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Ritorno all’antica? No meglio guardare avanti.

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Grande Fratello in Azienda?
Grande Fratello in Azienda?

Da qualche giorno su settimanali e quotidiani si alternano articoli di vario genere inerenti il lavoro; in particolare si parla di tecnologia applicata al mondo lavorativo; fino a qui tutto bene, se non fosse che andando a leggere i contenuti degli stessi si rimane alquanto basiti e senza parole. Perchè? Scopriamolo insieme..

Su Panorama di qualche settimana si poteva leggere di Marissa Mayer, AD di Yahoo, che ha deciso di richiamare in ufficio tutti i suoi collaboratori a cui era stato concesso il telelavoro, sostanzialmente la possibilità per alcuni giorni della settimana di lavorare da casa sfruttando la tecnologia per rimanere connessi con la sede centrale e con i colleghi; motivo ufficiale della Mayer: “velocità e qualità del lavoro sono spesso sacrificate quando si opera da casa“.

Sul Corriere della Sera di mercoledì scorso, leggo invece un articolo dal titolo “Tessere con chip e sensori ovunque. Gli uffici dei dipendenti “tracciabili”“, un articolo che mi ha lasciato di sasso, praticamente un inno al grande fratello di orwelliana memoria, mascherato da le più candide intenzioni di misurazione delle performance per meglio incontrare le esigenze dei dipendenti.

Nell’articolo del Corriere si parla di uffici cosparsi di sensori Rfid che costano pochi euro in grado di registrare ogni singolo movimento nell’ufficio e di badge con microchip incorporato che misurano persino la durata delle soste in bagno; sulla carta tutto questo sarebbe fatto per analizzare i comportamenti dei dipendenti per verificare quale, tra questi, sarebbero i più adatti a migliorare la produttività del lavoro, trovando così il modo di incentivarli.

Alla base di tutto ci sarebbe la convinzione che aumentando la socialità sul lavoro, ovvero l’interazione tra colleghi, sembra aumenti di pari passo la produttività, un concetto che mi trova completamente d’accordo.

Non voglio mettere in dubbio la bontà delle intenzioni, concedetemi però quantomeno il legittimo sospetto che si unisca l’utile al dilettevole, ovvero che questi dati oltre ad “analizzare” i comportamenti, vengano utilizzati per il solito vecchio metodo della sorveglianza su ciò che fanno i dipendenti; cosa questa che va a braccetto con il diktat della Mayer “o rientri in ufficio rinunciando al telelavoro o sei licenziato”.

Sono convinto che la tecnologia oggi offra tanti strumenti in grado da soli di aumentare la produttività, non ultimi gli smartphone ed i tablet con cui oggi siamo praticamente connessi 24h su 24h; usare la tecnologia a fini di controllo non penso sia la cosa migliore per aumentare la produttività al contrario sono fermamente convinto che un dipendente controllato renda molto ma molto meno di uno lasciato libero di operare (chiaramente entro determinati confini).

Il concetto da cui le imprese dovrebbero partire è quello degli obiettivi, se ad inizio anno definiamo e condividiamo con ogni nostro dipendente un obiettivo che lo stesso deve raggiungere, poco importa il modo in cui opererà (chiaramente all’interno della regolarità) l’importante è che alla fine l’obiettivo sia raggiunto.

In Italia sappiamo tutti che per gli imprenditori, specialmente delle PMI, più il dipendente rimane in ufficio più va premiato perchè è uno che lavora molto. Credetemi, ho letto lettere di impegno all’assunzione scritte da imprenditori che riportavano le seguenti parole “l’orario di lavoro è della 9.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 18.00 chiaramente alle 18.00 non deve caderti la penna dalle mani“; quante volte ho sentito dire “Giovanni si che ci tiene all’azienda, non va a casa prima delle 20.00 ogni giorno, non come Mario che alle 18.00 se ne va via“.

Ma siete davvero convinti che chi rimane sino ad ora tarda in azienda sia migliore rispetto a chi fa l’orario canonico ed una volta terminato se ne va a casa?

Vi siete mai domandati come mai una persona rimane sino alle 20.00 tutti i giorni in ufficio mentre altri se ne vanno a casa o a fare altro terminato l’orario di lavoro?

