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ESSERE O NON ESSERE….

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Un paio di giorni fa, nel mezzo di un colloquio con una mia coachee (persona che segue un percorso di coaching) abbiamo toccato un suo particolare vissuto in ambito lavorativo, testualmente mi ha detto “mi sento sottovalutata e sottoutilizzata in questa azienda, ho un potenziale dentro che devo tenere inespresso perché l’azienda non mi lascia libera di esprimere il mio talento”; in quel momento ho realizzato l’idea di scrivere questo post.

Sia come Coach professionista che come consulente di outplacement non immaginate quante volte sento questa musica e se ripenso al mio passato, anche il sottoscritto si è trovato alcune volte in questa situazione.

Se, come credo, avete assistito ad incontri relativi alle risorse umane, se parlate con imprenditori di PMI immagino che spesso avrete sentito discorsi del tipo:

–       “Nella mia azienda voglio collaboratori propositivi

–       “Da me hanno possibilità di crescita solo coloro che sono in grado di portare una ventata di innovazione nei processi

–       “Non me ne faccio nulla degli yes man, non ho bisogno di sentirmi dire sempre di si anche quando possono esserci vie alternative

e via dicendo. Questo sulla carta, perché poi quando in azienda entrano persone veramente propositive, che dicono la loro anche se va in una strada diversa da quella utilizzata sino ad oggi (e spesso dettata dall’imprenditore) non si sa per quale motivo, ma iniziano a dare fastidio.

In un primo momento non vengono ascoltati, se poi continuano con le loro proposte ricevono messaggi subliminali di lasciar perdere e nel caso in cui si ostinassero ancora vengono definitivamente isolati e bollati come veri e propri rompiballe; mentre gli yes man rimangono ben saldi nei loro posti e senza apportare alcunché in azienda si ritrovano spesso premiati con avanzamenti di carriera.

L’Amleto di Shakespeare, autore che amo, diceva “essere o non essere questo è il problema, se sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prender l’armi contro un mare di triboldi e combattendo disperderli”, mi sembra una frase assolutamente calzante. Portandola ai nostri giorni ed alla situazione specifica potremmo tradurla con “essere o non essere questo è il problema, in azienda conviene essere degli yes men, non usare il nostro talento, rischiare zero e mantenere il nostro posto di lavoro, oppure essere noi stessi, essere propositivi (motivo per cui, ricordo, si è stati assunti) anche quando farlo significa andare contro lo staus quo e rischiare la perdita del posto di lavoro”.

Certo il discorso non va generalizzato, ma sfido chiunque a dire che una cosa del genere non l’ha vissuta in prima persona o attraverso il racconto di un amico o un conoscente, specie se lavora in una PMI in cui spesso la figura del responsabile delle risorse umane è inesistente e le politiche del personale vengono stabilite da chi si occupa di tutt’altro.

Oggi ho partecipato ad un incontro in cui si parlava di sport coaching, ospite Arrigo Sacchi il quale tra le altre cose ha detto “quando costruivo le squadre io sapevo sempre chi prendevo, mi informavo prima sul calciatore, chiedevo persino cosa mangiava per sapere se poteva essere adatto al mio progetto; la stessa cosa dovete farla in azienda, le risorse vanno selezionate bene sin dall’inizio per evitare di ritrovarsi pecore nere da gestire dopo” ecco in questo caso non credo che il problema sia nell’assunzione sbagliata ma nel fatto che le aziende e con loro gli imprenditori che le guidano, devono chiarirsi bene le idee, devono porsi questo tipo di domande e darsi risposte da cui dipendono la scelta della strategia, senza prendersi in giro, domande tipo: chi cerco veramente? Sono sicuro di voler vedere messe in discussione le mie scelte? Sono disposto ad accettare strade alternative a quelle che ho percorso sino ad ora? Ma soprattutto sono disposto a rischiare parte di ciò che ho creato sino ad ora?

Capisco che per chi ha costruito con le sue mani un’impresa non è semplice mettersi in discussione, ma se si ha una funzione del personale capace e valida, se vengono stabilite job description chiare e specifiche, se vengono fatti assessment meticolosi occorre dare fiducia a chi si assume, sfruttare le loro potenzialità, valorizzarli, perchè collaboratori soddisfatti e motivati, significa in automatico aziende brillanti e di successo ma soprattutto innovative con un marcia in più sulla concorrenza.

Alla prossima!!

STRESSATO SUL LAVORO? CHI NON LO E’?

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Come preventivato nel mio ultimo post, eccomi nuovamente a voi dopo la pausa estiva che mi auguro sia stata serena e piacevole per ognuno di voi.

Quando si parla di rientro, dopo un periodo feriale lungo come quello agostano, iniziano sui giornali a materializzarsi articoli su articoli in merito al possibile stress da rientro, a come in pochi giorni si perdano i benefeci di due o tre settimane di pausa, la tv inizia a propinarci spot che richiamano alle vacanze andate, con persone inebetite sedute sulla scrivania del lavoro a rimuginare sulla crociera appena finita, insomma sembra che il rientro stressante al lavoro sia diventato uno stereotipo.

Vale la pena di mettere alcuni puntini sulle i e di capire cosa sia realmente stressante e perché; in primis occorre dire che nella situazione economica odierna probabilmente c’è un livello maggiore di stress tra chi il lavoro non lo ha, piuttosto di chi ancora ha il privilegio (siamo arrivati a questo punto purtroppo) di averlo. Lo dico a ragion veduta visto che sia come consulente di outplacement che come coach sono costantemente a contatto con persone che vivono sulla propria pelle la perdita del posto di lavoro.

Il secondo aspetto che di cui volevo parlare è appunto il famoso D.Legs. 81/08 ovvero la normativa riguardante lo stress da lavoro correlato, entrata in vigore a Gennaio 2011 in attuazione delle norme europee in materia. Attraverso questa normativa il datore di lavoro ha l’obbligo di rilevare il livello di stress lavorativo presente nella sua organizzazione; in caso di mancata osservanza della normativa il datore di lavoro è perseguibile penalmente.

Ricordo che con AIDP (Associazione Italiana per la Direzione del Personale) negli ultimi mesi del 2010 organizzammo degli incontri proprio per evidenziare l’importanza di rilevare il livello di stress nelle aziende in attuazione della normativa; a distanza di quasi due anni non mi sembra di aver letto nulla di che in termini di risultati ottenuti, almeno dopo il primo anno di rilevazione, al contrario, un recente articolo apparso su Panorama ha messo in evidenza l’esatto contrario, parrebbe infatti che il livello di stress sul lavoro nelle aziende italiane sia praticamente nullo, come mai?

