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DIRITTO DEL LAVORO: ICHINO E TREU A CONFRONTO

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I due senatori Ichino e Treu
I due senatori Ichino e Treu

Venerdì e sabato scorso si è tenuto il Congresso Nazionale di AIDP (Associazione Italiana per la Direzione del Personale) in quel di Bergamo, ho presenziato in qualità di vice presidente del Gruppo Marche. Un convegno che ha parlato molto marchigiano visto che sul palco si sono susseguiti molti personaggi ed aziende delle Marche: Padre Natale Brescianini monaco dell’Eremo di Montegiove a Fano che ha parlato di etica e bellezza anche in azienda, Giovanni Fileni che accompagnato da Luca Silvestrelli (Direttore Commerciale) ci ha parlato della sua azienda e di come Fileni si è evoluta nel corso degli anni diventando il terzo player italiano nella produzione di carni avicole, Giuliano Calza presidente di AIDP Marche e direttore di ISTAO che ha fatto da mediatore ad una tavola rotonda in cui si è parlato di valorizzazione delle risorse umane e Gianluca Grondona direttore del personale di INDESIT che ha partecipato ad una tavola rotonda su emplyability e rigenerazione delle persone.

All’interno del congresso c’è stato un confronto interessante tra l’ex ministro al Lavoro Treu ed il senatore nonchè giuslavorista Ichino, moderati dall’Avv. Toffoletto, confronto che ha dibattuto sul diritto del lavoro italiano e su come non sia più procrastinabile una riforma seria e coraggiosa del codice del lavoro, in un ottica di semplificazione e di nuovo paradigma.

Mi sono divertito a prendere appunti mentre si susseguivano le domande, appunti che voglio riproporvi perchè credo che valgano più di tanti commenti, e che in buona parte si rifanno a molti miei interventi in questo blog.

Domanda Toffoletto: Che valutazione date allo sviluppo del diritto del lavoro degli ultimi 50anni?

TreuOggi anche dopo il jobs act, si evidenziano delle linee di continuità con il passato, se si eccettuano le causali del contratto a tempo determinato che sono state eliminate, il resto è ancora molto confuso, la tendenza di massima degli ultimi tempi è che si va verso una maggiore flessibilità, ma sul resto siamo ancora lontani. L’articolo 19 dello statuto dei lavoratori ad esempio (rappresentanza sindacale ndr) è una questione delicata, l’approccio di Renzi può essere rischioso perchè la materia della rappresentanza sindacale va trattata in modo soft al contrario si rischia uno scontro pesante.

Ichino La responsabilità di questo stato di cose è condivisa tra la norma e chi la norma ha prodotto, oltre alla cultura dominante nelle relazioni industriali; queste hanno portato a scelte sbagliate come voler impostare la protezione del lavoratore solo sulla job property. Il licenziamento è diventato un atto intrisicamente sbagliato e dannoso, ci siamo fossilizzati sulla protezione del lavoratore nel mercato del lavoro, abbiamo completamente ignorato la protezione del lavoratore dal mercato del lavoro. L’uso della cassa integrazione è diventato solo un abuso che nasconde la cessazione del rapporto di lavoro, abbiamo fatto passare l’idea che il lavoratore debba attendere che il nuovo lavoro gli venga portato in sostituzione senza compiere alcuno sforzo. Occorre investire in servizi di ricollocazione e di formazione delle persone. Puntare su una stretta collaborazione tra pubblico e privato nel sistema di ricollocazione delle persone, le eccellenze ci sono già (vediamo cosa accade in Lombardia ad esempio). Non possiamo nasconderci dietro la frase “ma il lavoro non c’è” perchè è non corrisponde a verità, lo scorso anno sono stati stipulati 10.000.000 di contratti di lavoro, cosa che è accaduta anche negli anni di crisi maggiore non possiamo quindi dire che il lavoro non c’è, usciamo da questa logica. Ci sono aziende che non trovano la manodopera.

Domanda Toffoletto: Parliamo di collocamento, Treu è stato un precursore, oggi come risolviamo il fatto che il collocamento pubblico (Centri per l’Impiego ndr) riguarda solo il 3% del collocamento complessivo?

TreuVoglio tornare un attimo sui concetti espressi da Ichino, c’è una cultura originariamente impostata sul garantismo eccessivo, la paura di cambiare è di tutti anche l’economia è poco dinamica con sindacati immobili. Sono preoccupato della situazione della cassa integrazione, c’è una condivisione di questo abuso da parte sia dei sindacati ma anche da parte datoriale ed imprenditoriale. Nella legge delega c’è l’idea di cambiamento vediamo se la portiamo a termine. Veniamo alla domanda, i centri per l’impiego sono presenti ovunque in Europa ma hanno da tutte le parti un ruolo marginale, gli operatori privati stanno guadagnando spazi, anche nella garanzia giovani c’è scritto che i servizi base saranno fatti dai CPI ma il resto da operatori privati. Il vero problema sono le Regioni, molte sono aperte al privato altre sono ancora legate a vecchi modelli pubblici non funzionali.

IchinoLa somministrazione a tempo indeterminato è stata massacrata prima dal legislatore (il cattivo gusto delle maggioranze che cambiano e cambiando buttano all’aria tutto quello fatto dalla maggioranza precedente). Siamo ancora ad una torpidità spaventosa nella amministrazione pubblica, ad esempio la sperimentazione della ricollocazione attraverso fondi pubblici, i fondi che erano stato istituiti sono rimasti bloccati perché i regolamenti non sono stati ancora fatti, per la garanzia giovani uguale, siamo ancora in ritardo: partito il portale nazionale si iscrivono in 60.000 giovani, ci si aspetta che vengano chiamati per il colloquio invece ad oggi nessun CPI ha chiamato alcun lavoratore. Parlo con assessori al lavoro che conosco di Lombardia e Lazio e dico di mobilitare i CPI per spiegargli cosa fare e responsabilizzarli su obiettivi quantitativi, la risposta che mi è stata data è che “noi non abbiamo potere di farlo perché dipendono dalle provincie” che non ci sono più!! Se siamo messi così occorre porsi il problema di una governance molto più efficace e di responsabilizzazione.

Domanda Toffoletto: Cos’è il contratto a tutele progressive?

TreuUn contratto poco amato sino ad oggi, adesso sembra esserci un po’ più di interesse, nessuna preclusione affinchè lo si possa usare  vediamo però se c’è la convenienza ad usarlo, perché forse il contratto a termine è ancora più conveniente sotto il profilo dei costi per l’impresa.

IchinoSecondo la mia opinione dobbiamo andare verso un contratto a tempo indeterminato facile (ovvero per tutti ndr) con licenziamento facile e senza controllo giudiziale ma solo con un adeguato indennizzo; abbiamo provato ad inserirlo nella legge delega ma la resistenza della sinistra politica di area sindacale ha reso molto problematico il far inserire l’emendamento nel decreto, raggiungendo il compromesso di avere un impegno da parte delle forze di maggioranza a rivedere il tutto con l’inserimento di una nuova disciplina del contratto a tempo indeterminato. Se poi aggiungiamo l’abbassamento del cuneo fiscale concentrato unicamente solo su questo tipo di contratto a quel punto ci sarebbe molto convenienza ad usarlo. Tutti dai cittadini ai sindacati e datori di lavoro dobbiamo superare il fatto che oggi licenziare è il male assoluto mentre far scadere un contratto a termine no.

Questo il sunto del contenuto dello scambio di opinioni tra Treu ed Ichino, su cui mi trovo daccordo al 100%, in particolare di abuso di cassa integrazione e di pochezza del collocamento pubblico ne ho parlato nelle scorse settimane, così come sono assolutamente daccordo sul fatto che andrebbe inserito solo un contratto quello a tempo indeterminato per tutti, con dall’altra parte la massima flessibilità nel rescinderlo affiancando indennizzo in denaro sulla base dell’anzianità e servizio di ricollocamento, indubbiamente tutto non può prescindere da un abbassamento reale del cuneo fiscale.