Siete certi che chi rimane con costanza in ufficio sino ad ora tarda non nasconda in realtà problemi personali a cui rifugge rimanendo chiuso nelle pareti rassicuranti del suo ufficio, mentre chi esce sia una persona serena che vive pienamente la sua vita?

Dare disponibilità per riunioni o rimanere per completare attività importanti oltre l’orario di lavoro è normale e doveroso, credo sia capitato a tutti, ma farla diventare una regola personalmente ritengo nasconda altri problemi.

Con questo non voglio dire che sul posto di lavoro si trovano tutti santi, sappiamo che anche in questo caso è vero il contrario, alla base di tutto rimane il senso di responsabilità delle persone, gli obiettivi chiari prefissati e condivisi e la capacità di saper selezionare i propri collaboratori. Ho sentito recentemente Arrigo Sacchi ad un convegno che alla domanda “Mister come faceva le sue campagne acquisti?” ha risposto “Selezionavo i giocatori che erano più funzionali al mio progetto“; spesso nelle PMI le selezioni sono curate direttamente dagli imprenditori ma non sempre seguono la massima di Sacchi.

Senso della responsabilità dunque, obiettivi chiari e condivisi, risorse giuste al posto giusto sono secondo me gli ingredienti principali per far si che l’impresa ottenga risultati, una volta scelti i collaboratori la tecnologia può senza dubbio essere di supporto all’azienda per incrementare la produttività degli stessi, non usata in termini di controllo ma per migliorare l’attività lavorativa.

Tornare all’antico, come nelle vecchie fabbriche di inizio 900, non serve a nulla, sorvegliare significa non fidarsi, se manca la fiducia nessun rapporto di lavoro funzionerà mai.

Alla prossima!!

A pensare male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca…

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Il Ministro Elsa Fornero
Il Ministro Elsa Fornero

Sette mesi fa entrava in vigore la Riforma Fornero e chi tra voi, mi seguiva già allora sa bene che non ho mai avuto sentori particolarmente positivi nei confronti della stessa; ero e continuo ad essere certo che il progetto iniziale fosse un nobile progetto (l’idea Ichino a mio parere continua ad essere quella più valida) ma il passaggio che c’è poi stato di mano in mano: parti sociali, confindustria, politica ecc. non ha certo giovato, al contrario ha prodotto l’obrobrio che ci ritroviamo oggi.

Dopo sette mesi, dicevo, possiamo tranquillamente dire che sotto moltissimi aspetti la Riforma del Mercato del Lavoro si è dimostrata un vero e proprio fallimento. Panorama la scorsa settimana pubblicava un articolo enunciando i perché, secondo il giornalista (Marco Cobianchi), di quello che il settimanale senza mezzi termini chiama un vero flop; personalmente pur concordando sull’idea del fallimento di buona parte della riforma, non mi trovo assolutamente concorde con la stragrande maggioranza delle opinioni di Cobianchi.

Non voglio approfondire le argomentazioni di Panorama, chi fosse interessato a leggerle può scaricare l’articolo cliccando questo link ( Cobianco FLOP Fornero ), al contrario voglio dire i miei perché la riforma non funziona.

Per prima cosa occorre dire che c’è un errore di fondo, una riforma come questa che ripeto è un moncone della proposta Ichino, in cui, anche giustamente, si è tentato di spingere le imprese a stabilizzare i lavoratori precari eliminando l’abuso di forme contrattuali flessibili, non può e non doveva essere fatta in un momento storico come questo.

La recessione che attanaglia l’Italia sta mettendo in enorme difficoltà, per non dire peggio, le imprese italiane che proprio in un momento come questo, necessitano di flessibilità, visto che parlare di previsioni a lungo termine è un puro esercizio di stile. La Riforma tra aumenti di costi dei contratti flessibili, la restrizione sulle partite iva e sui contratti a progetto anziché incentivare le assunzioni a tempo indeterminato le ha drasticamente bloccate tout court. Ne sanno qualcosa i lavoratori dell’editoria e del no profit ad esempio, mondi in cui le collaborazioni sono all’ordine del giorno, che si sono visti scaricati improvvisamente per strada perché le aziende hanno avuto paura di poter incorrere in trasformazioni di default in tempi indeterminati, con il risultato che se prima lavoravano con contratti a collaborazione o p.iva mono committente, oggi non lavorano affatto; ma lo stesso vale per altri settori anche quello industriale vero e proprio.