Ho provato a fare una ricerca sul web ed a parte qualche articolo qua e la di risultati ufficiali se ne vedono ben pochi, la cosa che lascia perplessi è che l’INAIL ha prodotto un manuale scaricabile gratuitamente (http://www.inail.it/repository/ContentManagement/node/N1926320722/StressLavoroCorrelato.pdf)  in cui viene descritto per filo e per segno come attuare una politica di rilevazione del livello di stress in azienda, di fatto banalizzando l’intera normativa, inutile quindi applicare sanzioni pesantissime (penali ricordo, unici in Europa) quando è possibile “mettersi in regola” attraverso pochi banali passi. Siamo forse riusciti per l’ennesima volta a fare la legge ed a trovare simultaneamente l’inganno per aggirarla? A voi l’ardua sentenza.

Voglio però chiudere il post con una provocazione: secondo voi è più stressato un lavoratore innamorato del suo lavoro oppure uno che vede nel suo posto di lavoro solo una fonte di sostentamento e che trova solo nella vita fuori dall’azienda le sue soddisfazioni?

Io credo che non esista lavoro che non produca anche un seppur minimo livello di stress (ci tornerò la prossima settimana con un post) e che si è maggiormente stressati se il lavoro che facciamo ci piace, proprio perché ci teniamo e vogliamo che tutto sia fatto al meglio tendiamo ad impegnarci al massimo, a dedicare tempo extra, anche ad arrabbiarci se le cose non filano nel verso che vogliamo, rimaniamo delusi se dopo tanto impegno il capo non ci premia con un riconoscimento economico ma soprattutto psicologico (a volte non arriva neanche la pacca sulla spalla che è più salutare ed incentivante di tante altre cose), se non c’è chiarezza sul nostro ruolo, se le prospettive di crescita rimangono disattese, se non ci viene concessa una formazione che ci professionalizzi ancor di più.

Chi, al contrario, entra in azienda per fare lo stretto indispensabile, non si assume alcuna responsabilità che non sia strettamente riconducibile al ruolo coperto, chi aspetta solo che le ore passino svolgendo tranquillamente i suoi compiti per poi uscire e realizzarsi fuori dal lavoro sicuramente non ha aspettative alte, vive con la massima calma il suo ruolo in azienda, diciamo anche che non ha bisogno di alcun segno da parte del proprio capo e men che meno è interessato a momenti formativi extra che vivrebbe, quelli si, con fastidio e stress.

Di conseguenza ritengo che sia molto importante applicare i dettami del D.Lgs. 81/08 e che la politica da mettere in campo per ovviare a questa problematica, sia quella della valorizzazione delle risorse umane della propria azienda, proprio come scriveva Silvia Cingolani qualche settimana fa su questo blog.

Alla prossima!

RIFORMA DEL LAVORO: FOCUS SULLA CONCILIAZIONE PREVENTIVA

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L’argomento riforma del lavoro è un tema  complesso, in continuo divenire a causa degli “aggiustamenti” spesso e volentieri più che necessari, che il legislatore sta apportando strada facendo. Negli ultimi periodi ho partecipato ed in un caso anche organizzato, eventi in cui eminenti giuslavoristi hanno illuminato i presenti sui meandri giuridici della riforma, sono rimasto abbastanza basito dal fatto che spesso e volentieri gli stessi hanno visioni ed interpretazioni completamente diverse gli uni dagli altri, segno che la legge, se non è scritta bene, lascia ampi margini di discrezionalità a seconda di chi deve interpretarla, un rischio a mio parere eccessivo per chi invece si trova a dover prendere decisioni dalla cui scelta può dipendere una interpretazione rispetto ad un’altra.

Parlando di riforma del lavoro, sono le imprese ed in particolare i direttori del personale, a dover prendere decisioni sulla base di una legislazione che lascia, ad oggi appunto, ampi margini interpretativi; con il rischio che le stesse possano ritorcersi contro chi le ha prese.

In questo post voglio fare un focus sulla conciliazione preventiva obbligatoria nel caso di licenziamenti per giustificato motivo oggettivo in aziende con un numero di dipendenti maggiori a 15. Come certamente saprete in questo caso il datore di lavoro deve anticipare il licenziamento inviando una comunicazione alla DTL (Direzione Territoriale del Lavoro) dove ha sede l’unità produttiva, inviandola per conoscenza anche al lavoratore, in cui comunica l’intenzione di procedere al licenziamento, ne indica le motivazioni ed illustra le misure di ricollocazione messe in atto in favore del dipendente oggetto di licenziamento.

La DTL entro 7 giorni convoca le parti (azienda e lavoratore) per dare luogo al tentativo di conciliazione, l’incontro avviene dinanzi alla commissione provinciale di conciliazione. Una prima cosa a cui porre attenzione è che la comunicazione di convocazione è valida solo se viene recapitata al domicilio del lavoratore indicato nel contratto di lavoro o ad altro domicilio formalmente indicato dal lavoratore al datore di lavoro o se consegnato brevi manu con il lavoratore che ne sottoscrive copia per ricevuta. Le parti possono essere assistite se lo desiderano, dalle rispettive associazioni sindacali, o avvocati o consulente del lavoro. In questo caso molti si domandano se sia possibile che in sede di conciliazione, siano presenti, come avviene spesso oggi in sede di conciliazione, solo i rappresentanti delle parti che operino per nome e conto delle parti, da quello che si evince dalla norma mi sembra proprio di no, anzi emerge chiaramente la necessità che siano le parti primariamente a gestire la conciliazione.

Nell’incontro alla DTL per prima cosa occorre esaminare eventuali forme alternative al licenziamento (ricollocazione interna se possibile) in caso negativo si procede ad un tentativo di conciliazione, la procedura dura al massimo 20 giorni dalla data di invio della convocazione a meno che le parti, di comune accordo, non intendano chiedere una proroga per poter arrivare ad un accordo. Nel caso in cui il lavoratore avesse un legittimo impedimento, la procedura può essere sospesa per un massimo di 15 giorni.

Se la mediazione fallisce il datore di lavoro può comunicare comunque il licenziamento al lavoratore che ricorrerà in giudizio per riuscire ad ottenere l’eventuale annullamento e l’indennità risarcitoria, il licenziamento ha effetto dalla data di avvio della procedura stessa, quindi l’eventuale periodo di tempo lavorato sino al momento della chiusura della procedura conta come preavviso lavorato.

Nel caso in cui la mediazione riesca con la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, il lavoratore avrà diritto ad accedere all’ASPI e prevedere l’attivazione di un programma di outplacement che gli consenta di essere accompagnato nella ricerca di una nuova collocazione professionale.