Questo successo strabordande alle elezione europee di Renzi gli da un credito che non deve gettare alle ortiche, significa che questa volontà di cambiare che ha mostrato in questi mesi, anche nel mondo del lavoro, è stata apprezzata dalla stragrande maggioranza degli italiani, ora vediamo di far si che, almeno per una volta, le promesse elettorali si trasformino in realtà.

Alla prossima!!

Una riforma del lavoro possibile?

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Rendersi attivi nel mercato del lavoro
Rendersi attivi nel mercato del lavoro

Nel mio ultimo post ho pubblicato un sunto del Jobs Act del Governo Renzi, riassunto privo di ogni commento personale proprio per cercare di dare una notizia. Oggi voglio essere più opinionista e dire il mio parere in merito al documento del Governo e lanciare una mia personale idea di riforma del mercato del lavoro; sia chiaro… non sono nessuno, ma in questi anni di lavoro a contatto con le risorse umane ho sviluppato un mio pensiero, certamente folle ma che risolverebbe alla radice una miriade di problemi, almeno credo.

Partiamo dal contenuto del Jobs Act, premetto che come AIDP Marche martedì scorso abbiamo avuto come ospite il Prof. Michele Tiraboschi che ha dato la sua opinione sul decreto legge n°34/2014, ne esce un quadro devastante in primis perchè c’è un forte rischio contenzioso in quanto il decreto sembrerebbe andare contro la direttiva europea n°99/70 che prevede si un primo contratto a termine libero, ma impone una disciplina limitativa per proroghe e rinnovi (vedi il sito  del Prof. Pietro Ichino). In secondo luogo perchè questo provvedimento suona tanto come un “abbiamo promesso cambiamento, facciamo qualcosa in fretta e furia che dimostri che vogliamo cambiare”, peccato che quando le cose si fanno in fretta e furia, in un Paese complicatissimo da un punto di vista legislativo come l’Italia, si rischia fortemente di fare più danni che altro; anche in questo caso la liberalizzazione selvaggia del tempo determinato sembra andare nel senso di un voler dimostrare senza costrutto, Tiraboschi da esperto giuslavorista ci ha anche fatto notare che, nella fretta di fare qualcosa, si è modificata una parte della normativa lasciando però inalterata (una svista?) tutta la parte che regola il regime sanzionatorio della norma modificata che andrebbe in aperto contrasto con questo nuovo decreto.

Sapete bene come sia un sostenitore della flessibilità e come da sempre cerchi di far capire che le cose sono cambiate e che nulla tornerà come prima, in questa situazione apprezzo gli sforzi di Renzi di voler accelerare il cambiamento sino ad oggi ventilato da tutti ma mai realmente attuato, occorre però fare le cose con la giusta modalità, avvalendosi del supporto magari di esperti giuslavoristi come Tiraboschi ed Ichino ad esempio.

Io non sono certamente un gisulavorista e men che meno ho la pretesa di dire verità assolute, mi sono però fatto un’idea di una possibile riforma che cambierebbe veramente le cose alla radice e semplificherebbe di gran lunga la normativa olre a ridurre i rischi di contenzioso ed elimarebbe in un sol colpo la parola “precariato”, cancellando di fatto la dualità oggi in atto tra iperprotetti (chi è in regime di tempo indeterminato) e svantaggiati (tutto il resto dei lavoratori dipendenti). Sono idee che mi sono venute studiando le proposte di flexsecurity di Ichino, ascoltando il Prof. Tiraboschi oltre che leggendo e documentandomi su stampa e internet.

In pochi punti ecco la mia idea:

  1. Eliminazione di tutti i CCNL attualmente in atto, istituendone uno solo valido per tutti. (Semplificazione delle trattive sindacali, via tutte le sottosigle e trattativa unica di rinnovo e manutenzione del contratto)
  2. Eliminazione di tutti i tipi di contratti attualmente disponibili: apprendistato, tempo determinato, stage, ecc. istituendo il contratto a tempo indeterminato come unica possibilità di assunzione. (La parola precariato sparisce e con essa le miriadi di polemiche)
  3. Flessibilità massima in uscita, fatti salvi i casi di discriminazione, con obbligo da parte del datore di lavoro di dare un indennizzo sulla base dell’anzianità di servizio e pagare il servzio di ricollocamento per il collaboratore con cui si termina il rapporto di lavoro. ASPI chiaramente per tutti a calare, massima all’inizio minima al termine (eliminiamo la stragrande maggioranza dei contenziosi e finalmente si attuano politiche attive del lavoro, si rendono le persone attive non passive, eliminiamo il sommerso).
  4. Drastico abbattimento del cuneo fiscale (tornare a rendere l’Italia appetibile e concorrenziale)
  5. Conseguenza di quanto sopra semplificazione drastica del codice del lavoro.
  6. Si crea un mercato del lavoro attivo e non stantio, dove le aziende veramente metteranno al centro la Risorsa Umana, perchè saranno obbligate a rendersi effettivamente appetibili per i lavoratori (politiche reali di employer branding); se da un lato sarà possibile sganciarsi dai parassiti (ogni azienda ne ha un certo numero al suo interno lo sappiamo tutti), dall’altro questa facilità e circolarità del mercato del lavoro farà si che le professionalità migliori se non troveranno terreno fertile e programmi di sviluppo seri, abbandoneranno il posto di lavoro verso lidi migliori che sapranno attirare i cosiddetti talenti (diciamolo chiaro oggi collaboratori in gamba rimangono anche se insoddisfatti in azienda perchè hanno paura che mollando difficilmente rientreranno nel mercato del lavoro, facilitando di fatto il lavoro dell’azienda dove l’attenzione alla risorsa è ancora molto scarsa ed in alcuni casi solamente di facciata).

Probabilmente la mia idea verrà interpretata come folle dalla maggior parte di voi, forse lo è anche e sicuramente i 5 punti che ho scritto vanno declinati ed analizzati bene nel profondo sono spunti che mi sono venuti di getto, credo però che se il Paese si muovesse in questa direzione le cose migliorerebbero per tutti lavoratori ed imprese ed il sistema economico tornerebbe a crescere. Al 99% non si farà mai una cosa del genere, troppi gli interessi di bottega che verrebbero colpiti: sindacati, confindustria, istituzioni, ordini professionali…. ecc.; rimane il fatto che voglio comunque credere in un avvenire positivo e ricordo da buon coach che il nostro futuro siamo noi a costruircelo con le nostre azioni e la nostra determinazione, eliminiamo dal vocabolario parole come: speranza, attesa, dubbio, rimandare sono termini passivi che ci hanno portato esattamente dove ci troviamo oggi.

Alla prossima!!

SVEGLIAMOCI, oppure affondiamo…

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"Cambiare" questa la parola d'ordine
“Cambiare” questa la parola d’ordine

Pochi sanno che sono consigliere comunale in un piccolo paese della Vallesina (Marche), una esperienza che ho voluto compiere con altri semplici cittadini, stufi di lamentarsi senza fare nulla per il bene del nostro Paese, una lista civica trasversale la cui esperienza sta volgendo al termine. Venerdì scorso il Sindaco ha voluto indire un consiglio comunale aperto sullo stato occupazionale della Vallesina a cui hanno partecipato l’Assessore Regionale al Lavoro Marco Luchetti, il commissario della Provincia Patrizia Casagrande, esponenti del mondo sindacale locale, delle banche e di Confindustria.

Nel mio intervento sono tornato a calcare la mano in merito alla parola cambiamento di cui ho più volte discusso in questo blog e negli incontri a cui ho preso parte. Vi riporto un passaggio dell’intervento, sono fermamente convinto che il Paese tutto debba svegliarsi e mettere in atto il cambiamento, altrimenti il rischio è affondare inesorabilmente.

“La situazione occupazionale della Vallesina è sicuramente allarmante, corrisponde all’andamento regionale che rispecchia in gran parte il dato nazionale anche se con qualche punto percentuale migliore.

Il Rapporto dell’industria marchigiana del 2012 presentato nelle sede di Banca Marche qualche mese fa ci ha consegnato dati allarmanti circa la capacità di fare impresa delle aziende marchigiane, in particolare delle PMI che come tutti sappiamo costituiscono la spina dorsale del modello economico marchigiano.

