life coaching

L’industria della fragilità e la ricerca della serietà

Postato il Aggiornato il

Ma cos'è il Coaching?
Ma cos’è il Coaching?

Circa una settimana fa, Beppe Severgnini illustre giornalista del Corriere della Sera, scriveva un pezzo dal titolo “L’industria della fragilità” in cui evidenzia come, in un momento di crisi come quello attuale, l’unica industria che non va in crisi è quella dei furbi e degli approfittatori.

Nell’articolo Severgnini sottolinea come a tutti i livelli ed in tutti i settori, in momenti come quello attuale, la disperazione conduca le persone sul baratro e come quindi tendano ad aggrapparsi a qualsiasi cosa che prometta loro un barlume di speranza e di ripresa. Naturale che in un Paese di “furbetti del quartierino” come l’Italia, in queste pieghe che in alcuni casi sfiorano il dramma personale e familiare, si annidino quelli che io chiamo parassiti.

Perchè parassiti? In primis perchè la definizione che ne da la Treccani è di per se emblematica:

In biologia, ogni animale o vegetale il cui metabolismo dipende, per tutto o parte del ciclo vitale, da un altro organismo vivente, detto ospite, con il quale è associato più o meno intimamente, e sul quale ha effetti dannosi

in secondo luogo perchè proprio come questi organismi viventi sfruttano le fragilità altrui a proprio conto senza un minimo di rispetto per le persone e per i drammi che stanno vivendo.

Se ricordate qualche settimana fa, pur non sapendo dell’imminente uscita dell’articolo di Severgnini, ho messo in guardia proprio su questo blog, circa l’emergere negli ultimi tempi di società che avendo fiutato l’affare dell’outplacement si sono buttate sul mercato senza sapere neanche di cosa parlano, offrendo servizi che tutto sono fuorchè ricollocamento professionale, arrecando danno in prima battuta alle persone che decidono di affidarsi alle loro mani ed in secondo luogo screditando l’intera categoria.

Severgnini fa un quadro a tutto tondo, partendo da aziende che si approfittano della crisi per perpetrare nel tempo stage a costo zero o fornendo retribuzioni estremamente basse sfruttando il fatto che abbiamo un cuneo fiscale estremamente elevato (cosa vera e l’ho sempre detto, ma in certi casi c’è evidentemente chi si approfitta della situazione per pagare meno), passando per badanti pagate in nero e senza alcuna specializzazione che assistono anziani, arrivando persino alle banche che pur di ottimizzare chiudono sportelli lasciando i clienti in balia di comunicazioni che lui definisce “esoteriche” che non possono in alcun modo essere capite da persone anziane e forse anche da persone di mezza età.

In questo gridare giustamente contro chi si approfitta Severgnini tocca anche la professione del Coach, testualmente scrive “ci sono persone confuse, che si mettono nelle mani di un Life Coach improvvisato (due mesi prima era un animatore turistico)”. Ammetto di essermi messo a ridere appena ho letto la frase e devo ammettere che ha ragione da vendere, oggi la parola coaching va molto di moda per cui, complice il fatto che non esiste alcun albo professionale, chiunque si alza la mattina può vantare di essere coach di qualcosa.

Da Coach Professionista mi preme specificare in primis che il metodo del coaching esiste da ben prima della crisi economica, il fatto che oggi in molti si “inventino” coach di qualche cosa è dovuto sicuramente ad uno sviluppo della professione negli ultimi anni ed in secondo luogo dall’ignoranza che esiste ancora circa la materia.

