anche le aziende che si occupano di fornire servizi in ambito risorse umane. Come certamente saprete l’articolo 4 del Dlgs 276/03 al comma uno prevede quanto segue:

1. Presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e’ istituito un apposito albo delle agenzie per il lavoro ai fini dello svolgimento delle attività di somministrazione, intermediazione, ricerca e selezione del personale, supporto alla ricollocazione professionale. Il predetto albo e’ articolato in cinque sezioni:
a) agenzie di somministrazione di lavoro abilitate allo svolgimento di tutte le attività di cui all’articolo 20;
b) agenzie di somministrazione di lavoro a tempo indeterminato abilitate a svolgere esclusivamente una delle attività specifiche di cui all’articolo 20, comma 3, lettere da a) a h);
c) agenzie di intermediazione;
d) agenzie di ricerca e selezione del personale;
e) agenzie di supporto alla ricollocazione professionale.

In questo elenco come vedete le società che si occupano di outplacement (supporto alla ricollocazione professionale) sono riportate alla lettera e) la cosa buffa, se vogliamo chiamarla in questo modo, è che chi sta alla lettera a) può fare tutto quello che c’è sotto mentre non vale il contrario. Tutto questo per dire che sino ad oggi ognuno si è occupato del suo core business ma in periodi di magra come quelli odierni, in molti di quelli che non si trovavano alla lettera e) hanno visto come business la possibilità di iniziare a dedicarsi all’outplacement. Il problema è che non ci si inventa in questo settore perchè si rischia di fare dei disastri colossali in particolare sui contenuti del servizio, guarda caso è proprio quello che sta accadendo, mi sono imbattuto personalmente in società, di cui chiaramente non farò il nome, che stanno mascherando dietro la parola outplacement un servizio che non ha nulla a che vedere con il servizio di ricollocazione professionale (per non parlare del lato economico). Risultato? Candidati insoddisfatti, risultati scarsi per non dire nulli, sindacati che perdono la già poca fiducia nel servizio.

La professionalità, anche in questo caso, deve essere alla base di tutto; con questo non voglio dire che il mercato deve rimanere confinato tra le società che da sempre si occupano di ricollocamento, ci mancherebbe altro, voglio però sottolineare che non ci si può improvvisare, un ingresso in questo mercato va pianificato nel tempo e le persone coinvolte devono essere formate o in alternativa, provenire dal settore con comprovata esperienza; altrimenti la cosa non solo tornerà indietro come un boomerang sulla reputazione della società, ma contribuirà a distruggere la credibilità dello strumento.

Voglio chiudere con una nota dedicata alle parti sociali, l’outplacement è un ottimo strumento per trovare nuove opportunità di lavoro ed una delle poche politiche realmente attive, per far si che funzioni occorre che gli accordi sindacali siano redatti in modo tale da renderlo funzionale al massimo; non sempre questo accade, il risultato è che, anche in questo caso, alla fine i risultati rischiano di essere nettamente inferiori alle aspettative ed alle reali possibilità.

Tanti auguri di Buona Pasqua a voi ed alle vs. famiglie.

Alla prossima!!

Vocabolario delle risorse umane: MERITOCRAZIA

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Meritocrazia... mah?
Meritocrazia… mah?

Non pensavo di tornare ad affrontare, subito dopo aver parlato di “talento”, di un’altra parola stra-abusata nel lessico relativo alle risorse umane e non solo: MERITOCRAZIA. Poi però accadono delle cose ed inevitabilmente non puoi esimerti dal dire la tua (in questo caso la mia) su questo termine così tanto sbandierato quanto poco realmente utilizzato nel nostro bene amato Paese.

Sapete ormai, come a me piaccia andare a leggere come il vocabolario definisca i termini di cui parlo, anche questa volta non sono da meno ecco quindi come il vocabolario Treccani definisce il termine meritorcrazia:

MERITOCRAZIA: s. f. [dall’ingl. meritocracy, comp. del lat. meritum «merito» e -cracy «-crazia»]. – Concezione della società in base alla quale le responsabilità direttive, e spec. le cariche pubbliche, dovrebbero essere affidate ai più meritevoli, ossia a coloro che mostrano di possedere in maggior misura intelligenza e capacità naturali, oltreché di impegnarsi nello studio e nel lavoro; il termine, coniato negli Stati Uniti, è stato introdotto in Italia negli anni Settanta con riferimento a sistemi di valutazione scolastica basati sul merito (ma ritenuti tali da discriminare chi non provenga da un ambiente familiare adeguato) e alla tendenza a premiare, nel mondo del lavoro, chi si distingua per impegno e capacità nei confronti di altri, ai quali sarebbe negato in qualche modo il diritto al lavoro e a un reddito dignitoso. Altri hanno invece usato il termine con connotazione positiva, intendendo la concezione meritocratica come una valida alternativa sia alle possibili degenerazioni dell’egualitarismo sia alla diffusione di sistemi clientelari nell’assegnazione dei posti di responsabilità.

