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Politiche attive del lavoro: è ora di muoversi!

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Rendersi attivi nel mercato del lavoro
Rendersi attivi nel mercato del lavoro

Torno dopo qualche tempo su un argomento a cui tengo molto, ovvero l’implementazione di politiche attive reali del lavoro. In questi giorni mi trovo nel mezzo di alcune trattative che risaltano sulla stampa nazionale e che sono state spunto per alcune rifelssioni che vorrei condividiere.

In Italia ci sono diverse situazioni paradossali, dove l’uso improprio degli ammortizzatori sociali ha creato vere e proprie situazioni di assistenzialismo puro e posso pensare anche di incremento di economia sommersa, senza alcuna possibilità di rientro in azienda perchè gli esuberi sono diventati ormai strutturali. Casi di cui però nessuno vuole occuparsi, se fate una ricerca sul web troverete molti dati relativi al monte ore di cassa che sono state richieste dalle aziende suddivise tra CIGO (ordinaria) CIGS (straordinaria), CIGD (deroga) ma poco o nulla relativamente a quali aziende sono destinate queste ore e da quanto tempo ne usufruiscono.

Gli unici dati che, tra le righe, raccontano la realtà della situazione si trovano all’interno del “Rapporto Annuale 2013” dell’ISTAT che a pagina 106 riporta testualmente: “..si sta allungando la durata dei periodi di CIG e sta diventando più probabile la transizione verso la disoccupazione.“, seguono i dati percentuali. In quella frase è raccolta la verità che le parti sociali ignorano o fanno finta di ignorare ovvero un utilizzo di massa degli ammortizzatori sociali anche quando già all’inzio della trattativa è chiaro a tutti che si tratta non di “temporanea sospensione” della attività lavorativa ma di veri e propri esuberi per l’azienda.

Gli ammortizzatori sociali sono sacrosanti e sono nati con scopi ben specifici come riporta la legge, il problema è che si stanno snaturando, vengono utlizzati in modo improprio per mascherare situazioni di ben altra tipologia. Certo spesso questo avviene per cercare di fare il bene di coloro che altrimenti rimarrebbero senza lavoro, sta di fatto però che queste situazioni hanno partorito mostri di assistenzialismo che non fanno il bene ne del Paese ma neanche degli stessi lavoratori coinvolti.

Ci sono storie in giro per l’Italia di aziende che usufruiscono di cassa integrazione a zero ore (che per i non addetti ai lavori significa rimanere in forza all’azienda pur restando a casa e non lavorando neanche un minuto prendendo l’80% dello stipendio) da più di 10 anni, con il risultato di avere persone che sono “fuori dal mercato del lavoro” da tutto questo tempo; capite bene come in un mondo che cambia sempre più velocemente, la professionalità di queste persone sia ormai persa. Non solo, quando all’inizio parlavo di incremento dell’economia sommersa intendevo dire che spesso a queste situazioni si associano episodi di persone che pur permanendo in cassa integrazione lavorano in nero (l’ultimo caso in ordine di tempo lo trovate qui).

Emerge chiaro il fatto che queste sono politiche statiche del lavoro, fino a quando le persone sono in carico all’azienda nessuno si attiverà mai per cercare nuove opportunità, con il risultato di rimanere passivamente in attesa di cambiamenti che non avverranno mai (si veda quanto riportato dall’ISTAT sopra); per il bene di tutti, occorre dare un’incremento sostanzioso alle politiche attive del lavoro, attraverso tutte quelle attività che rendano il lavoratore “attivo” nei confronti del mercato del lavoro, che permettano allo stesso di aumentare la propria impiegabilità verso nuove attività professionali. In questo le istituzioni potrebbero fare tanto, usufruendo anche di fondi che l’Unione Europea mette a disposizione ma che troppo spesso rimangono inutilizzati, ma anche le aziende potrebbero mettere sul tavolo incentivi economici funzionali alla messa in opera di queste attività.

Questo appello deve essere raccolto da tutti gli attori del mondo del lavoro: dallo Stato per un miglioramento dei conti pubblici, dalle parti sociali per un miglioramento della competitività delle aziende da un lato e per dare nuove possibilità ai lavoratori, dalle aziende per dimostare vera responsabilità sociale nei confronti dei propri lavoratori da cui si è costretti a separarsi, dai lavoratori stessi in modo che comprendano che è meglio trovare un’altro posto di lavoro piuttosto che languire, pur assistiti, in casa rimandando un problema che prima o poi chiederà il conto.

Utopia? Io credo proprio di no.

Alla prossima!!

“Riunione al secondo piano” … si, se solo potessi!

