Fornero

Riforme, riforme, riforme…. una riflessione personale

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Studio ADAPT su Riforme e Occupazione
Studio ADAPT su Riforme e Occupazione

Venerdì scorso, in qualità di Vice Presidente di AIDP Marche (Associazione Italiana per la Direzione del Personale), abbiamo organizzato insieme a Confindustria Pesaro Urbino, un incontro in cui il Dott. Emmanuele Massagli di ADAPT (Associazione per gli Studi Internazionali e Comparati sul Diritto del lavoro e sulle Relazioni Industriali) ci ha parlato di cosa significa in realtà parlare di flessibilità nel mondo del lavoro.

Incontro molto interessante in cui il Dott. Massagli ha evidenziato come oggi, quando si parla di flessibilità nel mercato del lavoro, si lega al concetto una connotazione totalmente negativa; spesso tendiamo ad associare alla parola flessibilità il concetto di precarietà cosa questa, secondo il mio parere, dovuta alle ultime riforme del mercato del lavoro che come si evince dalla immagine riportata, frutto proprio di una elaborazione da parte di ADAPT, non sono servite praticamente a nulla se non a peggiorare ulteriormente la condizione del mercato del lavoro.

Perchè è successo questo? Perchè nonostante negli ultimi 5 anni ci siano state 5 riforme legate al mondo del lavoro nulla è cambiato? In realtà la risposta è molto semplice, perchè nessuno ha avuto il coraggio di fare una riforma vera e definitiva che possa non solo essere di volano per la ripresa economica ma anche in grado di andare incontro ad un mercato del lavoro che Italia non sarà mai più uguale a prima. Tutti sono partiti sulla carta determinatissimi a cambiare le cose ma quando poi i testi sono arrivati all’esame di parti sociali, commissioni lavoro, politici e di tutti coloro che hanno voluto e potuto metterci mano, sono state tagliuzzate da una parte e dall’altra per far comodo alle varie corporazioni esistenti nel nostro Paese, producendo riforme non solo completamente inutili ma in alcuni casi addirittura nocive per il il mercato del lavoro, su tutti la Riforma Fornero, partita sotto i migliori asupici, strada facendo si è trasformata nella peggior cosa che si potesse fare in un momento come quello attuale.

Quello che i politici devono capire è che non possono continuare a fare proclami altisonanti solo allo scopo di accattivarsi simpatie ma che alla fine non portano a nulla: l’Italia non può più prescindere ad esempio, da una seria riforma del settore pubblico, che va equiparato a quello privato; non possiamo prescindere da una riforma seria ed esemplificativa del mercato del lavoro (la mia idea l’ho data qualche post fa) che esca dalle logiche del guardare ognuno il proprio orticello, da una seria riforma degli ammortizzatori sociali, trasformandoli da passivi in attivi (vi invito a leggere sul tema i recenti articoli di Enrico Marro che possono essere trovati sul sito del Corriere della Sera parlano di cassa integrazione in deroga e di quanto valgono in termini monetari i sindacati). Se continuiamo a fare riforme a puro scopo promozionale ma assolutamente inutili a livello pratico non riusciremo mai ad uscire da questo pantano.

Un’altro caso interessante di progetto potenzialmente fallimentare se non sarà gestito nelle dovute maniere, è la cosiddetta “Garanzia Giovani” di cui tanto si parla. Un progetto che, vale la pena dirlo, non nasce per combattere la disoccupazione giovanile ma semplicemente per riattivare qui giovani che oggi, presi dallo scoramento, risultano essere passivi ovvero ne studiano ne sono in cerca di lavoro (parole queste dello stesso Massagli di ADAPT). In questo caso ci sono in ballo ben 1 miliardo e 134 milioni di Euro messi in campo dall’Europa che se non ben gestiti saranno gettati dalla finestra.

In parole povere l’obiettivo della Garanzia Giovani è quello di rendere più efficienti le politiche di placement ovvero di migliorare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro per i giovani e di cercare di tenere appunto attivi i ragazzi offrendo percorsi formativi seri nel caso in cui non trovassero opportunità lavorative perchè in un mondo come quello attuale formarsi è una costante di tutta una vita.

Benissimo, l’obiettivo è senza dubbio interessante ed ambizioso, mi spiegate però come possiamo pensare di raggiungere questo obiettivo se l’idea di partenza è, nella maggior parte dei casi, di far gestire questo “efficentamento”  ai Centri per l’Impiego??? Se ci troviamo in questa condizione è proprio perchè anche i muri sanno che i CPI non funzionano e l’efficienza non sanno neanche dove sta di casa per non parlare della totale mancanza in molti casi delle competenze necessarie per poter fare matching tra domanda ed offerta. Risulta chiaro che come minimo sarà necessario coinvolgere anche le agenzie per il lavoro private che hanno ben altra efficienza nel reperire posizioni e nel gestire programmi di formazione ed avviare finalmente una seria collaborazione pubblico privato senza mettersi in competizione. Sappiamo tutti che invece ancora una volta seguiremo gli ideali politici locali e così ci saranno regioni che faranno un ottimo lavoro perchè già oggi collaborano con settore privato ed altre dove invece i risultati saranno disastrosi perchè tenderanno a voler accentuare il dualismo tra pubblico e privato.

In definitiva è inutile continuare a lanciare proclami di riforme o progetti altisonanti che poi inesorabilmente si trasformano in “riformine” e progetti in cui l’unico ricordo che rimane è lo sperpero di risorse pubbliche; cambiamento significa anche questo, significa fare poco magari ma fatto bene, ottimizzando i costi e puntando ai risultati.

Ci riusciremo??

Alla prossima!!

SVEGLIAMOCI, oppure affondiamo…

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"Cambiare" questa la parola d'ordine
“Cambiare” questa la parola d’ordine

Pochi sanno che sono consigliere comunale in un piccolo paese della Vallesina (Marche), una esperienza che ho voluto compiere con altri semplici cittadini, stufi di lamentarsi senza fare nulla per il bene del nostro Paese, una lista civica trasversale la cui esperienza sta volgendo al termine. Venerdì scorso il Sindaco ha voluto indire un consiglio comunale aperto sullo stato occupazionale della Vallesina a cui hanno partecipato l’Assessore Regionale al Lavoro Marco Luchetti, il commissario della Provincia Patrizia Casagrande, esponenti del mondo sindacale locale, delle banche e di Confindustria.

Nel mio intervento sono tornato a calcare la mano in merito alla parola cambiamento di cui ho più volte discusso in questo blog e negli incontri a cui ho preso parte. Vi riporto un passaggio dell’intervento, sono fermamente convinto che il Paese tutto debba svegliarsi e mettere in atto il cambiamento, altrimenti il rischio è affondare inesorabilmente.

“La situazione occupazionale della Vallesina è sicuramente allarmante, corrisponde all’andamento regionale che rispecchia in gran parte il dato nazionale anche se con qualche punto percentuale migliore.

Il Rapporto dell’industria marchigiana del 2012 presentato nelle sede di Banca Marche qualche mese fa ci ha consegnato dati allarmanti circa la capacità di fare impresa delle aziende marchigiane, in particolare delle PMI che come tutti sappiamo costituiscono la spina dorsale del modello economico marchigiano.

La parola crisi deriva dal greco “krino” che significa discernere, valutare; non ha di per se l’accezione negativa che tutti noi tendiamo a dare, rappresenta indubbiamente un momento di riflessione. Ritengo con ragionevole certezza di poter dire che crisi è un sinonimo di cambiamento, non a caso la crisi arriva quando qualche cosa è cambiato nel mercato ed è solo con un momento di riflessione a cui far seguire importanti cambiamenti, che si può pensare di uscirne.

Cambiamento, questa è la parola chiave!! Una parola con cui molti tendono a riempirsi la bocca ma che pochi o nessuno al momento, mettono realmente in atto.

