depressione

L’importanza di sentirsi dire “bravo”

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Ma dobbiamo proprio darcela da soli la pacca sulle spalle?
Ma dobbiamo proprio darcela da soli la pacca sulle spalle?

Operando come mental coach in ambito sportivo, mi trovo spesso in situazioni in cui agli atleti viene richiesto impegno, sacrificio, risultati con conseguente aumento della pressione di tifosi, allenatori, società sportive, stampa che in automatico si tramuta in un aumento oltre il livello di guardia dello stress.

La stessa cosa accade in azienda, siamo costantemente bombardati da richieste di ogni tipo da parte dei clienti, dei capi, dei collaboratori con il risultato di ritrovarsi sempre presi da tantissime cose che implicano innumerevoli sacrifici in termini di gestione del tempo.

In un caso come nell’altro cerchiamo di dare il massimo anche se non sempre riusciamo a raggiungere i risultati voluti o sperati e quando questo accade veniamo colpiti dagli improperi di allenatori, presidenti, tifosi, capi, clienti e via dicendo che sono sempre pronti ad infliggerci l’avvilente dose di demotivazione pensando, in cuor loro, di ottenere esattamente il contrario, ovvero di spronarci a far meglio.

Facciamo un passo indietro, chi segue questo blog sa bene come ritenga che la motivazione sia un fatto prettamente personale, fortemente legato al nostro modo di essere più o meno resilienti (per chi vuole approfondire l’argomento clicci qui) ovvero alla nostra capacità di persistere nel reggiungimento degli obiettivi, fronteggiando le difficoltà e gli insuccessi che inevitabilmente si parano davanti al cammino.

Chi parla di motivatori o si vende come motivatore personalmente dice delle gran bufale, quello che è possibile fare è sostenere o meno la motivazione altrui ma non certo instillarla per via endovena; possiamo aiutare le persone a far si che vedano sempre il bicchiere mezzo pieno anzichè quello mezzo vuoto.

Sulla base di quello che riportavo sopra purtroppo spesso, troppo spesso, i nostri capi, gli allenatori, i presidenti ecc. con i loro chiamiamoli rimproveri, sono più propensi a farci vedere il bicchiere mezzo vuoto, quindi abbattare la motivazione, anzichè quello mezzo pieno, ovvero a sostenerla.

Ma se, in fin dei conti, può anche starci in alcuni casi un rimprovero anche se fatto male (c’è rimprovero e rimprovero chiaramente), quello che non è assolutamente accettabile è che quando invece le cose riescono bene, anzichè darci una pacca sulla spalla i nostri capi/allenatori tendono a non dire nulla e dare per scontato il fatto che il tal risultato o il tal progetto sia stato raggiunto o completato con i risultati e tempi previsti.

In questo modo viviamo costantemente sotto l’inesorabile spada di Damocle, che rimane appesa sino a quando raggiungiamo i risultati ma è sempre pronta a cadere nel momento in cui le cose non riescono. Questo è il motivo che porta spesso le persone ad entrare in crisi anche se sono all’apice del successo, a perdere comunque fiducia in se stessi, nelle proprie capacità, sino ad arrivare persino alla depressione.

In questo modo viviamo costantemente nella negatività o al massimo nella normalità (quando portiamo a termine i compiti con successo), al contrario se da un lato le sconfitte e le brutte prestazioni devono comunque servirci da stimolo per migliorare e per tornare a fare meglio di prima (vedere il bicchiere mezzo pieno), dall’altro quando otteniamo risultati positivi è assolutamente necessario assaporarli fino in fondo, gioire per quello che si è fatto, premiare anche solo con un “bravo” i componenti del team o i collaboratori.

L’aspetto mentale nello sport come nel lavoro e nella vita in genere è di fondamentale importanza, per essere un buon capo, un valido allenatore, un presidente da ricordare dobbiamo imparare a valorizzare i successi del nostro team, per alimentare quel ciclo virtuoso che parte dall’impegno che mettiamo nel raggiungere gli obiettivi, passa per il senso di competenza una volta che li abbiamo raggunti e che ci è stato riconosciuto e finisce per farci provare piacere nel mettere nuovamente impegno per altri e più ambiziosi risultati.

Alla prossima!!

