obiettivi

L’importanza di sentirsi dire “bravo”

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Ma dobbiamo proprio darcela da soli la pacca sulle spalle?
Ma dobbiamo proprio darcela da soli la pacca sulle spalle?

Operando come mental coach in ambito sportivo, mi trovo spesso in situazioni in cui agli atleti viene richiesto impegno, sacrificio, risultati con conseguente aumento della pressione di tifosi, allenatori, società sportive, stampa che in automatico si tramuta in un aumento oltre il livello di guardia dello stress.

La stessa cosa accade in azienda, siamo costantemente bombardati da richieste di ogni tipo da parte dei clienti, dei capi, dei collaboratori con il risultato di ritrovarsi sempre presi da tantissime cose che implicano innumerevoli sacrifici in termini di gestione del tempo.

In un caso come nell’altro cerchiamo di dare il massimo anche se non sempre riusciamo a raggiungere i risultati voluti o sperati e quando questo accade veniamo colpiti dagli improperi di allenatori, presidenti, tifosi, capi, clienti e via dicendo che sono sempre pronti ad infliggerci l’avvilente dose di demotivazione pensando, in cuor loro, di ottenere esattamente il contrario, ovvero di spronarci a far meglio.

Facciamo un passo indietro, chi segue questo blog sa bene come ritenga che la motivazione sia un fatto prettamente personale, fortemente legato al nostro modo di essere più o meno resilienti (per chi vuole approfondire l’argomento clicci qui) ovvero alla nostra capacità di persistere nel reggiungimento degli obiettivi, fronteggiando le difficoltà e gli insuccessi che inevitabilmente si parano davanti al cammino.

Chi parla di motivatori o si vende come motivatore personalmente dice delle gran bufale, quello che è possibile fare è sostenere o meno la motivazione altrui ma non certo instillarla per via endovena; possiamo aiutare le persone a far si che vedano sempre il bicchiere mezzo pieno anzichè quello mezzo vuoto.

Sulla base di quello che riportavo sopra purtroppo spesso, troppo spesso, i nostri capi, gli allenatori, i presidenti ecc. con i loro chiamiamoli rimproveri, sono più propensi a farci vedere il bicchiere mezzo vuoto, quindi abbattare la motivazione, anzichè quello mezzo pieno, ovvero a sostenerla.

Ma se, in fin dei conti, può anche starci in alcuni casi un rimprovero anche se fatto male (c’è rimprovero e rimprovero chiaramente), quello che non è assolutamente accettabile è che quando invece le cose riescono bene, anzichè darci una pacca sulla spalla i nostri capi/allenatori tendono a non dire nulla e dare per scontato il fatto che il tal risultato o il tal progetto sia stato raggiunto o completato con i risultati e tempi previsti.

In questo modo viviamo costantemente sotto l’inesorabile spada di Damocle, che rimane appesa sino a quando raggiungiamo i risultati ma è sempre pronta a cadere nel momento in cui le cose non riescono. Questo è il motivo che porta spesso le persone ad entrare in crisi anche se sono all’apice del successo, a perdere comunque fiducia in se stessi, nelle proprie capacità, sino ad arrivare persino alla depressione.

In questo modo viviamo costantemente nella negatività o al massimo nella normalità (quando portiamo a termine i compiti con successo), al contrario se da un lato le sconfitte e le brutte prestazioni devono comunque servirci da stimolo per migliorare e per tornare a fare meglio di prima (vedere il bicchiere mezzo pieno), dall’altro quando otteniamo risultati positivi è assolutamente necessario assaporarli fino in fondo, gioire per quello che si è fatto, premiare anche solo con un “bravo” i componenti del team o i collaboratori.

L’aspetto mentale nello sport come nel lavoro e nella vita in genere è di fondamentale importanza, per essere un buon capo, un valido allenatore, un presidente da ricordare dobbiamo imparare a valorizzare i successi del nostro team, per alimentare quel ciclo virtuoso che parte dall’impegno che mettiamo nel raggiungere gli obiettivi, passa per il senso di competenza una volta che li abbiamo raggunti e che ci è stato riconosciuto e finisce per farci provare piacere nel mettere nuovamente impegno per altri e più ambiziosi risultati.