Tutti gli attori presenti nel mercato dl lavoro: imprese, lavoratori, istituzioni ed organizzazioni sindacali e datoriali, hanno l’obbligo di capire che questa non è una normale oscillazione del ciclo economico, ma una crisi strutturale dovuta ad un mutamento profondo degli assetti economici mondiali che ha spostato gli equilibri e fatto crollare in pochissimo tempo, teorie economiche ritenute inossidabili. Si pensi al famoso modello marchigiano, tanto osannato ed insegnato nelle scuole ed università italiane per decenni ma che oggi è diventato carta straccia.

Cambiamento dunque perché o si cambia o si soccombe! Vale per l’impresa, lo dicevo poco fa, piccolo non è più bello, oggi per competere occorre aumentare le dimensioni, occorre fare sistema, occorre fare rete, rete di imprese che insieme, con maggiori energie, competenze e potere economico possono affrontare i mercati internazionali. Gli imprenditori devono uscire dalla logica che il mio dirimpettaio è il mio nemico e capire che solo unendo le forze per studiare nuovi prodotti, ottenere credito, avere maggiore potere contrattuale e capacità produttiva si può affrontare la concorrenza internazionale e penetrare in mercati che da soli sarebbero impossibili da affrontare.

Internazionalizzare dunque non delocalizzare, una politica questa che può essere sembrata vincente nel breve periodo perché ha aumentato i profitti ma che è palesemente perdente nel medio lungo perché distrugge ricchezza e crea povertà, una povertà che inevitabilmente si ritorce contro le stesse aziende che l’hanno praticata.

L’Italia ha delle peculiarità e su quelle deve puntare: l’eccellenza nella moda, nel design, nel turismo, nell’alimentare, nel mercato del lusso, nell’alta tecnologia. Occorre innovare e farlo realmente, puntare su produzioni povere non è più pensabile quando all’estero questo tipo di produzioni viene realizzato a costi palesemente inferiori.

Va abbassato il cuneo fiscale per le imprese, non è pensabile che un lavoratore costi all’azienda oggi il doppio se non il triplo di quello che percepisce realmente, è facile capire che questa è una tattica perdente per la competitività delle imprese e per i lavoratori stessi ma anche per possibili investitori stranieri.

Il sistema finanziario deve tornare a concedere credito alle aziende ed ai cittadini, lo ha detto anche il Governatore della Banca Centrale Europea Draghi che ha dimostrato con i fatti di voler creare condizioni di miglior favore per le imprese e per la gente, condizioni però bloccate dalle banche che a parole si dicono disponibili ad andare incontro alle imprese ma che nei fatti continuano a tenere i rubinetti ben serrati.

Questi passi vanno fatti uniti ed insieme! Perché mai come oggi l’unione fa la forza, credo che la nuova presidenza appena insediata di Confindustria Ancona si voglia rendere interprete di questo desiderio di cambiamento imprenditoriale almeno questo è quello che si è evinto dalle parole di insediamento del Presidente Claudio Schiavoni AD di IMESA, una delle poche aziende della Vallesina che è un esempio di crescita da anni e che ancora oggi, in questa situazione, è in continuo sviluppo anche grazie ai paesi Esteri.

Cambiamento anche nei lavoratori, inutile prenderci in giro, lo dico da addetto ai lavori, il mercato del lavoro è cambiato, pensare che tutto tornerà come prima è anacronistico e assolutamente utopico; il posto fisso come lo intendevano i nostri genitori non esiste più, nell’arco della vita professionale cambiamo e cambieremo almeno 4/5 volte (dati del Ministero del Lavoro) il ns. percorso professionale ed i nostri figli probabilmente ne cambieranno 10 se non di più, a volte per ns. volontà, altre, come nel caso della crisi che stiamo attraversando, per volontà altrui.

Cambiare lavoro non deve essere vissuto come una minaccia, ma come una opportunità di crescita, significa rinnovarsi, aiuta ad innovare, ad acquisire nuove competenze, funge da stimolo a non adagiarsi su quanto raggiunto per scalare posizioni più migliori.

In un mercato del lavoro che è mutato, perseverare con le vecchie logiche di sostegno al lavoratore è una strategia non solo perdente per il lavoratore stesso ma anche per i conti di imprese e Stato. Dobbiamo mettere in pista nuovi strumenti a sostegno dell’occupabilità e del lavoratore.

In questo contesto la Riforma Fornero è stata solo un maldestro tentativo di cambiamento, iniziato con tutte le buone intenzioni ma naufragato clamorosamente al termine dell’iter di approvazione a causa dei veti incrociati di tutte le parti chiamate a dire la loro, con il risultato di partorire un obrobrio che invece di creare occupazione l’ha palesemente ridotta, modificando qualcosa solo in ambito di uscita del lavoratore. Sono sempre stato e continuo ad esserlo un fermo sostenitore della flexsecurity del prof. Ichino, l’unica vera riforma seria del mercato del lavoro da applicare in toto per facilitare il cambiamento che stiamo vivendo e per assicurare ai lavoratori maggiori opportunità occupazionali.

Veniamo quindi al cambiamento nelle relazioni industriali e nelle istituzioni.

Gli ammortizzatori sociali sono sacrosanti, ma vanno usati non abusati, conosco storie di lavoratori che sono in Cassa Integrazione da anni, in alcuni casi anche da decenni e che si trovano oggi, come ieri, senza alcuna possibilità di rientrare nel posto di lavoro. Con il risultato di essere rimasti fuori dal mercato del lavoro per anni, aver perso competenze e ritrovarsi oggi in condizioni di gran lunga peggiori rispetto all’inizio del periodo di cassa.

Occorre affiancare agli ammortizzatori sociali che sono per l’appunto passivi, politiche attive del lavoro adatti ai tempi mutati, che siano efficaci nell’ottica di assicurare NON la stabilità del posto di lavoro ma la CONTINUITA’ tra le diverse successive collocazioni lavorative, da realizzarsi innanzitutto attraverso un corretto incontro tra domanda e offerta. Fornire nei momenti di cassa integrazione momenti formativi SERI per permettere ai lavoratori di incrementare le proprie competenze e migliorare la propria occupabilità. Questo, secondo me, significa essere socialmente responsabili del futuro dei propri collaboratori e cittadini.

….

Questi dati fanno chiaramente capire come si possano mettere in pista, anche usufruendo di fondi europei come avviene in almeno tre regioni dl nord Italia, servizi che supportino il lavoratore nel trovare queste opportunità che il mercato comunque offre.

….

In definitiva occorre che alle misure a sostegno della crescita del sistema Paese, di cui oggi tanto si discute, vengano affiancate altrettante politiche attive a sostegno dell’occupazione e del lavoratore che, in caso di perdita del posto di lavoro ed in ottica di responsabilità sociale, non va abbandonato a se stesso ed al fai da te, ma accompagnato ed orientato ad intraprendere nuovi percorsi professionali e incoraggiato a cogliere nuove opportunità magari più interessanti e stimolanti.

Cambiamento dunque, questo il verbo che dobbiamo tutti impegnarci a mettere in pratica se vogliamo uscire da questo pantano, ritrovando un modo etico di fare impresa basato sulla coesione di tutte le forze in campo: politiche, imprenditoriali, sindacali ed umane.

Chiudo con una frase in cui mi sono imbattuto solo ieri, è di Robert Kennedy e dice “Il cambiamento, con tutti i rischi che comporta, è la legge dell’esistenza”.”

Alla prossima!!

Business is business… ma la professionalità non si inventa.