Da un punto di vista legale la professione di coach è regolata dalla legge n°4/2013, quello che però conta è cosa si intende con la parola coaching, il coaching è un metodo ben definito:

il Coaching è un metodo di sviluppo  delle potenzialità dei singoli, dei gruppi e delle organizzazioni  che ha come fine ultimo l’alleanza con il proprio cliente nel percorso della sua autorealizzazione. L’attenzione del coach è orientata alla persona, ai suoi poteri e talenti; il coach deve saper ascoltare  le persone, capirle, comprenderle, assumerle creativamente e criticamente; il coach è consapevole delle proprie potenzialità, sa come valorizzarle, svilupparle, allenarle. Il coach utilizza la metodologia di coaching per la quale è in grado di indicare le fonti ed i riferimenti scientifici e non crea nel cliente aspettative infondate. Il coach è uno studente a vita, oltre ad aggiornarsi rispetto alla sua specifica attività mantiene vivo ed operativo l’interesse per tutte le discipline nella consapevolezza della propria ignoranza.

(definizione di AICP Associazione Italiana Coach Professionisti), il coach utilizza principalmente lo strumento delle domande in un ottica di maieutica socratica, non è uno psicologo e non fa psicoterapia.

Per cui, se volete utilizzare il supporto di un coach, mi permetto di suggerire questi step:

1) Informatevi su cos’è il coaching, la rete fornisce tutte le informazioni necessarie, potete anche leggere testi circa il metodo.

2) La professione in Italia si rifà alla legge n°4/2013 andate a leggere di cosa parla.

3) Fate domande alle associazioni più rappresentative in Italia (AICP ed ICF Italia)

4) Contattate un coach e chiedete un incontro puramente conoscitivo senza alcun costo per voi solo per capire come e se può esservi di aiuto.

5) Partecipate ad eventi in cui viene solamente spiegato cos’è il coaching che sono gratuiti e prettamente informativi senza che nessuno alla fine vi proponga alcunché.

6) Esistono solo tre macro aree di coaching: il business coaching per l’ambito professionale, il life coaching per i privati e lo sport coaching per l’ambito sportivo; tutto il resto è altro non coaching.

7) Se decidete di avvalervi di un coach, quest’ultimo è tenuto a consegnarvi copia del codice etico ed a farvi firmare la privacy oltre che un contratto di coaching ad inizio percorso.

8) Prendete informazioni sul coach.

9) Usate sempre il buon senso di cui tutti siamo dotati.

Mi premeva mettere i puntini sulle i anche in questo caso, l’articolo di Severgnini è caduto a fagiolo; più che industria della fragilità come in tutte le cose va ricercata la serietà.

Alla prossima!!

Obiettivi: la strada per il successo.

Postato il

In qualità di coach l’argomento obiettivi mi è paticolarmente caro, sarà perchè rappresentano il fulcro di un percorso di coaching, sarà perchè porseli è comunque la base per trasformare un sogno in realtà, ho deciso di dedicare il post di questa settimana proprio a questo argomento.

Può sembrare assurdo, banale, persino noioso ma… credetemi non potete immaginare quante persone, aziende, società sportive, aingoli atleti anche professionisti, non hanno per nulla chiaro quali siano i loro obiettivi.

Ognuno di noi sogna, ha in mente un punto ideale che vorrebbe tanto raggiungere, eppure quando arriva il momento di incamminarsi, di tracciare la rotta per quel punto, capita spesso di perdersi, di imboccare strade sbagliate, di fermarsi davanti ai primi ostacoli che inevitabilmente si parano davanti al cammino. Altre volte invece abbiamo persino paura ad intraprendere quel viaggio e rinunciamo ancor prima di essere partiti, lasciamo i sogni li nel nostro immaginario e ci rinunciamo per il resto della nostra vita adducendo frasi del tipo “tanto non ce la farò mai“, oppure “ti pare che una cosa del genere si possa realmente realizzare?“.

Il filmato che ho inserito in questo post (tratto da La ricerca della Felicità con Will Smith) lo avrete visto e sentito sicuramente, stavolta vi chiedo di guardarlo ed ascoltarlo, ascoltarlo con la testa ma anche con il cuore; quando avrete terminato fermatevi un attimo, prendete qualche minuto per voi e domandatevi “quali sono i miei sogni?“, “possibile che non possa raggiungerli?“, “sto percorrendo la strada giusta per arrivarci oppure non l’ho neanche imboccata?“.