Che bello il vocabolario!! Purtroppo scarsamente utilizzato non solo nella vita di tutti i giorni, ma anche e soprattutto in quei contesti dove invece dovrebbe essere alla base dell’insegnamento ovvero il sistema scolastico. Eh si, il sistema scolastico perchè guarda caso, proprio qui si manifesta la prima stortura nell’uso del termine, un esempio? Pronti!! Accade che mio figlio (1 media) torni a casa da scuola ed intavoli questo discorso:

Figlio: “Papà mi spieghi una cosa?”
Io: “Certo dimmi pure se posso”
F : “Lo sai che oggi la prof ha interrogato e su quattro compagni che ha chiamato: uno è andato bene, uno così così, mentre altri due sono andati male”
Io : “Succede figlio mio specie se non studi, immagino che sei rimasto male per i compagni che non sapevano la lezione, ecco perchè papà e mamma ti dicono sempre di studiare, perchè lo studio serve…… omiss” (evito il pistolotto)
F : “No no papà non sono rimasto male per quello, se non studi è normale che accada questo”
Io : “E allora per cosa?”
F : “Ecco volevo chiederti è normale che ad uno dei due che è andato male e che si è messo a piangere la prof abbia detto: vabbè dai non ti metto il voto e ti rifaccio l’interrogazione la prossima volta?”
Io: “Beh… in realtà no però sai forse la prof ha voluto essere comprensiva verso il compagno di classe”
F: “Si ma è la quarta volta che succede sempre con lui e poi mi spieghi perchè all’altro non ha detto la stessa cosa?”
Io: “…………….”

Ecco poche parole che ci fanno capire come il concetto di meritocrazia e, aggiungo, di giustizia in questo Paese si sia perso (se mai lo abbiamo avuto) sin dai primi gradini educativi, facile capire come, con il crescere, questo concetto così semplice in realtà sia completamente dimenticato.

Eppure le cronache ci innondano di meritocrazia, aziende che basano le loro employer branding sulla meritocrazia, ma poi a far carriera sono sempre i soliti noti, politici che si riempono la bocca con il merito, salvo poi trovarci nella realtà in ben altre condizioni.

Venerdì scorso sono stato al forum dei Giovani Imprenditori di Confindustria dell’Interregionale centro che raccoglie Marche, Umbria e Lazio, ci sono stati ospiti illustri tra cui Marina Salamon; Pupi Avati, il Prof. Zamagni ecc. credo che da queste persone occorra ripartire, da persone positive anche in un momento negativo come quello attuale, che hanno guadagnato la stima e l’ammirazione dell’Italia e di Paesi esteri, che hanno con la fatica e l’impegno “meritato” il posto che oggi occupano nella società.

Facile quindi agganciarmi ad un’altro concetto che da mesi propongo su queste pagine, CAMBIAMENTO, è arrivata l’ora, non è più prorogabile occorre CAMBIARE, nulla è e sarà più come prima: modificare la nostra visione, stabilire nuovi obiettivi, ritrovare l’etica del fare in qualsiasi campo esso sia in una società finalmente effettivamente meritocratica, perchè come dice ZamagniFelice per il crollo se la ricostruzione renderà più bello l’edificio“.

Alla prossima!!

ADRIANO OLIVETTI: riscopriamo le sue parole.

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La copertina del libro
La copertina del libro

Nel weekend mi sono dedicato alla lettura di uno dei cinque libriccini editi da Edizioni di Comunità, in cui vengono riportati altrettanti scritti significativi di Adriano Olivetti. Il libro in questione si intitola Ai Lavoratori e riporta due discorsi fatti da Olivetti nel 1954 e 1955 ai lavoratori di Pozzuoli e di Ivrea.

Ho deciso di approfondire la conoscenza delle parole dell’industriale piemontese perché le ritengo ancora attualissime; inoltre la RAI il 28 ed il 29 Ottobre , manderà in onda una fiction sull’Ingegnere di Ivrea. Non ultimo da anconetano non potevo esimermi dal farlo visto che proprio ad Ancona c’è la sede dell’ISTAO Istituto Adriano Olivetti, business school di elevata qualità fondata nel 1967 dal Prof. Giorgio Fuà grazie all’impulso della Fondazione Olivetti.

Come dicevo ho notato immediatamente l’estrema attualità delle parole di Olivetti, parole che sia come contenuti che come momento storico in cui vennero pronunciate, possono tranquillamente essere sovrapposte ai nostri giorni.

Erano giorni in cui la disoccupazione era elevata, dove la differenza tra una impresa di successo ed una che invece chiudeva, era l’elevato tasso di innovazione; esattamente la stessa situazione odierna.

Quello che balza agli occhi però è l’elevato senso di responsabilità sociale di Olivetti come imprenditore che deve tanto ai lavoratori ed al territorio e che con loro si sente in debito tanto da voler restituire il più possibile in termini di sicurezza del posto di lavoro, sviluppo dell’azienda, cura dell’ambiente, etica del lavoro e forte senso di responsabilità.

