psicologia

CHI SIAMO VERAMENTE?

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La domanda che da il titolo a questo post è volutamente provocatoria, può sembrare che dietro ad ognuno di noi si nasconda un’altra persona, quasi come vivessimo due vite separate. Tranquilli non voglio dire che la nostra società sia composta solo da loschi figuri, quello che mi interessa sottolineare e che si connette alla mia attività di coach professionista, è che spesso più o meno consapevolmente viviamo una vita che non è quella che realmente vogliamo.

Chi riesce a prendere reale consapevolezza di come sta vivendo ed arrivato ad un certo punto del suo vissuto si ferma a ragionare su chi è e su chi in realtà vorrebbe essere fa il primo passo verso una vita migliore.

L’Analisi Transazionale sviluppata da Eric Berne, psicologo canadese nato a Montreal nel 1910 ma da sempre attivo negli USA, è un metodo di approccio ai problemi umani usato come psicoterapia, adattabile anche nella vita di ognuno di noi.

All’inizio ho parlato di diverse personalità che albergano in noi, l’Analisi Transazionale le classifica in tre stati dell’io:

–       L’io Genitore: ci identifichiamo in questo stato quando teniamo comportamenti pregiudiziali, critici o protettivi. Lo stato si richiama ad atteggiamenti e comportamenti tenuti in passato da figure per noi importanti quali appunto i nostri genitori e che tendiamo a replicare una volta maturati.

–       L’io Adulto: siamo in questo stato quando la persona è orientata allo stato attuale, fa una raccolta obiettiva delle informazioni che la porta ad un’analisi della realtà basata su una stima delle probabilità ed un calcolo neutrale dei fatti.

–       L’io Bambino: lo stato in cui ci troviamo quando adottiamo comportamenti infantili, dettati anche da esperienze vissute nelle prime esperienze di vita.

Sulla base di questa classificazione risulta abbastanza facile capire che nella vita di tutti i giorni lo stato dell’io preferenziale da tenere dovrebbe essere quello dell’io Adulto, ma sappiamo bene che in realtà le persone quando interagiscono spesso non portano avanti transazioni (da qui analisi transazionale) relative a questo stato e complementari (il mio messaggio ottiene come ritorno la risposta prevista) ma spesso tengono transazioni con stati dell’io diversi ed incrociate (al mio stimolo ottengo una risposta inattesa) che sono spesso fonte di dispiaceri.

Tornando a noi stessi ed alle nostre diverse personalità, Eric Berne ci dice anche che ognuno di noi assume delle posizioni nei confronti di se stessi e degli altri, che vengono chiamate posizioni psicologiche e riassunte in quattro posizioni principali:

–       Io sono OK – Tu sei OK: inutile dire che è la posizione ideale a cui ognuno di noi dovrebbe tendere e che ci da benessere; siamo costruttivi, abbiamo autocoscienza di chi siamo e di dove vogliamo andare per vivere felici ed in armonia con il mondo, ciò che vogliamo è molto probabile che riusciremo a raggiungerlo.

–       Io sono OK – Tu non sei OK: viene chiamata anche la posizione proiettiva, classica di chi si sente vittima o perseguitato; non ha mai colpe delle sue disavventure tende a scaricare le responsabilità sugli altri (da qui io sono OK ovvero sono nel giusto, tu non sei OK ovvero sei tu ad essere completamente sbagliato).

–       Io non sono OK – Tu sei OK: chiamata anche posizione introiettiva, si trovano in questa situazione tutte quelle persone che si sentono impotenti nei confronti degli altri, spesso cadono in depressione.

–       Io non sono OK – Tu non sei OK: detta anche posizione della futilità, è la posizione di una persona malata, che ha completamente perso interesse nella vita e che nei casi peggiori porta a comportamenti schizoidi.

Riprendendo il filo iniziale del discorso, oggi molte persone vivono recitando un copione, indossano una sorta di costume di scena che limita la loro visione della realtà fino spesso a nasconderla totalmente non solo agli altri ma soprattutto a se stessi. Prendere coscienza di chi siamo veramente e capire se questa è la strada che realmente vogliamo percorrere e che ci da soddisfazioni o meno è il primo passo verso un vissuto felice ed autorealizzato. L’Analisi Transazionale è uno strumento che ci aiuta a conoscerci meglio ed a capire come ci mettiamo in relazione con gli altri, capendo se questa sia o meno la strada giusta da pecorrere.