Il primo passo per trasformare i sogni in realtà consiste proprio nel porvi gli obiettivi; partite dal macro obiettivo, quello che rappresenta il soddisfacimento del vostro sogno e scomponetelo in tanti piccoli obiettivi intermedi. Per farvi capire di cosa parlo, pensate ad un autobus che per arrivare dal punto di partenza al punto di arrivo compie un percorso composto da tante fermate. Stabilite la direzione da intraprendere (marco obiettivo) salite sul vostro autobus che riporta scritta quella destinazione e percorrete tutte le fermate (obiettivi intermedi) sino alla destinazione, solo in questo modo sarete in grado di realizzare i vostri sogni professionali, personali, sportivi, aziendali….

Se hai un sogno tu lo devi proteggere…

Alla prossima!!

Sviluppare la RESILIENZA

Postato il

Sviluppare la Resilienza
Sviluppare la Resilienza

Oggi voglio toccare il concetto di resilienza; un termine che ha molteplici significati: in ingegneria rappresenta la capacità di un materiale di resistere agli urti, in informatica indica la capacità di un sistema di adattarsi alle condizioni d’uso, in ambito personale indica la capacità di mantenere viva la propria automotivazione.

Mi riallaccio quindi al mio post in cui parlavo di motivazione, oggi questo concetto è oltremodo importante alla luce di una crisi economica che sembra infinita e a tutte le difficoltà connesse sia in ambito lavorativo che personale.

In questo stato di cose, diventa fondamentale sviluppare il più possibile la nostra resilienza, ma come possiamo farlo? Per prima cosa va detto che per mantenere alta la propria automotivazione occorre in primis sviluppare la nostra percezione di autoefficacia e parallelamente sviluppare il più possibile le nostre capacità volizionali che altro non sono le capacità di perseverare fino al raggiungimento dell’obiettivo prefisso.

L’autoefficacia è un ingrediente fondamentale della automotivazione, non va confusa con la autostima in quanto la prima rappresenta la mia convinzione di riuscita in contesti delimitati (nello sport, nel lavoro, ecc.) mentre la seconda è la percezione generale del mio valore come persona; ciò significa che posso avere un basso senso di autoefficacia rispetto alla possibilità di cucinare un determinato piatto senza però che questo intacchi il mio valore come persona.

L’autoefficacia si sviluppa attraverso esperienze di successo è in poche parole quella sensazione di “sentirsi capaci” di fare quella determinata cosa; la si sviluppa attraverso un circolo virtuoso che parte dall’impegno con cui affrontiamo le cose, l’impegno produce senso di competenza che a sua volta crea piacere e nuova motivazione a continuare a fare. Dobbiamo solo proteggerci dagli autosabotatori interni che non sono altro che processi cognitivi disfunzionali ovvero rischiano di contrastare fortemente il nostro senso di autoefficacia; sono rappresentati da credenze e convinzioni limitanti e da interpretazioni false della realtà: in ambito sportivo un esempio potrebbe essere: “il mio allenatore non mi ha fatto giocare perchè ritiene che non sia capace” quando in realtà nella testa dell’allenatore la spiegazione era dettata solo esclusivamente da scelte di natura tattica.

L’altro aspetto della resilienza è lo sviluppo delle capacità volizionali, trattandosi di forza di volontà, non sono semplici da allenare e sviluppare, possiamo però dire che queste capacità risiedono nelle aree prefrontali del cervello che sono quelle di più recente formazione del cervello umano e che sono tra le maggiori responsabili del funzionamento dell’attenzione, danno un grande contributo nel gestire le risposte emozionali e regolano i comportamente connessi all’autocontrollo. Come dicevo non è cosa semplice allenarle basti però sapere che ogni volta che facciamo uno sforzo di volontà, anche piccolo come resistere alla tentatazione di mangiare un cioccolatino, le aree prefrontali entrano in funzione. In un ambito sportivo ad esempio possiamo dire che nel momento in cui sentiamo di non farcela più occorre “spostare l’attenzione” da questi messaggi che il corpo ci invia al focus sul raggiungimento dell’obiettivo che significa concentrarci sul motivo per cui stiamo operando quello sforzo.