Nel caso si ricorra in giudizio, il comportamento tenuto dalle parte in sede di conciliazione sarà valutato dal giudice ai fini della determinazione del risarcimento economico spettante al lavoratore e per la quantificazione delle spese legali.

Questo il processo nel suo complesso, aggiungo delle annotazioni personali:

1)      risulta evidente che oggi questo procedimento è di fondamentale importanza nella gestione di gran parte dei licenziamenti, con questa procedura il legislatore lancia chiaramente il messaggio di cercare di chiudere le controversie a questo livello. Lo si evince anche dal fatto che oggi sappiamo che, nel caso si ricorra in giudizio, per quanto duri il procedimento, alla fine si arriverà ad un risarcimento per il lavoratore che oscillerà tra le 12 e le 24 mensilità al massimo (sempre nel caso esca vincitore dalla disputa) a meno che non ci sia manifesta insussistenza del licenziamento, in quel caso il lavoratore dovrà essere reintegrato.

2)      Se prima molte di queste situazioni venivano risolte attraverso un accordo nelle “quattro pareti” dell’azienda tra lavoratore e datore di lavoro, oggi è ragionevolmente presumibile che tutti i lavoratori chiederanno la conciliazione, fosse anche solo per la possibilità, in caso di accordo, di percepire l’ASPI; cosa che non potrà accadere nel caso di un procedimento gestito “in casa” e che si concluda con le dimissioni volontarie a fronte di un accordo sul pacchetto di uscita tra lavoratore ed azienda. Ulteriore nota negativa a questa seconda ipotesi è il fatto che con la nuova normativa ogni dimissione volontaria va comunque validata attraverso un procedimento abbastanza farraginoso.

3)      Fondamentale, perché riportato dallo stesso legislatore, il fatto di prevedere in fase di procedimento conciliativo da parte dell’azienda la possibilità di offrire al lavoratore oggetto di licenziamento, un programma di outplacement che consenta al lavoratore di accelerare i tempi di ricollocamento; una politica attiva del lavoro fino ad oggi trascurata dai più.

4)      L’importanza di tenere da parte dell’azienda e del lavoratore, un comportamento in fase di conciliazione il più possibile, mi scuso per il gioco di parole, conciliante, comportamento che diventerà oggetto di valutazione da parte del giudice nel caso si ricorra in giudizio. Importante quindi che il lavoratore valuti bene e con attenzione le proposte che il datore di lavoro metterà sul piatto, a costo di vedersi eventualmente riconoscere una indennità inferiore; lo stesso dicasi per l’azienda, ovvero l’importanza che la stessa faccia proposte conciliative che tengano in debito conto il disagio del lavoratore, quindi un pacchetto che preveda una congrua buona uscita economica ed inevitabilmente anche l’outplacement pena, in caso di giudizio, del pagamento della più alta indennità economica.

5)      Riprendendo quanto scritto al punto, è chiaro che la maggior parte delle procedure di licenziamento si concluderanno a questo livello se ci sarà buonsenso da parte di entrambi gli attori: andare in giudizio non conviene a nessuno, men che meno al lavoratore che se fino a ieri poteva ambire a risarcimenti faraonici e magari anche al reintegro a cui inevitabilmente veniva preferita l’indennità di ulteriori 15 mensilità oggi al massimo può ambire a 24 mensilità, trovarsi senza lavoro e senza possibilità di usufruire di un programma di ricollocamento sempre più fondamentale in un momento economico come questo.

Con questo post come già anticipato, RU e dintorni va in ferie (meritatamente aggiungo), vi do appuntamento all’ultima settimana di Agosto quando riprenderò le pubblicazioni, nel frattempo la mail è sempre attiva, l’iPad e l’iPhone sono sempre con me, quindi se avete domande o curiosità scrivete pure sarò lieto di rispondervi.

Alla prossima e BUONE VACANZE!!!

OUTPLACEMENT: diffidare dalle imitazioni

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Ritorno a parlare di outplacement e lo faccio sollecitato da persone che mi contattano da Linkedin o via email per chiedere spiegazioni sul servizio; ultimamente queste persone sono bombardate da offerte più o meno esplicite di fornitura di servizi di outplacement o similari, proposte da fantomatici consulenti o aziende che di ricollocazione professionale conoscono poco o nulla.

Ho deciso di scrivere questo post per fare chiarezza anche perché, il momento storico in cui viviamo è assolutamente negativo specialmente dal punto di vista occupazionale, molte persone oggi vivono una situazione di profondo disagio morale e psicologico a causa della perdita del posto di lavoro, sapere che esistono persone sul mercato disposte ad approfittarsi di questi disagi, lo trovo veramente di cattivo gusto e profondamente deleterio per chi, questo lavoro, lo fa di professione e da sempre con serietà e competenza.

Premetto che questo post non vuole essere un’auto incensamento o un volersi erigere sopra ad altri, lascio a chi ha avuto modo di incontrarmi sulla sua strada, il giudizio sulla mia professionalità, così come non nomino l’azienda per cui lavoro (non l’ho mai fatto sul blog per correttezza) chi ha interesse può andare sul mio profilo Linkedin per scoprirlo; la mia è un’alzata di scudi a difesa in primis delle persone che si trovano in questa disgraziata situazione e che meritano rispetto e subito dopo a difesa di tutte quelle società serie che operano nel mercato da sempre e che fanno di questo mestiere IL MESTIERE.

L’outplacement è una forma di politica attiva rimasta per troppo tempo ai margini del mercato del lavoro in Italia, usata per lo più dalle multinazionali nella gestione degli esuberi di una categoria ben definita i manager (quadri e dirigenti in primis); oggi grazie anche al dibattito scaturito con la riforma del mercato del lavoro, lo strumento è salito alla ribalta attirando l’attenzione, oltre che dei possibili fruitori, anche di chi ha visto nel servizio, la possibilità di incrementare il fatturato. Ecco quindi che chi fino a ieri forniva servizi di altro tipo legati alle risorse umane, oggi improvvisamente diventa specialista dell’outplacement, oppure chi, non avendo l’autorizzazione ministeriale (perché occorre averla per esercitare questo mestiere) si inventa fantomatici servizi per favorire l’auto-impiego.

Voglio cogliere l’occasione per dare alcuni consigli per chi si trova o si troverà (spero di no) nelle condizioni di dover usufruire del servizio di ricollocamento professionale:

1)     Controllare che la società fornitrice del servizio abbia l’autorizzazione ministeriale, per farlo basta andare su questo sito del Ministero del Lavoro (http://www.cliclavoro.gov.it/Pagine/alboinformatico.aspx) ed alla voce sezione scegliere “Sezione 5: Supporto alla ricollocazione professionale” cliccate “cerca” e vi appariranno tutte le società regolarmente accreditate per questo servizio.