Attenzione non sto giustificando il precariato, sto solo dicendo che in questo momento credo sia meglio essere precari che non lavorare affatto, rinviando le riforme a momenti di congiuntura favorevole e con tutti i sacri crismi, non monche come questa.

In merito alla flessibilità in uscita personalmente non ritengo sia ancora possibile dare un giudizio, sulla carta le regole sembrano abbastanza chiare anche se molti avvocati, forse perché vedono minati i loro interessi, tendono a dire ai propri assistiti, in particolare chi si trova dalla parte dei lavoratori, che nulla è cambiato e che di conseguenza, non raggiungendo l’accordo in fase preliminare davanti alla DTL (Direzione Territoriale del Lavoro) e procedendo con una causa, il reintrego è assicurato… personalmente non ne sono così convinto, al contrario, a meno che il licenziamento sia palesemente insussistente, ritengo che far saltare la mediazione non sia una cosa positiva per il lavoratore che al massimo si vedrà riconosciuta una indennità tra le 12 e le 24 mensilità, rischiando di giocarsi parte di questa indennità nei compensi del legale che lo ha seguito nella causa di lavoro.

In conclusione tornando all’articolo di Panorama, Cobianchi chiude dicendo “.. le prime sentenze sulle controversie sono contraddittorie. Per questo gli imprenditori sono terrorizzati. E per questo non assumono”; no Cobianchi le imprese non assumo non perchè sono terrorizzati dalle sentenze sul possibile reintegro dei lavoratori, in quel caso semmai non licenziano, le aziende non assumono perché la crisi richiede capacità di adattarsi in fretta alle mutevoli condizioni del mercato, cosa che non può essere fatta se tenti di ingessare il mercato del lavoro.

Alla prossima!!

Formazione Finanziata: opportunità o spreco di fondi pubblici?

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Logo del Fondo Sociale Europeo
Logo del Fondo Sociale Europeo

Una serie di coincidenze fortunose mi ha fatto balenare in testa l’idea di scrivere un post dedicato a come vengono spesi i soldi pubblici, in particolari quelli del Fondo Sociale Europeo (FSE), per la formazione e la riqualificazione del personale, fondi che dovrebbero servire a combattere la disoccupazione e l’esclusione sociale.

Per il mio lavoro spesso mi imbatto in processi formativi finanziati tramite FSE, spesso mi chiedo a chi venga in mente di stilare certi programmi formativi; non che tutti i corsi siano da buttare intendiamoci, ma sovente si leggono le cose più bislacche tali che occorrerebbe premiare più che altro i promotori per la genialità del corso che non per i contenuti dello stesso.

Settimana scorsa infine mi imbatto in un articolo di Panorama dal titolo “Guradate come le Regioni sprecano i nostri soldi… (… e quelli dell’Europa)” che, manco a farci apposta, mette l’accento sul medesimo problema, ponendo in evidenza corsi di formazione finanziati su e giù per l’Italia per creare professionalità che mai e poi mai saranno richieste dal mercato del lavoro.

Andiamo subito al sodo, vi elenco alcuni corsi di formazione a dir poco bislacchi, che sono stati evidenziati da Panorama nell’articolo sopra citato ed i relativi importi finanziati, tanto per farvi capire di cosa parliamo. Si scopre ad esempio che la mia regione (Marche) ha finanziato un corso per 9.500 € in “Esperto negli abbinamenti birra-cibo“, il Friuli ha istituito un corso in “Esperti di piccoli animali da cortile” finanziato per ben 60.000 €; la Puglia per ben mezzo milione di euro si è inventata il corso in “Manager della ristorazione semovente” sembra quasi un ristorante dentro ad un carro armato; la Toscana ha finanziato un corso per “Addetto allo scavo” costato ben 80.000 €, la Valle d’Aosta ha finanziato uno studio del “Bulbo olfattivo adulto dei roditori” per 4.457 €; in Campania regione solare e mediterranea si sono finanziati corsi per “Gelataio freestyle” costati la bellezza di 120.000 €. In Abruzzo regione fantastica tra le poche a poter godere di mare, collina e montagna, anzichè creare occupazione nel turismo si è pensato di fare un corso su “Fare il pane riducendo il sale” al costo di 11.000 €.