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Abbiamo le stesse opportunità?
Abbiamo le stesse opportunità?

L’argomento di oggi è uno di quelli scomodi, di quelli che facciamo finta di non vedere, vuoi perchè spesso non ci facciamo davvero caso, vuoi perchè farci caso significa prendere atto di una situazione di inciviltà che lascia basiti visto che siamo nel 21 secolo.

Lo scrivevo qualche giorno fa sul mio profilo di Facebook: “Collaborare con una persona che è impossibilitata a muoversi se non su di una carrozzina, mi ha aperto gli occhi e mi fa comprendere come in Italia siamo indietro anni luce sui diritti delle persone afflitte da handicap. Credo che un Paese che si ritene civile non possa prescindere dal fornire questi diritti. Purtroppo siamo presi ognuno dalla nostra quotidianità e fino a quando non ci troviamo nel vivo del problema, viaggiamo con un paraocchi che ci impedisce di accorgerci della realtà. Occorre sensibilizzare di più la società e da oggi ho tutta l’intenzione di farlo più spesso. Come rappresentante delle Istituzioni anche se di un piccolo comune chiedo pubblicamente scusa per la mia ignoranza in materia.

Dando seguito alle mie parole, eccomi qui a discutere del problema; fateci caso.. guardatevi attorno, affacciatevi alle finestre dei vostri uffici, delle vostre case e ditemi quante persone afflitte da handicap vedete in giro? Quanti dei vostri colleghi siedono su di una sedia a rotelle? Sono certo che la maggior parte delle risposte sarà “nessuno“, vi siete chiesti il perchè? Pensate davvero che non esistano persone afflitte da handicap?

Guardiamo ai nostri uffici, ai negozi nelle città, ai parcheggi pubblici, ai parcheggi a silos, ai ristoranti, ai bar… secondo voi una carrozzina può entrare nella maggior parte di questi edifici? Per non parlare dei posti riservati ai portatori di handicap regolarmente sfruttati da chi non ne ha bisogno o peggio ancora coloro che utilizzano la disabilità per truffare lo Stato.

Come dicevo su Facebook, io il paraocchi me lo sono tolto solo ora, grazie ad una persona che deve, suo malgrado, condividere l’esistenza con una sedia a rotelle e che ho avuto la fortuna di incontrare, con cui da qualche tempo collaboro in modo più stretto; come per magia la realtà si è palesata sotto i miei occhi: uffici non attrezzati per accogliere queste persone (da qui il titolo ironico al post), ristoranti inaccessibili e così via; questa mattina recandomi al lavoro mi sono voluto togliere lo sfizio di guardare ogni negozio che incrociavo per la strada verificando se fossero presenti scivoli per l’accesso, il 90% ne era sprovvisto, per non parlare dei negozi su più piani, solo i grandi centri commerciali hanno ascensori nei negozi del centro ci sono solo le scale mobili o le scale normali… risultato inaccessibili.

Non facciamo caso a queste cose se non quando ci sbattiamo il muso, per la maggior parte della società queste persone sono semplicemente dei fantasmi, non li vediamo per strada, non li vediamo nei ristoranti, non li vediamo nei negozi, non li vediamo negli uffici, per cui pensiamo che non esistano, invece esistono eccome, solo che il mondo non sa accoglierli, per cui rimangono rintanati nelle loro abitazioni, dipendendo loro malgrado da qualcuno, perdendo totalmente la libertà e la dignità.

Con questo non voglio erigermi a “santo” io per primo sino ad oggi ho vissuto nell’oblio, credo però che se ognuno di noi inizia ad aprire gli occhi ed aiuta altri a farlo, ci guadagneremo tutti e potremo finalmente definirci società civile.

Alla prossima!!

Reddito minimo garantito in Italia? A voi l’ardua sentenza.

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Reddito Minimo Garantito?
Reddito Minimo Garantito?

La cosa curiosa è che avevo iniziato a scrivere questo post con idee e contenuti totalmente differenti, volevo parlare di coaching e di come non dobbiamo mai mollare anche in mezzo alle avversità. Poi accade che ieri mattina in viaggio per lavoro mi imbatto su Radio 24 su l’ennesima disquisizione sul reddito minimo garantito.

Che poi, se fate una ricerca sul web, scoprite che nemmeno i i più fervidi sostenitori dello strumento sanno bene di cosa si tratta, c’è chi accomuna il reddito minimo garantito al reddito di cittadinanza, chi invece le ritiene due cose distinte, tipico del pressapochismo italico (per avere una idea chiara di cosa sia uno e l’altro vi invito a leggere questo articolo di Emanuele Ferragina sul suo blog all’interno del sito web del Fatto Quotidiano).