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Una scelta consapevole
Una scelta consapevole

Mio malgrado, devo tornare su un argomento che ho già trattato in questo blog: la scelta della società di outplacement a cui affidarsi per un percorso di ricollocamento professionale. Devo tornarci perchè nelle ultime settimane si stanno moltiplicando le persone che si trovano nella necessità di utilizzare un percorso di ricollocamento messo a disposizione dall’azienda e che si ritrovano ad essere gestiti da società che sono alle prime armi o, in alcuni casi, che non hanno mai svolto percorsi di ricollocamento. Lo dico a ragion veduta perchè negli ultimi giorni, appunto, sono sempre più le persone che mi contattano via Linkedin, via posta elettronica o di persona e mi chiedono spiegazioni su come funziona il servizio perchè quello di cui stanno usufruendo sembra essere tutto tranne che outplacement.

Chi segue questo blog da tempo sa bene che a luglio 2012 affrontai l’argomento con un post in cui spiegavo passo passo, come fare per fare una scelta consapevole della società di ricollocamento professionale più adatta alla proprie esigenze e che potesse fornire garanzia del proprio operato (vedi post Outplacement: diffidare delle imitazioni). Da allora la situazione anziché migliorare sta peggiorando a vista d’occhio, per diversi motivi che cercherò di spiegarvi cercando di essere chiaro, fornendovi un approfondimento sul percorso migliore da seguire per selezionare la società di outplacement più.

1) L’Albo informatico delle agenzie accreditate al Ministero del Lavoro: a luglio dissi che il primo step da seguire per sapere se la società che ci è stata indicata o che ci ha contattato fosse accreditata, era quello di verificarlo nell’albo elettronico del Ministero del Lavoro. Confermo quanto riferito ma aggiungo una ulteriore selezione, l’albo citato ha 5 sezioni e gli accreditamenti sono a cascata ovvero chi è accreditato per la sezione 1 – Somministrazione di lavoro di tipo generalista in automatico ha l’accreditamento anche per le altre quattro sezioni (2 – Somministrazione di lavoro di tipo specialista, 3 – Intermediazione, 4 – ricerca e selezione del personale, 5 – Supporto alla ricollocazione professionale) con il risultato che basta che una società sia accreditata come società di somministrazione che in automatico può svolgere tutte le altre attività ivi compreso il supporto alla ricollocazione professionale (outplacement).

Ora come tutti potete ben immaginare, con la crisi economica in cui ci troviamo, il servizio di ricollocazione negli ultimi tempi sta sempre più prendendo piede, sia perché la riforma Fornero lo ha in parte portato alla ribalta inserendolo tra gli strumenti da utilizzare nella procedura di licenziamento e come politica attiva del lavoro, sia perché le aziende, cercando sempre più di aiutare i propri ex dipendenti colpiti dai tagli al personale a trovare un nuovo lavoro, tendono sempre più a proporre l’uso dell’outplacement.

Al tempo stesso l’uso della somministrazione è crollato per ovvi motivi, con la conseguenza che le Agenzie per il Lavoro catalogate al punto 1, che avevano sempre fatto del lavoro interinale il loro core business, oggi vedono i loro introiti drasticamente crollati. Nell’ottica di recuperare parte delle perdite, tutte le agenzie hanno deciso di voltare il loro sguardo su business che fino a ieri, molte di esse, non avevano neanche mai calcolato, l’outplacement appunto, forti del fatto che, per il gioco delle autorizzazioni a cascata, le stesse possono anche fornire supporto alla ricollocazione. Sulla carta però, perché all’atto pratico non avendolo mai fatto potete immaginare come si propongono sul mercato: programmi bislacchi, tempistiche assurde, assoluta mancanza di professionalità il tutto a danno degli ignari utenti (i lavoratori licenziati) che non si capacitano di come possa essere così scarso il servizio.

Non possiamo fare di tutta un’erba un fascio, le agenzie per il lavoro più grandi e strutturate da sempre hanno creato o spesso hanno acquisito, società che si occupano solo di ricollocazione (catalogate al famoso punto 5 dell’albo), le altre invece per mere esigenze di business hanno iniziato a percorrere una strada nuova, regolare sia chiaro in base alla classificazione di cui sopra, solo da pochissimo tempo con i risultati che potete ben immaginare.

2) AISO Associazione Italiana Società di Outplacement: di conseguenza con quanto riportato sopra, mi sento di voler raccomandare a chi deve scegliere una società a cui affidarsi in un percorso di ricollocazione, di guardare inizialmente direttamente al punto 5 dell’albo informatico del Ministero del Lavoro, perché in esso sono contenute le sole società che fanno della ricollocazione professionale il loro mestiere da sempre. Ma questo non è sufficiente perchè potrebbero trovarsi all’interno società meramente locali e quindi con poca conoscenza globale del mercato del lavoro; il secondo step che suggerisco è quindi quello di andare a vedere le società iscritte all’AISO l’associazione che racchiude in se tutte le maggiori società di outplacement che fanno questo mestiere da sempre e che hanno un grado di specializzazione elevato con personale specializzato.

3) Sito web delle società iscritte all’AISO: ulteriore passaggio per avere una idea ancora più precisa circa le società iscritte in AISO è quella di andare sul loro sito web cercando di ampliarne la conoscenza.

4) Colloquio preliminare: ultimissimo step, una volta che avrete selezionato la società, è quella di chiedere un colloquio preliminare con uno dei consulenti della stessa, un colloquio che non costa nulla e che non è impegnativo per nessuno ma che serve a chiarire dubbi, avere un quadro migliore della società e della professionalità dei suoi collaboratori a cui dovrete affidare il vostro percorso di ricollocamento. Se non siete soddisfatti di quanto presentato potrete sempre rivolgervi ad un’altra società.

Siete voi i protagonisti del vostro futuro per tale motivo è assolutamente necessario che siate in grado di fare una scelta consapevole della società che dovrà supportarvi nel processo di ricollocamento, essendo in possesso di tutte le informazioni necessarie per farla, perchè è pur vero che business is business, ma la professionalità non si inventa.

Alla prossima!!

A pensare male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca…

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Il Ministro Elsa Fornero
Il Ministro Elsa Fornero

Sette mesi fa entrava in vigore la Riforma Fornero e chi tra voi, mi seguiva già allora sa bene che non ho mai avuto sentori particolarmente positivi nei confronti della stessa; ero e continuo ad essere certo che il progetto iniziale fosse un nobile progetto (l’idea Ichino a mio parere continua ad essere quella più valida) ma il passaggio che c’è poi stato di mano in mano: parti sociali, confindustria, politica ecc. non ha certo giovato, al contrario ha prodotto l’obrobrio che ci ritroviamo oggi.

Dopo sette mesi, dicevo, possiamo tranquillamente dire che sotto moltissimi aspetti la Riforma del Mercato del Lavoro si è dimostrata un vero e proprio fallimento. Panorama la scorsa settimana pubblicava un articolo enunciando i perché, secondo il giornalista (Marco Cobianchi), di quello che il settimanale senza mezzi termini chiama un vero flop; personalmente pur concordando sull’idea del fallimento di buona parte della riforma, non mi trovo assolutamente concorde con la stragrande maggioranza delle opinioni di Cobianchi.

Non voglio approfondire le argomentazioni di Panorama, chi fosse interessato a leggerle può scaricare l’articolo cliccando questo link ( Cobianco FLOP Fornero ), al contrario voglio dire i miei perché la riforma non funziona.

Per prima cosa occorre dire che c’è un errore di fondo, una riforma come questa che ripeto è un moncone della proposta Ichino, in cui, anche giustamente, si è tentato di spingere le imprese a stabilizzare i lavoratori precari eliminando l’abuso di forme contrattuali flessibili, non può e non doveva essere fatta in un momento storico come questo.