La parola crisi deriva dal greco “krino” che significa discernere, valutare; non ha di per se l’accezione negativa che tutti noi tendiamo a dare, rappresenta indubbiamente un momento di riflessione. Ritengo con ragionevole certezza di poter dire che crisi è un sinonimo di cambiamento, non a caso la crisi arriva quando qualche cosa è cambiato nel mercato ed è solo con un momento di riflessione a cui far seguire importanti cambiamenti, che si può pensare di uscirne.

Cambiamento, questa è la parola chiave!! Una parola con cui molti tendono a riempirsi la bocca ma che pochi o nessuno al momento, mettono realmente in atto.

Tutti gli attori presenti nel mercato dl lavoro: imprese, lavoratori, istituzioni ed organizzazioni sindacali e datoriali, hanno l’obbligo di capire che questa non è una normale oscillazione del ciclo economico, ma una crisi strutturale dovuta ad un mutamento profondo degli assetti economici mondiali che ha spostato gli equilibri e fatto crollare in pochissimo tempo, teorie economiche ritenute inossidabili. Si pensi al famoso modello marchigiano, tanto osannato ed insegnato nelle scuole ed università italiane per decenni ma che oggi è diventato carta straccia.

Cambiamento dunque perché o si cambia o si soccombe! Vale per l’impresa, lo dicevo poco fa, piccolo non è più bello, oggi per competere occorre aumentare le dimensioni, occorre fare sistema, occorre fare rete, rete di imprese che insieme, con maggiori energie, competenze e potere economico possono affrontare i mercati internazionali. Gli imprenditori devono uscire dalla logica che il mio dirimpettaio è il mio nemico e capire che solo unendo le forze per studiare nuovi prodotti, ottenere credito, avere maggiore potere contrattuale e capacità produttiva si può affrontare la concorrenza internazionale e penetrare in mercati che da soli sarebbero impossibili da affrontare.

Internazionalizzare dunque non delocalizzare, una politica questa che può essere sembrata vincente nel breve periodo perché ha aumentato i profitti ma che è palesemente perdente nel medio lungo perché distrugge ricchezza e crea povertà, una povertà che inevitabilmente si ritorce contro le stesse aziende che l’hanno praticata.

L’Italia ha delle peculiarità e su quelle deve puntare: l’eccellenza nella moda, nel design, nel turismo, nell’alimentare, nel mercato del lusso, nell’alta tecnologia. Occorre innovare e farlo realmente, puntare su produzioni povere non è più pensabile quando all’estero questo tipo di produzioni viene realizzato a costi palesemente inferiori.

Va abbassato il cuneo fiscale per le imprese, non è pensabile che un lavoratore costi all’azienda oggi il doppio se non il triplo di quello che percepisce realmente, è facile capire che questa è una tattica perdente per la competitività delle imprese e per i lavoratori stessi ma anche per possibili investitori stranieri.

Il sistema finanziario deve tornare a concedere credito alle aziende ed ai cittadini, lo ha detto anche il Governatore della Banca Centrale Europea Draghi che ha dimostrato con i fatti di voler creare condizioni di miglior favore per le imprese e per la gente, condizioni però bloccate dalle banche che a parole si dicono disponibili ad andare incontro alle imprese ma che nei fatti continuano a tenere i rubinetti ben serrati.

Questi passi vanno fatti uniti ed insieme! Perché mai come oggi l’unione fa la forza, credo che la nuova presidenza appena insediata di Confindustria Ancona si voglia rendere interprete di questo desiderio di cambiamento imprenditoriale almeno questo è quello che si è evinto dalle parole di insediamento del Presidente Claudio Schiavoni AD di IMESA, una delle poche aziende della Vallesina che è un esempio di crescita da anni e che ancora oggi, in questa situazione, è in continuo sviluppo anche grazie ai paesi Esteri.

Cambiamento anche nei lavoratori, inutile prenderci in giro, lo dico da addetto ai lavori, il mercato del lavoro è cambiato, pensare che tutto tornerà come prima è anacronistico e assolutamente utopico; il posto fisso come lo intendevano i nostri genitori non esiste più, nell’arco della vita professionale cambiamo e cambieremo almeno 4/5 volte (dati del Ministero del Lavoro) il ns. percorso professionale ed i nostri figli probabilmente ne cambieranno 10 se non di più, a volte per ns. volontà, altre, come nel caso della crisi che stiamo attraversando, per volontà altrui.

Cambiare lavoro non deve essere vissuto come una minaccia, ma come una opportunità di crescita, significa rinnovarsi, aiuta ad innovare, ad acquisire nuove competenze, funge da stimolo a non adagiarsi su quanto raggiunto per scalare posizioni più migliori.

In un mercato del lavoro che è mutato, perseverare con le vecchie logiche di sostegno al lavoratore è una strategia non solo perdente per il lavoratore stesso ma anche per i conti di imprese e Stato. Dobbiamo mettere in pista nuovi strumenti a sostegno dell’occupabilità e del lavoratore.

In questo contesto la Riforma Fornero è stata solo un maldestro tentativo di cambiamento, iniziato con tutte le buone intenzioni ma naufragato clamorosamente al termine dell’iter di approvazione a causa dei veti incrociati di tutte le parti chiamate a dire la loro, con il risultato di partorire un obrobrio che invece di creare occupazione l’ha palesemente ridotta, modificando qualcosa solo in ambito di uscita del lavoratore. Sono sempre stato e continuo ad esserlo un fermo sostenitore della flexsecurity del prof. Ichino, l’unica vera riforma seria del mercato del lavoro da applicare in toto per facilitare il cambiamento che stiamo vivendo e per assicurare ai lavoratori maggiori opportunità occupazionali.

Veniamo quindi al cambiamento nelle relazioni industriali e nelle istituzioni.

Gli ammortizzatori sociali sono sacrosanti, ma vanno usati non abusati, conosco storie di lavoratori che sono in Cassa Integrazione da anni, in alcuni casi anche da decenni e che si trovano oggi, come ieri, senza alcuna possibilità di rientrare nel posto di lavoro. Con il risultato di essere rimasti fuori dal mercato del lavoro per anni, aver perso competenze e ritrovarsi oggi in condizioni di gran lunga peggiori rispetto all’inizio del periodo di cassa.

Occorre affiancare agli ammortizzatori sociali che sono per l’appunto passivi, politiche attive del lavoro adatti ai tempi mutati, che siano efficaci nell’ottica di assicurare NON la stabilità del posto di lavoro ma la CONTINUITA’ tra le diverse successive collocazioni lavorative, da realizzarsi innanzitutto attraverso un corretto incontro tra domanda e offerta. Fornire nei momenti di cassa integrazione momenti formativi SERI per permettere ai lavoratori di incrementare le proprie competenze e migliorare la propria occupabilità. Questo, secondo me, significa essere socialmente responsabili del futuro dei propri collaboratori e cittadini.

….

Questi dati fanno chiaramente capire come si possano mettere in pista, anche usufruendo di fondi europei come avviene in almeno tre regioni dl nord Italia, servizi che supportino il lavoratore nel trovare queste opportunità che il mercato comunque offre.

….

In definitiva occorre che alle misure a sostegno della crescita del sistema Paese, di cui oggi tanto si discute, vengano affiancate altrettante politiche attive a sostegno dell’occupazione e del lavoratore che, in caso di perdita del posto di lavoro ed in ottica di responsabilità sociale, non va abbandonato a se stesso ed al fai da te, ma accompagnato ed orientato ad intraprendere nuovi percorsi professionali e incoraggiato a cogliere nuove opportunità magari più interessanti e stimolanti.

Cambiamento dunque, questo il verbo che dobbiamo tutti impegnarci a mettere in pratica se vogliamo uscire da questo pantano, ritrovando un modo etico di fare impresa basato sulla coesione di tutte le forze in campo: politiche, imprenditoriali, sindacali ed umane.