2)     Il secondo step è quello di verificare se la società a cui ci si vuole affidare è iscritta ad AISO (Associazione Italiana Società di Outplacement) al seguente sito http://www.aiso-outplacement.it/ AISO nasce nel 1988 e raccoglie le principali società che svolgono attività di Outplacement e di Career Counseling; aderiscono ad un codice etico che regolamenta l’attività delle società nei confronti delle aziende committenti e dei candidati affidati nel senso del più rigoroso rispetto e tutela degli interessi reciproci, come riportato nello stesso sito.

3)     Il servizio può essere fornito ai candidati solo su incarico dell’azienda che concorda l’uscita del proprio dipendente, non è possibile per legge fornire il servizio ai privati. A questi ultimi è possibile fornire una consulenza di carriera che prevede alcuni passaggi iniziali del programma, la società che fornisce il servizio dovrà però fermarsi nel momento in cui si attiverà il contatto con il mercato del lavoro.

4)     Controllate in internet il sito della società ed acquisite informazioni sempre sul web, in merito alla società a cui vi vorrete rivolgere.

5)     In ultimo chiedete un colloquio preliminare e senza impegno con un referente della società di outplacement e chiedete che vi sia lasciata della documentazione sul servizio.

Pochi punti ma fondamentali per scoprire chi è un professionista e si occupa di ricollocamento da sempre e chi invece si improvvisa tale; proprio oggi durante un’incontro preliminare con un gruppo di lavoratori ho fatto questa similitudine semplice ma utile a capire: “se vi siete slogati una caviglia, non andate dal medico generico ma vi affidate alle cure di un ortopedico in grado di dirvi se si tratta di una semplice slogatura o se l’infortunio nasconde qualcosa di più grave”, lo stesso discorso deve essere applicato quando dovete scegliere a chi affidare il vostro futuro professionale.

Alla prossima!

Consulente di Outplacement: il mio lavoro per gli altri.

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Spesso parlo di cosa sia l’outplacement, di come questo strumento sia una delle poche reali politiche attive del lavoro esistenti oggi in Italia. Discuto ed argomento di come vorrei che la riforma del lavoro andasse nella direzione di un uso sempre più diffuso del ricollocamento professionale, spiego i vari passaggi di un percorso di outplacement e via dicendo, non ho mai parlato però sino ad oggi di quale si il mio stato d’animo quando affronto un percorso di ricollocamento, quando incontro persone che sono in procinto di perdere il posto di lavoro o lo hanno perso da pochi giorni, il rapporto che si instaura con chi sceglie di affidarsi e me per trovare nuove opportunità di lavoro e delle sensazioni che provo quando insieme arriviamo al traguardo.

La scorsa settimana si sono verificati diversi episodi piacevoli che hanno messo in evidenza i motivi per cui ho fatto di questo lavoro la mia professione, del perché ogni giorno mi alzo con il sorriso e la carica per affrontare un’altra giornata di lavoro. Ho deciso di rendervi partecipi di queste mie sensazioni, esulando per una volta dai post prettamente “tecnici”, raccontando un po’ di me.

E’ indubbio che, agli occhi dei più, il sottoscritto possa apparire come uno che fa business sulle disgrazie altrui, fondamentalmente vengo pagato per ricollocare persone che per essere ricollocate, devono prima perderlo il posto di lavoro.

Chiaramente non è quello il motivo che mi ha fatto scegliere di intraprendere questa professione, anzi vi assicuro che spesso quando incontro per la prima volta le persone che dovranno decidere se affidarsi a me per trovare nuove opportunità di lavoro, non sono mai momenti esaltanti.

Le persone che hanno perso il posto di lavoro si sentono come se fossero state denudate in pubblico, come se la loro dignità fosse stata calpestata, si sentono impotenti… vuote, c’è chi reagisce con rabbia verso i suoi ex datori di lavoro, chi invece si abbandona alla disperazione, chi ti dice “e adesso che faccio?”, chi invece sente di non riuscire più ad essere utile alla sua famiglia, di non sapere come fare a soddisfare le esigenze di moglie/marito e figli.

In quel momento sono il loro confessore, sono il loro sfogo, divento la loro ancora di salvezza, il salvagente a cui aggrapparsi in mezzo al mare in tempesta. Le mie parole sono per loro la sola speranza su cui fare affidamento; da tutto questo deriva un forte senso di responsabilità in me, proprio perché percepisco questo bisogno di fiducia in ognuno di loro, questa necessità di vedere un raggio si sole in mezzo al cielo grigio gonfio di pioggia.

Chi mi conosce sa che non ho mai promesso un posto di lavoro certo, mi sono sempre guardato dal dire “scegli me che ho già il posto di lavoro pronto per te”, sa che per prima cosa cerco sempre di infondere fiducia in se stessi e nelle proprie capacità, di lavorare sul recupero dell’autostima fortemente colpita dall’evento negativo, sa che da quel momento in me trova un alleato pronto a guidarlo nel percorso di ricollocamento, sempre disponibile che darà tutto per vederlo tornare a sorridere.

In tante persone durante questi colloqui mi domandano “perché hai scelto di fare questo lavoro?” io rispondo sempre allo stesso modo “perché amo la gente, amo i rapporti interpersonali”… ecco il reale motivo per cui ho scelto questa professione, perché ho approfondito gli studi diventando coach professionista, perché non smetto mai di leggere e di studiare sulla psicologia umana. Sono assolutamente convinto che chi opera nelle risorse umane deve per prima cosa avere dentro di se l’amore per le persone, se non c’è questa passione dentro non potrai mai fare il tuo lavoro al meglio.

Parlavo di senso di responsabilità, quando una persona sceglie me, si affida a me, vuol dire che ho trasmesso qualcosa, in particolare ho trasmesso fiducia. La persona ha deciso di investire su di me, quale responsabilità maggiore? Come posso non dare tutto me stesso per far si che quella scelta si riveli la scelta giusta?

Il percorso di ricollocamento è lungo, con sali e scendi di emozioni, quante volte dopo qualche mese dall’avvio del programma mi sento dire “ma riuscirò a trovare un nuovo lavoro? La situazione economica è sempre peggiore, arriverà qualche opportunità?” io sono sempre li, presente e pronto a rincuorare ed a scuotere in caso di eccessiva negatività ma anche a richiamare alle proprie responsabilità se vedo un rilassamento nelle attività da svolgere ed alla fine?