L’occupazione creata dalla sue fabbriche è la prima cosa che Olivetti vuole salvaguardare, tanto da riportare fedelmente le parole del padre “La disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligga la classe operaia“; quello che emerge da questa preoccupazione lo si vede nell’elevato tasso d’innovazione dei prodotti, insieme ad un costante miglioramento ed evoluzione tecnico-organizzativa degli stabilimenti.

Mi ha colpito come credesse talmente tanto in questo da voler fare sostanziosi investimenti in ricerca e sviluppo tanto che a metà degli anni ’50 gli addetti alla R&S erano circa il 10% della forza lavoro complessiva. L’altra cosa su cui puntava molto era la forza commerciale tanto che in uno dei discorsi afferma “Il segreto del nostro futuro è fondato, dunque, sul dinamismo dell’organizzazione commerciale e del suo rendimento economico, sul sistema dei prezzi, sulla modernità dei macchinari e dei metodi, ma soprattutto sulla partecipazione operosa e consapevole di tutti ai fini dell’azienda“.

Parole illuminanti che dovrebbero essere rilette non solo da Confindustria ma anche dalle Organizzazioni Sindacali, perchè oggi come allora occorre “creare un’impresa di tipo nuovo al di là del socialismo e del capitalismo giacchè i tempi avvertono con urgenza che nelle forme estreme in cui i due termini della questione sociale sono posti, l’uno contro l’altro, non riescono a risolvere i problemi dell’uomo e della società moderna“.

Oggi come allora vale l’assunto che occorre “persuadere una clientela diffidente della bontà del prodotto italiano, garantire l’efficienza del personale, assicurare ovunque un servizio di assistenza tecnica” e che “..questa lotta non avrà mai fine, poichè la concorrenza, le invenzioni, i perfezionamenti non hanno limiti e dovremo, sotto questo riguardo, non dar mai segni di stanchezza, alimentando di nuove forze teniche i nostri laboratori di ricerche, i nostri centri studi“.

Le parole virgolettate non sono parole mie ma sono esattamente le parole estrapolate dai discorsi di Olivetti pronunciate tra il 1954 ed il 1955, eppure nel 2013 potrebbero essere le parole da cui trarre fatti concreti per uscire dal tunnel della crisi. Credo quindi che rileggerle faccia bene a tutti, soprattutto a chi è a capo di un’azienda, a chi ci governa, alle parti sociali e ultimi ma non ultimi, anche ai lavoratori; ecco perchè mi sento di suggerire la letture di questi libriccini e di dedicare queste due serate alla visione della fiction su RAI UNO.

Alla prossima!

SVEGLIAMOCI, oppure affondiamo…

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"Cambiare" questa la parola d'ordine
“Cambiare” questa la parola d’ordine

Pochi sanno che sono consigliere comunale in un piccolo paese della Vallesina (Marche), una esperienza che ho voluto compiere con altri semplici cittadini, stufi di lamentarsi senza fare nulla per il bene del nostro Paese, una lista civica trasversale la cui esperienza sta volgendo al termine. Venerdì scorso il Sindaco ha voluto indire un consiglio comunale aperto sullo stato occupazionale della Vallesina a cui hanno partecipato l’Assessore Regionale al Lavoro Marco Luchetti, il commissario della Provincia Patrizia Casagrande, esponenti del mondo sindacale locale, delle banche e di Confindustria.

Nel mio intervento sono tornato a calcare la mano in merito alla parola cambiamento di cui ho più volte discusso in questo blog e negli incontri a cui ho preso parte. Vi riporto un passaggio dell’intervento, sono fermamente convinto che il Paese tutto debba svegliarsi e mettere in atto il cambiamento, altrimenti il rischio è affondare inesorabilmente.

“La situazione occupazionale della Vallesina è sicuramente allarmante, corrisponde all’andamento regionale che rispecchia in gran parte il dato nazionale anche se con qualche punto percentuale migliore.

Il Rapporto dell’industria marchigiana del 2012 presentato nelle sede di Banca Marche qualche mese fa ci ha consegnato dati allarmanti circa la capacità di fare impresa delle aziende marchigiane, in particolare delle PMI che come tutti sappiamo costituiscono la spina dorsale del modello economico marchigiano.

La parola crisi deriva dal greco “krino” che significa discernere, valutare; non ha di per se l’accezione negativa che tutti noi tendiamo a dare, rappresenta indubbiamente un momento di riflessione. Ritengo con ragionevole certezza di poter dire che crisi è un sinonimo di cambiamento, non a caso la crisi arriva quando qualche cosa è cambiato nel mercato ed è solo con un momento di riflessione a cui far seguire importanti cambiamenti, che si può pensare di uscirne.

Cambiamento, questa è la parola chiave!! Una parola con cui molti tendono a riempirsi la bocca ma che pochi o nessuno al momento, mettono realmente in atto.

Tutti gli attori presenti nel mercato dl lavoro: imprese, lavoratori, istituzioni ed organizzazioni sindacali e datoriali, hanno l’obbligo di capire che questa non è una normale oscillazione del ciclo economico, ma una crisi strutturale dovuta ad un mutamento profondo degli assetti economici mondiali che ha spostato gli equilibri e fatto crollare in pochissimo tempo, teorie economiche ritenute inossidabili. Si pensi al famoso modello marchigiano, tanto osannato ed insegnato nelle scuole ed università italiane per decenni ma che oggi è diventato carta straccia.