La recessione che attanaglia l’Italia sta mettendo in enorme difficoltà, per non dire peggio, le imprese italiane che proprio in un momento come questo, necessitano di flessibilità, visto che parlare di previsioni a lungo termine è un puro esercizio di stile. La Riforma tra aumenti di costi dei contratti flessibili, la restrizione sulle partite iva e sui contratti a progetto anziché incentivare le assunzioni a tempo indeterminato le ha drasticamente bloccate tout court. Ne sanno qualcosa i lavoratori dell’editoria e del no profit ad esempio, mondi in cui le collaborazioni sono all’ordine del giorno, che si sono visti scaricati improvvisamente per strada perché le aziende hanno avuto paura di poter incorrere in trasformazioni di default in tempi indeterminati, con il risultato che se prima lavoravano con contratti a collaborazione o p.iva mono committente, oggi non lavorano affatto; ma lo stesso vale per altri settori anche quello industriale vero e proprio.

Attenzione non sto giustificando il precariato, sto solo dicendo che in questo momento credo sia meglio essere precari che non lavorare affatto, rinviando le riforme a momenti di congiuntura favorevole e con tutti i sacri crismi, non monche come questa.

In merito alla flessibilità in uscita personalmente non ritengo sia ancora possibile dare un giudizio, sulla carta le regole sembrano abbastanza chiare anche se molti avvocati, forse perché vedono minati i loro interessi, tendono a dire ai propri assistiti, in particolare chi si trova dalla parte dei lavoratori, che nulla è cambiato e che di conseguenza, non raggiungendo l’accordo in fase preliminare davanti alla DTL (Direzione Territoriale del Lavoro) e procedendo con una causa, il reintrego è assicurato… personalmente non ne sono così convinto, al contrario, a meno che il licenziamento sia palesemente insussistente, ritengo che far saltare la mediazione non sia una cosa positiva per il lavoratore che al massimo si vedrà riconosciuta una indennità tra le 12 e le 24 mensilità, rischiando di giocarsi parte di questa indennità nei compensi del legale che lo ha seguito nella causa di lavoro.

In conclusione tornando all’articolo di Panorama, Cobianchi chiude dicendo “.. le prime sentenze sulle controversie sono contraddittorie. Per questo gli imprenditori sono terrorizzati. E per questo non assumono”; no Cobianchi le imprese non assumo non perchè sono terrorizzati dalle sentenze sul possibile reintegro dei lavoratori, in quel caso semmai non licenziano, le aziende non assumono perché la crisi richiede capacità di adattarsi in fretta alle mutevoli condizioni del mercato, cosa che non può essere fatta se tenti di ingessare il mercato del lavoro.

Alla prossima!!

Idee per l’agenda politica del futuro Governo in tema di occupazione.

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ElezioniTorno a parlare di politica dopo i diversi post che ho dedicato alla riforma del mercato del lavoro del Ministro Fornero; lo faccio perché le elezioni sono alle porte e dal dibattito politico che si sta sviluppando, mi sembra che tutti i candidati dei vari schieramenti si siano nuovamente messi a recitare la parte del “prometto”, sviscerando temi molto cari agli elettori ma che in pratica tutti sappiamo di difficile applicazione nel pratico.

Mi meraviglia lo stesso Monti che è stato chiamato insieme ad un pool di tecnici, a dover far fronte ad una situazione disastrosa dei conti pubblici anche in rispetto ai parametri imposti dalla comunità europea e che oggi, dopo averci devastato di tasse (e non credo che si sia divertito a farlo), sembrerebbe ripudiare le sue stesse decisioni adducendo scuse poco veritiere, legate solamente ad un opportunismo elettorale, molto ben conosciuto alle compagini di destra e sinistra che da anni ci raccontano frottole che puntualmente non riescono mai a mantenere una volta eletti.

Da semplice cittadino che si occupa di risorse umane voglio lanciare una personale idea di possibile agenda politica sui temi del lavoro che il futuro governo dovrebbe seguire per far si che ci si possa avviare ad una risalita dell’occupazione.

1) Al primo posto va messo sicuramente l’abbassamento del cuneo fiscale; un lavoratore non può costare al suo datore di lavoro il doppio se non di più di quello che percepisce. Questo punto dell’agenda politica ci sta costando moltissimo in termini di occupazionela produzione sta prendendo il volo a vantaggio di paesi dove il costo del lavoro è inferiore (su questo poi andrebbe aperta una ulteriore parentesi) con conseguente perdita di occupazione; mentre ai livelli più alti questo tipo di costi, specialmente nelle regioni a maggiore concentrazione di PMI, sta producendo una perdita delle competenze insostenibile. Sono moltissimi i dirigenti o i quadri che, dopo aver lavorato per anni in azienda, oggi si trovano espulsi dal mercato del lavoro perché sono diventati “costi” esorbitanti per le loro aziende, a cui non rimane altra viva che quella di riciclarsi come consulenti, rientrando spesso nelle stesse aziende da cui sono usciti, a costo inferiore e senza il peso di un contratto a tempo indeterminato.

2) Politiche attive del lavoro: in Italia l’uso degli ammortizzatori sociali passivi verso il mercato del lavoro è arrivato ad un livello mai visto prima, con un costo per imprese e Paese che non fa altro che peggiorare la situazione delle casse pubbliche. Con questo non dico che la cassa integrazione sia da abolire, credo però che ne vada fatto un uso giusto; sono strumenti creati per motivi ben specifici si cui ultimamente si fa un uso distorto ed insensato. Credo a che a questi strumenti passivi indispensabili perché di salvaguardia del posto di lavoro e/o di sostegno al reddito dei lavoratori in difficoltà, vadano affiancate politiche attive del lavoro che favoriscano il reinserimento dei lavoratori in esubero in determinate aziende verso quelle imprese che sono alla ricerca di personale. Perchè se è pur vero che l’occupazione è in calo, è altresì vero che ci sono settori produttivi in pieno sviluppo ed altri in cui le esportazioni sono aumentate notevolmente. Sul lato politiche attive sino ad oggi ci si è riempiti la bocca ma si è fatto ben poco sia a livello istituzionale che, occorre dirlo, sindacale.

3) Formazione Professionale: ho scritto due post recentemente sul tema della formazione, uno per mettere in evidenza gli sprechi e la malagestione dei fondi pubblici dedicati e l’altro per evidenziare una storia di buona formazione, fatta purtroppo con soldi privati che però ha dato i frutti sperati. Il nuovo Governo ha il dovere di mettere mano alla gestione dei fondi pubblici ed europei (attraverso l’FSE ovvero il Fondo Sociale Europeo) per far si che possano essere indirizzati verso percorsi formativi utili a sviluppare nuove competenze necessarie al mercato del lavoro; restare informati ed al passo con i tempi è una delle regole fondamentali per essere appetibili alle aziende o per intraprendere nuove strade professionali.

4) Futuro per i Giovani: contrariamente a quello che si dice per dare un futuro ai giovani è inutile continuare a sbattere la testa sui dati della disoccupazione giovanile che (tra l’altro chi legge questo blog lo sa bene) personalmente ritengo assolutamente inesatti; puntando il dito sulla precarietà o sulle difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro. Questi sono particolari di contorno di cui tenere conto certamente ma il focus va posto su altro, occorre agire e per agire il nuovo governo deve rendersi protagonista del rilancio del nostro Paese secondo quanto riportato al successivo punto 5.

5) Rendersi protagonisti del rilancio dell’Italia: con quest’ultimo punto voglio racchiudere tutte quelle politiche che possano permettere all’Italia di riprendere quel posto che le compete tra le elite industriali mondiali. Come? Rendendosi fautori di una riconversione generale del Paese verso nuove attività che consentano di recuperare competitività e occupazione. Una cosa è certa su molte produzioni di basso livello non possiamo più competere con altri paesi il cui costo della manodopera è nettamente inferiore al nostro, dobbiamo quindi spostarci su produzioni di nicchia, altamente tecnologiche o sui settori che da sempre ci distinguono nel mondo, produzioni tipiche del Made in Italy (moda, lusso, alimentari solo per dirne alcuni) e puntare sempre più sul turismo sia esso culturale che di puro e semplice svago. Far rientrare i tanti nostri cervelli oggi espatriati, che con il loro operato hanno reso grandi altri Paesi e con loro le aziende estere che li hanno accolti a braccia aperte.