Chiudo con un esempio di cui lascio a voi l’analisi sulla base di quanto detto sino ad ora:

Una persona che su un Twitter cambia l’immagine del profilo una volta ogni due giorni, inserisce continuamente proprie foto in posizioni sicuramente non naturali ma studiate ed impostate, che nei tweet è spesso sarcastica e velenosa con il mondo intero, che brama continuamente nuovi followers in quale posizione psicologica si riconosce? Che stato dell’io sta tenendo? Sulla base delle risposte che vi sarete dati ritenete che sta vivendo la sua vita in modo felice e volto alla totale autorealizzazione o recita un copione che in realtà nasconde ben altro?

Alla prossima!!

 

Nota: il presente post prende ispirazione dalla lettura del libro “Nati per vincere” di Muriel James e Dorothy Jongeward.

STRESSATO SUL LAVORO? CHI NON LO E’?

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Come preventivato nel mio ultimo post, eccomi nuovamente a voi dopo la pausa estiva che mi auguro sia stata serena e piacevole per ognuno di voi.

Quando si parla di rientro, dopo un periodo feriale lungo come quello agostano, iniziano sui giornali a materializzarsi articoli su articoli in merito al possibile stress da rientro, a come in pochi giorni si perdano i benefeci di due o tre settimane di pausa, la tv inizia a propinarci spot che richiamano alle vacanze andate, con persone inebetite sedute sulla scrivania del lavoro a rimuginare sulla crociera appena finita, insomma sembra che il rientro stressante al lavoro sia diventato uno stereotipo.

Vale la pena di mettere alcuni puntini sulle i e di capire cosa sia realmente stressante e perché; in primis occorre dire che nella situazione economica odierna probabilmente c’è un livello maggiore di stress tra chi il lavoro non lo ha, piuttosto di chi ancora ha il privilegio (siamo arrivati a questo punto purtroppo) di averlo. Lo dico a ragion veduta visto che sia come consulente di outplacement che come coach sono costantemente a contatto con persone che vivono sulla propria pelle la perdita del posto di lavoro.

Il secondo aspetto che di cui volevo parlare è appunto il famoso D.Legs. 81/08 ovvero la normativa riguardante lo stress da lavoro correlato, entrata in vigore a Gennaio 2011 in attuazione delle norme europee in materia. Attraverso questa normativa il datore di lavoro ha l’obbligo di rilevare il livello di stress lavorativo presente nella sua organizzazione; in caso di mancata osservanza della normativa il datore di lavoro è perseguibile penalmente.

Ricordo che con AIDP (Associazione Italiana per la Direzione del Personale) negli ultimi mesi del 2010 organizzammo degli incontri proprio per evidenziare l’importanza di rilevare il livello di stress nelle aziende in attuazione della normativa; a distanza di quasi due anni non mi sembra di aver letto nulla di che in termini di risultati ottenuti, almeno dopo il primo anno di rilevazione, al contrario, un recente articolo apparso su Panorama ha messo in evidenza l’esatto contrario, parrebbe infatti che il livello di stress sul lavoro nelle aziende italiane sia praticamente nullo, come mai?

Ho provato a fare una ricerca sul web ed a parte qualche articolo qua e la di risultati ufficiali se ne vedono ben pochi, la cosa che lascia perplessi è che l’INAIL ha prodotto un manuale scaricabile gratuitamente (http://www.inail.it/repository/ContentManagement/node/N1926320722/StressLavoroCorrelato.pdf)  in cui viene descritto per filo e per segno come attuare una politica di rilevazione del livello di stress in azienda, di fatto banalizzando l’intera normativa, inutile quindi applicare sanzioni pesantissime (penali ricordo, unici in Europa) quando è possibile “mettersi in regola” attraverso pochi banali passi. Siamo forse riusciti per l’ennesima volta a fare la legge ed a trovare simultaneamente l’inganno per aggirarla? A voi l’ardua sentenza.

Voglio però chiudere il post con una provocazione: secondo voi è più stressato un lavoratore innamorato del suo lavoro oppure uno che vede nel suo posto di lavoro solo una fonte di sostentamento e che trova solo nella vita fuori dall’azienda le sue soddisfazioni?

Io credo che non esista lavoro che non produca anche un seppur minimo livello di stress (ci tornerò la prossima settimana con un post) e che si è maggiormente stressati se il lavoro che facciamo ci piace, proprio perché ci teniamo e vogliamo che tutto sia fatto al meglio tendiamo ad impegnarci al massimo, a dedicare tempo extra, anche ad arrabbiarci se le cose non filano nel verso che vogliamo, rimaniamo delusi se dopo tanto impegno il capo non ci premia con un riconoscimento economico ma soprattutto psicologico (a volte non arriva neanche la pacca sulla spalla che è più salutare ed incentivante di tante altre cose), se non c’è chiarezza sul nostro ruolo, se le prospettive di crescita rimangono disattese, se non ci viene concessa una formazione che ci professionalizzi ancor di più.