In conclusione, riprendendo il concetto con cui ho aperto il post, oggi è sempre più importante sviluppare la nostra personale resilienza, i tempi lo impongono, occorre tornare a ciò da cui i nostri nonni sono partiti dopo la guerra, loro si che erano resilienti, un concetto che abbiamo perso nel tempo abituati ai periodi di vacche grasse che si sono succeduti; oggi ringraziando iddio non siamo alla fine di una guerra ma per certi versi è come se ci fossimo, dobbiamo ripartire con grosso senso di responsabilità e sacrificio a ricostruire dalle macerie che la crisi ci ha lasciato e questo possiamo farlo solo trovando la motivazione dentro di noi perchè nessuno ci regalerà nulla.

Alla prossima!!

“E se????” … quella domanda che ci rende immobili

Postato il

e se...????
e se…????

Negli ultimi giorni ho avuto uno scambio di battute con una persona che si poneva questo interrogativo: “se, se, se e tutti i maledetti se che straziano l’animo dello sventurato che pensa e che dopo aver ben pensato si ritrova ancor più sventurato; è vero tuttavia che in questo modo impara a vivere. L’uomo che si proibisce di pensare non impara mai nulla” il discorso continuava con “…. è vero che rifugiarsi nei se non porta a nulla. Ma è nostra natura pensare a tante cose e chiedersi se avessi fatti in un modo o nell’altro, se avessi agito così. Penso sia capitato un pò a tutti è un modo per crescere anche quello. E’ impossibile non pensare..“.

Questo è lo spunto da cui voglio partire, a chi tra noi non è mai capitato di imbattersi nella fatidica domanda “E se????” e quante volte questa domanda ci ha fatto rimandare decisioni, perdere opportunità, continuare su una strada che non ci piace più, per paura di imboccarne una nuova?

Per non parlare della versione ex post del “se..”, quando ci poniamo domande del tipo “se avessi fatto..” oppure “se mi fossi comportato..” che a mio parere risultano essere parimenti deleterie a quelle della prima versione perchè premettono ad una esistenza di rimpianti.

I se del primo tipo sono chiaramente limitanti per non dire spesso totalmente immobilizzanti, questo non significa che non dobbiamo pensare o che, peggio, dobbiamo agire in totale incoscienza, tutt’altro, significa che dopo aver capito cosa veramente vogliamo dalla nostra vita privata o professionale che sia, redigiamo un piano d’azione che ci conduca al raggiungimento dei quella meta, tracciamo la rotta e partiamo!

Non restiamo bloccati sulle nostre posizioni, superiamo la paura di fare quel passo, decidiamo; noi Coach chiamiamo questo momento “l’uscita dalla zona di comfort” dove per zona di comfort intendiamo la zona che ben conosciamo e da cui fatichiamo a staccarci anche se in questa zona troviamo sofferenza o non ci sentiamo pienamente realizzati, perchè rivolgersi al nuovo fa pauraInvece è proprio nel decidere di fare quel passo che ci porterà a vincere le paure e le titubanze ed a cominciare a scrivere una nuova e più felice pagina della nostra vita.

Mi piace ricordare una frase tratta da uno scritto di Seneca intitolato “Lettere a Lucilio” in un passaggio dice: “Considera, quindi, speranza e timore e quando tutto sarà incerto, favorisci te stesso: credi ciò che preferisci. Anche se il timore avrà più argomenti, scegli la speranza e metti fine alla tua angoscia; rifletti che la maggior parte degli uomini si arrovella e si agita, benché non ci siano mali presenti né certezza di mali futuri.

I se del secondo tipo come dicevo, ci conducono dritti dritti ad una vita di rimpianti su ciò che sarebbe potuto essere e che non è stato, facendoci erroneamente credere che tutto sia perso, che non ci saranno nuove occasioni, che non avremo nuove possibilità per realizzarci.