Chiudo con una frase in cui mi sono imbattuto solo ieri, è di Robert Kennedy e dice “Il cambiamento, con tutti i rischi che comporta, è la legge dell’esistenza”.”

Alla prossima!!

La riforma del mercato del lavoro è legge…. MAH!!!!!!

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Torno su un argomento a me molto caro, la riforma del mercato del lavoro, come ormai tutti sapete è diventata legge a tutti gli effetti; ma qual è il giudizio in merito alla riforma? Dal titolo di questo post e dai commenti fatti in precedenza, mi sembra evidente che personalmente la ritengo assolutamente deludente.

I motivi sono plurimi, cercherò di spiegarli brevemente e con parole semplici; per prima cosa se analizziamo l’iter di approvazione della riforma è chiaro a tutti che questa è una legge che “si doveva fare” per forza, da qui la fiducia posta alla Camera; non solo… andava anche approvata assolutamente entro la data del 27 giugno, perché? Semplice il 28 c’è stato il fatidico Consiglio Europeo a cui, per portare via il risultato che Monti sembra aver strappato alla Merkel in merito al Fondo Salva Stati (dico sembra perché da quel giorno in cui abbiamo tutti cantato vittoria, non passa giorno che non ci sia qualche leader europeo che si rimangi ciò che era stato deciso), dovevamo presentarci al Consiglio con la riforma fatta, poiché ricorderete c’era stata chiesta esplicitamente negli ultimi mesi di governo Berlusconi. Poco importa che sia fatta male, raffazzonata e che non soddisfi praticamente nessuno, l’importante era farla ed illudere tutti i membri dell’Unione che avevamo fatto il compitino richiesto, anche questo tipico comportamento da furbetto del quartierino che purtroppo spesso ci contraddistingue come Paese.

Fatto sta che Squinzi (Confindustria) l’ha liquidata come una boiata, i sindacati sono avvelenati, i lavoratori idem e non parliamo delle imprese. Domanda: serve una riforma così? Secondo me no.

Passiamo ad esaminarne i punti più salienti:

1) Flessibilità in entrata: tanto sbandierata da tutti, risulta essere praticamente azzerata, i tempi determinati durano massimo 36 mesi comprensivi anche della eventuale somministrazione, inoltre si è inserito un 1,4% di contributo aggiuntivo. A mia opinione questo significa far morire la somministrazione che era una delle poche leve di flessibilità per l’azienda e che prevedeva per il lavoratore un contratto serio e reale. Non solo, sapete quante agenzie per il lavoro ci sono sul territorio italiano?? Provate a guardare nella vs. città quante ce ne sono, tenete conto che in media ci sono almeno tre persone che lavorano in ogni filiale, la maggior parte della quali giovani, si quei giovani tanto vituperati il cui tasso di disoccupazione è a livelli stellari. Fate un conto di quanti ragazzi/e perderanno il posto di lavoro (sta già succedendo) andando ad ingrossare le fila dei disoccupati, grazie a questa brillante riforma. Le partite iva, per colpire alcune eccezioni negative, si è andato in realtà a colpire anche tutte quelle persone che, per scelta professionale ed in accordo con l’azienda, decidono di aprire la p.iva pur lavorando per la maggior parte del tempo per un unico datore di lavoro. L’Apprendistato sembra una delle poche cose positive, anche se non parliamo certo di novità visto che il contratto era in essere da tempo.

2) Flessibilità in uscita: su questo argomento mi duole dire che si è fatta una campagna ideologica da parte del sindacato soprattutto su un argomento come quello dell’articolo 18 che in realtà mantiene i suoi effetti, vengono solamente ridotti i casi di reintegro per i soli licenziamenti economici, che in realtà non ha mai voluto nessuno, la stragrande maggioranza dei lavoratori ha sempre preferito il “congruo” indennizzo economico piuttosto che tornare su un posto in cui non sei benvoluto. Per il resto l’altra parte interessante riguarda la procedura di conciliazione da effettuarsi obbligatoriamente prima della comunicazione ufficiale da parte del datore di lavoro al lavoratore del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, in questa sede viene valutato positivamente il raggiungimento di un accordo consensuale tra le parti e l’impegno da parte dell’azienda di mettere sul tavolo la possibilità di far usufruire al lavoratore del programma di ricollocamento affidandolo agli operatori privati del settore (l’unica briciola della beneamata Flexsecurity del Prof. Ichino).

3) Ammortizzatori sociali: anche qui qualcosa andava cambiato, con l’introduzione dell’Aspi (Assicurazione Sociale per l’Impiego) si è fatto un primo passo che però ritengo assolutamente insufficiente e credo anche nella direzione sbagliata. L’uso e l’abuso da parte di tutti (imprese e sindacati con l’avvallo tacito del ministero) di CIG e CIGS in tutte le declinazioni possibili quando già dall’inizio è chiaro a tutti che l’azienda dovrà comunque tagliare il personale e che il problema, in questo modo, viene solamente procrastinato nel tempo senza possibilità di soluzione (ricordo che parliamo di ammortizzatori sociali passivi e non attivi) è il motivo per cui se oggi dichiariamo una disoccupazione di poco sopra al 10%, in realtà se consideriamo tutte le persone che attualmente usufruiscono dei vari tipi di cassa integrazione (in particolare quella straordinaria) e che sono già segnati nonostante vengano illusi, in particolare dai sindacati, che al termine saranno reintegrati, il tasso reale sale e di molto. Necessario quindi rivedere questi ammortizzatori sociali in chiave di politica attiva non passiva, la riforma non lo ha fatto se non andando a toccare quel sostegno al reddito, come la mobilità e l’indennità di disoccupazione, che sono le uniche fonti di una persona che è già uscita dal mondo del lavoro. Non era forse il caso di accorciare i periodi di cassa integrazione, mettendo in campo politiche attive di ricollocamento dei lavoratori lasciando invariate le forme di sostegno per chi è realmente fuori dal mercato del lavoro?? Se si riesce a risolvere la situazione dei lavoratori mentre sono ancora in cassa integrazione in azienda, si riduce di conseguenza anche l’uso della mobilità e della indennità di disoccupazione.

Ci sono altri punti della riforma che andrebbero discussi, ma questi li ritengo quelli più importanti e da cui scaturisce un giudizio chiaramente negativo; per me la madre di tutte le riforme era e rimane il modello Flexsecurity del Prof. Ichino di cui questa riforma ne è solo il lontanissimo parente.

Alla prossima!

ICHINO e FAVA due giuslavoristi a confronto.

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Il Prof. Ichino con il sottoscritto a margine dell'incontro.Giovedì 10 maggio ad Ancona, AIDP Marche di cui sono Vice Presidente, ha organizzato un incontro in cui discutere della riforma del mercato del lavoro attualmente in discussione in parlamento.

Ospiti di Confindustria Ancona, si sono confrontati sul tema della riforma il Prof. Pietro Ichino noto giuslavorista e senatore, autore del disegno di legge n°1481 conosciuto anche come progetto “Flexsecurity”, progetto su cui, almeno inizialmente, il Ministro Fornero ha basato la sua riforma e l’Avv. Fava anch’egli giuslavorista, coadiuvati dalla mediazione di Rosanna Santonocito di JOB24 del Sole 24 Ore (http://jobtalk.blog.ilsole24ore.com/). Nel dibattito sono intervenuti anche il direttore di Confindustria Ancona Filippo Schittone, il Direttore Risorse Umane di Elica Emilio Zampetti, Angelo Stango consulente in ambito relazioni industriali per Indesit Company ed il Presidente Nazionale di AIDP Filippo Abramo.

Chi segue il mio blog sa come la penso sulla riforma, non è un mistero che personalmente ritengo il disegno di legge di Ichino la riforma migliore possibile allo stato attuale. Come del resto è altrettanto chiaro che una riforma del lavoro andava comunque fatta, impensabile andare avanti facendo finta di niente come molti avrebbero voluto; la disoccupazione giovanile legata ad un crescente precariato contro un sistema di job property della generazione del “tempo indeterminato” che hanno creato un dualismo assurdo tra genitori e figli.