Chi, al contrario, entra in azienda per fare lo stretto indispensabile, non si assume alcuna responsabilità che non sia strettamente riconducibile al ruolo coperto, chi aspetta solo che le ore passino svolgendo tranquillamente i suoi compiti per poi uscire e realizzarsi fuori dal lavoro sicuramente non ha aspettative alte, vive con la massima calma il suo ruolo in azienda, diciamo anche che non ha bisogno di alcun segno da parte del proprio capo e men che meno è interessato a momenti formativi extra che vivrebbe, quelli si, con fastidio e stress.

Di conseguenza ritengo che sia molto importante applicare i dettami del D.Lgs. 81/08 e che la politica da mettere in campo per ovviare a questa problematica, sia quella della valorizzazione delle risorse umane della propria azienda, proprio come scriveva Silvia Cingolani qualche settimana fa su questo blog.

Alla prossima!

COACHING e PERSONAL BRANDING

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Lo scorso 4 Aprile sono stato ad Urbino in occasione del convegno Branding 2.0 in cui si discuteva, tra l’altro, di personal branding. In particolare l’intervento di Sestyle ovvero Enrico Bisetto e Damiano Bordignon, è stato particolarmente interessante e si è centrato proprio sul personal branding.

Nella bella presentazione fatta dai ragazzi di Sestyle, sono stato folgorato dalla slide in cui viene presentata la piramide del Brand Building di Keller rivista in chiave Personal Branding (l’immagine riportata a fianco); non ho potuto fare a meno di ritrovare concetti base del Coaching applicati alla costruzione del proprio brand.

Nel costruire il personal brand, si parte dalla domanda “chi sono?”, si definisce in parole povere la propria identità, realizzando la piena “consapevolezza di sé” prendendo coscienza delle proprie competenze, delle proprie capacità e delle proprie passioni. La stessa cosa che accade nel coaching, in cui nelle fasi del percorso la persona (coachee) prende consapevolezza di sé, partendo dalla cura di sé, analizzando proprio le sue competenze, capacità e passioni da cui emerge il suo potenziale.

La seconda fase nella costruzione del proprio brand risiede nella definizione degli obiettivi, individuando il contesto in cui si opera, ciò che si vuole offrire al mercato di interesse, caratterizzando la propria immagine da promuovere. Lo step successivo riguarda l’espressione di sé attraverso la propria creatività, storia e valori che ci rendono unici; non a caso si usa la parola “personal” proprio per sottolineare l’unicità dell’individuo.

Anche in questo caso i concetti del personal branding si fondono con quelli del coaching; anche nel coaching la persona che segue il percorso definisce i propri obiettivi di crescita, partendo proprio da una fotografia reale della situazione attuale monitorando passo dopo passo la strada di avvicinamento all’obiettivo finale, raggiungendo i traguardi intermedi. Come spesso ho sottolineato, è importante la creazione di un rapporto empatico tra coach e coachee che naturalmente crea una relazione facilitante. Nel coaching come nel personal branding ogni individuo è a se stante ed ha caratteristiche e potenzialità che lo differenziano da chiunque altro, rendendolo unico.

Tutto questo evidenzia ulteriormente che i concetti del coaching sono applicabili in ogni ambito della nostra vita: nel privato (life coaching), nel lavoro (business coaching) e nello sport (sport coaching) e sono un ausilio fondamentale nel raggiungere la realizzazione personale, anche attraverso la costruzione di un valido Personal Brand.

Alla prossima!

Il vocabolario delle Risorse Umane: ASSERTIVITA’

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Con questo post, sviluppo una idea che mi è venuta in mente in questi mesi, ovvero far conoscere, ai non addetti ai lavori, il significato dei termini che noi operatori delle risorse umane usiamo quotidianamente.

Non ho ne la pretesa di essere completo, ne quella di essere perfetto, ciò che mi interessa è di portare a conoscenza di tutti una parte del mio mestiere, cercherò di usare termini semplici e di immediata comprensione e chissà che la cosa non possa risultare utile anche a qualche operatore più esperto di me.