Preso dal dibattito ho deciso di cambiare totalmente il post e siccome parliamo comunque di welfare e quindi, di lavoro, mi sono detto perchè non dire la mia anche su questo tema? Ed eccomi qua… ora voglio fare una premessa a scanso di equivoci, riporterò le mie personali idee che come tutte le idee sono discutibili e confutabili, voglio però precisare che lo strumento, così come è concepito a livello teorico è un ottimo strumento, il problema sta poi nell’applicare lo strumento teorico alla pratica di tutti i giorni e calarlo quindi nella realtà culturale del luogo dove lo si vuole applicare. Qui casca l’asino e sorgono i problemi che voglio tentare di mettere sul piatto.

Partiamo dal presupposto che con il termine reddito minimo garantito si intende “un importo che lo stato si fa carico di versare (maggiorato a seconda della composizione del nucleo familiare) a tutti i cittadini che non raggiungono la soglia di reddito stabilita“; la soglia viene stabilita per l’appunto dal legislatore; questo chiaramente comporta la possibilità di ridurre notevolmente il rischio di povertà; alcuni asseriscono che la cosa contribuirebbe anche a rilanciare i consumi. Attualmente sembra che tutti gli stati dell’Unione Europea applichino questo strumento ad eccezione di Italia e Grecia, qualcuno dice anche Ungheria.

La cifra, considerata soglia minima, che va per la maggiore è quella di 400€ mensili, il che significa che se oggi fosse applicata in Italia costerebbe allo stato 7,1 miliardi di Euro.

Fin qui i fatti, veniamo ora alla mia personale analisi che schematizzo in punti:

1) Perchè in Germania, Svezia ecc. lo strumento esiste ed in Italia no? Questa la domanda che i sostenitori del reddito minimo garantito fanno nei vari blog, articoli di giornali, servizi televisivi. La risposta che mi viene spontanea è una controdomanda, secondo voi Germania, Svezia, Francia, Inghilterra ecc sono uguali all’Italia? In particolare il modello culturale tedesco è uguale al modello culturale Italiano?

2) L’introduzione del reddito minimo garantito (rmg) in un paese come il nostro ai vertici in Europa per il sommerso, dove il “nero” vale 333 miliardi di Euro pari al 21% del Pil, come sarebbe preso da una larga fetta di cittadini? Tenete conto che la Germania viaggia al 13% del Pil, la Francia e l’Inghilterra al 10%, la Svizzera al 7% l’Austria all’8%, Norvegia e Svezia al 14%; indovinate un pò chi ci supera? Guarda caso proprio la Grecia con il 24%.

3) Come dicevo molti asseriscono che il rmg rilancerebbe i consumi; si presume che il reddito minimo garantito dovrebbe andare a coprire le parti più disagiate della popolazione, tra queste indubbiamente una buona fetta oggi come oggi è costituita dagli immigrati che come certamente saprete, di tutto quello che guadagnano tengono una piccolissima parte (vivendo spesso in condizioni assurde) e girano la maggior parte dei redditi alle loro famiglie nei paesi di origine, i 400€ del rmg ricevuti senza fare nulla secondo voi sarebbero reinvestiti totalmente nei consumi? Non basta se ci pensiamo bene ed analizziamo i dati di questi anni di crisi, in realtà una specie di reddito minimo garantito oggi già esiste ed è la CIGS ovvero la Cassa Integrazione Straordinaria che riconosce l’80% della retribuzione (cifra ben più alta dei 400€ del rmg); in linea teorica al massimo è possibile fare 36 mesi di CIGS ma sappiamo bene che in molti casi per le grandi aziende sono in atto leggi speciali che consentono anni e anni di cassa (posso portarvi esempi se volete). Se fosse vero quanto asserito sull’aumento dei consumi oggi dovremmo essere in piena ripresa eppure nonostante si riceva l’80% dello stipendio non si spende un euro anzi…, figuriamoci con i 400€ mensili del rmg.

Riassumendo, ribadisco che lo strumento è sicuramente valido se calato in una realtà ottimale sia dal punto di vista culturale che organizzativo e legislativo, in Italia siamo ancora lungi dal ricadere all’interno di queste caratteristiche, se non altro per i dati che ho dato sopra. Lo dico con grande dispiacere perchè sono Italiano e sono orgoglioso di esserlo, ma non posso bendarmi e far finta di non vedere quello che è sotto gli occhi di tutti; torno a ripetere quello che dico da tempo, occorre cambiare, guardare avanti, capire che così non possiamo andare avanti, prendiamo spunto dagli altri paesi europei, studiamo i loro modelli e cerchiamo di applicarli anche da noi, solo allora uno strumento importante come il reddito minimo garantito potrà essere introdotto anche nel nostro Paese.