Alla fine i risultati arrivano… non c’è cosa più bella che sentire la telefonata di una persona che stai assistendo che ti dice “Riccardo!!! Mi hanno preso!!! Hanno scelto me inizio la prossima settimana!!!”. Vivo con loro la felicità per essere arrivati al risultato tanto sperato, sorrido con loro perché sento di aver ripagato la fiducia che mi hanno donato, sento di aver in un certo modo premiato l’investimento che hanno fatto sulla mia persona e mi sento bene… tanto bene, non c’è cosa migliore che aiutare un uomo a ritrovare la propria dignità, tornare a farlo sentire protagonista della vita del Paese, tornare a farlo sentire fiero davanti alla propria famiglia.

Tornare a casa e rispondere alla domanda di mio figlio “papà cosa hai fatto oggi?” “ho fatto sorridere un amico”, “bravo, allora adesso fai sorridere anche me?”.

Alla prossima!!

L’intervista al Corriere Adriatico: “Ecco come ti ricolloco il disoccupato”

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La testata del Corriere AdriaticoIl 1° Maggio, giorno della Festa del Lavoro che mai come oggi risulta essere una festa molto importante e ricca di significati e di speranza, il Corriere Adriatico, quotidiano numero uno della regione Marche, mi ha intervistato per parlare di outplacement.

La ricollocazione professionale è una delle poche politiche attive del lavoro che oggi possono essere messe sul piatto per aiutare chi ha perso il lavoro, a trovare una nuova collocazione. Purtroppo è uno strumento ancora poco conosciuto in particolare tre le piccole e medie imprese, mentre le multinazionali e le grandi aziende, al contrario, già conoscono lo strumento e lo usano con costanza.

Il “quotidiano delle Marche” per definizione ha una diffusione prettamente regionale, ho pensato quindi di pubblicare qui nel blog, il testo dell’intervista per permettere a chiunque di leggerlo, in un’ottica di ulteriore diffusione della conoscenza della ricollocazione professionale.

ECCO COME TI RICOLLOCO IL DISOCCUPATO
Zuccaro è professionista dell’outplacement, accompagna le persone nella ricerca di nuove opportunità.

Continua la crescita dei disoccupati nella Vallesina. Secondo i dati forniti dal Centro per l’Impiego di Jesi, su 76.082 persone in età lavorativa, quasi 10.000 persone sono disoccupate. Il dato non è dei più confortanti, infatti, rispetto al 201 si è registrato un +8% di disoccupati. E’ dunque, il 12,5% della popolazione in età lavorativa a restare senza un lavoro, quasi l’8% di quella residente.

Un ruolo fondamentale in questa situazione è quello che spetta ai professionisti dell’outplacement, branca della consulenza nell’ambito delle risorse umane che si occupa di accompagnare le persone in uscita da un’azienda nella ricerca di nuove opportunità professionali. Uno dei maggiori esperti sul campo è Riccardo Zuccaro, vicepresidente della sezione Marche di AIDP, Associazione Italiana per la Direzione del Personale, ed esperto di outplacement nella zona territoriale della Vallesina e del Senigalliese per conto di INTOO, società multinazionale italiana del lavoro.

Secondo Zuccaro “indubbiamente negli ultimi anni e in particolare da quando la crisi ha colpito nel profondo, l’economia italiana ha dovuto affrontare una serie di cambiamenti e stravolgimenti che in parte si sarebbero dovuti fare tempo fa, ma che il mercato del lavoro si è trovato a dover fare in brevissimo tempo; sconvolgendo di fatto il normale accesso al lavoro“. Particolare attenzione, sottolinea Zuccaro è da dedicare ai giovani, categoria maggiormente colpita dalla disoccupazione: “quasi il 38% dei giovani tra i 16 e i 29 anni residenti nella Vallesina è disoccupato. Sappiamo che il contratto a tempo indeterminato è diventato una chimera, ma la colpa non è imputabile alle sole aziende. Oggi, se il governo non decide di mettere mano al cuneo fiscale, le aziende sempre più difficilmente assumeranno con contratto da lavoratore dipendente, un lavoratore che costa all’azienda quasi il doppio di quello che riceve in busta paga“.

Per quanto riguarda l’outplacement, ossia il reinserimento nel mondo del lavoro, Zuccaro evidenzia che “alcune figure come quella del commerciale sono molto richieste mentre, al contrario, l’operaio non specializzato e l’impiegato del settore amministrativo sono scarsamente ricercate. Ciò perchè negli anni passati le aziende si sono dotate di un numero eccessivo di queste figure“. Il ruolo della specializzazione è fondamentale, ed è considerato anche un plus per l’azienda che deve assumere. E’ importante anche sapere cercare bene. “Secondo dai Unioncamere, gli annunci di cerco lavoro rappresentano solo il 15% della reale domanda. Il resto è trasmesso per passaparola o, addirittura, non viene neanche dichiarato“. Le percentuali di ricollocamento sono positive, l’88% per le figure di base e 93/94% per i quadri e gli impiegati dirigenti. “Il successo passa anche per la formazione, essere sempre disposti a formarsi a qualsiasi età, ad arricchire ed approfondire le proprie competenze in un determinato settore. Non mancano i casi positivi: negli anni passati alcune persone in attesa di ricollocamento, si sono unite e hanno dato vita a loro volta ad una società“.

L’intervista si è chiusa qui, in conclusione mi preme solo sottolineare che l’uso dell’outplacement, specialmente in un momento come questo, è un supporto fondamentale nella ricerca di nuove opportunità di lavoro, nell’intercettare quel 85% di posizioni di lavoro che oggi vengono definite “nascoste” ma che sono reali.

Alla prossima!

RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO: UN’OCCASIONE PERSA.

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L'infografica di LinkiestaCome ormai è noto a tutti, si è avviato l’iter di approvazione della riforma del mercato del lavoro, il via libera del Capo dello Stato alla presentazione del disegno di legge alle Camere ha sancito lo start.

Tra ieri pomeriggio e questa mattina, i maggiori quotidiani italiani hanno pubblicato nei loro siti web il testo del disegno di legge e si sono affrettati a fare infografiche (vedi quella da me inserita è tratta da Linkiesta) nel tentativo di spiegare nel modo più semplice possibile la riforma in atto. Mi rendo conto che stiamo parlando di una materia estremamente complessa come il diritto del lavoro, che non è di facile trattazione, specialmente se non si è del settore; io stesso che opero nelle risorse umane da tempo e che mi documento costantemente non mi sento certo un giuslavorista, ma sicuramente ne so qualcosa in più rispetto a chi si occupa di altro.

La mia curiosità e voglia di conoscenza, mi ha portato immediatamente a stampare il testo della riforma, dopo una prima lettura veloce, mi sono subito saltate all’occhio delle particolarità e delle storture che a mio parere renderanno la riforma una vera e propria occasione persa per fare qualcosa di serio.