Questi sono i miei personali cinque punti su cui vorrei veder lavorare il nuovo governo; oggi sento parlare invece di controriforme del mercato del lavoro che non serviranno a nulla. Il mercato del lavoro è stato riformato, certo qualche piccola correzione andrà fatta ma non è agendo nuovamente su età pensionistiche o sulla flessibilità o meno in entrata ed uscita dalle aziende che si rilancia l’occupazione ma avendo il coraggio di guardare avanti uscendo dal torpore che ci ha attanagliato in questi anni di crisi e che vedono il nostro Paese alle corde come un pugile suonato.

Alla prossima!

Staffetta tra generazioni e la perenne differenza tra pubblico e privato.

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Il Ministro Elsa Fornero
Il Ministro Elsa Fornero

Sono forse tra i pochi che anziché prendere a male parole il Ministro Fornero, in questi mesi l’ha sempre sostenuta, se non altro perché ha dovuto trattare argomenti (riforma delle pensioni e riforma del lavoro) che nessuno prima di lei, ha avuto il coraggio di affrontare realmente, lasciando che il Paese sprofondasse nell’abisso nel quale si trova.

Certo, se l’Italia si trova dove si trova la colpa non è solo di un mercato del lavoro anacronistico rispetto ai tempi che prima o poi avrebbe visto il suo necrologio, ma anche di molteplici altri fattori tra i quali spiccano politiche imprenditoriali stantie, una spesa pubblica folle e mal gestita e via discorrendo. Risulta comunque chiaro che se le forze politiche, anziché pensare ai propri voti, avessero agito per il bene della nazione, non ci sarebbe stato l’impatto devastante di una riforma fatta per forza ed in fretta, tra l’altro modificata in malo modo dalle forze politiche che appoggiano il governo tecnico.

Per questo dico che la Fornero non ha le colpe che tutti le vogliono addossare, anzi se fosse stata lasciata libera di fare una riforma per decreto senza alcuna interferenza da parte di: partiti politici, parti sociali e chi più ne ha più ne metta, oggi avremmo una riforma certamente migliore di quella approvata che, vale la pena ricordarlo, è sicuramente confusionaria e poco efficace.

Negli ultimi giorni però, capita di sentire il Ministro Fornero, parlare di possibili decreti che potrebbero incentivare l’occupazione; fino a qui tutto bene, almeno fino a quando non senti la proposta ed è li che ti cadono le braccia. Stavolta caro Ministro non ci siamo! La Fornero si è inventata una sorta di patto generazionale tale per cui un lavoratore “anziano” dovrebbe scegliere di cambiare il suo contratto da tempo pieno a part-time facendo così subentrare un lavoratore “giovane” in sua sostituzione in apprendistato.

Una follia per una serie di motivi:

1) Non è chiaro cosa si intenda con “lavoratore anziano

2) E’ ora di finirla di pensare che i disoccupati sono solo i giovani, ma queste persone sanno quanti lavoratori tra i 40 ed i 50 anni sono stati espulsi dal mercato del lavoro in questi anni di crisi?

3) Con la situazione di crisi che stiamo attraversando non credo che ci sia alcun lavoratore “anziano” che possa permettersi di rinunciare anche ad un solo euro del suo stipendio per la famiglia.

4) Lo vado dicendo da tempo, il tasso di disoccupazione giovanile che l’ISTAT ci propina sono fermamente convinto che sia da rivedere e che comprenda al suo interno anche tutti quei giovani che, pur essendo in età lavorativa, sono nel pieno dei loro studi.

5) Un provvedimento del genere fa presumere che se i giovani sono senza lavoro la colpa sia dei genitori che non mollano il posto, altra grandissima stupidaggine.

Ricollegandomi al punto 2 e da operatore del settore, posso garantire che i giovani sono senza lavoro semplicemente perché il mercato si è fermato e dovendo riorganizzarsi le aziende non assumono. Le aziende sono entrate in crisi nel 2008, da quel momento non hanno più assunto con la mole con cui lo facevano prima (al contrario hanno espulso personale) ma le scuole e le università hanno continuato a sfornare ragazzi che hanno tenuto costante l’offerta a fronte di una domanda che è diminuita in maniera sostanziale. E’ come se un flusso d’acqua costante che corre su un fiume improvvisamente trovasse una diga, gioco forza sia accumula e non scorre più.

Va da se che il provvedimento proposto dal Ministro rischia di essere l’ennesima boiata, stavolta grossa boiata anche perché da un tecnico ti aspetti una aderenza maggiore con la realtà rispetto ad un politico, che seduto dentro al palazzo, non ha la benché minima idea di cosa accada fuori. Altre sono le politiche da mettere in atto per far ripartire l’economia e per invogliare le aziende a produrre in Italia: abbattimento del cuneo fiscale, protezione verso le aziende che vanno a produrre in paesi che non operano con le stesse regole del mondo occidentale, innovazione (vera) tra quelle che mi vengono in mente.

Da qui voglio ricollegarmi ad un’altra assurdità, il continuare a ritenere che il lavoro pubblico sia privilegiato rispetto al lavoro privato. Parlavamo all’inizio di riforma del mercato del lavoro, non si capisce perché questa valga solo per il privato e non per il pubblico, negli ultimi giorni si è aggiunta anche l’affermazione del Ministro della Pubblica Amministrazione Patroni Griffi che ha annunciato che nel pubblico ci sono circa 250 mila precari in scadenza e che non potranno essere tutti stabilizzati. Improvvise le grida allo scandalo da parte di sindacati, mondo giornalistico (anche uno come Sebastiano Barisoni del Sole 24 Ore, attraverso la sua trasmissione su Radio 24 gridava allo scandalo) e via discorrendo.

Si è subito provveduto ad inserire una proroga per i contratti in scadenza a fine anno in modo da rimandare il problema, augurandosi di trovare una soluzione. Ora, premesso che capisco perfettamente come si possano sentire queste persone e le loro famiglie, premesso che sono il primo che si augura che tutti in questo paese siano in grado di avere un lavoro in grado di dare dignità alle proprie esistenze, non capisco per quale motivo occorra per forza trovare una soluzione per queste 250 mila persone del pubblico (magari continuando a garantire inefficienze ed aumentando la spesa pubblica) mentre, al contrario, per tutte le persone che hanno perso il lavoro nel settore privato non si è mosso un dito, anzi si cerca in tutti i modi (si veda provvedimento di cui sopra) di espellerli dal mercato del lavoro? Perchè le organizzazioni sindacali, i politici, il Ministro Patroni Griffi, i giornalisti come Barisoni non ne parlano con, ad esempio, i 362 mila lavoratori edili che dall’inizio della crisi hanno perso il lavoro?

Alla prossima!

Il mercato del lavoro ed il paragone con Sky e Mediaset Premium

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Logo SKYVenerdì scorso mi sono imbattuto in un articolo del Corriere della Sera (che trovate qui) in cui veniva citata una ricerca che ha recentemente fatto l’azienda multinazionale di software Bullhorn. In questa ricerca tra le altre cose veniva evidenziato, a mio parere in maniera paradossale, che le aziende preferiscono assumere una persona che ha magari dei precedenti penali (leggeri chiaramente) ma in piena attività nel mercato del lavoro, piuttosto che una persona con fedina penale intonsa, che si trova fuori dal mercato del lavoro da circa due anni.

