john whitmore

Genitore coach? Si…. ma che fatica.

Postato il

Genitori e figli
Genitori e figli

Da coach professionista e padre, come tutti i genitori del mondo, mi capita spesso di trovarmi in situazioni legate alla crescita di mio figlio, nella vita, nello sport, nella scuola in cui applico la metodologia del coaching, sarebbe un errore però pensare che sia semplice.

Le difficoltà sono plurime la prima è senza dubbio legata al fatto che per mio figlio sono comunque “papà” e quello che dice “papà” in primis non sempre collima con quello che pensa lui ma soprattutto riconosce in me una figura che può e deve per certi versi, esercitare una certa “autorità” nei suoi confronti.

Proprio sulla questione autorità i genitori commettono l’errore fondamentale; per diventare genitore coach occorre trasformare l’autorità in autorevolezza, nel primo caso c’è la pretesa di essere ascoltati, spesso adducendo come giustificazione la classica frase “lo devi fare perché lo dico io” mentre nel secondo caso sono i nostri comportamenti e le nostre azioni, prima ancora delle parole, a far si che i nostri figli ci riconoscano come punto di riferimento nella loro vita.

Questo errore di imporre autorità è l’errore che commettono non solo i genitori con i loro figli, ma anche gli allenatori con i loro giocatori, i professori con gli alunni, i manager con i collaboratori. Uno dei concetti chiave del coaching è l’assumersi la responsabilità da parte del coachee (figlio, giocatore, alunno o collaboratore che sia), per assumersi la responsabilità occorre avere una scelta; solo attraverso la scelta una persona può consapevolmente accettare di percorrere una strada e percorrerla fino in fondo con il massimo impegno e coinvolgimento.

Attraverso l’autorità noi non diamo una scelta ai nostri figli ma solo un obbligo a cui sottostare, il risultato è che nel migliore dei casi i nostri figli ci ascolteranno malvolentieri ottenendo magari anche dei buoni risultati nel breve, se per caso quello che abbiamo “ordinato” loro non da i risultati sperati i nostri figli saranno i primi ad addossarci la colpa dell’insuccesso. Perchè? Perchè non è stata data loro una alternativa e, conseguentemente, non si sono sentiti coinvolti fino in fondo tanto da non prendersi la responsabilità delle loro azioni.

Quello che un genitore deve fare è quello di aumentare la consapevolezza e l’autoconsapevolezza dei propri figli; consapevolezza altro elemento chiave nel coaching. Il dizionario Treccani definisce la consapevolezza come la conoscenza “che il soggetto ha di sé stesso e del mondo esterno con cui è in rapporto, della propria identità e del complesso delle proprie attività interiori”, può sembrare assurdo eppure il nostro livello normale di consapevolezza è relativamente basso, va quindi “allenato” e potenziato perché “sono in grado i controllare solamente ciò di cui sono consapevole, ciò di cui non sono consapevole mi controlla” come dice John Whitmore (uno dei padri del coaching di cui ho già parlato in questo blog).

Come genitori dobbiamo quindi cambiare completamente l’atteggiamento che spesso abbiamo nei confronti dei nostri figli, non è semplice lo so, specialmente quando il coinvolgimento emotivo è alto, non dobbiamo essere noi a fornire soluzioni preconfezionate ai nostri figli ma aiutarli attraverso la responsabilizzazione e la consapevolezza a far si che le soluzioni le raggiungano da soli. Questo non significa fregarsene, significa, come dicevo inizialmente, passare dall’autorità alla autorevolezza, significa far si che i nostri figli mettano veramente il 101% in tutto quello che fanno, migliorando in automatico la loro performance in tutti gli ambiti della vita.

Alla prossima!!

Che capo sei?