Parto da un termine che sempre più spesso trovo sulla mia strada professionale, il cui contenuto però, vedo mettere in pratica da pochissime persone, a tutti i livelli, parlo dell’ASSERTIVITA’.

Normalmente, quando si interagisce con gli altri, sono due i comportamenti con cui abbiamo a che fare: quello “passivo” che si palesa quando troviamo persone che davanti a determinati comportamenti, assorbono tutto, evitano il confronto, non si mettono in discussione, covano dentro di loro una rabbia che alla lunga può anche sfociare in comportamenti diametralmente opposti. Alternativo al comportamento passivo troviamo quello “aggressivo” dove, al contrario del precedente, la persona pur di avere il sopravvento, intimorisce i suoi interlocutori, è il primo a fare polemica ed a dire la sua in maniera spesso anche violenta.

Sono quindi due comportamenti di cui, purtroppo abbiamo esempi di uno e dell’altro nella vita di tutti i giorni: in famiglia, tra gli amici, tra i colleghi di lavoro, insomma in ogni ambito.

Esiste però una terza via, quella senza dubbio ideale, quella chiamata dell’assertività. Ma cosa significa essere assertivi? Significa esprimere i propri sentimenti, scegliere il modo migliore di comportarsi in un determinato contesto, difendere i propri diritti se necessario, pur rispettando sempre l’opinione altrui. Insomma essere assertivi significa gestire in modo positivo e costruttivo i rapporti interpersonali.

Un comportamento assertivo lo si mette in atto quando:

–       Esprimi i tuoi sentimenti

–       Parli di te

–       Saluti le persone

–       Accetti i complimenti

–       Comunichi anche con le espressioni del viso

–       Esprimi un moderato disaccordo

–       Fai chiarezza

–       Chiedi il “perché” di certe richieste o affermazioni

–       Esprimi un forte disaccordo pur rispettando le opinioni altrui

–       Difendi i tuoi diritti

–       Sei persistente nell’affermare una tua opinione che sai essere legittima

–       Eviti di giustificare ogni opinione, prendi una posizione.

Qualche persona, poche a dire il vero, ha innata la propensione alla assertività ma per la maggior parte di noi è una tecnica che può essere appresa con la pratica e che ci può aiutare a migliorare non solo il rapporto con gli altri, ma anche la percezione degli altri nei nostri confronti.

Alla prossima

 

Nota: ho preso spunto per questo post dal libro “Asserting Yourself” di Bower & Bower

AUTOREALIZZARSI? SI PUO’!!!

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Autorealizzarsi si può!Ritorno sull’argomento “autorealizzazione”, lo faccio perché il post precedente ha attirato l’attenzione di molti di voi che mi hanno contattato attraverso il web 2.0 (social network, email e commenti), in alcuni casi sollevando perplessità nei confronti delle mie parole. Uno scetticismo comprensibile, visto il momento economico particolarmente difficile per il nostro Paese, a cui però mi sento di replicare con rinnovata fiducia certo che il mio caso non sia l’unico.

Così dopo aver letto il commento di “Vogue” (nick che si è dato lei, visto che preferisce non comparire con il suo nome reale) che si rispecchia a grandi linee nella mia storia; sono entrato in contatto con lei e le ho chiesto la possibilità di farle una breve intervista, in cui potesse raccontarci la sua esperienza di autorealizzazione che in questo caso, prende addirittura corpo da un vissuto estremamente negativo, a dimostrazione che autorealizzarsi si può in qualsiasi situazione.

Ciao Vogue, parliamo di autorealizzazione, da cosa è nato il tuo desiderio di dare una svolta alla tua vita?

Non è stato un vero e proprio desiderio, ma una necessità. Ad un certo punto mi son trovata senza lavoro, un episodio sempre più frequente ma sempre meno compreso (dagli altri e dai media) e ho DOVUTO rimboccarmi le maniche, per non soccombere.

Come ti sei rimboccata le maniche?