Alla prossima!!

Obiettivi: la strada per il successo.

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In qualità di coach l’argomento obiettivi mi è paticolarmente caro, sarà perchè rappresentano il fulcro di un percorso di coaching, sarà perchè porseli è comunque la base per trasformare un sogno in realtà, ho deciso di dedicare il post di questa settimana proprio a questo argomento.

Può sembrare assurdo, banale, persino noioso ma… credetemi non potete immaginare quante persone, aziende, società sportive, aingoli atleti anche professionisti, non hanno per nulla chiaro quali siano i loro obiettivi.

Ognuno di noi sogna, ha in mente un punto ideale che vorrebbe tanto raggiungere, eppure quando arriva il momento di incamminarsi, di tracciare la rotta per quel punto, capita spesso di perdersi, di imboccare strade sbagliate, di fermarsi davanti ai primi ostacoli che inevitabilmente si parano davanti al cammino. Altre volte invece abbiamo persino paura ad intraprendere quel viaggio e rinunciamo ancor prima di essere partiti, lasciamo i sogni li nel nostro immaginario e ci rinunciamo per il resto della nostra vita adducendo frasi del tipo “tanto non ce la farò mai“, oppure “ti pare che una cosa del genere si possa realmente realizzare?“.

Il filmato che ho inserito in questo post (tratto da La ricerca della Felicità con Will Smith) lo avrete visto e sentito sicuramente, stavolta vi chiedo di guardarlo ed ascoltarlo, ascoltarlo con la testa ma anche con il cuore; quando avrete terminato fermatevi un attimo, prendete qualche minuto per voi e domandatevi “quali sono i miei sogni?“, “possibile che non possa raggiungerli?“, “sto percorrendo la strada giusta per arrivarci oppure non l’ho neanche imboccata?“.

Il primo passo per trasformare i sogni in realtà consiste proprio nel porvi gli obiettivi; partite dal macro obiettivo, quello che rappresenta il soddisfacimento del vostro sogno e scomponetelo in tanti piccoli obiettivi intermedi. Per farvi capire di cosa parlo, pensate ad un autobus che per arrivare dal punto di partenza al punto di arrivo compie un percorso composto da tante fermate. Stabilite la direzione da intraprendere (marco obiettivo) salite sul vostro autobus che riporta scritta quella destinazione e percorrete tutte le fermate (obiettivi intermedi) sino alla destinazione, solo in questo modo sarete in grado di realizzare i vostri sogni professionali, personali, sportivi, aziendali….

Se hai un sogno tu lo devi proteggere…

Alla prossima!!

Quando un gruppo diventa TEAM

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Essere un Team
Essere un Team

Torno a parlare di Coaching e lo faccio toccando un lato a me molto caro lo Sport Coaching; il weekend appena trascorso è stato foriero di soddisfazioni professionali, sono molto contento di poter collaborare con veri e propri TEAM.

Non sempre però si hanno queste fortune, nello sport come nel lavoro, non è detto che un gruppo di persone sia per forza di cose un team, al contrario spesso accade che: rivalità, leadership mal gestita, scarsa chiarezza o interessi personali possano mettere a rischio il raggiungimento dell’obiettivo del gruppo, anche se lo stesso è composto da singoli estremamente motivati e capaci.

Parlo di obiettivo perchè tutto parte sempre dalla definizione dell’obiettivo, chiunque abbia intenzione di costiure un team deve per prima cosa stabilire per quale motivo vuole assemblare la squadra e dove intende arrivare con la stessa. Questo significa in primis capire con quali elementi costituire il gruppo, quali individui possono essere funzionali al progetto che si ha in mente; in seconda battuta una volta composta la squadra serve per tracciare la rotta che la nave dovrà percorrere, ciò significa che “tutti” sanno esattamente “dove” andare e “come” arrivarci.

Sembrerà banale ma non potete capire quante volte nello sport come nel business si costituiscono gruppi con risorse inserite a caso senza dare un chiaro obiettivo da raggiungere, con risultato che non saranno mai un team affiatato e men che meno sarà raggiunto alcunchè.