Appuntamento a Settembre!!

 

Comunicazione: RU e dintorni come tutti gli anni di questi tempi va in ferie, vi do appuntamento alla prima settimana di settembre quando ripartiranno le pubblicazioni, nel frattempo seguitemi su Twitter, Facebook e Linkedin. Buone Vacanze!

ELOGIO DELL’ARTIGIANO

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Lo spunto per scrivere questo post mi è venuto ascoltando venerdì scorso, come tutte le mattine, la trasmissione di Alessandro Milan su Radio24 dal titolo 24Mattino.

In particolare si discuteva sulla presunta volontà da parte del Ministro Cancellieri, in accordo con il Ministro Fornero, di chiudere le frontiere ai flussi migratori regolari, sino a quando non ci saranno tempi migliori per l’occupazione interna. Questo perché per farla breve, secondo i ministri, ulteriori lavoratori stranieri potrebbero portar via occupazione ai lavoratori italiani.

Non voglio esprimermi sul fatto se questo timore sia reale o meno come non voglio esprimermi se il decreto possa essere giusto o no, anche se credo che vada dato, ad onor di cronaca, il risultato del sondaggio che la stessa Radio24 ha fatto con i suoi ascoltatori in merito alla bontà o meno del progetto: i SI sono stati per l’84% mentre i NO sono stati del 16%.

Voglio invece discutere sul fatto che oggi sempre più spesso sento parlare di “lavori per stranieri” e di “lavori per italiani” constatando che spesso all’affermazione corrisponde una drammatica realtà. Volete qualche esempio? Siete mai andati a vedere chi oggi lavora in fonderia? Quante volte entrando in una pizzeria, prodotto italiano per eccellenza, al banco che prepara le pizze trovate extracomunitari (che tra l’altro le fanno molto bene)? Quanti pasticceri oggi sono stranieri? E l’elenco potrebbe essere ancora lungo.

I mestieri dei nostri nonni oggi sembrano non appartenerci più, abbiamo perso la manualità, la conoscenza del fare, dell’usare le mani per produrre, del passare di padre in figlio conoscenze, segreti, per realizzare cose meravigliose.

La società italiana moderna pensa solo a continuare a sfornare costantemente Dottori, Ingegnieri; le università italiane si contendono gli studenti a suon di marketing anche perché le sovvenzioni arrivano dallo Stato solo se il numero di iscritti è alto e alto è il numero di laureati, per sopperire a questo? Semplice ecco inventate le lauree triennali; pensare che ai miei tempi le università facevano a gara a far vedere i dati di mortalità studentesca ovvero quanti studenti non completavano il percorso di studi, più alti erano più l’università era di primo piano.

Con il passare degli anni, quei mestieri che hanno segnato la storia del nostro paese, che ci hanno resi famosi in giro per il mondo, abbiamo pensato di abbandonarli, pronti ormai per lo sbarco di massa nei consigli di amministrazione delle aziende, negli uffici all’ultimo piano con la poltrona in pelle umana, le scrivanie in radica, pieni di piante con la scritta sulla porta che riporta tutti i nostri titoli “Gran Cav. Figl. Di Put. Lup. Man.” come i personaggi dei film di Fantozzi. Nessuno però ha pensato che di posti di vertice, proprio perché di vertice, non ne esistono all’infinito, ma un numero ben limitato; assurdo pensare che tutti possiamo essere direttori di qui e capi di la, se così fosse i direttori chi dirigerebbero? I capi chi coordinerebbero? Parliamo tanto di fughe di cervelli, per forza siamo pieni di cervelli, tanto che per trovare occupazione qualcuno ha capito che deve andarsene e provare all’estero e non pensiamo che siano sempre i migliori ad andarsene, pensiamo invece che forse all’estero esistono delle opportunità migliori per giovani che alla fine meritocraticamente ottengono i risultati che in Italia invece vengono assorbiti dai loro superiori.

Non pensiate che stia denigrando i nostri laureati o le nostre università, voglio solo far capire che oggi la crisi ci ha presentato il conto, dobbiamo ripartire li da dove siamo venuti dagli antichi mestieri, dal riscoprire la manualità non pensando che sia di una dignità inferiore.