La prima critica voglio muoverla alle parti sociali ed ai partiti politici, hanno inscenato una battaglia sull’articolo 18 (di cui ho discusso in post precedenti) in modo errato, convogliando l’attenzione solo sul reintegro in caso di “manifesta insussistenza” del motivo di licenziamento economico o disciplinare. Ci sono state fatte trasmissioni televisive, talkshow radiofonici, sprecati fiumi d’inchiostro, quando sono altre le cose su cui occorre battagliare e su cui le parti sociali dovevano intervenire dimostrando maturità e soprattutto competenza, anche perché diciamocelo chiaro, anche i muri sanno che già oggi, il lavoratore che a termine di una causa di lavoro ottiene il reintegro, non lo accetta mai optando per il risarcimento economico che consta di 15 mensilità.

Andiamo quindi a vedere dove, secondo me, andava portata avanti una battaglia o meglio andava totalmente assecondata la tanto vituperata riforma proposta dal Prof. Ichino con la sua Flexsecurity, che non può essere neanche lontanamente paragonata a questa pseudo riforma in via di approvazione.

Sappiamo tutti che la vera rivoluzione della riforma è che oggi il datore di lavoro a fronte di motivazioni economiche può procedere al licenziamento, è obbligato a darne comunicazione alla Direzione Territoriale del Lavoro che a sua volta, entro sette giorni, convoca datore di lavoro e lavoratore dinanzi alla Commissione provinciale di conciliazione per arrivare ad un accordo, le parti possono essere assistite sia dalle rispettive organizzazioni di rappresentanza che da un avvocato o consulente del lavoro.

Se si arriva alla conciliazione il testo recita “..può essere previsto, al fine di favorirne la ricollocazione professionale, l’affidamento del lavoratore ad un’agenzia di cui all’articolo 4, primo comma, lettera a) e b) del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276”, oltre ad una indennità risarcitoria. Qui c’è il primo errore: innanzitutto il testo recita “può” il che da margine di discrezionalità (a chi?? Imprenditore, lavoratore, giudice???) se affidare o meno il lavoratore ad una agenzia che ne curi il ricollocamento, la riforma Ichino ricordo che ne dava l’obbligo senza neanche passare in giudizio, si rischia quindi che il lavoratore venga liquidato con una indennità e stop. Il secondo errore viene subito dopo ed anche più abominevole, quando si fa riferimento a chi sono le agenzie a cui affidare il lavoratore: nel disegno di legge si legge “lettera a) e b)” del decreto 10 settembre 2003 n°276, ovvero le agenzie di somministrazione lasciando fuori la lettera e) del medesimo articolo che invece, raccoglie proprio le “agenzie di supporto alla ricollocazione professionale” ovvero coloro che ricollocano le persone per mestiere.

Su questi punti che ritengo centrali nella riforma del mercato del lavoro nessuno ha detto una sola parola, preferendo concentrare l’attenzione su altri temi che come ho detto prima sono assolutamente marginali. Credo sia ovvio a tutti che se oggi si può licenziare per motivi economici, occorre dare assistenza alle persone che subiranno questo tipo di licenziamento, attraverso una indennità economica decente ed un percorso di sostegno alla ricollocazione serio ed obbligatorio. La discussione si è incentrata invece sul reintegro o meno che avviene “solo nel caso in cui CI SIA MANIFESTA INSUSSITENZA”, dimenticando che se invece i motivi ci sono e sono effettivi tutto ciò è aria fritta ed il lavoratore si trova a casa con un minimo indennizzo (se concilia) e forse, senza neanche l’opportunità di essere affidato ad una società che professionalmente ne curi il ricollocamento nel mercato del lavoro.

Il Libro di IchinoProseguendo nell’esame della riforma l’altra cosa che lascia perplessi, sono le norme poste al Capo VI e al Capo VII in cui di parla rispettivamente di “Politiche attive e servizi per l’impiego” e “Apprendimento permanente” in cui, riassumendo brevemente, vengono messe in campo una tale serie di attività formative e di politiche attive del lavoro che ricadranno in buona parte sulle spalle degli attuali Centri per l’Impiego che, sappiamo bene, già oggi non brillano certo per efficienza. Il problema ulteriore è che a queste attività formative sarà legato anche il recepimento o meno dell’ASPI ovvero l’Assicurazione Sociale per l’Impiego da parte del lavoratore; cosa di per se giustissima a patto che dietro ci sia un servizio efficiente e serio.

In conclusione questi i motivi del perché la riforma Ichino era, a mia opinione, di gran lunga migliore ed a vantaggio di lavoratori ed imprese, sarebbe servita realmente ad avvicinarci agli altri paesi europei ed avrebbe dato finalmente il segnale di un Italia che ha voglia effettiva di cambiare marcia; basta leggere il libro “Inchiesta sul Lavoro” di Pietro Ichino per avere ben chiaro cosa si poteva fare e che non si è fatto nonostante gli squilli di tromba iniziali perdendo, sostanzialmente, una grande occasione.

Alla prossima!

IL COACHING IN UN PERCORSO DI OUTPLACEMENT

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Il 28 Marzo si è chiuso il mio percorso iniziato ad ottobre con la scuola di Incoaching per diventare Coach; con la discussione della tesina mi è stato consegnato ufficialmente il diploma da Coach. Un percorso a cui tenevo enormemente e che oggi mi da enorme soddisfazione; due gli ambiti in cui andrò ad operare: il Business Coaching e lo Sport Coaching.

Nel secondo caso semplicemente perchè sono un amante dello sport che pratico sin da bambino in particolare il basket e lo vedo quindi come un connubio indissolubile: la passione per le persone e la passione per lo sport; nel primo perchè è nella natura stessa del mio lavoro di consulente di outplacement; cosa questa che è ancor più evidente proprio dal tema della tesina che ho presentato, si intitola “Il coaching in un percorso di outplacement“.

In questa sede mi piace pubblicarne un estratto in modo da farvi capire come il career coaching sia proprio una parte del percorso di outplacement, in particolare la parte iniziale del percorso quello in cui la persona incontra il consulente che lo seguirà per tutto il percorso, momento delicatissimo perchè solo se in quella occasione si instaura una relazione facilitante il percorso sarà un successo altrimenti, con ogni probabilità, è destinato a fallire.

Dicevo appunto che siamo in presenza di un percorso di career coaching finalizzato allo sviluppo della carriera e della realizzazione personale del candidato che si trova ad aver perso il posto di lavoro. 