A questi dati di Panorama, aggiungo quelli in cui mi sono imbattuto personalmente, di recente, sempre nella mia regione ovvero le Marche; sono stati finanziati i seguenti corsi: “Il sommelier del tè” per ben 5.378 €; un’altro progetto dal titolo criptico che richiama Dumas “Tutti per 1 e 1 per tutti” al costo di 4.860 € chissà in cosa saranno formati i suoi partecipanti. Due corsi secondo me al top: “Riqualificare il personale tecnico-amministrativo per riorganizzare il lavoro” (?????????) un pò il cane che si morde la coda al costo di 18.028 € e “Innalzare le competenze dei lavoratori per migliorare la gestione e la competitività d’impresa” più che un corso una dichiarazione di intenti al costo di 24.023 €. Proseguiamo con un bel “Riqualificazione per occupati (area trasversale)” come a dire in 100 h (durata dichiarata) vi raccontiamo di tutti e di più, progetto finanziato per 5.673 €; seguono poi due corsi che potrebbero essere uno successivo all’altro (peccato che invece siano assolutamente scollegati), il primo ha come titolo “Riqualificazione aziendale per gestire i cambiamenti organizzativi” per 7.576 €, mentre il secondo si intitola “Riquialificazione delle competenze a seguito di cambiamenti organizzativi aziendali” costato 12.466 €.

Mi sembra evidente che dopo un primo momento di ilarità nel leggere questi fantasiosi corsi, scatta immediatamente l’indignazione di come si possa pensare di sperperare risorse pubbliche statali ed europee in queste cose. In un momento come quello che stiamo attraversando, queste risorse a mio parere devono essere focalizzate per finanziare progetti seri di politiche attive per il lavoro. Per quel che riguarda il mio settore di competenza ad esempio, perchè non finanziare progetti di ricollocazione, perchè non finanziare progetti di coaching e di sostegno alle persone che si trovano a dover sopportare un disagio psicologico notevole nel trovarsi disoccupati e disorientati.

Ma voglio andare oltre, non fermarmi solo alle aree di mia competenza; Unioncamere attraverso il sistema informativo Excelsior che spesso nomino nei miei post, ci fa presente (articolo de La Stampa che potete leggere qui) che ci sono migliaia di posti di lavoro scoperti in diversi settori , perchè non finanziare la formazione su quello che richiedono le aziende? Si cercano ad esempio 1820 fabbri, 2460 saldatori e carpentieri, 1840 ingegneri, 1100 chimici e fisici, 820 falegnami, 1840 manager gestionali, 1740 infermieri e paramedici e via dicendo.

Non basta, faccio emergere la mia esperienza di consigliere comunale di un piccolo comune di 3000 anime, con il patto di stabilità le risorse per i comuni sono limitatissime; sapete tutti che l’Italia ha una edilizia scolastica vetusta, anche il mio comune si trova con una scuola chiusa perchè inagibile; i fondi del FSE sono gli unici fuori dal patto di stabilità, perchè non li indirizziamo nel costruire nuove scuole ed infrastrutture anzichè gettarli alle ortiche per questi corsi inutili?

Alla prossima!!

STRESSATO SUL LAVORO? CHI NON LO E’?

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Come preventivato nel mio ultimo post, eccomi nuovamente a voi dopo la pausa estiva che mi auguro sia stata serena e piacevole per ognuno di voi.

Quando si parla di rientro, dopo un periodo feriale lungo come quello agostano, iniziano sui giornali a materializzarsi articoli su articoli in merito al possibile stress da rientro, a come in pochi giorni si perdano i benefeci di due o tre settimane di pausa, la tv inizia a propinarci spot che richiamano alle vacanze andate, con persone inebetite sedute sulla scrivania del lavoro a rimuginare sulla crociera appena finita, insomma sembra che il rientro stressante al lavoro sia diventato uno stereotipo.