Cambiamento dunque perché o si cambia o si soccombe! Vale per l’impresa, lo dicevo poco fa, piccolo non è più bello, oggi per competere occorre aumentare le dimensioni, occorre fare sistema, occorre fare rete, rete di imprese che insieme, con maggiori energie, competenze e potere economico possono affrontare i mercati internazionali. Gli imprenditori devono uscire dalla logica che il mio dirimpettaio è il mio nemico e capire che solo unendo le forze per studiare nuovi prodotti, ottenere credito, avere maggiore potere contrattuale e capacità produttiva si può affrontare la concorrenza internazionale e penetrare in mercati che da soli sarebbero impossibili da affrontare.

Internazionalizzare dunque non delocalizzare, una politica questa che può essere sembrata vincente nel breve periodo perché ha aumentato i profitti ma che è palesemente perdente nel medio lungo perché distrugge ricchezza e crea povertà, una povertà che inevitabilmente si ritorce contro le stesse aziende che l’hanno praticata.

L’Italia ha delle peculiarità e su quelle deve puntare: l’eccellenza nella moda, nel design, nel turismo, nell’alimentare, nel mercato del lusso, nell’alta tecnologia. Occorre innovare e farlo realmente, puntare su produzioni povere non è più pensabile quando all’estero questo tipo di produzioni viene realizzato a costi palesemente inferiori.

Va abbassato il cuneo fiscale per le imprese, non è pensabile che un lavoratore costi all’azienda oggi il doppio se non il triplo di quello che percepisce realmente, è facile capire che questa è una tattica perdente per la competitività delle imprese e per i lavoratori stessi ma anche per possibili investitori stranieri.

Il sistema finanziario deve tornare a concedere credito alle aziende ed ai cittadini, lo ha detto anche il Governatore della Banca Centrale Europea Draghi che ha dimostrato con i fatti di voler creare condizioni di miglior favore per le imprese e per la gente, condizioni però bloccate dalle banche che a parole si dicono disponibili ad andare incontro alle imprese ma che nei fatti continuano a tenere i rubinetti ben serrati.

Questi passi vanno fatti uniti ed insieme! Perché mai come oggi l’unione fa la forza, credo che la nuova presidenza appena insediata di Confindustria Ancona si voglia rendere interprete di questo desiderio di cambiamento imprenditoriale almeno questo è quello che si è evinto dalle parole di insediamento del Presidente Claudio Schiavoni AD di IMESA, una delle poche aziende della Vallesina che è un esempio di crescita da anni e che ancora oggi, in questa situazione, è in continuo sviluppo anche grazie ai paesi Esteri.

Cambiamento anche nei lavoratori, inutile prenderci in giro, lo dico da addetto ai lavori, il mercato del lavoro è cambiato, pensare che tutto tornerà come prima è anacronistico e assolutamente utopico; il posto fisso come lo intendevano i nostri genitori non esiste più, nell’arco della vita professionale cambiamo e cambieremo almeno 4/5 volte (dati del Ministero del Lavoro) il ns. percorso professionale ed i nostri figli probabilmente ne cambieranno 10 se non di più, a volte per ns. volontà, altre, come nel caso della crisi che stiamo attraversando, per volontà altrui.

Cambiare lavoro non deve essere vissuto come una minaccia, ma come una opportunità di crescita, significa rinnovarsi, aiuta ad innovare, ad acquisire nuove competenze, funge da stimolo a non adagiarsi su quanto raggiunto per scalare posizioni più migliori.

In un mercato del lavoro che è mutato, perseverare con le vecchie logiche di sostegno al lavoratore è una strategia non solo perdente per il lavoratore stesso ma anche per i conti di imprese e Stato. Dobbiamo mettere in pista nuovi strumenti a sostegno dell’occupabilità e del lavoratore.

In questo contesto la Riforma Fornero è stata solo un maldestro tentativo di cambiamento, iniziato con tutte le buone intenzioni ma naufragato clamorosamente al termine dell’iter di approvazione a causa dei veti incrociati di tutte le parti chiamate a dire la loro, con il risultato di partorire un obrobrio che invece di creare occupazione l’ha palesemente ridotta, modificando qualcosa solo in ambito di uscita del lavoratore. Sono sempre stato e continuo ad esserlo un fermo sostenitore della flexsecurity del prof. Ichino, l’unica vera riforma seria del mercato del lavoro da applicare in toto per facilitare il cambiamento che stiamo vivendo e per assicurare ai lavoratori maggiori opportunità occupazionali.

Veniamo quindi al cambiamento nelle relazioni industriali e nelle istituzioni.

Gli ammortizzatori sociali sono sacrosanti, ma vanno usati non abusati, conosco storie di lavoratori che sono in Cassa Integrazione da anni, in alcuni casi anche da decenni e che si trovano oggi, come ieri, senza alcuna possibilità di rientrare nel posto di lavoro. Con il risultato di essere rimasti fuori dal mercato del lavoro per anni, aver perso competenze e ritrovarsi oggi in condizioni di gran lunga peggiori rispetto all’inizio del periodo di cassa.