Chiudo con le parole di uno dei nostri artisti migliori Oliviero Toscani: “Dobbiamo ricominciare a usare le mani, solamente così la creatività potrà esprimersi al suo meglio. Dobbiamo insegnare ai nostri figli la manualità. E’ il migliore investimento che possiamo fare. E’ l’antidoto migliore contro l’omologazione da computer, quella che sviluppa il polpastrello dell’indice e lascia inerte, insieme con le mani anche il cervello. C’è solo un modo con il quale il lavoro moderno potrà riqualificarsi. E’ la strada del ritorno al lavoro manuale. La capacità manuale dei grandi artigiani ha fatto grande questo Paese. Tutto l’incommensurabile valore è stato realizzato da un Buon Lavoro.”

Non parliamo più di mestieri per italiani e mestieri per stranieri, ma di lavoro.

Alla prossima!

AIUTO!!!! SONO SENZA LAVORO: consigli su come ricollocarsi.

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Cerco lavoro

La crisi economica e l’andamento dei mercati finanziari, hanno visto il mercato del lavoro cambiare radicalmente negli ultimi anni; oggi c’è una sovrabbondanza di domanda rispetto all’offerta di lavoro, con tutto quello che ne consegue a livello di disagio sociale e di difficoltà nel ricollocarsi o addirittura nell’entrare per la prima volta nel mercato del lavoro.

Sempre più persone mi chiedono indicazioni su come fare per trovare nuove opportunità professionali, non sono un guru e non sono un mago, ma visto che il mio lavoro è quello di ricollocare persone tramite l’utilizzo del percorso di outplacement, penso di potervi dare a ragion veduta alcune indicazioni che spero possano risultare utili a chi oggi si trova in difficoltà.

Parto da un argomento a me molto caro, di cui spesso ho trattato nel blog, ovvero il web 2.0, il mercato del lavoro oggi non è cambiato solo in termini di carenza di posti di lavoro, ma anche in termini di presentazione della propria professionalità al mercato ed agli operatori di settore siano essi Direttori del Personale che Società di Ricerca e Selezione o Head Hunter. Dovete sapere che le opportunità che trovate negli annunci on-line, piuttosto che nei giornali o presso i Centri per l’Impiego, rappresentano solo il 20% delle reali opportunità lavorative, il resto viaggia per passaparola, per contatti diretti tra conoscenti, per il network di conoscenze degli operatori di mercato e personali, o per reclutamento diretto utilizzato dalle aziende attraverso i social network professionali (Linkedin è il capofila ma sta crescendo anche Viadeo). Questo evidenzia l’importanza, per chi ancora non lo fa, di prendere confidenza con il Web 2.0 e con esso le nuove forme di proposizione al mercato del lavoro.

Il secondo consiglio, che fa il paio con quanto esposto sino ad ora, riguarda il fatto di pensare a se stessi come ad un marchio da promuovere nel mercato del lavoro, il famoso libro “The Brand called You” (La Marca chiamata Te) di Peter Montoya in questo è illuminante come del resto il già segnalato sito Personal Branding degli italianissimi Centenaro e Sorchiotti. Mettere in tavola tutte le carte possibili per autopromuoversi attraverso il web usando i social network o aprendo blog personali dove trattare argomenti che evidenziando le proprie specificità e conoscenze, è senza dubbio una delle strategie da utilizzare per differenziarsi dal resto dell’offerta.

Attenzione a Facebook!!! Personalmente non lo ritengo un social network che va utilizzato a scopi professionali perché viene spesso utilizzato per diletto; sappiate però che spesso le aziende lo usano per vedere, nel privato, come si propongono le persone che stanno valutando nelle selezioni, attenzione quindi: a che foto mettete, alle pagine indicate come preferite ed a tutte quelle informazioni che inserite e che appaiono nella sezione info, che risulta visibile a chiunque faccia una ricerca con il vs. nome anche se non iscritto. So per certo che numerose persone sono state scartate nelle selezioni perché in questa sezione apparivano foto “particolari”, indicazioni di natura politica e via dicendo.

Il terzo consiglio è più rivolto a chi invece ha bisogno di rivedere le sue competenze attraverso percorsi di formazione, chiunque ritiene di aver interesse su un particolare settore credo che mai come ora sia il caso di investire tempo ed un po’ di denaro in percorsi formativi seri. Anche le Regioni hanno numerosi fondi a disposizione e stanno finanziando percorsi formativi di vario tipo, chiaramente sono indirizzati prevalentemente a persone disoccupate o alle donne; vanno scelti quelli che professionalizzano realmente, purtroppo sappiamo che spesso i corsi finanziati sono i basso livello e non servono a nulla se non a sprecare le risorse pubbliche.

Spero di esservi stato utile, molto ci sarebbe ancora da dire, rinvio quindi a prossimi post per l’approfondimento delle argomentazioni trattate e per presentarne di nuove; per chi avesse domande come sempre commentate o scrivetemi.

Alla prossima