Ecco un’altro passaggio dello scritto di Seneca circa il rimpianto “Se uno tenta di liberarsi di un amore, deve evitare ogni ricordo del corpo amato (l’amore è la passione che riarde con più facilità); allo stesso modo chi vuole eliminare il rimpianto di tutto quello per cui bruciava di desiderio, deve distogliere occhi e orecchie da ciò che ha abbandonato. Le passioni ritornano prontamente all’attacco. Dovunque si volgano, scorgeranno una ricompensa immediata al loro affaccendarsi.” questo per dire che è inutile arrovelarsi su ciò che è stato ponendoci innumerevoli interrogativi su cosa sarebbe accaduto se ci fossimo comportati in modo diverso, volgiamo lo sguardo altrove e concediamoci una nuova possibilità, dipende solo da noi.

Dobbiamo aumentare la consapevolezza nel senso di raccogliere e percepire con chiarezza i fatti e le informazioni rilevanti nella nostra vita, ricordiamoci che siamo in grado di controllare solo ciò di cui siamo consapevoli, tutto quello di cui non siamo consapevoli ci controlla.

L’altro aspetto fondamentale è la responsabilità , quando accettiamo realmente la responsabilità delle nostre azioni aumentiamo anche la nostra performance (sportiva, professionale, di vita).

NON LIMITIAMOCI AD ESISTERE.. VIVIAMO!!

Alla prossima!

Genitore coach? Si…. ma che fatica.

Postato il

Genitori e figli
Genitori e figli

Da coach professionista e padre, come tutti i genitori del mondo, mi capita spesso di trovarmi in situazioni legate alla crescita di mio figlio, nella vita, nello sport, nella scuola in cui applico la metodologia del coaching, sarebbe un errore però pensare che sia semplice.

Le difficoltà sono plurime la prima è senza dubbio legata al fatto che per mio figlio sono comunque “papà” e quello che dice “papà” in primis non sempre collima con quello che pensa lui ma soprattutto riconosce in me una figura che può e deve per certi versi, esercitare una certa “autorità” nei suoi confronti.

Proprio sulla questione autorità i genitori commettono l’errore fondamentale; per diventare genitore coach occorre trasformare l’autorità in autorevolezza, nel primo caso c’è la pretesa di essere ascoltati, spesso adducendo come giustificazione la classica frase “lo devi fare perché lo dico io” mentre nel secondo caso sono i nostri comportamenti e le nostre azioni, prima ancora delle parole, a far si che i nostri figli ci riconoscano come punto di riferimento nella loro vita.

Questo errore di imporre autorità è l’errore che commettono non solo i genitori con i loro figli, ma anche gli allenatori con i loro giocatori, i professori con gli alunni, i manager con i collaboratori. Uno dei concetti chiave del coaching è l’assumersi la responsabilità da parte del coachee (figlio, giocatore, alunno o collaboratore che sia), per assumersi la responsabilità occorre avere una scelta; solo attraverso la scelta una persona può consapevolmente accettare di percorrere una strada e percorrerla fino in fondo con il massimo impegno e coinvolgimento.

Attraverso l’autorità noi non diamo una scelta ai nostri figli ma solo un obbligo a cui sottostare, il risultato è che nel migliore dei casi i nostri figli ci ascolteranno malvolentieri ottenendo magari anche dei buoni risultati nel breve, se per caso quello che abbiamo “ordinato” loro non da i risultati sperati i nostri figli saranno i primi ad addossarci la colpa dell’insuccesso. Perchè? Perchè non è stata data loro una alternativa e, conseguentemente, non si sono sentiti coinvolti fino in fondo tanto da non prendersi la responsabilità delle loro azioni.

Quello che un genitore deve fare è quello di aumentare la consapevolezza e l’autoconsapevolezza dei propri figli; consapevolezza altro elemento chiave nel coaching. Il dizionario Treccani definisce la consapevolezza come la conoscenza “che il soggetto ha di sé stesso e del mondo esterno con cui è in rapporto, della propria identità e del complesso delle proprie attività interiori”, può sembrare assurdo eppure il nostro livello normale di consapevolezza è relativamente basso, va quindi “allenato” e potenziato perché “sono in grado i controllare solamente ciò di cui sono consapevole, ciò di cui non sono consapevole mi controlla” come dice John Whitmore (uno dei padri del coaching di cui ho già parlato in questo blog).