Il secondo step è quello di stabilire i valori del team, i valori costituiscono il qui ed ora della squadra, contrariamente agli obiettivi che rappresentano il futuro a cui puntare; parlare di valori significa stabilire le modalità di comportamento è il “come” raggiungere gli obiettivi, naturalmente più sono esplicitati, più vengono interiorizzati dal team aumentando la motivazione nel raggiungere l’obiettivo.

Terzo passaggio importante riguarda le regole, non è pensabile unire delle persone per raggiungere uno scopo senza dar loro delle regole da rispettare per raggiungerlo. Come è facilmente intuibile le regole vanno di pari passo con i valori, stabiliti i secondi le prime sono una diretta conseguenza, attenzione però: mai darle per scontate, non funzionano, le persone non si sentono vincolate. Dall’altra parte non devono essere troppe, usando le parole di Mike Krzyzewski alias “Coach K” grandissimo coach di basket universitario allenatore della squadra dell’università di DUKE: “Poche regole, se ne metti troppe infili le persone in una scatola, questo crea problemi. La verità è che chi mette troppe regole evita di prendere decisioni. Non voglio essere un dittatore, voglio essere un leader e la leadership è continua, regolabile, flessibile e dinamica.

Se regole e valori sono definite con chiarezza il gruppo non farà fatica a trasformarsi in team ed condividere l’obiettivo; quando la condivisione dell’obiettivo è forte e si è lavorato a lungo su questo aspetto, emerge lo spirito di squadra ed i componenti anche i più individualisti saranno disposti a sacrificare il loro obiettivo personale in funzione di quello di squadra.

Alla prossima!!

Il falso mito dei talenti

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La parabola dei talenti
La parabola dei talenti

Talento, parolona di cui oggi sono pieni testi, articoli di giornale, senza contare che nel linguaggio aziendale il talento è costantemente sotto i riflettori, non sono poche le aziende che si sbizzarriscono nel creare politiche per attirare e trattenere i talenti. Bene peccato che in realtà il talento non esiste!!!

Sono forse esagerato? Nelle righe che seguono cercherò di dimostarvelo. Partiamo dall’etimologia della parola: talento deriva dal greco talanton che altro non era che il piatto della bilancia, cosa lo ha erroneamente portato all’attuale significato di “predisposizione, capacità e doti intellettuali rilevanti in quanto naturali ed intese a particolari attività” come recita l’enciclopedia Treccani? Sicuramente una errata interpretazione della parabola riportata dal Vangelo di Matteo chiamata per l’appunto parabola dei talenti.

Per chi non la conoscesse ancora, la parabola recita testualmente: “Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto. Venuto, infine, colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglieteli dunque il talento, e datelo a chi ha dieci talenti. Perché a chiunque ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre: là sarà pianto e stridore di denti.”

Una parabola che se letta e non correttamente interpretata può suonare come uno stridore rispetto alla parola di Cristo, a parte che non è questo il lugo per una disquisizione religiosa, quello che mi preme invece sottolineare è che il messaggio comune che esce da queste righe è sostanzialmente che “chi ha delle possibilità innate deve farle fruttare” da qui la trasformazione di talento da piatto della bilancia a persona con doti innate.

Qui sta l’errore, in realtà se andiamo a dare una lettura più approfondita della stessa capiremo che il messaggio che vuole passare è che ognuno di noi è dotato di tutte le potenzialità necessarie per riuscire in ciò che crede, l’importante è dare tutto se stessi, sopportando anche forti sacrifici.

Talento quindi non esiste così come lo concepiamo, esiste l’impegno a conseguire gli obiettivi che ci siamo prefissati, ovvero a mantenere sempre alta la motivazione individuale, come? Ritorno al concetto espresso un paio di post fa ovvero sviluppando al massimo la resilienza che si compone di un elevato senso di autoefficacia e di ottime capacità volizionali che ci sostengono e consentono di supere gli ostacoli che inevitabilmente si pareranno davanti nel cammino verso la nostra piena realizzazione.