Vale la pena di mettere alcuni puntini sulle i e di capire cosa sia realmente stressante e perché; in primis occorre dire che nella situazione economica odierna probabilmente c’è un livello maggiore di stress tra chi il lavoro non lo ha, piuttosto di chi ancora ha il privilegio (siamo arrivati a questo punto purtroppo) di averlo. Lo dico a ragion veduta visto che sia come consulente di outplacement che come coach sono costantemente a contatto con persone che vivono sulla propria pelle la perdita del posto di lavoro.

Il secondo aspetto che di cui volevo parlare è appunto il famoso D.Legs. 81/08 ovvero la normativa riguardante lo stress da lavoro correlato, entrata in vigore a Gennaio 2011 in attuazione delle norme europee in materia. Attraverso questa normativa il datore di lavoro ha l’obbligo di rilevare il livello di stress lavorativo presente nella sua organizzazione; in caso di mancata osservanza della normativa il datore di lavoro è perseguibile penalmente.

Ricordo che con AIDP (Associazione Italiana per la Direzione del Personale) negli ultimi mesi del 2010 organizzammo degli incontri proprio per evidenziare l’importanza di rilevare il livello di stress nelle aziende in attuazione della normativa; a distanza di quasi due anni non mi sembra di aver letto nulla di che in termini di risultati ottenuti, almeno dopo il primo anno di rilevazione, al contrario, un recente articolo apparso su Panorama ha messo in evidenza l’esatto contrario, parrebbe infatti che il livello di stress sul lavoro nelle aziende italiane sia praticamente nullo, come mai?

Ho provato a fare una ricerca sul web ed a parte qualche articolo qua e la di risultati ufficiali se ne vedono ben pochi, la cosa che lascia perplessi è che l’INAIL ha prodotto un manuale scaricabile gratuitamente (http://www.inail.it/repository/ContentManagement/node/N1926320722/StressLavoroCorrelato.pdf)  in cui viene descritto per filo e per segno come attuare una politica di rilevazione del livello di stress in azienda, di fatto banalizzando l’intera normativa, inutile quindi applicare sanzioni pesantissime (penali ricordo, unici in Europa) quando è possibile “mettersi in regola” attraverso pochi banali passi. Siamo forse riusciti per l’ennesima volta a fare la legge ed a trovare simultaneamente l’inganno per aggirarla? A voi l’ardua sentenza.

Voglio però chiudere il post con una provocazione: secondo voi è più stressato un lavoratore innamorato del suo lavoro oppure uno che vede nel suo posto di lavoro solo una fonte di sostentamento e che trova solo nella vita fuori dall’azienda le sue soddisfazioni?

Io credo che non esista lavoro che non produca anche un seppur minimo livello di stress (ci tornerò la prossima settimana con un post) e che si è maggiormente stressati se il lavoro che facciamo ci piace, proprio perché ci teniamo e vogliamo che tutto sia fatto al meglio tendiamo ad impegnarci al massimo, a dedicare tempo extra, anche ad arrabbiarci se le cose non filano nel verso che vogliamo, rimaniamo delusi se dopo tanto impegno il capo non ci premia con un riconoscimento economico ma soprattutto psicologico (a volte non arriva neanche la pacca sulla spalla che è più salutare ed incentivante di tante altre cose), se non c’è chiarezza sul nostro ruolo, se le prospettive di crescita rimangono disattese, se non ci viene concessa una formazione che ci professionalizzi ancor di più.

Chi, al contrario, entra in azienda per fare lo stretto indispensabile, non si assume alcuna responsabilità che non sia strettamente riconducibile al ruolo coperto, chi aspetta solo che le ore passino svolgendo tranquillamente i suoi compiti per poi uscire e realizzarsi fuori dal lavoro sicuramente non ha aspettative alte, vive con la massima calma il suo ruolo in azienda, diciamo anche che non ha bisogno di alcun segno da parte del proprio capo e men che meno è interessato a momenti formativi extra che vivrebbe, quelli si, con fastidio e stress.

Di conseguenza ritengo che sia molto importante applicare i dettami del D.Lgs. 81/08 e che la politica da mettere in campo per ovviare a questa problematica, sia quella della valorizzazione delle risorse umane della propria azienda, proprio come scriveva Silvia Cingolani qualche settimana fa su questo blog.

Alla prossima!