Come genitori dobbiamo quindi cambiare completamente l’atteggiamento che spesso abbiamo nei confronti dei nostri figli, non è semplice lo so, specialmente quando il coinvolgimento emotivo è alto, non dobbiamo essere noi a fornire soluzioni preconfezionate ai nostri figli ma aiutarli attraverso la responsabilizzazione e la consapevolezza a far si che le soluzioni le raggiungano da soli. Questo non significa fregarsene, significa, come dicevo inizialmente, passare dall’autorità alla autorevolezza, significa far si che i nostri figli mettano veramente il 101% in tutto quello che fanno, migliorando in automatico la loro performance in tutti gli ambiti della vita.

Alla prossima!!

Cambiare: un verbo che non vogliamo imparare.

Postato il

C'è sempre luce in fondo al tunnel
C’è sempre luce in fondo al tunnel

Cambiare, nel senso di rendere diverso qualcosa o qualcuno, nel senso di trasformarsi in qualcosa d’altro è un verbo che oggi più che mai è diventato di strettissima attualità. Vale in tantissimi ambiti: dalla vita politica del Paese, alla modalità di gestione delle aziende, dal modo di porsi nei confronti del lavoro, al idea di dare un senso diverso alla nostra esistenza.

Sentire parlare di cambiamento è facile, basta accendere la tv, sentire i dibattiti politici, partecipare ad incontri tra aziende o anche semplicemente sentire le persone per strada dire “non ce la faccio più ad andare avanti così, qualcosa deve cambiare”. Il problema è che più se ne parla e meno si attuano quei cambiamenti che invece sono diventati imprescindibili, almeno se vogliamo pensare di avere un futuro come Paese, come sistema industriale, come persone alla ricerca della autorealizzazione.

Partiamo dalla politica, di per sé il discorso sembrerebbe facile a dirsi, è indubbio che continuare sui binari in cui siamo stati per tutti questi anni non è cosa fattibile ne tantomeno pensabile. Il fallimento del sistema politico degli ultimi trenta anni è più che evidente, una classe politica che ha pensato più a se stessi che ad amministrare negli interessi dei cittadini la “res publica” ovvero la cosa pubblica, fino allo scoppio degli scandali della prima repubblica che poi sono stati perpetrati anche nella seconda e mi sembra che, nonostante la voglia di cambiamento espressa dai cittadini, anche la terza repubblica appena inaugurata nonostante i tanti proclami anche dei nuovi arrivati, sia ferma sulle medesime posizioni. Cambiare quindi a parole ma non nella pratica.

Dal punto di vista industriale, anche in questo caso urge cambiare; cambiare il modo di gestire le aziende ormai obsoleto che non da più i frutti cui si era abituati, cambiare da parte dei lavoratori il modo in cui affrontare la nuove sfide del lavoro: uscire dalla illusione del posto fisso, ampliare i confini, guardare oltre i confini del proprio paese, della propria regione ed in alcuni casi anche della propria nazione. Cambiare significa anche saper affrontare nel migliore dei modi il ricambio generazionale all’interno delle tante PMI italiane, originate dal genio di singoli imprenditori illuminati che però, in molti casi, sembrano non aver avuto la stessa illuminazione nel saper costruire ed educare le seconde generazioni. Cambiare realizzando che giocare da piccolo solista in un campionato ormai internazionale composto da squadroni, significa andare incontro a sconfitta sicura; meglio fare squadra con altri piccoli solisti, lasciando da parte l’orgoglio personale, mettendo in campo un bel gioco di squadra e l’orgoglio, quello si positivo, ed il saper fare di noi italiani.