Certo la riforma andava fatta tempo fa, con i giusti tempi, purtroppo la politica di professione non ha mai avuto il coraggio di mettere mano a questo tema o lo ha fatto solo marginalmente perché alto il rischio di diventare impopolari e di perdere lo scranno che garantisce privilegi ed introiti oltre ogni più degno pensiero. Ci ha pensato la crisi ad accelerare vorticosamente i tempi, forzando soluzioni che sarebbero dovute intervenire passo passo.

Ecco quindi che i politici di professione hanno preferito farsi da parte, dimostrando di non avere coraggio sino all’ultimo (poi si domandano perché alle amministrative in corso perdono consensi e vince Grillo) lasciando spazio ai cosiddetti professori che si sono ritrovati a fare il lavoro sporco, sperando che una volta finito possano risalire a palazzo e riprendere a fare la politica della convenienza… quale? Beh ovvio la loro.

Torniamo all’incontro di giovedì scorso, il confronto che ne è scaturito è stato assolutamente interessante, tutti sostanzialmente concordi nel dire che la riforma attuale, partita sotto i migliori auspici, si sta trasformando a causa dei veti incrociati dei, manco a dirlo, soliti politici di professione, in una riforma monca che non porterà a granché se non ad un ulteriore irrigidimento del mercato del lavoro sia in entrata, con gli eccessivi paletti inseriti sui contratti flessibili, che in uscita, la Flexsecurity di Ichino è solamente sfiorata.

Ci sono però dei distinguo: Ichino ritiene la riforma un cambiamento comunque epocale perché per la prima volta in 40 anni la riforma non interviene solo a margine ma nel cuore del diritto del lavoro, ovvero licenziamento ed ammortizzatori; lo fa con l’idea di allineare il nostro ordinamento al resto dell’Europa.

Fava da parte sua invece la boccia totalmente come anche il direttore di Confindustria Schittone che a nome degli imprenditori che rappresenta, vede nella riforma attuale tanta incertezza sia dalla parte normativa che dalla parte dell’efficacia della stessa, ancora troppi buchi lasciati alla discrezionalità dei giudici, non sono sufficienti i paletti messi per dare gli strumenti esatti ed ineludibili e lasciare una bassa discrezionalità nel giudizio finale; questo fa si che per l’ennesima volta saranno proprio i giudici ad avere in mano il potere decisionale finale. Questo creerà ancora incertezza sia nelle imprese che tra i lavoratori e non limiterà certo il ricorso alle cause in materia giuslavoristica che invece, inizialmente, si voleva cercare di limitare fortemente.

Di buono ci sono i recenti emendamenti alla riforma che sembrano andare in direzione di un allentamento dei vincoli sulla flessibilità in entrata ed un tentativo di andare verso il modello tedesco che come Ichino stesso ha detto, non è certamente il più snello d’Europa da un punto di vista giuslavoristico ma è sicuramente migliore del nostro invischiato ed estremamente complesso diritto del lavoro.

Alla prossima!

RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO: UN’OCCASIONE PERSA.

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L'infografica di LinkiestaCome ormai è noto a tutti, si è avviato l’iter di approvazione della riforma del mercato del lavoro, il via libera del Capo dello Stato alla presentazione del disegno di legge alle Camere ha sancito lo start.

Tra ieri pomeriggio e questa mattina, i maggiori quotidiani italiani hanno pubblicato nei loro siti web il testo del disegno di legge e si sono affrettati a fare infografiche (vedi quella da me inserita è tratta da Linkiesta) nel tentativo di spiegare nel modo più semplice possibile la riforma in atto. Mi rendo conto che stiamo parlando di una materia estremamente complessa come il diritto del lavoro, che non è di facile trattazione, specialmente se non si è del settore; io stesso che opero nelle risorse umane da tempo e che mi documento costantemente non mi sento certo un giuslavorista, ma sicuramente ne so qualcosa in più rispetto a chi si occupa di altro.

La mia curiosità e voglia di conoscenza, mi ha portato immediatamente a stampare il testo della riforma, dopo una prima lettura veloce, mi sono subito saltate all’occhio delle particolarità e delle storture che a mio parere renderanno la riforma una vera e propria occasione persa per fare qualcosa di serio.

La prima critica voglio muoverla alle parti sociali ed ai partiti politici, hanno inscenato una battaglia sull’articolo 18 (di cui ho discusso in post precedenti) in modo errato, convogliando l’attenzione solo sul reintegro in caso di “manifesta insussistenza” del motivo di licenziamento economico o disciplinare. Ci sono state fatte trasmissioni televisive, talkshow radiofonici, sprecati fiumi d’inchiostro, quando sono altre le cose su cui occorre battagliare e su cui le parti sociali dovevano intervenire dimostrando maturità e soprattutto competenza, anche perché diciamocelo chiaro, anche i muri sanno che già oggi, il lavoratore che a termine di una causa di lavoro ottiene il reintegro, non lo accetta mai optando per il risarcimento economico che consta di 15 mensilità.

Andiamo quindi a vedere dove, secondo me, andava portata avanti una battaglia o meglio andava totalmente assecondata la tanto vituperata riforma proposta dal Prof. Ichino con la sua Flexsecurity, che non può essere neanche lontanamente paragonata a questa pseudo riforma in via di approvazione.

Sappiamo tutti che la vera rivoluzione della riforma è che oggi il datore di lavoro a fronte di motivazioni economiche può procedere al licenziamento, è obbligato a darne comunicazione alla Direzione Territoriale del Lavoro che a sua volta, entro sette giorni, convoca datore di lavoro e lavoratore dinanzi alla Commissione provinciale di conciliazione per arrivare ad un accordo, le parti possono essere assistite sia dalle rispettive organizzazioni di rappresentanza che da un avvocato o consulente del lavoro.

Se si arriva alla conciliazione il testo recita “..può essere previsto, al fine di favorirne la ricollocazione professionale, l’affidamento del lavoratore ad un’agenzia di cui all’articolo 4, primo comma, lettera a) e b) del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276”, oltre ad una indennità risarcitoria. Qui c’è il primo errore: innanzitutto il testo recita “può” il che da margine di discrezionalità (a chi?? Imprenditore, lavoratore, giudice???) se affidare o meno il lavoratore ad una agenzia che ne curi il ricollocamento, la riforma Ichino ricordo che ne dava l’obbligo senza neanche passare in giudizio, si rischia quindi che il lavoratore venga liquidato con una indennità e stop. Il secondo errore viene subito dopo ed anche più abominevole, quando si fa riferimento a chi sono le agenzie a cui affidare il lavoratore: nel disegno di legge si legge “lettera a) e b)” del decreto 10 settembre 2003 n°276, ovvero le agenzie di somministrazione lasciando fuori la lettera e) del medesimo articolo che invece, raccoglie proprio le “agenzie di supporto alla ricollocazione professionale” ovvero coloro che ricollocano le persone per mestiere.

Su questi punti che ritengo centrali nella riforma del mercato del lavoro nessuno ha detto una sola parola, preferendo concentrare l’attenzione su altri temi che come ho detto prima sono assolutamente marginali. Credo sia ovvio a tutti che se oggi si può licenziare per motivi economici, occorre dare assistenza alle persone che subiranno questo tipo di licenziamento, attraverso una indennità economica decente ed un percorso di sostegno alla ricollocazione serio ed obbligatorio. La discussione si è incentrata invece sul reintegro o meno che avviene “solo nel caso in cui CI SIA MANIFESTA INSUSSITENZA”, dimenticando che se invece i motivi ci sono e sono effettivi tutto ciò è aria fritta ed il lavoratore si trova a casa con un minimo indennizzo (se concilia) e forse, senza neanche l’opportunità di essere affidato ad una società che professionalmente ne curi il ricollocamento nel mercato del lavoro.