Sono le prime fasi di un percorso di ricollocamento che necessitano del supporto del coaching; in questa fase il candidato è appena uscito dall’azienda per cui si ritrova disoccupato; deve ancora elaborare il lutto per la perdita del posto di lavoro, con la conseguente perdita di fiducia nei propri mezzi, che spesso inficia anche la vita privata e familiare con sintomi quali: ansia, depressione, insoddisfazione ed aggressività.

Il consulente che lo accoglie e che lo seguirà per tutto il periodo del programma, deve per prima cosa proprio recuperare il candidato sul lato motivazionale, agendo sulle sue potenzialità. Ovviamente il tutto deve avvenire all’interno di in una relazione facilitante ed empatica che si costruisce ancora prima dell’inizio del processo, ovvero quando il candidato incontra il consulente di outplacement nella fase di trattativa di uscita dall’azienda.

Questo incontro viene organizzato proprio per permettere al candidato di  conoscere i contenuti del percorso; in questo modo egli sarà in grado di decidere autonomamente se servirsene o meno.

In questa fase si manifestano le 4 A della relazione di coaching:

  • accoglienza perchè è nel primissimo incontro che il consulente accoglie il candidato mettendolo a suo agio pur in un momento assolutamente negativo,
  • ascolto perchè solo attraverso l’ascolto il consulente può realmente capire la situazione del candidato,
  • alleanza perchè dopo aver ascoltato, il consulente si allea al candidato nel percorso di ricollocamento,
  • autenticità perché se in questa fase il candidato non percepisce il consulente come una persona autentica, vera, non si fiderà mai di lui.

Conseguenza di quanto sopra è che se dopo gli step descritti non si è creata una relazione facilitante, il candidato non accetterà mai di seguire il percorso, o per lo meno non lo farà con questo consulente ma chiederà un’incontro con un’altra società.

Passata questa prima fase in cui come ho detto si crea l’alleanza tra consulente (coach) ed il candidato (coachee) in funzione dell’obiettivo da raggiungere, si arriva alla definizione di un vero e proprio contratto di lavoro.

Con il contratto si definisce un impegno specifico da parte di entrambi verso una serie di azioni definite in modo chiaro che porteranno al raggiungimento dell’obiettivo prefisso.

C’è quindi una precisa responsabilità ad attivarsi da parte del candidato e ad impegnarsi nel raggiungimento degli obiettivi, cosa questa fondamentale nel coaching come nell’outplacement; troppo spesso tra chi decide di usufruire di un percorso di ricollocamento, si annidano persone che credono sia solo compito del consulente trovargli un nuovo lavoro, così non è, un percorso che inizia con questi presupposti non porta a nessun risultato, come un percorso di coaching che non veda il coachee corresponsabile con il coach.

Nella prima fase del processo di ricollocamento vengono poste in opera tutta una serie di attività che come abbiamo detto partono dalla stipula del contratto, per giungere alla redazione del bilancio delle competenze.

Il bilancio delle competenze altro non è che un percorso di consulenza orientativa che ha come finalità, quella di supportare il candidato, nel processo di decisione in merito al proprio avvenire professionale, attraverso lo sviluppo delle proprie risorse e potenzialità al fine di poterle indirizzare verso l’attuazione delle strategie più opportune per la realizzazione del proprio progetto di sviluppo personale e professionale.

Al termine della redazione del bilancio delle competenze il candidato si appresta a redigere il piano di azione da seguire per il raggiungimento dell’obiettivo professionale predeterminato.

Nelle fasi successive, candidato e consulente verificano attraverso incontri di monitoraggio, lo stato di avanzamento del piano di azione sino al raggiungimento dell’obiettivo di ricollocamento prefissato.

Mi preme sottolineare però che occorre fare attenzione: quello su cui il consulente deve porre massima attenzione è la scissione della prima parte del programma, la vera e propria fase di career coaching, dalla seconda che invece prevede il supporto nel contatto con il mercato del lavoro.

Questo perché il coach, ispirandosi alla maieutica socratica, opera principalmente attraverso le domande potenti, astenendosi totalmente dal dare consigli al coachee, che invece acquisisce consapevolezza dei propri mezzi autonomamente.

Passando alla fase di caccia invece, il consulente sveste i panni del coach ed affianca il candidato nella ricerca di un nuovo posto di lavoro, fornendo preziosi consigli su come configurare il proprio curriculum, sul come affrontare un colloquio di lavoro, su come correggere errori che si possono esser fatti in occasione di selezioni, accompagnandolo sino al ricollocamento.

Alla prossima!!

AUTOREALIZZARSI? SI PUO’!!!

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Autorealizzarsi si può!Ritorno sull’argomento “autorealizzazione”, lo faccio perché il post precedente ha attirato l’attenzione di molti di voi che mi hanno contattato attraverso il web 2.0 (social network, email e commenti), in alcuni casi sollevando perplessità nei confronti delle mie parole. Uno scetticismo comprensibile, visto il momento economico particolarmente difficile per il nostro Paese, a cui però mi sento di replicare con rinnovata fiducia certo che il mio caso non sia l’unico.

Così dopo aver letto il commento di “Vogue” (nick che si è dato lei, visto che preferisce non comparire con il suo nome reale) che si rispecchia a grandi linee nella mia storia; sono entrato in contatto con lei e le ho chiesto la possibilità di farle una breve intervista, in cui potesse raccontarci la sua esperienza di autorealizzazione che in questo caso, prende addirittura corpo da un vissuto estremamente negativo, a dimostrazione che autorealizzarsi si può in qualsiasi situazione.

Ciao Vogue, parliamo di autorealizzazione, da cosa è nato il tuo desiderio di dare una svolta alla tua vita?

Non è stato un vero e proprio desiderio, ma una necessità. Ad un certo punto mi son trovata senza lavoro, un episodio sempre più frequente ma sempre meno compreso (dagli altri e dai media) e ho DOVUTO rimboccarmi le maniche, per non soccombere.

Come ti sei rimboccata le maniche?