Il 1° Maggio ai tempi della crisi

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Immagine presa da WikipediaHo meditato molto se scrivere o meno questo post, gli argomenti di cui tratto nel blog sono liberamente tratti dalla ispirazione del momento; alcune volte sono scritti di pancia, altre volte di testa.

Scrivere della festività del 1° Maggio in un momento come quello attuale di straordinaria difficoltà per il mondo del lavoro, può facilmente essere male interpretato e far cadere in derive politiche che, dico subito, non mi appartengono. Il mio vuole essere un punto di vista neutro ed apolitico, un mio pensiero di operatore delle Risorse Umane, nato dalla lettura della storia della festa dei lavoratori (vedi sito La Repubblica e Wikipedia).

La festività del 1° Maggio nasce nel lontano 20 luglio 1889 a Parigi, su un’idea scaturita dal congresso della Seconda Internazionale, riunito in quel periodo nella capitale francese; scopo principale quello di organizzare, in una data unica in tutto il mondo, una manifestazione in cui chiedere alle autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa ad otto ore.

Nel corso degli anni la festività cambia di significato, grazie anche alle numerose conquiste sindacali ottenute che ne hanno depotenziato lo spirito di protesta,  sino a giungere ai giorni nostri in cui è diventata giustamente un momento più che altro ludico, lo dimostra lo stesso grande concerto rock organizzato da CGIL CISL e UIL a Roma.

C’è però un passaggio nella storia del 1° Maggio che mi ha particolarmente stimolato il post, ed quello associato ai “moti per il pane” culminati con la repressione di Milano. In quel tempo riporta testualmente Wikipedia “la situazione nazionale era già problematica per la notevole disoccupazione e i bassi salari, ma il fatto decisivo per il malcontento di massa fu l’aumento di costo del grano e quindi del pane da 35 a 60 centesimi al chilo a causa degli scarsi raccolti agrari”.

La lettura di questa frase mi ha folgorato ed ha aperto in me una serie di similitudini con la situazione attuale; a causa della crisi oggi il mondo intero, ma in particolare noi Italiani, ci troviamo a combattere con una situazione simile: malcontento generalizzato, disoccupazione a livelli record, salari che hanno perso il loro potere di acquisto ed un aumento della tassazione oltre ogni limite consentito. Fortunatamente oggi non abbiamo più il generale Fiorenzo Bava Beccaris che represse duramente la protesta del 1898, ma al suo posto abbiamo un nemico infido e ancor più pericoloso perchè invisibile, la depressione. Nel 1898 sappiamo bene ci furono vittime a causa degli scontri, dal 2008 ad oggi ne abbiamo avuti tanti di più, solo nel 2010 si sono registrati ben 362 suicidi tra la popolazione colpita dalla crisi con un balzo in avanti del 45,5% tra 2008 e 2010 rispetto al triennio precedente. La differenza con le epoche passate è che oggi le vittime non hanno diversità di classe, tra chi si toglie la vita si annoverano operai come imprenditori, impiegati come dirigenti.

Mi piace pensare che la festività del 1° Maggio diventi un giorno in cui ricordare tutti i lavoratori, in cui dare speranza perchè non ci si deve mai abbattere davanti alle difficoltà anche se sembrano muri insormontabili, se si pensa di non farcela chiedere aiuto, perchè ognuno di noi ce la può fare.

Alle istituzioni chiedo un cambio di rotta: il risanamento dei conti pubblici è fondamentale… giusto, i sacrifici vanno fatti… giusto ma che siano sacrifici per tutti non solo per i cittadini ma anche per chi, nella Pubblica Amministrazione, vive in una sorta di regime privilegiato che non ha senso si esistere; anzichè aumentare la tassazione e deprimere i consumi, portando ancor più crisi e recessione, tagliamo i costi della politica, ottimizziamo gli uffici pubblici, le spese pubbliche. Relativamente al mercato del lavoro chi segue questo blog, sa come la penso, inutile illudersi che tutto possa rimanere così come è stato sino a oggi, la riforma va fatta, certamente non nel modo in cui il governo la sta portando in parlamento, una riforma monca che come risultato avrà solamente una nuova contrazione delle assunzioni.

Sono comunque fiducioso, certo che anche stavolta come in tante altre volte, l’Italia ce la farà; auguro a tutti un buon 1° Maggio vissuto insieme alle nostre famiglie, celebrando il lavoro come il caposaldo della dignità umana.

Alla prossima!