Il Libro di IchinoProseguendo nell’esame della riforma l’altra cosa che lascia perplessi, sono le norme poste al Capo VI e al Capo VII in cui di parla rispettivamente di “Politiche attive e servizi per l’impiego” e “Apprendimento permanente” in cui, riassumendo brevemente, vengono messe in campo una tale serie di attività formative e di politiche attive del lavoro che ricadranno in buona parte sulle spalle degli attuali Centri per l’Impiego che, sappiamo bene, già oggi non brillano certo per efficienza. Il problema ulteriore è che a queste attività formative sarà legato anche il recepimento o meno dell’ASPI ovvero l’Assicurazione Sociale per l’Impiego da parte del lavoratore; cosa di per se giustissima a patto che dietro ci sia un servizio efficiente e serio.

In conclusione questi i motivi del perché la riforma Ichino era, a mia opinione, di gran lunga migliore ed a vantaggio di lavoratori ed imprese, sarebbe servita realmente ad avvicinarci agli altri paesi europei ed avrebbe dato finalmente il segnale di un Italia che ha voglia effettiva di cambiare marcia; basta leggere il libro “Inchiesta sul Lavoro” di Pietro Ichino per avere ben chiaro cosa si poteva fare e che non si è fatto nonostante gli squilli di tromba iniziali perdendo, sostanzialmente, una grande occasione.

Alla prossima!

L’intervista a Mondo Lavoro: “Combattere l’utilizzo improprio degli ammortizzatori sociali”

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La prima pagina dell'intervistaTorno con un nuovo post con qualche giorno di ritardo rispetto al solito, le cause sono molteplici un periodo particolarmente impegnativo nel lavoro, la redazione della tesina che mi porterà il 28 Marzo a diventare coach professionista e l’attesa per l’uscita dell’ultimo numero di Mondo Lavoro, la rivista a carattere regionale che mi ha intervistato in merito alla riforma del mercato del lavoro.

Dicevo l’attesa perchè ho trovavo corretto attendere l’uscita del numero, anziché anticipare i contenuti dell’intervista di Petetti; oggi che la rivista è in edicola voglio condividerla con voi, eccola:

Secondo lei la modifica dell’art.18 basterà da sola a rilanciare l’occupazione?

Questa è una domanda che molti di noi si fanno in questo periodo in cui all’ordine del giorno dell’agenda di Governo c’è appunto la riforma del mercato del lavoro. Personalmente premetto subito che la mia risposta è no.

Perchè?

In un momento di crisi economica come l’attuale, è indubbio che una norma come questa frena – e di molto – l’occupazione cosiddetta “fissa”. In un periodo in cui vi è bisogno di flessibilità e di rendere gli organici adattabili agli excursus economici, parlare di tempo indeterminato così come lo intendiamo oggi è follia per l’impresa. Da qui il proliferare dei contratti a tempo che hanno dato vita alla famigerata precarietà, in particolare tra i giovani che si affacciano oggi sul mercato del lavoro. Una riforma quindi va fatta sicuramente.

In quale direzione?

Personalmente sono dell’idea che attualmente la formula migliore sia quella proposta dal Professor Pietro Ichino. La “flexsecurity” prevede la possibilità per le imprese di licenziare per motivi di natura economica ed organizzativa, salvaguardando comunque il futuro dei lavoratori attraverso un’indennità di licenziamento e un trattamento complementare di disoccupazione (a carico delle aziende stesse), unitamente ad un processo obbligato di ricollocamento, sempre a carico dei datori di lavoro. La proposta permetterà di combattere contemporaneamente la precarietà dilagante di oggi, obbligando le aziende (in cambio della flessibilità in uscita) all’assunzione a tempo indeterminato di tutti i nuovi assunti. Non vi è dubbio che in questo momento storico sia la scelta migliore da farsi. Di flexsecurity ne parleremo ad Ancona proprio con il Professor Ichino e con l’avvocato Gabriele Fava.

Il famoso giuslavorista milanese…

Si in un dibattito mediato da Rosanna Santonocito de Il Sole 24 Ore, in un incontro che abbiamo organizzato come AIDP, l’Associazione Italiana per la Direzione del Personale di cui sono Vice Presidente per le Marche. L’evento si svolgerà il 10 maggio presso Confindustria Ancona. Un evento al quale suggerisco di partecipare.

La seconda pagina dell'intervistaTorniamo a parlare di riforme

Come dicevo prima, alla revisione dell’art.18 vanno accompagnate altre riforme per il rilancio non solo dell’occupazione ma dell’intera economia. A mio parere la seconda riforma importante, che è comunque allo studio del Governo Monti, è quella degli ammortizzatori sociali. Oggi purtroppo sono diventati solo un modo per dare un sussidio ai lavoratori, ben sapendo che con tutta probabilità, non saranno più reinseriti in azienda. La cosa di per se non sarebbe neppure sbagliata se non fosse che il sussidio dovrebbe essere legato alla ferrea volontà del lavoratore di rientrare nel mercato del lavoro dandosi da fare per ricollocarsi (con spesa a carico dell’azienda) ovvero seguendo politiche attive del lavoro, cosa che oggi non avviene. Spesso i lavoratori invece di attivarsi per la ricerca di un nuovo posto di lavoro attendono passivamente a casa lo scorrere del tempo, confidando in un reintegro da parte dell’azienda che invece, nella stragrande maggioranza dei casi, non avviene a causa delle cattive condizioni economiche in cui ci troviamo. Il risultato è che una volta trascorso il periodo coperto dall’ammortizzatore sociale, i lavoratori si ritrovano soli e senza lavoro. Occorre infatti ricordare che rimanere per troppo tempo fuori dal mercato del lavoro non è mai salutare, men che meno in un periodo come l’attuale. Ecco perchè suggerisco sempre di accettare proposte di lavoro anche se sono inferiori a quella da cui si esce; rimettersi in gioco, rientrare nel giro per poi risalire.

E le aziende non hanno colpe?

Un altro aspetto riguarda proprio le imprese. Spesso viene fatto un uso improprio dell’ammortizzatore sociale, in quanto la trafila CIG, CIGS, CIG in deroga e mobilità nascondono solamente, come dicevo prima, un destino dei lavoratori coinvolti già segnato sin dall’inizio e questo lo sanno sia le imprese che i sindacati. L’utilizzo della trafila è spesso legato alla flebile speranza di una possibile ripresa, che in moltissimi casi non avverrà mai, tramutandosi solo in un doloroso rinvio del problema.

La terza pagina dell'intervista.A questo proposito cosa pensa della proposta di riforma lanciata dal Ministro Fornero nelle scorse settimane?

Mi trova concorde: lasciare la sola cassa integrazione ordinaria che si attiverebbe esclusivamente per sostenere i lavoratori nelle crisi aziendali temporanee, in cui vi è la sicurezza pressochè totale del loro reintegro. Nel caso in cui invece occorra ridurre il personale, le aziende non potrebbero più usare la cassa integrazione straordinaria. Dall’altra parte ai lavoratori che perdono il posto di lavoro, verrebbe riconosciuta un’indennità di disoccupazione più alta della attuale (che, ricordo, oggi copre il 60% della retribuzione all’inizio per poi scendere fino al 40% per un massimo di 12 mesi) che potrebbe assorbire anche l’attuale indennità di mobilità. A questa maggiore indennità di disoccupazione il Governo ha però intenzione di porre in essere meccanismi molto rigidi per legare il mantenimento del sussidio alla ricerca attiva di un posto di lavoro. Queste le riforme che a mio parere andrebbero fatte sul mercato del lavoro: tutti vorremmo avere un mercato del lavoro uguale a quello che abbiamo avuto sino ad oggi, ma sappiamo che non è più possibile, in quanto il sistema rischierebbe il cortocircuito. Parlando di ammortizzatori sociali, ad esempio, per la maggior parte essi sono finanziati dai contributi che imprese e lavoratori versano all’Inps: se normalmente le entrate sono sempre state superiori alle uscite, dal 2008 non è più così. Nel solo 2011 il saldo negativo a carico del bilancio pubblico è stato di 9,3 miliardi di euro. Risulta quindi evidente che in questo modo il sistema collassa. Queste riforme ritengo siano comunque condizioni necessarie ma non sufficienti per rilanciare l’occupazione. Concordo infatti con le organizzazioni sindacali quando dicono che occorre fare anche altro per rilanciare le assunzioni: il rilancio dell’apprendistato mi sembra un primo passo, ma personalmente ritengo che la prima cosa che va messa in atto sia la riduzione del costo del lavoro per le imprese, invogliando le stesse a rimanere sul territorio italiano anzichè optare per Paesi esteri dove i costi della manodopera sono palesemente inferiori.