Occorre affiancare agli ammortizzatori sociali che sono per l’appunto passivi, politiche attive del lavoro adatti ai tempi mutati, che siano efficaci nell’ottica di assicurare NON la stabilità del posto di lavoro ma la CONTINUITA’ tra le diverse successive collocazioni lavorative, da realizzarsi innanzitutto attraverso un corretto incontro tra domanda e offerta. Fornire nei momenti di cassa integrazione momenti formativi SERI per permettere ai lavoratori di incrementare le proprie competenze e migliorare la propria occupabilità. Questo, secondo me, significa essere socialmente responsabili del futuro dei propri collaboratori e cittadini.

….

Questi dati fanno chiaramente capire come si possano mettere in pista, anche usufruendo di fondi europei come avviene in almeno tre regioni dl nord Italia, servizi che supportino il lavoratore nel trovare queste opportunità che il mercato comunque offre.

….

In definitiva occorre che alle misure a sostegno della crescita del sistema Paese, di cui oggi tanto si discute, vengano affiancate altrettante politiche attive a sostegno dell’occupazione e del lavoratore che, in caso di perdita del posto di lavoro ed in ottica di responsabilità sociale, non va abbandonato a se stesso ed al fai da te, ma accompagnato ed orientato ad intraprendere nuovi percorsi professionali e incoraggiato a cogliere nuove opportunità magari più interessanti e stimolanti.

Cambiamento dunque, questo il verbo che dobbiamo tutti impegnarci a mettere in pratica se vogliamo uscire da questo pantano, ritrovando un modo etico di fare impresa basato sulla coesione di tutte le forze in campo: politiche, imprenditoriali, sindacali ed umane.

Chiudo con una frase in cui mi sono imbattuto solo ieri, è di Robert Kennedy e dice “Il cambiamento, con tutti i rischi che comporta, è la legge dell’esistenza”.”

Alla prossima!!

Rapporto 2012 sull’industria Marchigiana

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La copertina del volume
La copertina del volume

Venerdì pomeriggio sono stato invitato ad assistere alla conferenza di presentazione del 20° Rapporto sull’industria Marchigiana, redatto dal Centro Studi di Confindustria Marche con la sponsorizzazione di Banca Marche che ha anche ospitato la conferenza.

Sono andato con piacere perché, pur operando quotidianamente con le imprese marchigiane, ero interessato ad avere un quadro d’insieme della realtà industriale marchigiana in particolare, ovviamente, in ambito occupazionale. Non solo, vista la presenza tra i relatori del Governatore della Regione Gian Mario Spacca, ero curioso di conoscere le mosse della politica in ambito politiche del lavoro.

Il focus del post è chiaramente sul mercato del lavoro marchigiano, in merito all’andamento economico generale della Regione posso senza dubbio dire che è più o meno in regola con gli andamenti nazionali che tutti conosciamo, anche se va detto ad onore delle imprese marchigiane, che i dati 2012 sono senza dubbio migliori rispetto alla media nazionale.

Torniamo al capitolo del report che prende il nome di Mercato del Lavoro; vediamo alcuni dati: il tasso di occupazione delle Marche è del 62,6% contro il 56,8% della media nazionale, il tasso di attività, ovvero in riferimento alla popolazione in età lavorativa, è del 69,1% contro il 63,7% italiano. Il tasso di disoccupazione pur in crescita si è attestato al 9,1% contro il 10,7% della media nazionale, in particolare la disoccupazione giovanile nella regione tocca il 28,6% contro un 35,3% italiano.

Fino a qui uno potrebbe anche dire tutto bene, quando però si vanno ad analizzare il monte ore di cassa integrazione (ordinaria, straordinaria ed in deroga) iniziano i dolori; emerge infatti che nelle Marche nel 2012 “le ore complessive di cassa integrazione autorizzate sono aumentate del 38,2% rispetto all’anno precedente, passando da 27,6 milioni del 2011 a 38,2 milioni del 2012” cito testualmente dal rapporto. Non ci vuole molto a capire quanto i dati sulla disoccupazione possano essere falsati, anche perché sapete bene che, tralasciando la cassa integrazione ordinaria concessa solo per esigenze momentanee, le casse straordinarie ed in deroga (cresciute rispettivamente del 41,1% e del 19,9%) vengono concesse solo a fronte di ristrutturazioni aziendali o cessazione di attività, eventi quindi legati inevitabilmente alla perdita di alcuni posti di lavoro.

La cosa che più mi ha allarmato è, in un contesto simile, sentire il Governatore Spacca dire agli imprenditori che è preoccupato perché ha già fatto presente alle parti sociali prima e al Ministro Fornero poi (ecco il tweet che conferma ed il mio inviato il giorno prima in diretta durante la conferenza) che la Regione sta esaurendo le risorse per gli ammortizzatori sociali in deroga e che occorre che il Governo centrale provveda ad un rifinanziamento degli stessi.

