Riforma mercato del lavoro

Jobs Act: in sostanza cosa dice?

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jobsactCome sapete il 21 Marzo 2014 è entrato in vigore il decreto legge n°34/2014 che riguarda “disposizioni urgenti per favorire il rilancio dell’occupazione e per la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese” altrimenti conosciuto come il famoso “Jobs Act” del neo Governo Renzi.

In questa sede voglio asternermi da qualsiasi personale commento circa le disposizioni apporvate, quello che voglio fare è cercare di darvi informazioni il più possibile asettiche circa i contenuti del decreto e per farlo ho pensato di pubblicare un riassunto, che la società per cui opero, ha redatto in modo da fare chiarezza sulle principali novità inserite.

Decreto Legge n. 34 del 20 marzo 2014 “JOB ACT” in vigore dal 21 marzo 2014

È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 66 del 20 marzo 2014 il Decreto Legge n. 34 del 20 marzo 2014 (Job Act) recante “Disposizioni urgenti per favorire il rilancio dell’occupazione e per la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese”. Il Decreto Legge è in vigore dal 21 marzo 2014 e di seguito si illustrano, in sintesi, le principali novità.

CONTRATTO DI LAVORO A TEMPO DETERMINATO

Acausalità

La durata del contratto di lavoro a tempo determinato, per il quale non è necessaria l’indicazione di una causale giustificativa, viene portata da 12 a 36 mesi, comprensivi di eventuali proroghe, per lo svolgimento di qualunque tipo di mansione, sia nella forma del contratto a tempo determinato che nell’ambito di un contratto di somministrazione a termine stipulato ai sensi dell’art. 20, comma 4 del D.Lgs n. 276/2003 e ss.i.m.

Nello specifico il comma 1 dell’art. art. 1 del D.Lgs n. 368/2001 secondo cui il ricorso al contratto a tempo determinato era ammesso “(…) a fronte di ragioni di carattere tecnico, organizzativo o sostitutivo, anche se riferibili alla ordinaria attività del datore di lavoro (…)” è stato sostituito dall’art. 1 comma 1 lett. a n. 1 del DL n. 34/2014. Pertanto l’attuale formulazione è la seguente “È consentita l’apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato di durata non superiore a trentasei mesi, comprensiva di eventuali proroghe, concluso fra un datore di lavoro o utilizzatore e un lavoratore per lo svolgimento di qualunque tipo di mansione, sia nella forma del contratto a tempo determinato, sia nell’ambito di un contratto di somministrazione a tempo determinato ai sensi del comma 4 dell’articolo 20 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276.

Il comma 1‐bis dell’articolo 1 del D.Lgs n. 368/2001, contenente le previsioni di non necessarietà dell’indicazione delle ragioni giustificative di apposizione del termine è stato abrogato. Resta confermato il principio secondo cui l’apposizione del termine è da considerarsi priva di effetto se non risulta, direttamente o indirettamente, da atto scritto.

Proroghe

La proroga del contratto a termine non è più consentita per una sola volta ed a condizione della sussistenza di ragioni oggettive. Tale presupposto non è più richiesto e, fermo restando il consenso del lavoratore e la durata iniziale del contratto inferiore a tre anni, sono ammesse proroghe fino ad un massimo di otto volte, nel limite dei 36 mesi. Unica condizione è che tali proroghe si riferiscano alla stessa attività lavorativa per la quale il contratto a termine è stato stipulato.

Limiti quantitativi

Ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 1, comma 1 lett. a n. 1 del D.L. 34/2014, nelle imprese con più di 5 dipendenti, il numero totale di rapporti di lavoro a termine instaurati da ciascun datore di lavoro non può eccedere il limite del 20% dell’organico complessivo presente nell’azienda. Restano ferme le disposizioni di cui all’art. 10 comma 7 del D.lgs 368/2001. Per le imprese che occupano fino a 5 dipendenti è comunque ammessa la stipula di un contratto di lavoro a termine.