Alla prossima!!

Manager allo specchio

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Che fare?
Che fare?

Nelle ultime settimane sono stato ospite di due incontri organizzati dalle due federazioni di riferimento in Italia per i manager, il primo è stato organizzato da Federmanager Ancona e Pesaro, la federazione che raccoglie i dirigenti e le alte professionalità del settore industriale, l’altro da ManagerItalia Ancona, la federazione dei dirigenti e alte professionalità delle imprese del terziario.

Questi incontri uniti alla mia professione di consulente di outplacement e di coach professionista, mi hanno portato a trattare un’argomento di estrema attualità: il disorientamento che sta attraversando la classe dirigente italiana.

La crisi economica globale ha stravolto il mercato del lavoro, quello che era vero sino a ieri oggi non lo è più. Il CAMBIAMENTO è avvenuto in modo repentino e sicuramente inaspettato cogliendo tutti di sorpresa; nel 7 rapporto della classe dirigente Delai riporta “..le nostre mappe mentali risultano ormai scadute e quindi risultato del tutto inadeguate se si vogliono interpretare i mutamenti in corso e se si vuole orientare la nostra futura crescita.”

In definitiva occorre CAMBIARE, l’ho fatto presente ormai tante volte anche in questo blog; lo tsunami della crisi è costato la perdita di molti posti di lavoro ed in questo senso, sapete bene come i manager siano i primi a pagare perché non coperti da alcun ammortizzatore sociale.

Crisi, Perdita dei posti di lavoro, Cambiamento… tutti insieme hanno creato un forte senso si smarrimento tra i manager, c’è una forte necessità di ritrovare la strada giusta da percorrere. In questo senso, sempre nel 7 rapporto della classe dirigente il Presidente di Fondirigenti Cuselli scrive con parole che io trovo illuminanti il seguente passaggio «La miopia è il tratto che descrive, in modo allarmante, l’approccio e i comportamenti di buona parte della nostra classe dirigente in quest’ennesimo anno di crisi; nelle azioni della nostre classi dirigenti la “responsabilità” è la grande assente, si preferisce il modello autoritario della deresponsabilizzazione senza rendersi conto che il potere senza responsabilità è segno distintivo della tirannide, non della democrazia.»

La classe dirigente deve ritrovare autorevolezza e non nascondersi ed autoreferenziarsi dietro l’autorità, un passaggio che può essere fatto solo attraverso una diretta assunzione di RESPONSABILITA’. Dicevamo quindi responsabilità, che va messa in atto in tutti i settori anche quando si deve affrontare il cambiamento che, come abbiamo visto, nel mercato del lavoro è stato repentino. Uscire quindi dal torpore, riprendersi dall’uno-due devastante della crisi, uscire dalle corde e reagire!! Come?

Occorre ricrearsi la propria impiegabilità (ne parlavo due settimane fa); il manager deve per prima cosa fermarsi un attimo e riflettere, porsi domande come: CHI SONO? Ovvero professionalmente dove sono arrivato? Qual è il mio background di competenze? Capire A CHE PUNTO SONO? Quindi chiedersi se le competenze attualmente acquisite possono essere sufficienti per far fronte alle nuove sfide professionali. Quali sono i miei sogni professionali ovvero DOVE VOGLIO ANDARE? Stabiliti gli obiettivi professionali, devo capire quale sia la strada migliore per raggiungerli, chiedersi quindi QUALE STRADA DEVO PERCORRERE? In ultimo capire COME SUPERARE GLI OSTACOLI che con molta probabilità si pareranno davanti. In questo contesto un coach professinista può essere una valida spalla al manager per aiutarlo a diradare le nebbie che gli si sono parate davanti in questi anni di crisi.

Con il Coaching infatti è possibile intraprendere un percorso di analisi dei propri obiettivi professionali e di sviluppo delle proprie potenzialità, individuando quello che fa maggiormente al caso del manager, stabilendo un piano d’azione, una sorta di road map, che consenta il raggiungimento del suddetto obiettivo; verificando di volta in volta il modo in cui affrontare gli ostacoli che si potrebbero parare davanti nel percorrere la strada.