Voglio precisare che l’intervista è stata rilasciata un mese fa, come sapete proprio oggi sembra si sia giunto all’epilogo della trattativa per la riforma del mercato del lavoro e molte cose non vanno nella direzione discussa, vedremo nei prossimi giorni le carte per avere un quadro più chiaro.

Alla prossima!!

IMPIEGO PUBLICO: riforma possibile?

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Riforma BrunettaInizio il 2012 affrontando un argomento che spesso, troppo spesso, i governi siano essi di centrodestra che di centrosinistra, adorano mettere tra i punti cruciali del loro programma elettorale ma che poi, nella pratica, viene rigorosamente irrealizzato, la riforma dell’impiego pubblico.

Premetto che non parlo solo a titolo di persona che opera quotidianamente con le risorse umane ma anche in qualità di consigliere comunale di opposizione di un piccolo comune di tremila anime (Monsano – AN), quindi come persona direttamente coinvolta nei processi di gestione delle risorse umane nel pubblico.

La riforma Brunetta che sembrava essere la prima riforma seria del settore, in realtà con il passare del tempo si è svuotata di contenuti e ad oggi possiamo tranquillamente dire che è naufragata. Perché? Andiamo a vedere:

Il primo segnale è dato dall’ente che avrebbe dovuto, in forma autonoma ed indipendente, valutare le performance delle varie amministrazioni pubbliche il CIVIT (Commissione per l’Integrità, la Valutazione, la Trasparenza delle amministrazione pubbliche) che è praticamente tutto fuorché indipendente essendo i membri nominati dal governo anche se poi devono essere ratificati dal parlamento.

Il presidente è Antonio Martone, magistrato di Cassazione che fino a poco prima della nomina era presidente della Commissione di Garanzia per lo sciopero nei servizi pubblici; nome che andrebbe anche bene se non che si scopre che pochi mesi prima dell’insediamento, il figlio Michel ha ricevuto incarico per una consulenza di 40.000,00 € dallo stesso Brunetta su di un tema a dir poco di secondaria importanza “i problemi giuridici della digitalizzazione delle amministrazioni pubbliche di paesi terzi” (se fate una ricerca in Google sull’argomento potrete anche approfondire, argomento tra l’altro evidenziato anche da Ichino nel suo ultimo libro Inchiesta sul Lavoro). Capite bene che in un momento di crisi come quello attuale, sperperare soldi in questo modo fa sorgere quantomeno dei forti dubbi sull’utilità della consulenza. La cosa che più mi sconcerta è che lo stesso Michel Martone oggi è Vice Ministro del Lavoro dell’attuale governo tecnico Monti. Ma se andate ad approfondire vedrete che ci sono altre consulenze bislacche che lasciano abbastanza basiti.

Il secondo punto riguarda il fatto che dalla riforma vengono esclusi prima tutti i lavoratori pubblici della Presidenza del Consiglio e poi tutti quelli del dicastero dell’Economia, come mai? In queste strutture c’è personale che può operare in forma indipendente, lontano da qualsiasi giudizio? Non credo.

Il terzo punto riguarda gli obiettivi che dovrebbero essere dati ai vari dirigenti pubblici, obiettivi che dovrebbero essere raggiungibili e misurabili, sulla base dei quali operare azioni premianti o penalizzanti come il percepire o meno incentivi o il rischio stesso della perdita del posto di lavoro da parte del dirigente che non raggiunge gli obiettivi concordati. Questo è un tasto estremamente dolente, perché tali obiettivi o non ci sono per niente (nella maggioranza dei casi) o vengono, chissà perché, sempre raggiunti. Un aneddoto del mio Comune per spiegare cosa succede nella PA: in fase di approvazione del bilancio il revisore dei conti nelle note al bilancio stesso recita testualmente “si ribadisce che in relazione alla contrattazione decentrata è opportuno che gli obiettivi siano definiti prima dell’inizio dell’esercizio e in coerenza con quelli di bilancio ed il loro conseguimento costituisca condizione per l’erogazione degli incentivi previsti dalla contrattazione integrativa (art. 5, comma uno del d.lgs. 150/2009).” Cosa significa? A voi la deduzione…

Il quarto ed ultimo punto che ci fa capire che la riforma Brunetta è naufragata riguarda il fatto che nel Maggio 2010, Tremonti vara una manovra che di fatto ha tagliato i fondi per i premi ai meritevoli. A questo si unisce l’intesa firmata da Brunetta con Cisl, Uil ed Ugl di Febbraio 2011, in cui si garantisce che a nessuno, anche se inefficiente, verrà tolto un euro dal salario accessorio.

In chiusura mi domando, perché in Italia vogliamo ancora tenere separato impiego pubblico da impiego privato? Credo che uno dei passi che potrebbero avvicinarci al resto d’Europa (in particolare alle regioni nordiche da sempre all’avanguardia in questo campo e fonte inesauribile di benchmark), sia proprio quello di far capire a tutti che qualsiasi tipo di lavoro deve essere valutato in egual misura, senza creare privilegiati (settore pubblico) e disagiati (settore privato), credo sia un atto di civiltà.

Nell’agenda del governo tecnico dovrebbe essere presente anche questo tipo di riforma; al momento mi sembra che sono diversi i settori toccati dalla manovra ed altri ne saranno toccati ma non quello pubblico (sfiorato appena con la riforma delle pensioni).

Alla prossima e… Buon Anno!!!

LE PAROLE CHIAVE DELLE NUOVE RELAZIONI INDUSTRIALI

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La Manifattura Tabacchi di ChiaravalleUna cosa che non ho mai menzionato nei post che ho scritto sino ad ora è il fatto che sono, immeritatamente, Vice Presidente di AIDP Marche (Associazione Italiana per la Direzione del Personale), nei giorni scorsi abbiamo organizzato un incontro in cui si è discusso di nuove relazioni industriali, argomento oggi più che mai di attualità e che riprende il post che ho pubblicato due settimane fa.

Relatori due esimi rappresentanti della Confindustria locale e confinante, Paolo Centofanti come referente dell’Area Relazioni Industriali di Confindustria Ancona e Fabio Scalzini parigrado di Confindustria Pescara, oltre all’importante presenza del Presidente Nazionale di AIDP Filippo Abramo. Presenti all’incontro numerosi HR Manager di diverse aziende marchigiane, tra i quali Ampelio Ventura HR Director dello stabilimento CNH di Jesi che ci ha brillantemente illuminato sulle motivazioni che hanno portato il gruppo FIAT ad uscire dalla contrattazione nazionale.

Oltre a dare un quadro normativo ad oggi delle relazioni industriali, il dibattito è stato interessante perché, in una sorta di brain-storming collettivo, si è pensato di redigere una sorta di vocabolario delle nuove relazioni industriali, mettendo in evidenza quelle che oggi, per noi di AIDP Marche, sono le parole chiave; ecco quelle che, secondo me, sono le più importanti:

ORGOGLIO

Occorre ritrovare l’orgoglio del proprio posto di lavoro. Un aneddoto: mio suocero è in pensione da pochi anni, ha lavorato una vita in manifattura tabacchi a Chiaravalle (AN), pur non essendo mai stato un fumatore, è sempre andato molto orgoglioso del suo posto di lavoro. Mi racconta spesso di giorni passati a risolvere problemi sulle macchine o di quando occorreva dare il massimo, per delle consegne superiori alla media; è sempre stato uno molto vicino al sindacato, ma non per questo ha mai lesinato impegno e passione, oggi in casa ha ancora la gigantografia della Manifattura di Chiaravalle (la foto ad inizio post) che mostra fiero a parenti e amici; quanti sono oggi i lavoratori che si recano nelle aziende, orgogliosi del proprio posto di lavoro?