Stiamo parlando di una domanda posta a ben 1.500 manager del mondo HR, non possiamo quindi dire di trovarci davanti ad un campione irrisorio; ebbene per 4 interpellati su 10 è molto difficile collocare persone che sono fuori dal mercato del lavoro da più di due anni, non solo, per il 36% degli stessi intervistati è difficile collocare anche chi è fuori dal mercato del lavoro da un solo anno. Ecco quindi il paradosso citato ad inizio post che, purchè lavorino, risulta più facile persino far assumere persone che hanno una fedina penale con qualche macchia rispetto a chi è fuori dal mondo del lavoro.

Naturalmente questa affermazione va presa come provocazione, non può certo essere un incitamento a deliquere ci mancherebbe altro, ci fa però tornare su quanto disse qualche settimana fa il Ministro Fornero in merito al fatto di non essere troppo “choosy” ma di cogliere ogni opportunità che ci si presenti davanti, pur di rimanere ancorati al mercato del lavoro.

Da consulente di outplacement sapete che più e più volte ho fatto presente che è meglio fare un passo indietro e tornare attivo, piuttosto che rimanere fermi sulle proprie posizioni e continuare a guardare il mondo del lavoro da fuori, con il tempo che inesorabilmente scorre e che, come evidenziato dalla ricerca, non può certo essere definito come amico.

In questo post però voglio aggiungere altro, parlando a quei lavoratori che oggi si trovano per malaugurata sorte sotto ammortizzatori sociali, alle organizzazioni sindacali che tutelano i diritti dei lavoratori e le imprese, alle imprese che sono alle prese con riorganizzazioni e tagli ed a tutti quei lavoratori che, pur essendo ancora in azienda, sanno perfettamente di essere coinvolti in progetti di ristrutturazione aziendale. I dati menzionati da questa ricerca parlano chiaro: le aziende da un lato devono ristrutturarsi causa crisi, ma dall’altro quando assumono, perchè lo ribadisco… ASSUMONO (il mercato del lavoro è sempre in movimento), lo fanno volgendo lo sguardo a persone che siano attive sul mercato del lavoro o che ne siano usciti da pochissimo tempo, basti pensare che nella ricerca di Bullhorn, esagerando a mio parere, il 4% degli intervistati afferma che una collocazione è comunque difficile indipendentemente da quanto si è fuori dal mercato del lavoro.

Ai lavoratori sotto ammortizzatori sociali, alle Organizzazioni Sidacali, Confindustria, alle imprese coinvolte in riorganizzazioni ed ai loro lavoratori dico chiedete e proponete lo strumento dell’outplacement, al di la della Riforma Fornero che ha messo le primissime basi per istituzionalizzare lo strumento. I dati della ricerca danno una ulteriore conferma, affrontare il mercato del lavoro da fuori e soprattutto da soli è sempre difficile, oggi lo è ancor di più; essere accompagnati nella ricerca di nuove opportunità è una occasione da non perdere per i lavoratori ed un atto di responsabilità sociale per le imprese, sindacati e confindustria.

Visto che parlo di ricerche, vi ricordo che una Unioncamere ha attivo un sistema informativo per l’occupazione e la formazione chiamato Excelsior che oggi è diventato la base di raccolta dati sul mercato del lavoro (lo trovate qui), non solo conferma la mia affermazione sulle assunzioni delle aziende (nel IV trimestre 2012 sono previste 218mila assunzioni) ma ricorda che in Italia, chiunque si metta alla ricerca di un posto di lavoro ha accesso solo al 15% di tutte le opportunità presenti mentre il restante 85% rimane nascosto perchè viaggia su canali alternativi quali il passaparola. E’ come se, parlando in termini televisivi, chi ha il digitale terrestre in chiaro vedesse il 15% del mercato del lavoro, e solo chi ha Mediaset Premium o SKY ha accesso al totale delle opportunità presenti. Chi si occupa di outplacement è come se fosse SKY o Mediaset Premium che da la possibilità ai suoi abbonati di vedere tutto; le società specializzate in ricollocamento professionale (questa la traduzione in italiano di outplacement) hanno accesso alla quasi totalità delle opportunità perchè hanno i contatti diretti con le aziende cosa che difficilmente una persona qualsiasi ha a meno che non abbia un network di conoscenze ampio e ben curato.

Usufruire di un percorso di ricollocamento diventa quindi una opportunità, proporlo significa dimostrare rispetto e responsabilità verso quelle persone che, per cause di forza maggiore come azienda, sarò costretto a licenziare.

Alla prossima!

“CHOOSY” o no il mondo è cambiato!

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Non potevo sorvolare su quello che è stato il leitmotiv della settimana, ovvero l’intervento del Ministro Fornero in un convegno in Assolombarda dello scorso lunedì; intervento in cui afferma che “i ragazzi non devono essere troppo choosy, meglio prendere la prima offerta e poi vedere da dentro un posto migliore, non aspettare l’arrivo del posto ideale”.

Premetto che vado controcorrente rispetto a quello che ho letto e sentito in questa settimana, ovvero una alzata di scudi pressoché generale a favore dei giovani e contro il Ministro del Lavoro rea di avere, per l’ennesima volta, detto la sua boiata quotidiana.

Chiaro, non si può fare di tutta un’erba un fascio, è naturale che oggi una nutrita maggioranza di giovani è disponibile a fare qualsiasi lavoro pur di entrare nel mercato, io stesso conosco ragazzi che già durante gli studi lavorano con lavoretti part-time per ritagliarsi un po’ di autonomia economica se non addirittura per pagarsi gli studi stessi; è altrettanto vero però che sono diversi anni che lavoro e posso assicurare di essermi imbattuto moltissime volte in ragazzi neolaureati che entrando in azienda pensavano di essere già direttori generali o, peggio, pretendevano di essere messi in posizioni di rilievo.

Ecco quindi che per chi opera nel mondo del lavoro le parole della Fornero paiono tutt’altro che fuori luogo, come anche affermato da giornalisti come Manfellotto Direttore de l’Espresso nell’editoriale di questa settimana. Anche perché l’inglese, lingua meravigliosa per il sottoscritto, facilmente raccoglie sotto un unico vocabolo diversi significati; si fa presto quindi a dire che “choosy” significa “schizzinoso” con una accezione sicuramente fuori luogo se detta da un Ministro, basta però guardare un vocabolario per capire che “choosy” viene usato anche per descrivere una persona “difficile da accontentare” o “esigente” che, come ben potete immaginare, suona in tutt’altro modo rispetto a schizzinoso.

La mia riflessione però, vuole andare oltre ai ragazzi e coinvolgere anche adulti (che hanno perso il posto di lavoro causa crisi), imprenditori e forze politiche.

Nel mio lavoro sono a contatto con persone che hanno perso il posto di lavoro ma che hanno avuto, nella sfortuna, la fortuna di essere accompagnati da professionisti, nella ricerca di nuove opportunità di lavoro. Anche tra di essi si annidano insospettabili “choosy”, persone che spesso davanti a proposte di lavoro che prevedono retribuzioni leggermente inferiori a quanto percepito sino alla perdita del posto, le rifiutano attendendo la “proposta ideale”; oppure quelli/e che davanti ad una proposta di assunzione a tempo pieno rifiutano perché accettano solo part-time e per giunta solo alla mattina e potrei andare oltre ma preferisco fermarmi qui. Noi consulenti di outplacement, ci sgoliamo nel dire esattamente le parole del Ministro Fornero ovvero: non rifiutate, rientrate nel giro e da dentro poi cercate il posto ideale.