Allarmato perché ritengo che anziché usare fondi per finanziare ammortizzatori sociali passivi che a nulla servono se non a tamponare nell’imminente una situazione negativa (la perdita del posto di lavoro) che si verificherà comunque al termine degli stessi, sarebbe meglio in primis tagliare il cuneo fiscale e subito a ruota destinare parte di questi fondi al finanziamento di politiche attive del lavoro come già fanno in alcune regioni italiane (Piemonte, Lombardia e Veneto sotto trovate i link ai rispettivi programmi).

La Regione Marche spesso finanzia programmi formativi assolutamente inutili, visti con i miei occhi (andate a leggere il mio post dal titolo Formazione Finanziata: opportunità o spreco di fondi pubblici?) perché non destinare parte di questi fondi a programmi di ricollocazione per tutti quei lavoratori che si trovano in questa situazione di disagio? Non è forse più importante avere un lavoro che usufruire di un sussidio momentaneo che alla fine avrà inesorabilmente termine?

Sembrano discorsi semplici e logici eppure perché solo tre regioni in Italia hanno pensato di destinare fondi (spesso usando fondi europei) a questo tipo di politiche?

Alla prossima!!

Link da visionare:

Regione Lombardia

Regione Piemonte

Regione Veneto

Il mercato del lavoro ed il paragone con Sky e Mediaset Premium

Postato il

Logo SKYVenerdì scorso mi sono imbattuto in un articolo del Corriere della Sera (che trovate qui) in cui veniva citata una ricerca che ha recentemente fatto l’azienda multinazionale di software Bullhorn. In questa ricerca tra le altre cose veniva evidenziato, a mio parere in maniera paradossale, che le aziende preferiscono assumere una persona che ha magari dei precedenti penali (leggeri chiaramente) ma in piena attività nel mercato del lavoro, piuttosto che una persona con fedina penale intonsa, che si trova fuori dal mercato del lavoro da circa due anni.

Stiamo parlando di una domanda posta a ben 1.500 manager del mondo HR, non possiamo quindi dire di trovarci davanti ad un campione irrisorio; ebbene per 4 interpellati su 10 è molto difficile collocare persone che sono fuori dal mercato del lavoro da più di due anni, non solo, per il 36% degli stessi intervistati è difficile collocare anche chi è fuori dal mercato del lavoro da un solo anno. Ecco quindi il paradosso citato ad inizio post che, purchè lavorino, risulta più facile persino far assumere persone che hanno una fedina penale con qualche macchia rispetto a chi è fuori dal mondo del lavoro.

Naturalmente questa affermazione va presa come provocazione, non può certo essere un incitamento a deliquere ci mancherebbe altro, ci fa però tornare su quanto disse qualche settimana fa il Ministro Fornero in merito al fatto di non essere troppo “choosy” ma di cogliere ogni opportunità che ci si presenti davanti, pur di rimanere ancorati al mercato del lavoro.

Da consulente di outplacement sapete che più e più volte ho fatto presente che è meglio fare un passo indietro e tornare attivo, piuttosto che rimanere fermi sulle proprie posizioni e continuare a guardare il mondo del lavoro da fuori, con il tempo che inesorabilmente scorre e che, come evidenziato dalla ricerca, non può certo essere definito come amico.

In questo post però voglio aggiungere altro, parlando a quei lavoratori che oggi si trovano per malaugurata sorte sotto ammortizzatori sociali, alle organizzazioni sindacali che tutelano i diritti dei lavoratori e le imprese, alle imprese che sono alle prese con riorganizzazioni e tagli ed a tutti quei lavoratori che, pur essendo ancora in azienda, sanno perfettamente di essere coinvolti in progetti di ristrutturazione aziendale. I dati menzionati da questa ricerca parlano chiaro: le aziende da un lato devono ristrutturarsi causa crisi, ma dall’altro quando assumono, perchè lo ribadisco… ASSUMONO (il mercato del lavoro è sempre in movimento), lo fanno volgendo lo sguardo a persone che siano attive sul mercato del lavoro o che ne siano usciti da pochissimo tempo, basti pensare che nella ricerca di Bullhorn, esagerando a mio parere, il 4% degli intervistati afferma che una collocazione è comunque difficile indipendentemente da quanto si è fuori dal mercato del lavoro.

Ai lavoratori sotto ammortizzatori sociali, alle Organizzazioni Sidacali, Confindustria, alle imprese coinvolte in riorganizzazioni ed ai loro lavoratori dico chiedete e proponete lo strumento dell’outplacement, al di la della Riforma Fornero che ha messo le primissime basi per istituzionalizzare lo strumento. I dati della ricerca danno una ulteriore conferma, affrontare il mercato del lavoro da fuori e soprattutto da soli è sempre difficile, oggi lo è ancor di più; essere accompagnati nella ricerca di nuove opportunità è una occasione da non perdere per i lavoratori ed un atto di responsabilità sociale per le imprese, sindacati e confindustria.