Partiamo dal presupposto che non volevo assolutamente tornare indietro nè rischiare l’immobilismo nè tanto meno perdere tempo, sapevo che potevo contare su una professionalità costruita nell’arco di quasi 10 anni e volevo tentare o almeno provare a non dare ascolto a tutte le frasi pessimistiche: “non c’è lavoro torneremo ad essere tutti stagisti”, ma nemmeno dare peso alle frasi esageratamente ottimistiche “Prima o poi il lavoro si trova”, frasi che ti fanno solo innervosire, perchè spesso pronunciate dallo statale che non saprà mai (buon per lui) che vuol dire perdere il lavoro o da chi può contare su altre entrate. Sapevo che potevo solo contare su me stessa, se volevo continuare ad avere una vita autonoma, così prendere o lasciare l’imperativo ipotetico era questo “se vuoi il tipo di vita (di prima > autonomo, indipendente, per conto tuo ecc) devi rimboccarti le maniche” così ho deciso di investire non tanto sulla formazione perchè il corso di inglese all’estero a quasi 35 anni non mi sembrava in target, oppure l’ennesimo corso web dopo un’esperienza solida nel campo; allora ho investito in un altro tipo di formazione quella sulla …come dire personalità, farsi aiutare da professionisti del lavoro (consulenti, psicologici, ecc) che sapessero affiancare le persone in difficoltà, che non  gli trovassero la soluzione bell’e pronta, quella te la trova solo la bustarella,  ma che ti dessero gli strumenti per cercarlo attivamente anche se mi spaventava come percorso, ci ho creduto subito, a pelle.

Quindi ti sei servita dell’aiuto di professionisti del settore risorse umane, che percorso hai fatto? Quali strumenti ti hanno aiutato a prendere consapevolezza di te e dei tuoi reali desideri?

La consulenza di carriera; mi hanno aiutato le chiacchierate con il coach che hanno lavorato molto sulla mia autostima colpita sul senso di perdita che per me era fortissimo, sul trasformare la rabbia in positività e soprattutto sul combattere l’apatia è facile sedersi al primo no, o meglio demoralizzarsi, il coach mi ha aiutato ad andare avanti anche di fronte ai grossi ostacoli e ai grandi rifiuti.

Sai che molte persone quando sentono discorsi e leggono articoli sulla autorealizzazione sono scettici e parlano apertamente di panzane belle e buone; la mia esperienza ed ora la tua evidentemente dicono il contrario. Cosa ti senti di dire a queste persone che, comprensibilmente, stanno passando un momento estremamente negativo della loro vita?

Sento di dire di lasciarsi aiutare, non fare tutto da soli e non affidare il peso del proprio dramma (io l’ho vissuto cosi) alla famiglia (genitori, partner…), non sperare nel caso nella divina provvidenza, nè nell’aiuto che arriva dall’esterno. Se non ce la si fa da soli lasciarsi aiutare, io sentivo che da sola non ce l’avrei fatta, nè volevo appoggiarmi troppo agli altri che non avrebbero saputo aiutarmi ma non perchè non capaci di sostegno, ma perchè non competenti, un amico o un fratello può aiutarti fino lì e non fino là.

Chiudo con una domanda banale: di cosa ti occupi oggi e quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Adesso mi occupo di informazione, cosa in cui credo fermamente. Informazione orientata principalmente al femminile. Progetti? Al momento non me li pongo. Solo imparare ad organizzarmi meglio.

Nel ringraziare Vogue per la disponibilità, mi preme sottolineare che la sua è un’esperienza molto importante, in primis perché con tutte le polemiche che impazzano oggi sulla disoccupazione femminile, vedere che una donna ce l’ha fatta non può che essere ancor più incoraggiante, una ulteriore dimostrazione della grande forza di volontà di cui gode il genere femminile; è altresì importante perché lancia un altro messaggio che nella mia esperienza non si coglieva, ovvero se non ce la facciamo da soli, se sentiamo che abbiamo bisogno anche di una piccola spinta che ci lanci verso la sognata discesa, facciamoci aiutare, ma da quelle persone che sono in grado di farlo, non appoggiamoci su chi, pur volendoci bene, non può aiutarci rischiamo di tirare a fondo anche lui.

Spero che questa nuova testimonianza convinca anche i più scettici che ognuno di noi ce la può fare.

Alla prossima

AUTOREALIZZA TE STESSO

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AutorealizzatiQuesta volta parlo di me, per dimostrarvi che ciò di cui vi parlerò è reale e raggiungibile da tutti, basta volerlo fare; voglio condividere con voi il mio percorso verso la autorealizzazione personale e quello che questa scelta comporta nella vostra vita.

Come scrivo nella mio bio, la mia attività professionale si avvia in un settore, quello metalmeccanico altamente tecnologico, che prevedeva conoscenze tecniche elevate, in particolare se, come le mio caso, sono partito operando nel marketing e commerciale. La mia curiosità mi ha spinto ad informarmi, a capire, cercando di colmare quelle lacune che provengono da un percorso di studi sicuramente non tecnico. Sono riuscito a fare il mio lavoro nel miglior modo possibile (si può sempre fare meglio) e con buoni risultati, costruendo e creando situazioni nuove prima inesistenti.

