Oliviero Toscani

ELOGIO DELL’ARTIGIANO

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Lo spunto per scrivere questo post mi è venuto ascoltando venerdì scorso, come tutte le mattine, la trasmissione di Alessandro Milan su Radio24 dal titolo 24Mattino.

In particolare si discuteva sulla presunta volontà da parte del Ministro Cancellieri, in accordo con il Ministro Fornero, di chiudere le frontiere ai flussi migratori regolari, sino a quando non ci saranno tempi migliori per l’occupazione interna. Questo perché per farla breve, secondo i ministri, ulteriori lavoratori stranieri potrebbero portar via occupazione ai lavoratori italiani.

Non voglio esprimermi sul fatto se questo timore sia reale o meno come non voglio esprimermi se il decreto possa essere giusto o no, anche se credo che vada dato, ad onor di cronaca, il risultato del sondaggio che la stessa Radio24 ha fatto con i suoi ascoltatori in merito alla bontà o meno del progetto: i SI sono stati per l’84% mentre i NO sono stati del 16%.

Voglio invece discutere sul fatto che oggi sempre più spesso sento parlare di “lavori per stranieri” e di “lavori per italiani” constatando che spesso all’affermazione corrisponde una drammatica realtà. Volete qualche esempio? Siete mai andati a vedere chi oggi lavora in fonderia? Quante volte entrando in una pizzeria, prodotto italiano per eccellenza, al banco che prepara le pizze trovate extracomunitari (che tra l’altro le fanno molto bene)? Quanti pasticceri oggi sono stranieri? E l’elenco potrebbe essere ancora lungo.

I mestieri dei nostri nonni oggi sembrano non appartenerci più, abbiamo perso la manualità, la conoscenza del fare, dell’usare le mani per produrre, del passare di padre in figlio conoscenze, segreti, per realizzare cose meravigliose.

La società italiana moderna pensa solo a continuare a sfornare costantemente Dottori, Ingegnieri; le università italiane si contendono gli studenti a suon di marketing anche perché le sovvenzioni arrivano dallo Stato solo se il numero di iscritti è alto e alto è il numero di laureati, per sopperire a questo? Semplice ecco inventate le lauree triennali; pensare che ai miei tempi le università facevano a gara a far vedere i dati di mortalità studentesca ovvero quanti studenti non completavano il percorso di studi, più alti erano più l’università era di primo piano.

Con il passare degli anni, quei mestieri che hanno segnato la storia del nostro paese, che ci hanno resi famosi in giro per il mondo, abbiamo pensato di abbandonarli, pronti ormai per lo sbarco di massa nei consigli di amministrazione delle aziende, negli uffici all’ultimo piano con la poltrona in pelle umana, le scrivanie in radica, pieni di piante con la scritta sulla porta che riporta tutti i nostri titoli “Gran Cav. Figl. Di Put. Lup. Man.” come i personaggi dei film di Fantozzi. Nessuno però ha pensato che di posti di vertice, proprio perché di vertice, non ne esistono all’infinito, ma un numero ben limitato; assurdo pensare che tutti possiamo essere direttori di qui e capi di la, se così fosse i direttori chi dirigerebbero? I capi chi coordinerebbero? Parliamo tanto di fughe di cervelli, per forza siamo pieni di cervelli, tanto che per trovare occupazione qualcuno ha capito che deve andarsene e provare all’estero e non pensiamo che siano sempre i migliori ad andarsene, pensiamo invece che forse all’estero esistono delle opportunità migliori per giovani che alla fine meritocraticamente ottengono i risultati che in Italia invece vengono assorbiti dai loro superiori.

Non pensiate che stia denigrando i nostri laureati o le nostre università, voglio solo far capire che oggi la crisi ci ha presentato il conto, dobbiamo ripartire li da dove siamo venuti dagli antichi mestieri, dal riscoprire la manualità non pensando che sia di una dignità inferiore.

Chiudo con le parole di uno dei nostri artisti migliori Oliviero Toscani: “Dobbiamo ricominciare a usare le mani, solamente così la creatività potrà esprimersi al suo meglio. Dobbiamo insegnare ai nostri figli la manualità. E’ il migliore investimento che possiamo fare. E’ l’antidoto migliore contro l’omologazione da computer, quella che sviluppa il polpastrello dell’indice e lascia inerte, insieme con le mani anche il cervello. C’è solo un modo con il quale il lavoro moderno potrà riqualificarsi. E’ la strada del ritorno al lavoro manuale. La capacità manuale dei grandi artigiani ha fatto grande questo Paese. Tutto l’incommensurabile valore è stato realizzato da un Buon Lavoro.”

Non parliamo più di mestieri per italiani e mestieri per stranieri, ma di lavoro.

Alla prossima!