Visto che parlo di ricerche, vi ricordo che una Unioncamere ha attivo un sistema informativo per l’occupazione e la formazione chiamato Excelsior che oggi è diventato la base di raccolta dati sul mercato del lavoro (lo trovate qui), non solo conferma la mia affermazione sulle assunzioni delle aziende (nel IV trimestre 2012 sono previste 218mila assunzioni) ma ricorda che in Italia, chiunque si metta alla ricerca di un posto di lavoro ha accesso solo al 15% di tutte le opportunità presenti mentre il restante 85% rimane nascosto perchè viaggia su canali alternativi quali il passaparola. E’ come se, parlando in termini televisivi, chi ha il digitale terrestre in chiaro vedesse il 15% del mercato del lavoro, e solo chi ha Mediaset Premium o SKY ha accesso al totale delle opportunità presenti. Chi si occupa di outplacement è come se fosse SKY o Mediaset Premium che da la possibilità ai suoi abbonati di vedere tutto; le società specializzate in ricollocamento professionale (questa la traduzione in italiano di outplacement) hanno accesso alla quasi totalità delle opportunità perchè hanno i contatti diretti con le aziende cosa che difficilmente una persona qualsiasi ha a meno che non abbia un network di conoscenze ampio e ben curato.

Usufruire di un percorso di ricollocamento diventa quindi una opportunità, proporlo significa dimostrare rispetto e responsabilità verso quelle persone che, per cause di forza maggiore come azienda, sarò costretto a licenziare.

Alla prossima!

RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO: un tavolo in cui nessuno cede.

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Tavolo delle trattiveSeguo con molta curiosità le trattative in corso per la riforma del mercato del lavoro; chi segue questo blog con costanza, sa che è un tema a cui dedico particolare attenzione perché di fondamentale importanza non solo per il lavoro ma per lo sviluppo dell’intera nazione.

Le trattative sono iniziate ufficialmente ieri (2 Febbraio 2012) ma ufficiosamente, sono diverse settimane che governo e parti sociali lanciano messaggi sulla carta stampata, in tv, su internet, via social network; a tal proposito fate caso all’attività della CGIL (@cgilnazionale), mentre latita da tempo Confindustria (@confindustria) tanto che credo abbiano chiuso inspiegabilmente l’account; ulteriore dimostrazione di come la imprese italiane oggi, vadano forti a parole su innovazione e web 2.0 e poco o nulla nella pratica.

Ma torniamo a monte del discorso, parlavo della trattativa in atto, partita male con il primo incontro ufficiale di qualche settimana fa in cui il ministro Fornero si presentò con un foglio contenente le intenzioni del governo in materia di riforma del mercato del lavoro, a cui fece seguito la risposta negativa secca ed adirata non solo dei Sindacati ma anche di Confindustria, relegati quasi a semplici parti informate sui fatti.

Risultato, punto e accapo, strappato il documento ieri si è ripartiti da zero, in mezzo i soliti messaggi lanciati nell’etere e la battuta del premier Monti a Matrix circa la “noia di avere il posto fisso” e le conseguenti polemiche.

Leggo oggi con attenzione il resoconto dell’incontro di ieri e mi verrebbe quasi da ridere, come per la vicenda della Concordia, se non fosse che anche in questo caso, come in quello della nave della Costa Crociere, siamo in presenza di un problema grave e drammatico. Le cronache narrano di un tavolo delle trattative in cui ogni parte è arroccata sulla sua posizione, nessuno che sia intenzionato a cedere di un solo millimetro, anzi ogni parte cerca di trarre dalla trattativa un qualcosa di migliorativo rispetto alla attuale posizione.

Succede che i Sindacati apprezzino la parte della riforma che tenta di aumentare le assunzioni a tempo indeterminato disincentivando l’uso dei contratti a termine rendendoli più costosi, ma non vogliono sentire parlare dall’altra parte di flessibilità in uscita. Succede che Confindustria al contrario apprezzi la flessibilità in uscita ma che non voglia minimamente sentir parlare di aumentare costi sia per i contratti a termini sia per le indennità ed i servizi di ricollocamento per chi viene licenziato grazie alla flessibilità in uscita. In mezzo il Governo che, su questi temi, con fin troppa pazienza e disponibilità, cerca di andare incontro alle esigenze di tutti ricevendo due di picche a destra ed a manca, ma che fino ad ora non ha minimamente affrontato il problema della crescita dell’Italia a 360°.

Se queste sono le premesse, quelle dei soliti “furbetti” in cui ognuno cerca di fregare l’altro, finiremo nella solita riforma inconcludente, inutile e che non serve a nessuno, in primis ai giovani. Tutti devono fare un passo indietro, dimostrare maturità ed assumersi le responsabilità in un momento drammatico come questo per l’economia Italiana, facendo anche scelte che possono sembrare impopolari nel breve periodo e far perdere consensi, certi che nel lungo periodo le ripercussioni di queste scelte saranno positive ed i meriti di averle fatte saranno riconosciuti da tutti. Ci riusciranno??

Alla prossima!!

ARTICOLO 18: ma è davvero un tabù?

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In questi mesi la riforma del lavoro è balzata improvvisamente alla ribalta, con il risultato che oggi tutti parlano di temi che con molta probabilità in pochi conoscono realmente, con risultati pessimi.