Postato il

Sir John Whitmore
Sir John Whitmore

Ogni “capo” ha un suo stile di leadership, ognuno ha un suo modo di interfacciarsi con i propri collaboratori e ritiene che il suo sia il migliore possibile; in realtà tutti questi stili possono essere raccolti in quattro macro tipologie:

– Il Capo “tiranno

– Il Capo “seduttore

– Il Capo “democratico

– Il Capo “figlio dei fiori

Vediamoli uno ad uno

Il Capo TIRANNO

E’ il capo classico, quello che viene incarnato dalla stragrande maggioranza dei leader e degli imprenditori; non ci sono possibilità di contraddittorio si fa quello che dice lui e basta. E’ un pò lo stile con cui siamo cresciuti, i genitori che ci hanno sempre detto cosa dovevamo fare, gli insegnanti che dicevano cosa era giusto e cosa sbagliato, il periodo del militare (per chi come me lo ha fatto) in cui si eseguivano gli ordini e stop. Ecco questo del militare è l’esempio migliore, in questo stile di leadership infatti il capo comanda letteralmente e chi è sotto deve ubbidire senza se e senza ma. Chi applica questo stile ha l’errata convinzione di avere tutto sotto controllo, si perchè quando c’è il capo tutti sono a testa bassa e dicono si, salvo poi, una volta girate le spalle, fare l’esatto contrario, sentirsi pieni di risentimento ed al massimo fornire prestazioni scadenti. Il motivo è semplice lo staff si demotiva se si sente sempre e solo dire cosa deve fare, anche se ha idee alternative magari valide, evita accuratamente di metterle sul piatto perchè tanto sa che non sarebbe ascoltato.

Giudizio personale: lo stile di leadership peggiore in assoluto.

Il Capo SEDUTTORE

Il tipo di capo che è un derivato del primo, infatti è leggermente più subdolo, finge di essere democratico e di ascoltare salvo poi presentare la sua idea e con modi affabili tenta di convincere tutti che è la migliore possibile. Chiaramente chi è parte dello staff se ne guarda bene dal contraddirlo ben sapendo che in realtà, dietro quella finta disponibilità, in realtà si nasconde un capo tiranno. Di conseguenza alla fine, rispetto al punto uno cambia ben poco, lo staff esegue comunque quello che è stato deciso dal capo e non apporta alcuna idea.

Giudizio personale: uno stile di leadership veramente viscido.

Il Capo DEMOCRATICO

Il tipo di capo che tutti vorremmo, disponibile alla discussione ed alla valutazione di idee altrui, che vaglia attentamente verificando tutte le possibili implicazioni, sempre pronto a rimettersi in discussione nel caso subentrino nuove idee. I contro di questo stile sono i tempi, si rischia di avere tempi biblici nelle decisioni con il timore di sfociare nella indecisione totale.

Giudizio personale: lo stile migliore possibile tra i quattro.

Il Capo FIGLIO DEI FIORI

Il tipo di capo che sembra democratico ma in realtà tende a declinare la propria responsabilità lasciando massimo spazio ai collaboratori inconsapevole che comunque alla fine la responsabilità degli scarsi risultati ricadrà su di lui; parte con buone intenzioni ma così facendo lascia un vuoto decisionale e di coordinamento che disorienta i dipendenti, che si muovono in ordine sparso spesso pestandosi i piedi l’un l’altro. Inoltre il dipendente si sente obbligato a doversi prendere responsabilità senza avere la possibilità di scegliere di farlo, il risultato è che non sarà mai motivato al 100%.

Giudizio personale: anarchia totale.

Alla fine vi domanderete, ma allora non esiste uno stile di leadership da seguire? In realtà, come ci dice il buon John Whitmore uno dei padri fondatori del Coaching, c’è una quinta via ed è quella del LEADER COACH, che attraverso l’uso del coaching e le domande consente al dipendente di prendere coscienza di ciò che va fatto e delle azioni da fare per portalo a termine, coinvolgimento massimo quindi. Dall’altra parte ricevendo risposte alle sue domande il capo è sempre a conoscenza della situazione, non solo, acquisisce anche il modo con cui le cose saranno portate avanti e le idee che ci sono alla base.

La conseguenza è avere dipendenti realmente coinvolti e motivati perché protagonisti al 100% nel processo decisionale e di responsabilizzazione, una responsabilità che non viene imposta dall’alto ma acquisita autonomamente dal dipendente.

Alla prossima!!