Eppure non mi sentivo soddisfatto, soffrivo, mi lamentavo, ero insofferente; cosa questa che mi ha portato a cambiare azienda ed a cercare sempre qualcosa di nuovo. Alzarsi la mattina era diventata una sofferenza, lo stress mi attanagliava lo stomaco, facendomi soffrire anche fisicamente ed a casa ero sempre nervoso ed irascibile, cosa questa che andava a compromettere anche la serenità familiare ed a ledere i miei rapporti interpersonali.

Finchè un giorno, dopo l’ennesimo colloquio positivo che mi avrebbe portato ad iniziare una nuova esperienza professionale, ho detto stop ed ho rifiutato. Ho capito che quel lavoro, in quel settore, non mi realizzava; ho capito che era arrivato il momento di seguire quello che veramente volevo fare, anche se questa scelta poteva comportare un arretramento nelle condizioni economiche e così ho fatto un passo indietro per prendere la rincorsa e ripartire con più slancio di prima.

Ho costruito un nuovo progetto di vita, legato alla mia passione per le Risorse Umane, mi sono posto degli obiettivi e breve, medio e lungo termine, mi sono tirato su le maniche e sono ripartito, con l’immancabile supporto della mia famiglia. Oggi ho realizzato una parte del mio progetto (ho ancora della strada da fare), faccio il lavoro che voglio, nel settore che adoro, lo faccio con ancora maggiore passione e coinvolgimento, sono in procinto di diventare coach professionista, lavoro più di prima, guadagno qualcosa meno (per il momento), ma la mattina quando mi sveglio, fossero anche le 5.00, per arrivare in qualche punto d’Italia ed incontrare persone, lo faccio sempre con il sorriso e con la carica che mi aspetterà comunque una bella giornata di lavoro, ricca di relazioni che mi arrichiranno, a contatto con le storie delle persone che incontro certo di poter essere loro di supporto nella transizione di carriera. La sera torno a casa con lo stesso sorriso con cui sono partito (anche nelle giornate difficili) con il risultato che a tutta la mia famiglia ed alle mie amicizie, giova questa mia ritrovata serenità a partire da mio figlio.

Quello che voglio dirvi è che anche in un momento difficile come quello che stiamo attraversando, anziché vedere nero, abbatersi, lamentarsi e deprimersi pensatelo come un’opportunità, in cui fare un bilancio della vostra vita sino ad oggi rivedete il vostro progetto di vita, ascoltate voi stessi, i vostri desideri e non quello che gli altri desiderano per voi, investite in formazione per colmare alcune lacune (se ne avete) o per migliorare e specializzare la vostra professionalità, insomma pensate ad autorealizzarvi non solo nella dimensione lavorativa, ma con un progetto complessivo di vita, per dare il via ad un nuovo entusiasmante inizio.

Alla prossima

PERSONAL BRANDING: paura del nuovo?

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Negli ultimi giorni mi sono imbattuto in alcuni articoli di giornale che trattano l’argomento Personal Branding, alcuni guardano con favore a questo nuovo modo di promuovere se stessi e le proprie conoscenze, altri purtroppo, iniziano a vedere con sfavore lo sviluppo del Personal Branding e con esso l’uso dei social network come mezzo primario di sviluppo del proprio brand e di comunicazione aperta e bidirezionale, con e verso il mondo.

Come mai questa diffidenza? Come mai questa avversità? Personalmente temo sia “paura“, paura del nuovo che avanza, paura di chi vuole cambiare, paura di chi cerca nuove vie per esprimersi, paura di chi ha scelto di “cogliere l’attimo”, usando le parole di un bellissimo film come “l’attimo fuggente”.

Ecco quindi che una giornalista affermata e che ho sempre ammirato sino ad ora come Maria Laura Rodotà sul numero di Style del Corriere della Sera di questo mese scrive, confondendo un pò l’argomento, un chiaro e, secondo me ingiustificato, manifesto contro il Personal Branding; succede che un politico “nuovo“, indipendentemente dal colore politico che rappresenta, come Matteo Renzi che twitta in diretta televisiva con i suoi follower, viene tacciato di essere scorretto. Cos’è questa se non PAURA?

L’ignoranza, intesa come non conoscenza, crea sempre paura e questo attiva la parte animale dell’uomo che reagisce in due modi possibili, la fuga o l’attacco; nel nostro caso l’attacco si traduce con l’erezione di barriere, si crea diffidenza, si osteggia chi propone il nuovo, proprio come accade oggi con i Renzi del caso o con i personal brander.