Partiamo dal presupposto che non volevo assolutamente tornare indietro nè rischiare l’immobilismo nè tanto meno perdere tempo, sapevo che potevo contare su una professionalità costruita nell’arco di quasi 10 anni e volevo tentare o almeno provare a non dare ascolto a tutte le frasi pessimistiche: “non c’è lavoro torneremo ad essere tutti stagisti”, ma nemmeno dare peso alle frasi esageratamente ottimistiche “Prima o poi il lavoro si trova”, frasi che ti fanno solo innervosire, perchè spesso pronunciate dallo statale che non saprà mai (buon per lui) che vuol dire perdere il lavoro o da chi può contare su altre entrate. Sapevo che potevo solo contare su me stessa, se volevo continuare ad avere una vita autonoma, così prendere o lasciare l’imperativo ipotetico era questo “se vuoi il tipo di vita (di prima > autonomo, indipendente, per conto tuo ecc) devi rimboccarti le maniche” così ho deciso di investire non tanto sulla formazione perchè il corso di inglese all’estero a quasi 35 anni non mi sembrava in target, oppure l’ennesimo corso web dopo un’esperienza solida nel campo; allora ho investito in un altro tipo di formazione quella sulla …come dire personalità, farsi aiutare da professionisti del lavoro (consulenti, psicologici, ecc) che sapessero affiancare le persone in difficoltà, che non  gli trovassero la soluzione bell’e pronta, quella te la trova solo la bustarella,  ma che ti dessero gli strumenti per cercarlo attivamente anche se mi spaventava come percorso, ci ho creduto subito, a pelle.

Quindi ti sei servita dell’aiuto di professionisti del settore risorse umane, che percorso hai fatto? Quali strumenti ti hanno aiutato a prendere consapevolezza di te e dei tuoi reali desideri?

La consulenza di carriera; mi hanno aiutato le chiacchierate con il coach che hanno lavorato molto sulla mia autostima colpita sul senso di perdita che per me era fortissimo, sul trasformare la rabbia in positività e soprattutto sul combattere l’apatia è facile sedersi al primo no, o meglio demoralizzarsi, il coach mi ha aiutato ad andare avanti anche di fronte ai grossi ostacoli e ai grandi rifiuti.

Sai che molte persone quando sentono discorsi e leggono articoli sulla autorealizzazione sono scettici e parlano apertamente di panzane belle e buone; la mia esperienza ed ora la tua evidentemente dicono il contrario. Cosa ti senti di dire a queste persone che, comprensibilmente, stanno passando un momento estremamente negativo della loro vita?

Sento di dire di lasciarsi aiutare, non fare tutto da soli e non affidare il peso del proprio dramma (io l’ho vissuto cosi) alla famiglia (genitori, partner…), non sperare nel caso nella divina provvidenza, nè nell’aiuto che arriva dall’esterno. Se non ce la si fa da soli lasciarsi aiutare, io sentivo che da sola non ce l’avrei fatta, nè volevo appoggiarmi troppo agli altri che non avrebbero saputo aiutarmi ma non perchè non capaci di sostegno, ma perchè non competenti, un amico o un fratello può aiutarti fino lì e non fino là.

Chiudo con una domanda banale: di cosa ti occupi oggi e quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Adesso mi occupo di informazione, cosa in cui credo fermamente. Informazione orientata principalmente al femminile. Progetti? Al momento non me li pongo. Solo imparare ad organizzarmi meglio.

Nel ringraziare Vogue per la disponibilità, mi preme sottolineare che la sua è un’esperienza molto importante, in primis perché con tutte le polemiche che impazzano oggi sulla disoccupazione femminile, vedere che una donna ce l’ha fatta non può che essere ancor più incoraggiante, una ulteriore dimostrazione della grande forza di volontà di cui gode il genere femminile; è altresì importante perché lancia un altro messaggio che nella mia esperienza non si coglieva, ovvero se non ce la facciamo da soli, se sentiamo che abbiamo bisogno anche di una piccola spinta che ci lanci verso la sognata discesa, facciamoci aiutare, ma da quelle persone che sono in grado di farlo, non appoggiamoci su chi, pur volendoci bene, non può aiutarci rischiamo di tirare a fondo anche lui.

Spero che questa nuova testimonianza convinca anche i più scettici che ognuno di noi ce la può fare.

Alla prossima

FLEXSECURITY: un nuovo codice del lavoro è possibile.

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Torno a parlare di outplacement dopo qualche settimana dal post “Outplacement: ammortizzatore sociale attivo”; ritorno sull’argomento perché come anticipato già in quella occasione, anche la politica sembra finalmente essersi accorta delle opportunità offerte dalla ricollocazione professionale, specialmente in un periodo come quello odierno che vede le aziende alle prese con ristrutturazioni e riorganizzazioni che inevitabilmente si ripercuotono sui lavoratori.

Il Professore e Senatore Pietro Ichino, noto giuslavorista ed esperto di diritto del lavoro, ha presentato un disegno di legge (1873/2009) già qualche anno fa in cui introduce un codice del lavoro semplificato che in 70 articoli sintetizza tutta la disciplina legislativa dei rapporti di lavoro. All’interno del ddl che vi invito a leggere, viene inserito il concetto di FLEXSECURITY, termine che integra le parole flessibilità e sicurezza, cosa questa che può sembrare in antitesi ma che in realtà è assolutamente complementare; per la prima volta si parla di flessibilità reale non di precariato.

Sono diversi i punti chiave del ddl come ci ricorda il prof. Ichino, in particolare in questa sede mi preme parlare di alcuni che affrontano il tema licenziamenti.

In particolare per i licenziamenti dettati da motivi economici e/o organizzativi anziché procedere con il controllo giudiziale, si opera sulla responsabilizzazione dell’impresa per la ricollocazione del/dei lavoratori coinvolti nel processo di riorganizzazione. Al lavoratore che ha maturato almeno due anni di anzianità di servizio, una volta licenziato per i motivi di cui sopra, si applica il contratto di ricollocazione che prevede:

–       un trattamento complementare di disoccupazione

–       l’attivazione di servizi di outplacement e di riqualificazione professionale il costo di questi servizi sarà a carico della Regione anche attraverso i contributi del FSE (Fondo Sociale Europeo).

Come si vede dunque si sancisce esattamente quello che riportavo nel mio post menzionato inizialmente, ovvero il coinvolgimento finanziario anche delle istituzioni nel processo di ricollocamento.

Altro aspetto importante è che nel contratto di ricollocazione si affida il lavoratore ad una società di outplacement scelta dall’azienda, che assiste il lavoratore nel processo di ricollocamento e ne controlla la disponibilità e l’effettiva pro-attività nei confronti della ricerca di un nuovo posto di lavoro anche perché ad essa è legata la condizionalità del trattamento di disoccupazione. Questo devo dire essere un passaggio che già alcune società stanno realizzando nei loro accordi sindacali che trattano le riorganizzazioni, almeno per quello che è la mia esperienza avuta, su un paio di casi in cui sono stato recentemente coinvolto come operatore di outplacement.

Mi auguro che questo ddl veda la luce il prima possibile perché permetterebbe di arrivare a quel concetto, a me tanto caro, di responsabilità sociale di impresa e delle istituzioni nei confronti dei lavoratori e renderebbe attuabile per le aziende la tanto agoniata flessibilità.

Alla prossima