Veniamo agli imprenditori, qualche giorno fa sul Corriere della Sera è uscito un articolo di Severino Salvemini che invito tutti a leggere (http://bit.ly/Tu0Dvl) perché dopo anni di chiacchere sulle colpe della crisi, finalmente senza peli sulla lingua, dice chiaramente come stanno le cose. In particolare Salvemini afferma “Serve un nuovo ripensamento del modello aziendale, oggi decisamente incongruo rispetto al fabbisogno contemporaneo di competitività. Meno concentrazione dunque su eventi congiunturali, su politiche pubbliche e su contesti regolativi, e più al centro le debolezze delle singole imprese e le responsabilità di chi queste imprese è chiamato a governarle e gestirle.” Perchè in effetti le colpe ci sono eccome; un paio di settimane fa sono stato all’Assemblea di Confindustria Ancona, tra gli ospiti il Presidente di Confindustria Squinzi che, sorvolando sulla pochezza delle dichiarazione fatte, non ha minimamente fatto un seppur minimo accenno di autocritica, rovesciando la colpa della crisi delle imprese italiane su politica, sindacati e situazione congiunturale. Oggi le imprese e gli imprenditori che le rappresentano, pretendono di ragionare e di agire esattamente nello stesso modo del periodo pre-crisi, usando ancora le parole di Salvemini “Le imprese italiane hanno oggi comportamenti tardivi rispetto alle loro cugine internazionali. Le strategie sono troppo poco determinate e affini a convenienze di breve termine; gli sviluppi del capitale umano sono basati su investimenti formativi esili che producono competenze poco originali e distintive (l’investimento in formazione delle imprese italiane è da anni plafonato sotto l’1% del fatturato annuo); i disegni organizzativi sono rudimentali e burocratici; il management è in gran parte autoreferenziale e poco mobile e scarsamente orientato al rischio e all’apertura (fate il calcolo di quanti sistemi di incentivi manageriali basati sul raggiungimento degli obiettivi sono diffusi e ne avrete la riprova); la governance aziendale si tramanda senza confronti e inclusioni esterne, con estensioni di patti di controllo, piramidi societarie e forme di potere insindacabile; la creatività di cui tanto si parla nello stivale del bello e del ben fatto non è altro che un pizzico di ritocco incrementalistico senza strappi di discontinuità o di radicale innovazione. Il tutto condito da una scarsa patrimonializzazione, resa ancora più traballante dalla fuga dei cosiddetti animal spirits , che durante la crisi hanno preferito la rendita immobiliare alla scommessa manifatturiera.

Per quanto riguarda i politici… beh qui il discorso è facile, basta leggere i giornali, guardare la tv ed ascoltare la radio per avere prova quotidiana di in che razza di mani siamo, non parlo di rosso, bianco o nero, di un partito rispetto ad un altro, di destra o di sinistra… i fatti hanno documentato chiaramente che non si salva nessuno. Nessuno lo dice apertamente ma è evidente che siamo dovuti ricorrere ad una “sospensione temporaneadella democrazia per poter fare quelle riforme e mettere mano a quelle situazioni che nessuno, sino ad oggi, ha mai avuto il coraggio di fare. Sospensione della democrazia dicevo, perchè in che altro modo si può definire il governo Monti?

Torno al titolo del post, choosy o no il mondo è cambiato e sarà bene che tutti ce ne rendiamo conto; il mercato del lavoro non tornerà più quello di prima sia chiaro a tutti giovani e meno giovani; continuare a dirigere un’azienda nello stesso modo in cui lo si faceva nel 2007 non porterà da nessuna parte se non alla chiusura della stessa; se i politici continueranno a fare gli affari propri anzichè quelli dei cittadini che li hanno eletti, il paese andrà in fallimento.

La crisi è una grande opportunità se presa per il verso giusto, se si è disposti a rimettersi in gioco, a rimboccarsi le maniche si può arrivare alla fine del tunnel e ripartire con maggiore prosperità per tutti soprattutto per le future generazioni, se si rimane fermi nella speranza vana che tutto passi, si finisce inevitabilmente per soccombere.

Alla prossima!

La riforma del mercato del lavoro è legge…. MAH!!!!!!

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Torno su un argomento a me molto caro, la riforma del mercato del lavoro, come ormai tutti sapete è diventata legge a tutti gli effetti; ma qual è il giudizio in merito alla riforma? Dal titolo di questo post e dai commenti fatti in precedenza, mi sembra evidente che personalmente la ritengo assolutamente deludente.

I motivi sono plurimi, cercherò di spiegarli brevemente e con parole semplici; per prima cosa se analizziamo l’iter di approvazione della riforma è chiaro a tutti che questa è una legge che “si doveva fare” per forza, da qui la fiducia posta alla Camera; non solo… andava anche approvata assolutamente entro la data del 27 giugno, perché? Semplice il 28 c’è stato il fatidico Consiglio Europeo a cui, per portare via il risultato che Monti sembra aver strappato alla Merkel in merito al Fondo Salva Stati (dico sembra perché da quel giorno in cui abbiamo tutti cantato vittoria, non passa giorno che non ci sia qualche leader europeo che si rimangi ciò che era stato deciso), dovevamo presentarci al Consiglio con la riforma fatta, poiché ricorderete c’era stata chiesta esplicitamente negli ultimi mesi di governo Berlusconi. Poco importa che sia fatta male, raffazzonata e che non soddisfi praticamente nessuno, l’importante era farla ed illudere tutti i membri dell’Unione che avevamo fatto il compitino richiesto, anche questo tipico comportamento da furbetto del quartierino che purtroppo spesso ci contraddistingue come Paese.

Fatto sta che Squinzi (Confindustria) l’ha liquidata come una boiata, i sindacati sono avvelenati, i lavoratori idem e non parliamo delle imprese. Domanda: serve una riforma così? Secondo me no.

Passiamo ad esaminarne i punti più salienti:

1) Flessibilità in entrata: tanto sbandierata da tutti, risulta essere praticamente azzerata, i tempi determinati durano massimo 36 mesi comprensivi anche della eventuale somministrazione, inoltre si è inserito un 1,4% di contributo aggiuntivo. A mia opinione questo significa far morire la somministrazione che era una delle poche leve di flessibilità per l’azienda e che prevedeva per il lavoratore un contratto serio e reale. Non solo, sapete quante agenzie per il lavoro ci sono sul territorio italiano?? Provate a guardare nella vs. città quante ce ne sono, tenete conto che in media ci sono almeno tre persone che lavorano in ogni filiale, la maggior parte della quali giovani, si quei giovani tanto vituperati il cui tasso di disoccupazione è a livelli stellari. Fate un conto di quanti ragazzi/e perderanno il posto di lavoro (sta già succedendo) andando ad ingrossare le fila dei disoccupati, grazie a questa brillante riforma. Le partite iva, per colpire alcune eccezioni negative, si è andato in realtà a colpire anche tutte quelle persone che, per scelta professionale ed in accordo con l’azienda, decidono di aprire la p.iva pur lavorando per la maggior parte del tempo per un unico datore di lavoro. L’Apprendistato sembra una delle poche cose positive, anche se non parliamo certo di novità visto che il contratto era in essere da tempo.

2) Flessibilità in uscita: su questo argomento mi duole dire che si è fatta una campagna ideologica da parte del sindacato soprattutto su un argomento come quello dell’articolo 18 che in realtà mantiene i suoi effetti, vengono solamente ridotti i casi di reintegro per i soli licenziamenti economici, che in realtà non ha mai voluto nessuno, la stragrande maggioranza dei lavoratori ha sempre preferito il “congruo” indennizzo economico piuttosto che tornare su un posto in cui non sei benvoluto. Per il resto l’altra parte interessante riguarda la procedura di conciliazione da effettuarsi obbligatoriamente prima della comunicazione ufficiale da parte del datore di lavoro al lavoratore del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, in questa sede viene valutato positivamente il raggiungimento di un accordo consensuale tra le parti e l’impegno da parte dell’azienda di mettere sul tavolo la possibilità di far usufruire al lavoratore del programma di ricollocamento affidandolo agli operatori privati del settore (l’unica briciola della beneamata Flexsecurity del Prof. Ichino).