Torno ancora a citare “l’attimo fuggente”, le cose occorre sempre vederle da prospettive diverse se si vuole avere una visione ampia e ricordare che parole ed idee possono cambiare il mondo.

Alla prossima

INTELLIGENZA EMOTIVA: quando le emozioni ci guidano

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Dopo il post “Emozionare per farsi scegliere”, torno a parlare di emozioni, di quanto sia importante riconoscerle, controllarle ed usarle (in senso positivo) a proprio favore, per il proprio benessere e nei rapporti con gli altri; proprio per far si che le persone che incontriamo si emozionino e ci scelgano: nel lavoro così come nella vita di tutti i giorni.

Sto parlando di “Intelligenza Emotiva” quel meraviglioso concetto sviluppato da Daniel Goleman, che la definisce appunto come “la capacità di riconoscere i nostri sentimenti e quelli degli altri, di motivare noi stessi e di gestire positivamente le nostre emozioni, tanto interiormente quanto nelle relazioni sociali”.

Una cosa completamente diversa dall’intelligenza cognitiva che solitamente si misura con il Q.I. e che spesso ci regala grandi menti, incapaci di relazionarsi con gli altri e con grandi problemi di comunicazione; al contrario della intelligenza cognitiva, l’intelligenza emotiva può essere allenata e sviluppata ogni giorno della nostra vita, anzi migliora con gli anni. Un esempio? Quante volte ci è successo da giovani o nelle prime esperienze lavorative, di non controllare le emozioni, di esplodere in malo modo e di perdere delle occasioni, di rompere delle relazioni salvo poi pentircene? Le stesse situazioni che si ripresentano, le affrontiamo con un approccio diverso: più tolleranti, con maggiore autocontrollo, ci adattiamo ai cambiamenti anziché respingerli e vediamo con più ottimismo situazioni che prima ci sembravano impossibili da gestire. Questo passaggio è frutto di uno sviluppo più o meno conscio della nostra intelligenza emotiva; ancora una volta aver vissuto un sentimento, una emozione ci ha permesso di riconoscerla quando si ripresenta e di gestirla in modo positivo e propositivo anziché viverla negativamente.

Goleman pone alla base della intelligenza emotiva due grosse competenze: la competenza personale e la competenza sociale. La prima determina il modo in cui controlliamo noi stessi attraverso la consapevolezza di se, la padronanza di se e la motivazione; mentre la seconda determina il modo in cui gestiamo le relazioni con gli altri attraverso l’empatia, ovvero la consapevolezza dei sentimenti, delle esigenze e degli interessi altrui e le abilità sociali che comportano abilità nell’indurre risposte desiderabili negli altri.

Tutto questo ci dice che per avere successo sia nella vita privata che in quella professionale, non basta avere un elevato Q.I., essere preparati ai massimi livelli, occorre anche sviluppare la nostra intelligenza emotiva che ci permette, per l’appunto, di essere scelti.

Alla prossima

EMOZIONARE, per farsi scegliere

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Prendo spunto da un paio di letture che sto facendo in questo periodo, in particolare il libro di Centenaro e Sorchiotti dal titolo Personal Branding ed il libro di Tassarotti e Varini dal titolo Coaching, per tornare a parlare di outplacement, networking e costruzione del proprio brand, in modo da catturare o farsi catturare da nuove opportunità di lavoro.

Come dico da tempo, oggi il web 2.0 è un validissimo alleato nella costruzione di un proprio marchio, nel farti identificare prima e meglio di altri. Le stesse aziende da tempo hanno cambiato strategie di comunicazione cercando di avere sempre più contatto con i loro clienti, aprendo profili su Facebook e Twitter.

In un processo di ricollocamento, risulta ancor più importante affinare una propria strategia di personal branding, cosa che può essere fatta sia “on line” che “off line”. Per prima cosa concentrati su quello che ti rende speciale, sulla competenza nella quale ti senti di eccellere; la peggior cosa che si può fare è quella di pretendere di passare per tuttologi, la specializzazione paga, sapere di fare quella determinata cosa nel migliore dei modi possibili.

Da qui parti e crea la tua strategia di comunicazione: racconta, se possibile, una storia di successo inerente la tua attività (l’azienda Tizio aveva il problema Caio, ho risolto il problema Caio sviluppando la soluzione Sempronio), pubblicizzala nel mercato, attraverso il tuo network sia sul web, ad esempio partecipando a discussioni su Forum inerenti la tua attività, sia nel mondo reale, ad esempio presenziando ad eventi sul tema, ti aiuterà ad ampliare il tuo network e parallelamente ti permetterà di conoscere di persona i tuoi possibili nuovi datori di lavoro.