Un percorso, quello fatto con un coach, che consentirà al manager di aumenatre la propria autoconsapevolezza e di conseguenza favorirà la responsabilizzazione dello stesso nel perseguimento degli obiettivi prefissi.

Alla prossima!!

Papa Francesco un coach inconsapevole

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Papa Francesco un coach professionista?
Papa Francesco un coach professionista?

Dopo le meritate ferie eccomi nuovamente operativo, come avevo promesso nell’ultimo post, Settembre segna la data della ripartenza dopo il meritato riposo, del rimettersi in moto dopo il tanto poltrire sullo sdraio del mare e le innumerevoli cene con gli amici davanti al fuoco del barbecue.

Ripartire è sempre positivo, l’uomo ha innumerevoli capacità e rimanere per troppo tempo in panciolle alla fine lo fa sentire a disagio e gli fa ritrovare la voglia di mettersi in gioco, di dimostrare di essere capace per aumentare la propria autostima e la considerazione da parte degli altri; per questo, almeno per quanto mi riguarda, ripartire dopo le ferie non è mai una cosa negativa, anzi al contrario diventa un momento estremamente stimolante in cui mi faccio ritrovare carico e pronto ad affrontare il nuovo che verrà con positività ed energia.

In questo primo post del dopo ferie voglio parlarvi di Papa Francesco, una figura senza dubbio innovativa che non può passare inosservata nè ai credenti nè a coloro che si definiscono atei. Non voglio però dare a questo post una connotazione cattolica o meno, voglio solo porre l’accento su un personaggio che stupisce per la semplicità e che, forse inconsapevolmente, incarna tutte le competenze del coach professionista.

Sono rimasto particolarmente colpito da una delle sue recenti uscite avute durante un incontro con i giovani avvenuto a San Pietro; in quella occasione Papa Francesco ha lanciato numerosi messaggi ai ragazzi presenti, messaggi che ho immediatamente associato al Coaching, vediamo di analizzarli uno ad uno.

Scommettere su un grande ideale e l’ideale di fare un mondo di bontà, bellezza e verità” un messaggio che ci dice come nella vita dobbiamo sempre dare un significo ed uno scopo alla nostra esistenza che ci permetta di autorealizzarci.

No ad alcool e droghe, questo voi potete farlo: voi avete il potere di farlo. Se voi non lo fate è per pigrizia” una chiara esortazione a credere in noi stessi, nelle nostre potenzialità, ad essere pienamente coscienti delle nostre scelte.

Quando un giovane mi dice: che brutti tempi questi, Padre non si può fare niente. Lo mando dallo psichiatra eh? Perché non è vero, non si capisce un giovane, un ragazzo, una ragazza che non vogliano fare una cosa grande. Poi faranno quello che possono, ma la scommessa è per cose grandi e belle” una bella esortazione nuovamente a credere nelle proprie capacità, nel fissarsi obiettivi e nel dare tutto se stessi per raggiungerli.

Concetti come autorealizzazione, credere in se stessi, potenzialità, fissare obiettivi sono tutti concetti centrali nel Coaching, Bergoglio li ha menzionati tutti in poche frasi, come non annoverarlo tra noi coach professionisti?

Buona ripresa a tutti e….. alla prossima!!!

“..cogli la rosa quando è il momento, che il tempo lo sai vola..”

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Dal titolo del post immagino che qualcuno si sarà chiesto “ecco, ce ne siamo giocati un’altro” e invece no, niente di tutto questo, il titolo è semplicemente un pezzetto della bellissima poesia di Quinto Orazio Flacco citata nel film “L’attimo fuggente” (a proposito guardate il video), poesia che avrete sentito centinaia di volte ma che, forse, non avete mai ascoltato veramente; per tale motivo voglio riportarla ancora una volta:

O vergine cogli l’attimo che fugge.

Cogli la rosa quando è il momento,

che il tempo, lo sai, vola,

e lo stesso fiore che sboccia oggi,

domani appassirà.