CONTRATTO DI APPRENDISTATO

Piano Formativo Individuale

La forma scritta è prevista esclusivamente per il contratto e per il patto di prova. Prima dell’entrata in vigore del D.L. 34/2014 la forma scritta era obbligatoria anche per il Piano formativo individuale che doveva essere definito, anche sulla base di moduli e formulari stabiliti dalla contrattazione collettiva o dagli enti bilaterali, entro trenta giorni dalla stipulazione del contratto.

Obbligo di conferma

Il D.L. n. 34/2014 abroga l’obbligo, in capo ai datori di lavoro con più di 9 dipendenti, di conferma di almeno il 50% degli apprendisti assunti nei 36 mesi precedenti la nuova assunzione, (percentuale ridotta al 30% nel periodo intercorrente dal 18 luglio 2012 al 17 luglio 2015) per poter procedere a nuove assunzioni di apprendisti.

Apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale

All’art. 3 del D.lgs 167/2011, che disciplina l’apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale è stato aggiunto il comma 2‐ter che consente, fatta salva l’autonomia della contrattazione collettiva, di riconoscere al lavoratore una retribuzione che tenga conto delle ore di lavoro effettivamente prestate nonché delle ore di formazione nella misura del 35% del relativo monte ore complessivo.

Apprendistato professionalizzante o contratto di mestiere: formazione base e trasversale

Ai sensi dell’ art. 4, comma 3 del D.lgs 167/2011, così come novellato dal D.L. 34/2014, la formazione di tipo professionalizzante può essere integrata nei limiti delle risorse annualmente disponibili, dalla offerta formativa pubblica, interna o esterna all’azienda, finalizzata all’acquisizione di competenze di base e trasversali. Nel testo previgente la formazione di base o trasversale era obbligatoria.

SERVIZI PER IL LAVORO

Elenco anagrafico dei servizi alle persone in cerca di lavoro

Si applica non solo ai cittadini italiani ma anche ai comunitari e agli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia, la norma che prevede, per chi intende avvalersi dei servizi per l’impiego, di essere inseriti in un apposito elenco anagrafico, a prescindere dl luogo di residenza. All’art. 4 del DPR 7 luglio 2000, n. 442 (Elenco anagrafico dei servizi alle persone in cerca di lavoro) le parole “Le persone” sono sostituite dalle seguenti: “I cittadini italiani, comunitari e stranieri regolarmente soggiornanti in Italia.”

Stato di disoccupazione

Il D.Lgs n. 181/2000 prevede che lo stato di disoccupato sia comprovato dalla presentazione dell’interessato presso Centro per l’Impiego competente ovvero nel cui ambito territoriale si trovi il domicilio dello stesso. L’art. 2, comma 1 del D.Lgs n. 181/2000, così come novellato dal D.L. n. 34/2014, stabilisce che in tal senso è competente il servizio di qualsiasi ambito territoriale dello Stato.

SEMPLIFICAZIONI IN MATERIA DI DURC

E’ istituito un nuovo sistema di verifica della regolarità contributiva con modalità telematiche, in tempo reale, nei confronti dell’INPS, dell’INAIL e, per le imprese edili, delle Casse edili. L’esito della verifica ha validità di 120 giorni dalla data di acquisizione e sostituisce ad ogni effetto il Documento Unico di Regolarità Contributiva (DURC). Tuttavia, l’effettiva operatività del nuovo sistema è, subordinata all’emanazione di un decreto interministeriale da adottare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del D.L. 34/2014.

CONTRATTI DI SOLIDARIETA’

Si prevede che con decreto interministeriale (Lavoro ed Economia) siano fissati i criteri per individuare le aziende aventi diritto allo sgravio contributivo per i contratti di solidarietà. Il predetto beneficio contributivo (art. 6, comma 4, DL n. 510/1996 convertito dalla Legge n. 608/1996) consiste nella riduzione per tutta la durata del contratto, con un limite massimo di 24 mesi, dei contributi dovuti per le ore lavorate da ciascun lavoratore interessato al contratto di solidarietà, pari al 25% se la riduzione di orario è compresa tra il 20% ed il 30% dell’orario contrattuale. 35% per riduzioni di orario superiori al 30%.