WELFARE

Paradossalmente occorre tornare all’antico, se ci pensate una volta le aziende erano molto più vicine ai lavoratori, c’erano già gli asili nido aziendali ( quelli delle cartiere, delle filande, delle manifatture tabacchi), alcune offrivano le colonie estive per i figli degli operai, occorre tornare a percorrere quella strada. Le aziende devono integrare all’interno della contrattazione anche il welfare, non solo con gli esempi sopra riportati ma anche attraverso quelle iniziative tese a garantire un miglior futuro previdenziale ed assistenziale. Indubbiamente in questo ambito le aziende “ricche” possono da sole offrire molto di più; dovranno essere le istituzioni (Regioni) a stanziare fondi per le aziende più piccole, che sicuramente non possono mettere sul piatto risorse importanti come le big company.

TERRITORIO

Occorre una maggiore integrazione tra impresa e territorio, esistono già molti esempi di ottima integrazione impresa-territorio (mi viene in mente TOD’S che costruisce una scuola per il comune di Casette D’Ete) ma sono ancora sporadiche. Integrarsi con il territorio significa in fin dei conti, aumentare l’orgoglio ed il senso di appartenenza dei lavoratori e quindi la produttività, unitamente ad essere essa stessa una forma di welfare.

FIDUCIA

Se non c’è fiducia tra le parti che si siedono al tavolo delle trattative sindacali, non si riuscirà mai a concludere nulla e le contrapposizioni saranno sempre più forti e gli scogli diventeranno insormontabili.

FLEXSECURITY

Un termine che ormai conosciamo bene, chi mi segue con costanza sa già che ho affrontato l’argomento diverse volte; l’importanza di uscire dalla vecchia logica del posto fisso dando flessibilità alle imprese in uscita per motivi di natura economica ed organizzativa, salvaguardando comunque il futuro dei lavoratori attraverso: un’indennità di licenziamento e un trattamento complementare di disuccupazione a carico delle aziende, unitamente ad un processo obbligato di ricollocamento sempre a carico delle aziende. Il provvedimento, ideato dal Prof. Ichino, permetterà, contemporaneamente, di combattere la precarietà dilagante di oggi, obbligando le aziende (in cambio della flessibilità in uscita) all’assunzione a tempo indeterminato di tutti i nuovi assunti; non c’è dubbio che sia la scelta migliore da farsi in questo momento storico. Inutile raccontarsi frottole, il mercato del lavoro è cambiato e lo ha fatto alla velocità della luce negli ultimi anni, le regole sono rimaste ancorate ad un mondo che non esiste più.

Chiudo parlando del caso FIAT ed all’uscita dalla contrattazione nazionale; Ventura di CNH durante l’incontro, in tre parole ha riassunto le motivazioni che hanno portato FIAT a questa drastica decisione:

EFFETTIVITA’ delle norme: oggi a fronte di norme introdotte si trova sempre il modo di aggirarle o di metterle in discussione.

TEMPI brevi per la chiusura delle trattative: siamo ancora ancorati ad un meccanismo troppo legato alle parole, i mercati hanno tempi diversi.

RESPONSABILITA’: si fanno accordi che poi vengono regolarmente disattesi, senza che questo faccia scattare alcuna sanzione per chi non le rispetta; questo non può più accadere ognuno deve prendersi le sue responsabilità.

Alla prossima

RELAZIONI INDUSTRIALI: si cambia

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20111123-132719.jpg La notizia, ampiamente prevedibile di FIAT che dopo essere uscita da Confindustria recede, dal primo Gennaio 2012, dai contratti collettivi nazionali e non, applicati nel gruppo, sancisce l’avvio ufficiale di un nuovo modo di vedere le relazioni industriali.

Entriamo a pieno ritmo nella fase B, si cambia, basta con i CCNL nazionali ingessati, si parte con la contrattazione sempre più spinta a livello decentrato, come del resto, cambieranno le norme che ad oggi regolano il diritto del lavoro.

Qualche settimana fa ho parlato nel mio post “FLEXSECURITY: un nuovo codice del lavoro è possibile”, del disegno di legge che il Senatore del PD e Professore Pietro Ichino ha presentato in parlamento, un disegno di legge che prevede il ridisegno completo delle relazioni industriali e del codice del lavoro a vantaggio di una maggiore flessibilità per le imprese ma anche di maggiori garanzie per i lavoratori, in particolare per tutti coloro che oggi sono precari.

Nel frattempo il governo Berlusconi è caduto, al suo posto un governo prettamente tecnico, chiamato a fare quello che, purtroppo, la politica oggi non è più in grado di fare, chiusa com’è negli interessi di partito che tutto hanno a che vedere tranne che con il bene della Nazione e dei cittadini.

Spinto dalla lettura della lettera inviata dal Prof. Ichino al Corriere della Sera e pubblicata nel numero di sabato scorso, ho scritto una email al senatore inerente i temi trattati nella missiva; eccone un’estratto:

Gentile Prof. Ichino,

Ho letto con molto piacere la sua lettera pubblicata oggi sul Corriere della Sera; forse mi sbaglio ma dalle sua parole mi sembra di aver capito che la riforma del diritto del lavoro che il governo Monti attuerà sarà quella da lei proposta attraverso la sua idea di Flexsecurity, mi sbaglio?

….

La Prof.ssa Fornero è senza dubbio la persona che porterà a termine la riforma delle pensioni, da sempre suo cavallo di battaglia, temevo però per la riforma del diritto del lavoro su cui, avendo letto curriculum e articoli, non vedevo la Prof. Fornero così preparata come lo poteva essere lei, visto anche il suo progetto già bello pronto ed estremamente valido; leggere che probabilmente sarà la sua idea di Flexsecurity a venir adottata non può che tranquillizzarmi in questo senso.

….

Cordiali Saluti

Riccardo Zuccaro

Molto gentilmente il Prof. Ichino mi ha risposto con poche righe ma estremamente chiare ed apprezzabili, che trovate qui di seguito:

Caro Zuccaro,

sarei stato io il ministro del Lavoro se non fosse prevalso il veto per tutti i parlamentari. Ma in quel caso sarebbe mancata a me la competenza in materia di economia del Welfare, di cui invece Elsa Fornero dispone in misura eccellente.

In ogni caso, non dubiti, la collaborazione sarà strettissima.

Grazie per l’attenzione e per il messaggio.

Pietro Ichino

Come dicevo all’inizio, siamo ormai a tutti gli effetti alla fase B delle relazioni industriali, una fase dovuta, per riportare l’Italia sulla retta via; la spinta della FIAT non fa altro che accelerare un processo fin troppo frenato. I sindacati, CGIL compresa, dovranno abbracciare questo nuovo corso, proprio per garantire ancora lavoro ai loro rappresentati, l’alternativa è che il sistema produttivo italiano si ripieghi su stesso, causando la perdita irrimediabile di migliaia di posti di lavoro. Sono in grado i sindacati di prendersi questa responsabilità?

Mi permetto di fare una considerazione personale: nella lettera che la UE ha inviato al governo italiano per la richiesta di chiarimenti sui provvedimenti segnalati dal governo Berlusconi, c’è un passaggio in cui ci viene espressamente richiesto se la riforma dei contratti collettivi nazionali preveda anche la riduzione del numero degli stessi; ebbene credo sia il caso di prendere in considerazione questa richiesta. Credo che occorra rivedere i contratti collettivi, definendo una unica intelaiatura di base a livello nazionale che definisca il nocciolo di diritti inviolabili validi per tutti i lavoratori, declinando il resto alle singole contrattazioni specifiche di secondo livello, azienda per azienda. Parallelamente il progetto FLEXSECURITY presentato dal Prof. Ichino è sicuramente la forma migliore per redigere e semplificare un nuovo codice del lavoro, rendendo l’Italia, nuovamente appetibile per gli investitori stranieri oltre che per la nascita di nuove realtà imprenditoriali italiane ed il consolidamento di quelle esistenti.

Alla prossima