In poche frasi è racchiuso un messaggio che ci affascina ma che troppo spesso tendiamo a non ascoltare, tendiamo a mettere da una parte.. a dire “si bellissimo ma poi… nella pratica, facile a dirsi”. Certo, la vita di oggi ci assilla con mille problemi, il lavoro, la quotidianità, lo stress.. siamo presi dell’ordinario ma tralasciamo tutto quello che è straordinario.

Tralasciamo cioè, tutto quello che di bello ci potrebbe capitare se solo trovassimo il tempo per fermarci un attimo ad analizzare la nostra vita sotto tutti gli aspetti e capire se quella che stiamo vivendo è ciò che abbiamo sempre sognato o se, invece, occorre dare una riassettata alla nostra esistenza per riportarla nella direzione giusta.

Sento già le obiezioni che solleverete, so bene che la resistenza al cambiamento ci tieni fermi, immobili, così come l’influenza delle convinzioni limitanti che ci siamo costruiti giorno per giorno; uscire da quella che in gergo chiamiamo la “zona di comfort” fa paura, perchè rimanere in quella zona che ben conosciamo, ci piaccia o no, ci da in fondo sicurezza.

Cambiare significa, spesso e volentieri, andare incontro ad un terreno sconosciuto ed è qui che si innestano le parole di Orazio “cogli la rosa quando è il momento, che il tempo lo sai vola e lo stesso fiore che sboccia oggi domani appassirà”, se non troverete il coraggio di cambiare, di prendere in mano la vostra vita e di aiutarvi a rendervi felici, nessuno potrà farlo per voi, il tempo passerà e voi appassirete, esattamente come la rosa di Orazio.

Qui subentra un secondo aspetto da tenere conto, spesso riusciamo a fare il primo passo, ovvero riusciamo a capire che occorre cambiare (nel lavoro, nella vita, ecc.) che dobbiamo dare una svolta, ci manca però l’energia necessaria per fare quel passso fuori dalle nostre consuetudini. In questo contesto il Coaching è sicuramente un supporto per chi vuole realmente cambiare ma teme di non farcela da solo; il Coach affianca la persona e la supporta nella strada verso il cambiamento, lo assiste nel momento in cui dovrà autodeterminarsi gli obiettivi, a mettere a punto il piano di azione, lo aiuta ad agire su quelle convinzioni limitanti creando un nuovo punti di vista da cui vedere la propria vita; insomma lo supporta dal presente percepito sino al raggiungimento del futuro desiderato.

Come Coach professionista, alle persone che sentono il bisogno di cambiare, faccio fare una breve autovalutazione della situazione attuale rispondendo alle domande e compilando il modulo che trovate cliccando nel link a fianco ( RUOTA DELLA VITA Zuccaro ) si chiama Ruota della Vita molti Coach la usano con varianti più o meno diverse; se fatta con sincerità ed onestà vi darà una fotografia reale di quello che è la vostra vita oggi, indicandovi quali sono le aree dove agire con priorità. Una volta che avrete chiaro il quadro…. agitecarpe diem….  e se avete bisogno di aiuto, sono qua.

Alla prossima!!

Sciamanger: una nuova via alla gestione di noi stessi.

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Borgatti in ISTAOVenerdì scorso ho partecipato ad un incontro in ISTAO (Istituto Adriano Olivetti di Ancona) in cui si è discusso di una nuova via alla leadership personale attraverso l’energia che ognuno di noi emette; questi i precetti di Massimo Borgatti che ho avuto il piacere di conoscere ed ascoltare e da cui, devo dire, ho appreso concetti decisamente interessanti che mi piacerebbe tentare di condividere.

Il concetto da cui Massimo Borgatti parte è che l’uomo è un’entità energetica, ovvero produce ed accumula energia che poi fluisce e si consuma in modo più o meno ottimale, su quattro livelli.