 

Concludo solo con una nota personale che però credo sia fondamentale: il DL 34/2014 sta seguendo l’iter parlamentare di conversione in legge, entro 60gg dalla pubblicazione potrà pertanto essere suscettibile di modifiche; consiglio VIVAMENTE di tenere in considerazione le vecchie norme sino a quando il decreto non diventi legge effettiva dello Stato onde evitare brutte sorprese.

Alla prossima!!

A pensare male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca…

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Il Ministro Elsa Fornero
Il Ministro Elsa Fornero

Sette mesi fa entrava in vigore la Riforma Fornero e chi tra voi, mi seguiva già allora sa bene che non ho mai avuto sentori particolarmente positivi nei confronti della stessa; ero e continuo ad essere certo che il progetto iniziale fosse un nobile progetto (l’idea Ichino a mio parere continua ad essere quella più valida) ma il passaggio che c’è poi stato di mano in mano: parti sociali, confindustria, politica ecc. non ha certo giovato, al contrario ha prodotto l’obrobrio che ci ritroviamo oggi.

Dopo sette mesi, dicevo, possiamo tranquillamente dire che sotto moltissimi aspetti la Riforma del Mercato del Lavoro si è dimostrata un vero e proprio fallimento. Panorama la scorsa settimana pubblicava un articolo enunciando i perché, secondo il giornalista (Marco Cobianchi), di quello che il settimanale senza mezzi termini chiama un vero flop; personalmente pur concordando sull’idea del fallimento di buona parte della riforma, non mi trovo assolutamente concorde con la stragrande maggioranza delle opinioni di Cobianchi.

Non voglio approfondire le argomentazioni di Panorama, chi fosse interessato a leggerle può scaricare l’articolo cliccando questo link ( Cobianco FLOP Fornero ), al contrario voglio dire i miei perché la riforma non funziona.

Per prima cosa occorre dire che c’è un errore di fondo, una riforma come questa che ripeto è un moncone della proposta Ichino, in cui, anche giustamente, si è tentato di spingere le imprese a stabilizzare i lavoratori precari eliminando l’abuso di forme contrattuali flessibili, non può e non doveva essere fatta in un momento storico come questo.

La recessione che attanaglia l’Italia sta mettendo in enorme difficoltà, per non dire peggio, le imprese italiane che proprio in un momento come questo, necessitano di flessibilità, visto che parlare di previsioni a lungo termine è un puro esercizio di stile. La Riforma tra aumenti di costi dei contratti flessibili, la restrizione sulle partite iva e sui contratti a progetto anziché incentivare le assunzioni a tempo indeterminato le ha drasticamente bloccate tout court. Ne sanno qualcosa i lavoratori dell’editoria e del no profit ad esempio, mondi in cui le collaborazioni sono all’ordine del giorno, che si sono visti scaricati improvvisamente per strada perché le aziende hanno avuto paura di poter incorrere in trasformazioni di default in tempi indeterminati, con il risultato che se prima lavoravano con contratti a collaborazione o p.iva mono committente, oggi non lavorano affatto; ma lo stesso vale per altri settori anche quello industriale vero e proprio.

Attenzione non sto giustificando il precariato, sto solo dicendo che in questo momento credo sia meglio essere precari che non lavorare affatto, rinviando le riforme a momenti di congiuntura favorevole e con tutti i sacri crismi, non monche come questa.