Il mio lavoro in ambito risorse umane e la passione per le materie che lo riguardano, mi hanno portato a fare numerose letture e chiaccherate con persone esperte; mi sono fatto una idea più chiara su questo tentativo di riforma, che voglio condividere con voi.

Fulcro della riforma è il famigerato articolo 18, ovvero quell’articolo dello Statuto dei Lavoratori (redatto nel lontano 1970) che sancisce il reintegro del lavoratore in caso di licenziamento ingiustificato; la norma così descritta sembra essere sacrosanta, ma se andiamo ad analizzarla in profondità scopriamo che così non è, ecco il perché.

Per prima cosa l’articolo in questione si applica alle aziende che occupano più di 15 lavoratori, per tutte le altre no; in Italia ufficialmente ci sono molte più aziende che hanno 15 o meno dipendenti (quindi non rientrano nell’ambito di applicazione dell’articolo 18) di quelle che ne hanno più di 15; ma se analizziamo bene i numeri scopriamo che la stragrande maggioranza dei lavoratori dipendenti lavora nelle aziende sopra i 15 dipendenti, perchè in quelle tante “aziende” classificate nella soglia inferiore, in realtà si annidano le partite iva cosiddette “fasulle”, ovvero quei lavoratori a p.iva che in realtà sono mono-committenti (lavorano per un’unica azienda), sono quindi in realtà lavoratori dipendenti a tutti gli effetti ma non sono assunti dall’azienda, una “regolarissima” forma di elusione proprio dell’articolo 18.

Il secondo aspetto di cui tenere conto riguarda il fatto che l’applicazione dell’articolo 18 genera delle problematiche pesantissime per l’azienda che lo subisce (le vedremo dopo) tanto da indurre le aziende a ridurre il numero dei lavoratori subordinati, aumentando l’uso di tutte quelle forme di lavoro che evitano all’azienda stessa l’assunzione diretta di personale, con il risultato che è oggi sotto gli occhi di tutti, il precariato a vita. In sostanza oggi in Italia, come dice Ichino, ci sono lavoratori di serie A (costituita dai lavoratori subordinati regolari assunti a tempo indeterminato) e di serie B (tutti gli altri); i primi godono di tutte le protezioni del caso, i secondi di poco o nulla a seconda della tipologia di contratto con cui sono assunti.

Parlavo di problematiche legate all’applicazione dell’articolo 18, riguardano sostanzialmente il fatto che se una azienda va in giudizio con un dipendente cha ha impugnato il licenziamento ritenendolo ingiusto (non entro nel merito se lo sia realmente o meno), sa quando inizia ma non sa quando e come finisce. I processi di diritto del lavoro durano in media 6 anni, con record negativi di 12 e record positivi di tre/quattro anni; anche ipotizzando che l’azienda possa aver vinto tutte le battaglie, se non vince l’ultima è comunque chiamata a: reintegrare il lavoratore, pagargli tutte le mesilità dal momento del licenziamento (rivalutate chiaramente), pagare i contributi e relativa sanzione per averli omessi durante tutta la durata del processo, le relative spese processuali e se il lavoratore non vuole essere reintegrato, pagare una indennita di 15 mensilità al lavoratore stesso. Capite bene come ci siano aziende (PMI in particolare) che hanno rischiato, per un lavoratore, di chiudere e mettere sulla strada tutti i restanti lavoratori. Risulta chiaro, a fronte di quanto riportato, che se una azienda decide di ricorrere in giudizio, lo fa a ragion veduta eppure spesso non basta, i rischi di uscire sconfitti in giudizio sono elevati come abbiamo visto; logica conseguenza per le aziende, specialmente medio piccole, è quella di salvaguardarsi da questo rischio usufruendo ed abusando spesso di forme di lavoro precario, vuoi per riuscire  a non superare la fatidica soglia dei 15 dipendenti, vuoi perchè in quel modo sono liberi di chiudere il rapporto di lavoro quando vogliono, non è quindi l’articolo 18 un freno allo sviluppo delle aziende e del mercato del lavoro che dovrebbe proteggere??

Ci sarebbe ancora molto da parlare, chiudo con una annotazione nei confronti del sindacato (qualsiasi sigla), è indubbio che la presenza del sindacato è stata ed è fondamentale per la salvaguardia dei diritti dei lavoratori, occorre però che oggi facciano uno scatto in avanti e non mettano veti a prescindere a qualsiasi riforma del diritto del lavoro che, come abbiamo visto, sono spesso controproducenti per gli stessi lavoratori che dovrebbero proteggere. Credo che la riforma proposta da Ichino sia una delle proposte migliori da prendere in esame e su cui il governo tecnico sta lavorando, obbligare tutti all’assunzione a tempo indeterminato in cambio di una maggiore flessibilità in uscita per motivi economico-organizzativi con relative indennità e sostegno alla ricollocazione, aprirebbe sicuramente le porte allo sviluppo e farebbe terminare questa disparità enorme tra lavoratori di serie A e di serie B.

Alla prossima