3) Ammortizzatori sociali: anche qui qualcosa andava cambiato, con l’introduzione dell’Aspi (Assicurazione Sociale per l’Impiego) si è fatto un primo passo che però ritengo assolutamente insufficiente e credo anche nella direzione sbagliata. L’uso e l’abuso da parte di tutti (imprese e sindacati con l’avvallo tacito del ministero) di CIG e CIGS in tutte le declinazioni possibili quando già dall’inizio è chiaro a tutti che l’azienda dovrà comunque tagliare il personale e che il problema, in questo modo, viene solamente procrastinato nel tempo senza possibilità di soluzione (ricordo che parliamo di ammortizzatori sociali passivi e non attivi) è il motivo per cui se oggi dichiariamo una disoccupazione di poco sopra al 10%, in realtà se consideriamo tutte le persone che attualmente usufruiscono dei vari tipi di cassa integrazione (in particolare quella straordinaria) e che sono già segnati nonostante vengano illusi, in particolare dai sindacati, che al termine saranno reintegrati, il tasso reale sale e di molto. Necessario quindi rivedere questi ammortizzatori sociali in chiave di politica attiva non passiva, la riforma non lo ha fatto se non andando a toccare quel sostegno al reddito, come la mobilità e l’indennità di disoccupazione, che sono le uniche fonti di una persona che è già uscita dal mondo del lavoro. Non era forse il caso di accorciare i periodi di cassa integrazione, mettendo in campo politiche attive di ricollocamento dei lavoratori lasciando invariate le forme di sostegno per chi è realmente fuori dal mercato del lavoro?? Se si riesce a risolvere la situazione dei lavoratori mentre sono ancora in cassa integrazione in azienda, si riduce di conseguenza anche l’uso della mobilità e della indennità di disoccupazione.

Ci sono altri punti della riforma che andrebbero discussi, ma questi li ritengo quelli più importanti e da cui scaturisce un giudizio chiaramente negativo; per me la madre di tutte le riforme era e rimane il modello Flexsecurity del Prof. Ichino di cui questa riforma ne è solo il lontanissimo parente.

Alla prossima!

Contratto di Apprendistato: che sia la volta buona

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Lo scorso 29 Aprile sono stato invitato come Vice Presidente di AIDP Marche a fare da mediatore a Bologna ad un convegno in cui si è discusso del nuovo contratto di apprendistato o meglio del rilancio dello stesso tentato dalla riforma del lavoro edita dal ministro Fornero.

Tra gli invitati anche Simonetta Cavasin, General Manager di OD&M Consulting, che ha presentato i risultati di una ricerca sull’apprendistato fatta su un campione di 109 aziende e l’Avv. Giampiero Falasca partner dello studio DLA Piper che si è addentrato sugli aspetti della normativa legato all’apprendistato professionalizzante in somministrazione.

Il contratto di Apprendistato è stato forse l’unico punto della riforma dove tutti gli attori al tavolo delle trattative si sono trovate concordi: Governo, Sindacati e Confindustria. L’uso dello strumento, molto sottovalutato dalle imprese sino ad oggi, viene oggi rivalutato come mezzo principale di accesso al mercato del lavoro per i giovani; la normativa di riferimento è il Testo Unico approvato con il decreto legislativo n°167/2011 a cui la riforma in corso di approvazione alle camere apporterà alcune modifiche, quali la durata minima del contratto stesso che sarà di 6 mesi, il divieto di somministrare lavoratori in apprendistato con contratto di somministrazione a tempo determinato.

Giusto per un breve riassunto il contratto di apprendistato potrà essere di tre tipologie:

1)   Apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale

Pensato per contrastare l’abbandono scolastico, attraverso il coinvolgimento dei giovani in percorsi di alternanza tra istruzione e lavoro che portano all’ottenimento di una qualifica. Possono essere assunti in questo modo i giovani dai 15 anni compiuti fino al giorno di compimento del 25 anno di età.

2)   Apprendistato professionalizzante o contratto di mestiere

E’ il contratto di apprendistato per eccellenza, quello che, riprendendo il mio post di un paio di settimane fa, permetterà a molti giovani di addestrarsi in particolari attività professionali, oggi spesso abbandonate, ed al conseguimento della relativa qualifica.

Può essere usato in tutti i settori (anche nel pubblico) e prevede l’assunzione di giovani dai 18 ai 29 anni di età. In alcuni casi si è parlato anche della possibilità di assumere con questo contratto anche i lavoratori in mobilità, rimane il buco legislativo se siano tutti i lavoratori in mobilità o solo quelli che rientrano nel range della legge; la giurisprudenza ad oggi sembra seguire più questo secondo filone.

3)   Apprendistato di alta formazione e ricerca

Il contratto punta a far ottenere un titolo scolastico superiore, un titolo universitario, un dottorato di ricerca, un titolo di specializzazione tecnica, il praticantato per l’accesso alle professioni che prevedono l’iscrizione ad un albo professionale. Anche in questo caso possono essere assunti giovani dai 18 ai 29 anni.

Voglio tornare ai risultati della ricerca di OD&M Consulting che a mio parere sono estremamente interessanti, emerge infatti che il 64% delle aziende intervistate ha assunto con contratto di apprendistato professionalizzante a partire del 2003, soprattutto per inserire i giovani tra i 21 ed i 25 anni; un dato questo estremamente interessante che dimostra la bontà del contratto in questione.

Lascia invece dei dubbi sulle reali motivazioni all’uso dello strumento da parte delle imprese, il dato che evidenzia come nell’89% dei casi, ovvero la stragrande maggioranza, le aziende ne hanno usufruito per i vantaggi economici che ne traggono (decontribuzioni, possibilità di assunzioni a livelli inferiori rispetto a quello finale) più che per reali esigenze formative dei giovani (solo il 34%). Proprio questo dato mi fa sorgere la domanda: le aziende ci credono realmente? Oppure è la solita scappatoia per spendere meno ed ottenere di più? Non vado oltre.

Il 50% delle aziende ha inserito gli apprendisti in produzione, il 34% nell’area tecnica, il 27% nell’area amministrazione e finanza; un dato che mette ulteriormente in evidenza come questo sia un contratto fatto ad hoc per imparare un mestiere in particolare manuale ed artigianale.

Dato molto interessante è quello che ci dice che il 77% delle aziende intervistate dichiara di aver assunto oltre il 90% degli apprendisti con contratto a tempo indeterminato, dimostrazione lampante e forse una risposta alle mie domande sopra, che il contratto di apprendistato serve realmente ad intraprendere la strada di ingresso al mondo del lavoro ed è un ottimo strumento di placement.

Succede però che, anche se pochi, ci sono comunque alcuni giovani che nonostante siano in apprendistato, mollano prima che il contratto arrivi al suo naturale compimento; il 28% per una occupazione più interessante ed un altro 28% per una occupazione più remunerativa, dimostrando di non credere loro stessi nel percorso formativo intrapreso.

Chiudo con un’ultima annotazione che riprende, come dicevo all’inizio, il mio post di qualche settimana fa dal titolo “Elogio dell’Artigiano”: una ricerca di Confartigianato del 2010 dice che su 550.000 nuove assunzioni di personale specializzato nelle PMI ben 147.250 sono risultate inevase perché “ci sono poche persone che esercitano la professione”, intesa come mancanza di giovani che hanno voglia di sporcarsi le mani, mestieri snobbati sino ad oggi che non possiamo più permetterci di snobbare vista la crisi ed il livello di disoccupazione giovanile; l’uso del contratto di apprendistato è lo strumento migliore per rilanciare l’occupazione dei giovani e colmare questo deficit di professionalità.

Alla prossima!