In merito alla flessibilità in uscita personalmente non ritengo sia ancora possibile dare un giudizio, sulla carta le regole sembrano abbastanza chiare anche se molti avvocati, forse perché vedono minati i loro interessi, tendono a dire ai propri assistiti, in particolare chi si trova dalla parte dei lavoratori, che nulla è cambiato e che di conseguenza, non raggiungendo l’accordo in fase preliminare davanti alla DTL (Direzione Territoriale del Lavoro) e procedendo con una causa, il reintrego è assicurato… personalmente non ne sono così convinto, al contrario, a meno che il licenziamento sia palesemente insussistente, ritengo che far saltare la mediazione non sia una cosa positiva per il lavoratore che al massimo si vedrà riconosciuta una indennità tra le 12 e le 24 mensilità, rischiando di giocarsi parte di questa indennità nei compensi del legale che lo ha seguito nella causa di lavoro.

In conclusione tornando all’articolo di Panorama, Cobianchi chiude dicendo “.. le prime sentenze sulle controversie sono contraddittorie. Per questo gli imprenditori sono terrorizzati. E per questo non assumono”; no Cobianchi le imprese non assumo non perchè sono terrorizzati dalle sentenze sul possibile reintegro dei lavoratori, in quel caso semmai non licenziano, le aziende non assumono perché la crisi richiede capacità di adattarsi in fretta alle mutevoli condizioni del mercato, cosa che non può essere fatta se tenti di ingessare il mercato del lavoro.

Alla prossima!!

La riforma del mercato del lavoro è legge…. MAH!!!!!!

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Torno su un argomento a me molto caro, la riforma del mercato del lavoro, come ormai tutti sapete è diventata legge a tutti gli effetti; ma qual è il giudizio in merito alla riforma? Dal titolo di questo post e dai commenti fatti in precedenza, mi sembra evidente che personalmente la ritengo assolutamente deludente.

I motivi sono plurimi, cercherò di spiegarli brevemente e con parole semplici; per prima cosa se analizziamo l’iter di approvazione della riforma è chiaro a tutti che questa è una legge che “si doveva fare” per forza, da qui la fiducia posta alla Camera; non solo… andava anche approvata assolutamente entro la data del 27 giugno, perché? Semplice il 28 c’è stato il fatidico Consiglio Europeo a cui, per portare via il risultato che Monti sembra aver strappato alla Merkel in merito al Fondo Salva Stati (dico sembra perché da quel giorno in cui abbiamo tutti cantato vittoria, non passa giorno che non ci sia qualche leader europeo che si rimangi ciò che era stato deciso), dovevamo presentarci al Consiglio con la riforma fatta, poiché ricorderete c’era stata chiesta esplicitamente negli ultimi mesi di governo Berlusconi. Poco importa che sia fatta male, raffazzonata e che non soddisfi praticamente nessuno, l’importante era farla ed illudere tutti i membri dell’Unione che avevamo fatto il compitino richiesto, anche questo tipico comportamento da furbetto del quartierino che purtroppo spesso ci contraddistingue come Paese.

Fatto sta che Squinzi (Confindustria) l’ha liquidata come una boiata, i sindacati sono avvelenati, i lavoratori idem e non parliamo delle imprese. Domanda: serve una riforma così? Secondo me no.

Passiamo ad esaminarne i punti più salienti:

1) Flessibilità in entrata: tanto sbandierata da tutti, risulta essere praticamente azzerata, i tempi determinati durano massimo 36 mesi comprensivi anche della eventuale somministrazione, inoltre si è inserito un 1,4% di contributo aggiuntivo. A mia opinione questo significa far morire la somministrazione che era una delle poche leve di flessibilità per l’azienda e che prevedeva per il lavoratore un contratto serio e reale. Non solo, sapete quante agenzie per il lavoro ci sono sul territorio italiano?? Provate a guardare nella vs. città quante ce ne sono, tenete conto che in media ci sono almeno tre persone che lavorano in ogni filiale, la maggior parte della quali giovani, si quei giovani tanto vituperati il cui tasso di disoccupazione è a livelli stellari. Fate un conto di quanti ragazzi/e perderanno il posto di lavoro (sta già succedendo) andando ad ingrossare le fila dei disoccupati, grazie a questa brillante riforma. Le partite iva, per colpire alcune eccezioni negative, si è andato in realtà a colpire anche tutte quelle persone che, per scelta professionale ed in accordo con l’azienda, decidono di aprire la p.iva pur lavorando per la maggior parte del tempo per un unico datore di lavoro. L’Apprendistato sembra una delle poche cose positive, anche se non parliamo certo di novità visto che il contratto era in essere da tempo.