L’altro passaggio che va fatto è quello di emozionare i tuoi interlocutori, come dicono Centenaro e Sorchiotti il Brand è un’emozione, banalmente vi siete mai chiesti perchè scegliete di bere la Sprite e non la gazzosa? Semplice, perché abbiamo familiarità con quel marchio e l’associamo in automatico al prodotto gazzosa. Lo stesso deve accadere per la nostra persona e quello in cui siamo specializzati, arrivare a farsi scegliere, come dice Anna Martini, perché per quel tipo di attività siamo il riferimento.

Nei colloqui con i tuoi potenziali nuovi datori di lavoro, devi sempre cercare di suscitare in loro un’emozione per far si che ti scelgano, il nostro cervello funziona in questo modo. Quante volte ti è capitato a feste o altri eventi di conoscere persone ed alla fine di non ricordarti neanche il nome di chi hai conosciuto? Non ti hanno lasciato nulla; quali sono i momenti che ricordi maggiormente di quando eri bambino? Quelli in cui hai vissuto una forte emozione e che si sono stampati indelebilmente nella tua memoria.

Quando ti prepari per un colloquio di lavoro, quando fai personal branding, quando conosci nuove persone, ricordati di emozionarle, solo in questo modo sarai associato alla tua professionalità e verrai scelto.

Alla prossima

L’OTTIMISMO: fonte di benessere

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Torno a parlare di outplacement, in particolare del modo in cui i candidati dovrebbero affrontare il percorso di ricollocamento. Come ho già fatto per un altro post anche questa volta inserisco l’immagine di un altro bel film che ho avuto l’occasione di vedere e che tocca l’aspetto crisi economica e percorso di ricollocamento; il film si intitola The Company Men e parla di un gruppo di manager affermati che, causa crisi, si trovano improvvisamente senza lavoro ed affrontano un percorso di ricollocamento.

Un cast di prestigio con attori del calibro di: Ben Affleck, Kevin Costner, Tommy Lee Jones solo per dirne alcuni, tracciano una istantanea reale di quello che sta accadendo nel mondo del lavoro americano, ma che può essere tranquillamente ribaltato in Europa. Manager con incarichi importanti e retribuzioni di prestigio, abituati a gestire numerose persone che improvvisamente si ritrovano catapultati nel mercato del lavoro.

Come ho già detto in passato, la condizione psicologica di chi si viene a trovare in queste situazioni è veramente difficile, personalmente sono stato in contatto con persone che, pur essendo abituate a gestire persone e budget di rilievo davanti a me avevano le mani che tremavano come una foglia. Il nostro compito come operatori del settore, è quello di mettere subito a proprio agio la persona, ricostruire la sua autostima che con la perdita del posto di lavoro, è stata messa in forte discussione.

Altresì importante però è che la persona che si appresta ad iniziare il percorso di ricollocamento, lo faccia con la giusta predisposizione, con la giusta motivazione, con la grinta di emergere dal pantano in cui si è trovato, insomma in poche parole occorre essere ottimisti.

L’ottimismo e l’essere positivi anche in situazioni difficili è la carta vincente in qualsiasi sfida la vita ci riserva; è scientificamente dimostrato (Segerstrom, Taylor, Kemeny & Fahey, 1998) che l’ottimismo influenza positivamente anche la salute fisica e psicologica della persona rendendo il nostro organismo più resistente alle malattie, contenendo i livelli di stress. Recentemente mi sono imbattuto in una pubblicazione della Eulab Consulting (http://www.eulabconsulting.it/index.php?option=com_content&view=article&id=112:newsletter-nd9-imparare-lottimismo&catid=38:cat-newsletter&Itemid=60) che vi invito a leggere, parla proprio di ottimismo e delle ricerche di Martin Seligman sull’argomento da cui emerge testualmente che “individui che si distinguono per una valutazione degli eventi come incontrollabili, sentendosi in loro balia, diventano passivi, rassegnati, ansiosi e depressi” cosa questa che non accade in chi invece interpreta con ottimismo anche le situazioni difficili.

Tornando al film menzionato ad inizio post, è proprio l’ottimismo e la voglia di rimettersi in gioco la chiave di volta che poterà i manager a trovare un nuovo inizio, perché dopo la notte inizia sempre un nuovo giorno.

Alla prossima