Cambiare come singoli: se una situazione non ci va bene, se ci sentiamo intrappolati in una vita che non ci appartiene, se sentiamo la necessità di uscire da una routine che ci attanaglia, occorre mettere in campo la voglia di autorealizzazione perchè si è sempre in tempo per riprendere in mano la nostra vita e portarla verso quelle mete cui tanto ambiamo, i sogni si possono sempre realizzare basta avere la consapevolezza dei nostri mezzi e delle nostre potenzialità ed avere il coraggio di fare quel passo nel tunnel che seppur buio e irto di ostacoli, sappiamo che alla fine ci regala sempre la luce.

Ricordiamoci che alla base del cambiamento c’è sempre la volontà di agire, non si cambia a parole ma con i fatti.

Alla prossima!!

RU COACHING – Allenarsi al successo

Postato il

Logo RU Coaching
Logo RU Coaching

Stavolta parlo un po’ di me, da quando ho avviato il blog ho cercato di affrontare nel modo migliore possibile argomenti inerenti le risorse umane, anzi che dico, il “meraviglioso mondo delle risorse umane”; non so se ci sono riuscito ma da quelli che sono i followers del blog e dai feedback che ricevo privatamente la strada intrapresa sembra essere quella giusta.

Mi occupo di outplacement per la società numero uno in Italia per questo tipo di servizio e sono onorato che abbiano scelto me a rappresentarli in diverse regioni dell’Italia centro-meridionale; per fare questa professione occorre passione, passione per i temi che si affrontano ma soprattutto passione per le persone.

Chi si occupa di risorse umane non può prescindere dall’essere attratto dalla mente umana, dalle emozioni, dallo sviluppo delle persone che incrocerà nel suo percorso professionale; le stesse ed identiche passioni che guidano un coach professionista nella sua carriera; naturale quindi che in questi anni mi diplomassi come coach. Ho sempre detto che in un percorso di outplacement le persone vanno, soprattutto nella prima fase, sostenute a ritrovare se stessi ed elaborare il lutto della perdita del posto di lavoro, attività che possono essere fatte ancora meglio se si conosce il metodo del coaching.

Ma l’attività di coach può essere sviluppata anche in ambito sportivo quando ci si affianca allo staff di una squadra e si lavora sia sui singoli giocatori che sull’intero team, la stessa cosa vale negli sport singoli dove il supporto del coach mentale in alcuni casi è fondamentale. E’ il caso della collaborazione che ho in atto per questa stagione sportiva con l’Aurora Basket di Jesi, società professionistica che milita nel campionato di Legadue, in cui sono nello staff della prima squadra per occuparmi degli allenatori e della dirigenza, oltre ad essere coinvolto in un progetto di team coaching con i ragazzi della under 19.

Non finisce qui, il terzo ambito di applicazione del metodo del coaching è la vita di tutti i giorni, capita ad ognuno di noi di arrivare ad un certo punto della nostra esistenza e di sentirsi insoddisfatti, con tanta voglia di cambiare e di dare una svolta in positivo alla nostra vita ma senza avere la sufficiente forza per farlo, perché uscire dalla “zona di comfort”, ovvero da un ambito ben conosciuto seppur non soddisfacente, non è facile. In questi momenti un coach che si affianca a noi può sicuramente essere quel supporto necessario a far si che le cosi cambino veramente, proiettandoci verso la nostra autorealizzazione.

Per tutti questi motivi, dopo aver pensato e ripensato, ho deciso che era il momento di agire perché come dice Goethe:

qualunque cosa sogni, cominciala. L’audacia ha del genio, del potere, della magia.

una frase che campeggia nel mio ufficio ed a cui faccio riferimento ogni qual volta sento nascere qualcosa in me.

Agire dunque, ecco quindi che ha preso corpo RU COACHING, perché non potevo mancare dal fare riferimento a questo blog che ha dato il “la” a tante cose belle dal lato professionale; una nuova avventura che si affianca e completa la mia professione di consulente di outplacement per INTOO.

La nave è in partenza…. salite a brodo.

Alla prossima!!