2) Flessibilità in uscita: su questo argomento mi duole dire che si è fatta una campagna ideologica da parte del sindacato soprattutto su un argomento come quello dell’articolo 18 che in realtà mantiene i suoi effetti, vengono solamente ridotti i casi di reintegro per i soli licenziamenti economici, che in realtà non ha mai voluto nessuno, la stragrande maggioranza dei lavoratori ha sempre preferito il “congruo” indennizzo economico piuttosto che tornare su un posto in cui non sei benvoluto. Per il resto l’altra parte interessante riguarda la procedura di conciliazione da effettuarsi obbligatoriamente prima della comunicazione ufficiale da parte del datore di lavoro al lavoratore del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, in questa sede viene valutato positivamente il raggiungimento di un accordo consensuale tra le parti e l’impegno da parte dell’azienda di mettere sul tavolo la possibilità di far usufruire al lavoratore del programma di ricollocamento affidandolo agli operatori privati del settore (l’unica briciola della beneamata Flexsecurity del Prof. Ichino).

3) Ammortizzatori sociali: anche qui qualcosa andava cambiato, con l’introduzione dell’Aspi (Assicurazione Sociale per l’Impiego) si è fatto un primo passo che però ritengo assolutamente insufficiente e credo anche nella direzione sbagliata. L’uso e l’abuso da parte di tutti (imprese e sindacati con l’avvallo tacito del ministero) di CIG e CIGS in tutte le declinazioni possibili quando già dall’inizio è chiaro a tutti che l’azienda dovrà comunque tagliare il personale e che il problema, in questo modo, viene solamente procrastinato nel tempo senza possibilità di soluzione (ricordo che parliamo di ammortizzatori sociali passivi e non attivi) è il motivo per cui se oggi dichiariamo una disoccupazione di poco sopra al 10%, in realtà se consideriamo tutte le persone che attualmente usufruiscono dei vari tipi di cassa integrazione (in particolare quella straordinaria) e che sono già segnati nonostante vengano illusi, in particolare dai sindacati, che al termine saranno reintegrati, il tasso reale sale e di molto. Necessario quindi rivedere questi ammortizzatori sociali in chiave di politica attiva non passiva, la riforma non lo ha fatto se non andando a toccare quel sostegno al reddito, come la mobilità e l’indennità di disoccupazione, che sono le uniche fonti di una persona che è già uscita dal mondo del lavoro. Non era forse il caso di accorciare i periodi di cassa integrazione, mettendo in campo politiche attive di ricollocamento dei lavoratori lasciando invariate le forme di sostegno per chi è realmente fuori dal mercato del lavoro?? Se si riesce a risolvere la situazione dei lavoratori mentre sono ancora in cassa integrazione in azienda, si riduce di conseguenza anche l’uso della mobilità e della indennità di disoccupazione.

Ci sono altri punti della riforma che andrebbero discussi, ma questi li ritengo quelli più importanti e da cui scaturisce un giudizio chiaramente negativo; per me la madre di tutte le riforme era e rimane il modello Flexsecurity del Prof. Ichino di cui questa riforma ne è solo il lontanissimo parente.

Alla prossima!

Contratto di Apprendistato: che sia la volta buona

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Lo scorso 29 Aprile sono stato invitato come Vice Presidente di AIDP Marche a fare da mediatore a Bologna ad un convegno in cui si è discusso del nuovo contratto di apprendistato o meglio del rilancio dello stesso tentato dalla riforma del lavoro edita dal ministro Fornero.

