ottimismo

Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?

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Siamo da anni nel mezzo di una crisi economica globale che ha bruciato ricchezza e posti di lavoro alla velocità della luce; la maggior parte della popolazione mondiale è stordita come un pugile che si trova a doversi difendere da una scarica infinita di pugni del suo avversario che lo ha relegato alle corde. Uno stordimento da cui si fa fatica ad uscire, in Italia in particolare, anni di vacche grasse hanno portato intere generazioni a perdere completamente di vista la sostenibilità del loro futuro, si pensa che le risorse siano infinite e complice anche una legislazione del lavoro ormai datata, si è contribuito a far credere che ciò che si è raggiunto nessuno lo può più togliere.

Eppure in mezzo a questo disatro, ci sono persone che continuano a guardare avanati, a vedere un futuro roseo, a scommettere su se stessi e sulle proprie capacità di uscire dal tunnel, anche a costo di rimettersi completamente in discussione. Perchè avviene questo? Sono dei pazzi visionari o alla base di questo loro ottimismo ci sono delle reali possibilità di riuscita per i loro progetti?

Su base storica è proprio in tempi difficili che le persone fanno più affidamento sull’ottimismo per migliorare la situzione; studi scientifici hanno dimostrato che essere ottimisti non solo ci permette di affrontare le difficoltà con uno spirito diverso, in alcuni casi l’ottimismo ci salva la vita. Persone colpite da tumori che hanno affrontato la malattia con positività sono poi effettivamente riuscite o a debellarla o nel peggiore dei casi hanno allungato di molto la loro vita, esattamente al contrario di chi vede subito nero e pensa che la vita stia volgendo al termine. Non solo, l’essere ottimisti circa il futuro ci fa essere più attenti ed evitare di correre rischi inutili (assenza di uso di alcool e droghe, maggiore prudenza alla guida, ecc.) proprio perchè sappiamo che domani ci aspettano cose belle a cui non possiamo rinunciare; al contrario, chi vede nero, spesso si lascia andare mettendo a repentaglio la propria esistenza.

Nel weekend ho visto il film “Ci vediamo domani” con Enrico Brignano, una commedia che fa riflettere e che consiglio a tutti di vedere per farsi quattro risate e per capire che vedere il bicchiere mezzo pieno è molto meglio che vedere sempre quello mezzo vuoto. Da questo film sono rimasto folgorato dal dialogo che ripropongo all’inizio del post in cui c’è una banalissima quanto efficace spiegazione di cosa significhi essere ottimista.

Una predizione influenza l’evento che predice, perchè il comportamento delle persone è determinato dalla loro percezione soggettiva della realtà, più che dalla realtà oggettiva; perciò credere in un esito positivo aumenterà la probabilità che l’esito desiderato si realizzi effettivamente. Spesso ho parlato su questo blog della teoria della “profezia che si autoadempie” (self-fulfilling prophecy del sociologo Robert Merton), di quanto spesso il pregiudizio rischi di influenzare in maniera definitiva le persone, la stessa teroria di cui ho parlato in negativo (il pregiudizio negativo porta effettivamente ad un probabile fallimento della persona a cui è applicato) vale in termini positivi. Sappiamo come un essere umano è profondamente influenzato dalle aspettative che vengono riposte su di lui; la positività nata interiormente o proveninete da una fonte esterna, consente alle persone di impegnarsi nel raggiungimento dei propri obiettivi e di raddoppiare le forze per arrivare; di conseguenza la probabilità che riuscirà a tagliare il traguardo prefisso aumenta in modo inesorabile.

Nel 1987 i Lakers squadra professionistica di basket americano, vinsero il campionato contro i Boston Celtics; l’allenatore di allora Pat Riley intervistato da un giornalista alla domanda se sarebbero stati o meno capaci di vincere nuovamente il titolo l’anno prossimo, senza alcun tentennamento rispose “lo garantisco”, tutti i cronisti spalancarono gli occhi e vollero sentirsi ripetere la farse, cosa che Riley fece senza indugio; ebbene l’anno successivo i Lakers vinsero nuovamente il titolo, faticando sino all’ultima gara, ma vinsero. I giocatori dissero senza mezzi termini che il fatto che il loro coach aveva dimostrato fiducia in loro tanto da sbilanciarsi in una previsione così netta, li aveva spinti a dare il 200% per dimostare che la previsione fatta sarebbe stata soddisfatta, e così avvenne. Un classico esempio di profezia che si autoadempie.

Essere ottimisti aiuta, sempre… molto meglio quindi vedere il bicchiere mezzo pieno, perchè in fondo l’impossibile non è altro che il possibile che non è acora avvenuto…

Alla prossima!!

 

Post ispirato dal libro OTTIMISTI DI NATURA di Tali Sharot

 

AUTOREALIZZA TE STESSO

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AutorealizzatiQuesta volta parlo di me, per dimostrarvi che ciò di cui vi parlerò è reale e raggiungibile da tutti, basta volerlo fare; voglio condividere con voi il mio percorso verso la autorealizzazione personale e quello che questa scelta comporta nella vostra vita.

Come scrivo nella mio bio, la mia attività professionale si avvia in un settore, quello metalmeccanico altamente tecnologico, che prevedeva conoscenze tecniche elevate, in particolare se, come le mio caso, sono partito operando nel marketing e commerciale. La mia curiosità mi ha spinto ad informarmi, a capire, cercando di colmare quelle lacune che provengono da un percorso di studi sicuramente non tecnico. Sono riuscito a fare il mio lavoro nel miglior modo possibile (si può sempre fare meglio) e con buoni risultati, costruendo e creando situazioni nuove prima inesistenti.