Considerando una struttura a piramide in cui, partendo dalla base, ogni livello superiore è una diretta conseguenza del livello precedente; scopriamo che il primo livello energetico dell’uomo è dato dalle sue credenze. Sono le credenze che provengono dai nostri primi anni di vita, quelle che i genitori passano ai loro figli (fai questo e non fare quello, questo è giusto l’altro è sbagliato, quello è sicuro questo è pericoloso, ecc..) tutto ciò che Borgatti chiama Primo FOCUS, ovvero tutto quanto ci viene insegnato nei primi anni di vita e che non ci è dato scegliere. Una volta maturati ed usciti da questa fase è come se ci fosse stato cucito addosso un abito su misura, abito a cui andiamo ad apportare piccole modifiche costanti, ogni volta che viviamo nuove esperienze e che frequentiamo nuovi gruppi (siano esse organizzazioni, amici, lavoro, ecc..), ma che difficilmente cambieremo totalmente.

Risulta abbastanza facile capire come le credenze influiscano direttamente sul secondo gradino della piramide composto dai nostri Pensieri. Il Primo Focus ci aiuta nella vita di tutti i giorni, diciamo pure che ce la semplifica, costituendo quello che per noi sono delle vere e proprie certezze, pensate cosa succederebbe se non avessimo questa visione definita del mondo, probabilmente ci ritroveremo come casi clinici fermi nell’immobilismo più totale non sapendo che pesci pigliare. Il problema sorge nel momento in cui accade qualcosa che fa vacillare alcune delle nostre credenze, in quel momento iniziamo ad avere dubbi, ci blocchiamo, cerchiamo di valutare se ciò che ci sta accadendo sia un abbaglio o se invece, ci debba portare ad un cambio di direzione, a rivedere alcune delle nostre convinzioni; in questi momenti si erge una vocina in noi (il cosiddetto Dialogo Interiore) che cerca di riportarci all’interno delle nostre credenze. Borgatti definisce il dialogo interiore come il “tutore e garante del nostro Primo Focus”, il problema è che spesso questo dialogo crea una dissipazione di energia e genera emozioni chiamate parassite.

Saliamo quindi al terzo gradino della piramide costituito appunto dalle Emozioni, che devono essere positive per sfruttare al 100% il nostro potenziale energetico ma che, nel caso delle emozioni parassite, risultano invece essere negative e bloccano l’agire sprecando inutilmente energia.

Il vertice della piramide è composto, per ovvi motivi, dai Comportamenti che sono una diretta conseguenza di tutto quanto ho elencato sino ad ora. Capite bene come per cambiare una nostra abitudine o convinzione, dobbiamo andare ad agire in profondità, toccando tutti i livelli della piramide partendo dalle credenze; per farlo l’energia che produciamo deve essere libera di scorrere, di fluire, se rimane imbrigliata o si dissipa in emozioni parassite non otteremo alcun risultato, come definisce Borgatti, anche nel suo libro Sciamanger“l’energia libera e la capacità di lasciarla fluire determinano il nostro Potere Personale”, potere che non ha nulla a che vedere con il potere su altre persone.

Aggiungo una notazione personale, il processo descritto da Borgatti, a mio parere, si integra perfettamente con l’idea del Coaching, come sapete ho sempre definito il Coaching come un metodo di sviluppo personale basato sul corretto uso delle proprie potenzialità, se paragoniamo le potenzialità all’energia definita da Borgatti ecco che sviluppando e liberando le proprie potenzialità (quindi energia) senza alcun ostacolo mentale (emozioni parassite) la persona modifica i propri comportamenti in senso positivo e funzionali alla sua vita per il raggiungimento degli obiettivi prefissi.

Naturalmente la stessa struttura a piramide può essere applicata alle organizzazioni, ai team, ai gruppi; pensate che forza si ritroverebbe una azienda se solamente tutte le persone che la compongono focalizzassero la loro energia all’unisono e non in ordine sparso come spesso avviene, con conseguente spreco. Anche qui utilizzando le parole di Borgatti sapete perchè un esercito in marcia, quando si trova davanti ad un ponte, viene fermato e fatto attraversare al passo? Perchè la forza e la potenza di una marcia all’unisono potrebbe creare problemi strutturali al ponte stesso, è chiaro adesso cosa significa focalizzare l’energia?

Alla prossima!!