guerra tra generazioni

Staffetta tra generazioni e la perenne differenza tra pubblico e privato.

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Il Ministro Elsa Fornero
Il Ministro Elsa Fornero

Sono forse tra i pochi che anziché prendere a male parole il Ministro Fornero, in questi mesi l’ha sempre sostenuta, se non altro perché ha dovuto trattare argomenti (riforma delle pensioni e riforma del lavoro) che nessuno prima di lei, ha avuto il coraggio di affrontare realmente, lasciando che il Paese sprofondasse nell’abisso nel quale si trova.

Certo, se l’Italia si trova dove si trova la colpa non è solo di un mercato del lavoro anacronistico rispetto ai tempi che prima o poi avrebbe visto il suo necrologio, ma anche di molteplici altri fattori tra i quali spiccano politiche imprenditoriali stantie, una spesa pubblica folle e mal gestita e via discorrendo. Risulta comunque chiaro che se le forze politiche, anziché pensare ai propri voti, avessero agito per il bene della nazione, non ci sarebbe stato l’impatto devastante di una riforma fatta per forza ed in fretta, tra l’altro modificata in malo modo dalle forze politiche che appoggiano il governo tecnico.

Per questo dico che la Fornero non ha le colpe che tutti le vogliono addossare, anzi se fosse stata lasciata libera di fare una riforma per decreto senza alcuna interferenza da parte di: partiti politici, parti sociali e chi più ne ha più ne metta, oggi avremmo una riforma certamente migliore di quella approvata che, vale la pena ricordarlo, è sicuramente confusionaria e poco efficace.

Negli ultimi giorni però, capita di sentire il Ministro Fornero, parlare di possibili decreti che potrebbero incentivare l’occupazione; fino a qui tutto bene, almeno fino a quando non senti la proposta ed è li che ti cadono le braccia. Stavolta caro Ministro non ci siamo! La Fornero si è inventata una sorta di patto generazionale tale per cui un lavoratore “anziano” dovrebbe scegliere di cambiare il suo contratto da tempo pieno a part-time facendo così subentrare un lavoratore “giovane” in sua sostituzione in apprendistato.

Una follia per una serie di motivi:

1) Non è chiaro cosa si intenda con “lavoratore anziano

2) E’ ora di finirla di pensare che i disoccupati sono solo i giovani, ma queste persone sanno quanti lavoratori tra i 40 ed i 50 anni sono stati espulsi dal mercato del lavoro in questi anni di crisi?

3) Con la situazione di crisi che stiamo attraversando non credo che ci sia alcun lavoratore “anziano” che possa permettersi di rinunciare anche ad un solo euro del suo stipendio per la famiglia.

4) Lo vado dicendo da tempo, il tasso di disoccupazione giovanile che l’ISTAT ci propina sono fermamente convinto che sia da rivedere e che comprenda al suo interno anche tutti quei giovani che, pur essendo in età lavorativa, sono nel pieno dei loro studi.

5) Un provvedimento del genere fa presumere che se i giovani sono senza lavoro la colpa sia dei genitori che non mollano il posto, altra grandissima stupidaggine.

Ricollegandomi al punto 2 e da operatore del settore, posso garantire che i giovani sono senza lavoro semplicemente perché il mercato si è fermato e dovendo riorganizzarsi le aziende non assumono. Le aziende sono entrate in crisi nel 2008, da quel momento non hanno più assunto con la mole con cui lo facevano prima (al contrario hanno espulso personale) ma le scuole e le università hanno continuato a sfornare ragazzi che hanno tenuto costante l’offerta a fronte di una domanda che è diminuita in maniera sostanziale. E’ come se un flusso d’acqua costante che corre su un fiume improvvisamente trovasse una diga, gioco forza sia accumula e non scorre più.

Va da se che il provvedimento proposto dal Ministro rischia di essere l’ennesima boiata, stavolta grossa boiata anche perché da un tecnico ti aspetti una aderenza maggiore con la realtà rispetto ad un politico, che seduto dentro al palazzo, non ha la benché minima idea di cosa accada fuori. Altre sono le politiche da mettere in atto per far ripartire l’economia e per invogliare le aziende a produrre in Italia: abbattimento del cuneo fiscale, protezione verso le aziende che vanno a produrre in paesi che non operano con le stesse regole del mondo occidentale, innovazione (vera) tra quelle che mi vengono in mente.

Da qui voglio ricollegarmi ad un’altra assurdità, il continuare a ritenere che il lavoro pubblico sia privilegiato rispetto al lavoro privato. Parlavamo all’inizio di riforma del mercato del lavoro, non si capisce perché questa valga solo per il privato e non per il pubblico, negli ultimi giorni si è aggiunta anche l’affermazione del Ministro della Pubblica Amministrazione Patroni Griffi che ha annunciato che nel pubblico ci sono circa 250 mila precari in scadenza e che non potranno essere tutti stabilizzati. Improvvise le grida allo scandalo da parte di sindacati, mondo giornalistico (anche uno come Sebastiano Barisoni del Sole 24 Ore, attraverso la sua trasmissione su Radio 24 gridava allo scandalo) e via discorrendo.

Si è subito provveduto ad inserire una proroga per i contratti in scadenza a fine anno in modo da rimandare il problema, augurandosi di trovare una soluzione. Ora, premesso che capisco perfettamente come si possano sentire queste persone e le loro famiglie, premesso che sono il primo che si augura che tutti in questo paese siano in grado di avere un lavoro in grado di dare dignità alle proprie esistenze, non capisco per quale motivo occorra per forza trovare una soluzione per queste 250 mila persone del pubblico (magari continuando a garantire inefficienze ed aumentando la spesa pubblica) mentre, al contrario, per tutte le persone che hanno perso il lavoro nel settore privato non si è mosso un dito, anzi si cerca in tutti i modi (si veda provvedimento di cui sopra) di espellerli dal mercato del lavoro? Perchè le organizzazioni sindacali, i politici, il Ministro Patroni Griffi, i giornalisti come Barisoni non ne parlano con, ad esempio, i 362 mila lavoratori edili che dall’inizio della crisi hanno perso il lavoro?