Eppure non mi sentivo soddisfatto, soffrivo, mi lamentavo, ero insofferente; cosa questa che mi ha portato a cambiare azienda ed a cercare sempre qualcosa di nuovo. Alzarsi la mattina era diventata una sofferenza, lo stress mi attanagliava lo stomaco, facendomi soffrire anche fisicamente ed a casa ero sempre nervoso ed irascibile, cosa questa che andava a compromettere anche la serenità familiare ed a ledere i miei rapporti interpersonali.

Finchè un giorno, dopo l’ennesimo colloquio positivo che mi avrebbe portato ad iniziare una nuova esperienza professionale, ho detto stop ed ho rifiutato. Ho capito che quel lavoro, in quel settore, non mi realizzava; ho capito che era arrivato il momento di seguire quello che veramente volevo fare, anche se questa scelta poteva comportare un arretramento nelle condizioni economiche e così ho fatto un passo indietro per prendere la rincorsa e ripartire con più slancio di prima.

Ho costruito un nuovo progetto di vita, legato alla mia passione per le Risorse Umane, mi sono posto degli obiettivi e breve, medio e lungo termine, mi sono tirato su le maniche e sono ripartito, con l’immancabile supporto della mia famiglia. Oggi ho realizzato una parte del mio progetto (ho ancora della strada da fare), faccio il lavoro che voglio, nel settore che adoro, lo faccio con ancora maggiore passione e coinvolgimento, sono in procinto di diventare coach professionista, lavoro più di prima, guadagno qualcosa meno (per il momento), ma la mattina quando mi sveglio, fossero anche le 5.00, per arrivare in qualche punto d’Italia ed incontrare persone, lo faccio sempre con il sorriso e con la carica che mi aspetterà comunque una bella giornata di lavoro, ricca di relazioni che mi arrichiranno, a contatto con le storie delle persone che incontro certo di poter essere loro di supporto nella transizione di carriera. La sera torno a casa con lo stesso sorriso con cui sono partito (anche nelle giornate difficili) con il risultato che a tutta la mia famiglia ed alle mie amicizie, giova questa mia ritrovata serenità a partire da mio figlio.

Quello che voglio dirvi è che anche in un momento difficile come quello che stiamo attraversando, anziché vedere nero, abbatersi, lamentarsi e deprimersi pensatelo come un’opportunità, in cui fare un bilancio della vostra vita sino ad oggi rivedete il vostro progetto di vita, ascoltate voi stessi, i vostri desideri e non quello che gli altri desiderano per voi, investite in formazione per colmare alcune lacune (se ne avete) o per migliorare e specializzare la vostra professionalità, insomma pensate ad autorealizzarvi non solo nella dimensione lavorativa, ma con un progetto complessivo di vita, per dare il via ad un nuovo entusiasmante inizio.

Alla prossima

L’OTTIMISMO: fonte di benessere

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Torno a parlare di outplacement, in particolare del modo in cui i candidati dovrebbero affrontare il percorso di ricollocamento. Come ho già fatto per un altro post anche questa volta inserisco l’immagine di un altro bel film che ho avuto l’occasione di vedere e che tocca l’aspetto crisi economica e percorso di ricollocamento; il film si intitola The Company Men e parla di un gruppo di manager affermati che, causa crisi, si trovano improvvisamente senza lavoro ed affrontano un percorso di ricollocamento.

Un cast di prestigio con attori del calibro di: Ben Affleck, Kevin Costner, Tommy Lee Jones solo per dirne alcuni, tracciano una istantanea reale di quello che sta accadendo nel mondo del lavoro americano, ma che può essere tranquillamente ribaltato in Europa. Manager con incarichi importanti e retribuzioni di prestigio, abituati a gestire numerose persone che improvvisamente si ritrovano catapultati nel mercato del lavoro.

Come ho già detto in passato, la condizione psicologica di chi si viene a trovare in queste situazioni è veramente difficile, personalmente sono stato in contatto con persone che, pur essendo abituate a gestire persone e budget di rilievo davanti a me avevano le mani che tremavano come una foglia. Il nostro compito come operatori del settore, è quello di mettere subito a proprio agio la persona, ricostruire la sua autostima che con la perdita del posto di lavoro, è stata messa in forte discussione.

Altresì importante però è che la persona che si appresta ad iniziare il percorso di ricollocamento, lo faccia con la giusta predisposizione, con la giusta motivazione, con la grinta di emergere dal pantano in cui si è trovato, insomma in poche parole occorre essere ottimisti.

L’ottimismo e l’essere positivi anche in situazioni difficili è la carta vincente in qualsiasi sfida la vita ci riserva; è scientificamente dimostrato (Segerstrom, Taylor, Kemeny & Fahey, 1998) che l’ottimismo influenza positivamente anche la salute fisica e psicologica della persona rendendo il nostro organismo più resistente alle malattie, contenendo i livelli di stress. Recentemente mi sono imbattuto in una pubblicazione della Eulab Consulting (http://www.eulabconsulting.it/index.php?option=com_content&view=article&id=112:newsletter-nd9-imparare-lottimismo&catid=38:cat-newsletter&Itemid=60) che vi invito a leggere, parla proprio di ottimismo e delle ricerche di Martin Seligman sull’argomento da cui emerge testualmente che “individui che si distinguono per una valutazione degli eventi come incontrollabili, sentendosi in loro balia, diventano passivi, rassegnati, ansiosi e depressi” cosa questa che non accade in chi invece interpreta con ottimismo anche le situazioni difficili.

Tornando al film menzionato ad inizio post, è proprio l’ottimismo e la voglia di rimettersi in gioco la chiave di volta che poterà i manager a trovare un nuovo inizio, perché dopo la notte inizia sempre un nuovo giorno.

Alla prossima