Alla prossima!

GENERAZIONI CONTRO

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In questi giorni sono stato sollecitato da diversi articoli apparsi su settimanali e quotidiani, inerenti i 50enni (Clooney ne è l’icona), articoli che si sono sommati ai fiumi di inchiostro versati per la disoccupazione giovanile, generazioni messe a confronto specialmente sul lato lavoro, in una sorta di contrapposizione inspiegabile.

In questo blog si parla di risorse umane e di tutto quanto gira attorno a questo meraviglioso mondo, per cui affronterò la diatriba da questo punto di vista con qualche flash su aspetti di natura psicologica.

Inutile dire che la categoria dei 50enni è tra le protagoniste di coloro che si avvalgono del servizio di outplacement quando sono in uscita da un’azienda; come mai? Nel periodo pre-crisi la motivazione era legata alla normale successione di professionalità in determinate posizioni (manageriali in particolare), in questo periodo di crisi invece le uscite sono legate sostanzialmente a motivi prettamente di natura economica, si tende ovvero a tagliare i costi privandosi di professionalità che vengono, erroneamente, definite obsolete e che occupano posizioni spesso di rendita a costi troppo elevati per le aziende, sostituendoli con figure più giovani a costi decisamente inferiori o non sostituendoli affatto ma ridistribuendo i carichi di lavoro tra chi rimane.

Torniamo all’inizio, si parla tanto di guerra tra padri e figli intesa come guerra tra generazioni per il posto di lavoro, tra privilegiati (i padri) e svantaggiati (i figli); personalmente credo che la domanda da farsi sia un’altra: la professionalità è ancora ricercata in azienda oppure no? La conoscenza o come viene definito in inglese il know-how è o no un fattore determinante per il successo di un’impresa?

Provo ad azzardare delle risposte che sono, chiaramente assolutamente personali; quanti tra voi avete provato a fare una ricerca di posizioni lavorative nei siti di web recruiting? Provate e scoprirete che per la stragrande maggioranza si tratta di stage, contratti a progetto, contratti di apprendistato ed al massimo tempo determinato, posti di lavoro dedicati chiaramente ai giovani, cosa che va in deciso contrasto con i dati allarmanti relativi alla disoccupazione giovanile (ma questo è un altro discorso), pochi i posti per chi possiede già delle professionalità consolidate.

La realtà è che la crisi ha cancellato buona parte del middle management, creando aziende piatte, piene di giovani neolaureati con una conseguente bassa professionalità, gestite direttamente dagli imprenditori o al massimo da uno o pochi dirigenti di esperienza che diventano l’unico faro per i giovani, a cui volgere lo sguardo per navigare nel mare del business moderno. Peccato che queste poche figure di esperienza rimaste in azienda non sono più in grado di programmare, di portare avanti progetti specifici perché vivono nella perenne emergenza, proprio perché tutti i giovani di belle speranze si rivolgono a loro per essere aiutati a gestire problematiche che chiaramente non sono in grado di gestire. Il risultato è che le imprese perdono terreno nel mercato globale, rimangono obsolete, non innovano, perdono il know-how il tutto in nome del presunto risparmio nel breve periodo.

Questa è la risposta che mi sento di dare, non è un caso che le nostre imprese arrancano e non trovano vie di uscita a una crisi che pur attanagliando il mondo intero, da noi sta facendo danni ben più grandi che altrove. Non voglio banalizzare affermando che questo sia il solo motivo, sappiamo bene che in Italia i problemi sono molti, sia dal lato legislativo che dal lato della tassazione del lavoro dipendente e molto altro, dico solo che questa scelta di eliminare il middle management è tutto fuorchè strategica per il futuro delle imprese. Rivalutiamo i 50enni e le loro conoscenze, sono un patrimonio per l’azienda Italia, lo dicono anche le ricerche effettuate dall’università di Haifa in Israele e pubblicate qualche settimana fa su Panorama, fatta tra manager dell’High Tech, industria ed infrastrutture, emerge infatti che i manager tra i 50 ed i 59 anni sono tra i più attivi con un picco di prestazioni a quota 57. Ricerca questa che fa il pari con un articolo di mercoledì scorso apparso sul Corriere della Sera in cui una associazione inglese di nome “Love to learn” ha promosso un sondaggio tra 1000 uomini e donne 50 enni facendo emergere che oggi la mezza età si raggiunge a 55 anni contrariamente ai dati ottenuti in una precedente rilevazione in cui il confine era stato posto a soli 36 anni.

Questo traslare in avanti delle nostre vite è testimoniato nuovamente da Panorama con un articolo di qualche settimana prima in cui, il neuro scienziato Jay Giedd del National Institute of Mental Health americano, afferma che il cervello dell’uomo tende a raggiungere la piena maturazione solo ai 30 anni a causa dello sviluppo ultimo della corteccia prefrontale che è responsabile della pianificazione, delle priorità e del controllo degli impulsi.

Fortunatamente molte aziende si stanno ricredendo, le multinazionali a dire il vero sono sempre rimaste strutturate, ma le PMI sono state tra le prime a “tagliare” l’esperienza credendola un costo anziché una risorsa, tornare a scoprire il prezioso supporto di un 50enne di esperienza può essere una valido supporto per il piccolo e medio imprenditore per rilanciare la propria azienda e tornare a primeggiare nel business.

Alla prossima!