Tra gli invitati anche Simonetta Cavasin, General Manager di OD&M Consulting, che ha presentato i risultati di una ricerca sull’apprendistato fatta su un campione di 109 aziende e l’Avv. Giampiero Falasca partner dello studio DLA Piper che si è addentrato sugli aspetti della normativa legato all’apprendistato professionalizzante in somministrazione.

Il contratto di Apprendistato è stato forse l’unico punto della riforma dove tutti gli attori al tavolo delle trattative si sono trovate concordi: Governo, Sindacati e Confindustria. L’uso dello strumento, molto sottovalutato dalle imprese sino ad oggi, viene oggi rivalutato come mezzo principale di accesso al mercato del lavoro per i giovani; la normativa di riferimento è il Testo Unico approvato con il decreto legislativo n°167/2011 a cui la riforma in corso di approvazione alle camere apporterà alcune modifiche, quali la durata minima del contratto stesso che sarà di 6 mesi, il divieto di somministrare lavoratori in apprendistato con contratto di somministrazione a tempo determinato.

Giusto per un breve riassunto il contratto di apprendistato potrà essere di tre tipologie:

1)   Apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale

Pensato per contrastare l’abbandono scolastico, attraverso il coinvolgimento dei giovani in percorsi di alternanza tra istruzione e lavoro che portano all’ottenimento di una qualifica. Possono essere assunti in questo modo i giovani dai 15 anni compiuti fino al giorno di compimento del 25 anno di età.

2)   Apprendistato professionalizzante o contratto di mestiere

E’ il contratto di apprendistato per eccellenza, quello che, riprendendo il mio post di un paio di settimane fa, permetterà a molti giovani di addestrarsi in particolari attività professionali, oggi spesso abbandonate, ed al conseguimento della relativa qualifica.

Può essere usato in tutti i settori (anche nel pubblico) e prevede l’assunzione di giovani dai 18 ai 29 anni di età. In alcuni casi si è parlato anche della possibilità di assumere con questo contratto anche i lavoratori in mobilità, rimane il buco legislativo se siano tutti i lavoratori in mobilità o solo quelli che rientrano nel range della legge; la giurisprudenza ad oggi sembra seguire più questo secondo filone.

3)   Apprendistato di alta formazione e ricerca

Il contratto punta a far ottenere un titolo scolastico superiore, un titolo universitario, un dottorato di ricerca, un titolo di specializzazione tecnica, il praticantato per l’accesso alle professioni che prevedono l’iscrizione ad un albo professionale. Anche in questo caso possono essere assunti giovani dai 18 ai 29 anni.

Voglio tornare ai risultati della ricerca di OD&M Consulting che a mio parere sono estremamente interessanti, emerge infatti che il 64% delle aziende intervistate ha assunto con contratto di apprendistato professionalizzante a partire del 2003, soprattutto per inserire i giovani tra i 21 ed i 25 anni; un dato questo estremamente interessante che dimostra la bontà del contratto in questione.

Lascia invece dei dubbi sulle reali motivazioni all’uso dello strumento da parte delle imprese, il dato che evidenzia come nell’89% dei casi, ovvero la stragrande maggioranza, le aziende ne hanno usufruito per i vantaggi economici che ne traggono (decontribuzioni, possibilità di assunzioni a livelli inferiori rispetto a quello finale) più che per reali esigenze formative dei giovani (solo il 34%). Proprio questo dato mi fa sorgere la domanda: le aziende ci credono realmente? Oppure è la solita scappatoia per spendere meno ed ottenere di più? Non vado oltre.

Il 50% delle aziende ha inserito gli apprendisti in produzione, il 34% nell’area tecnica, il 27% nell’area amministrazione e finanza; un dato che mette ulteriormente in evidenza come questo sia un contratto fatto ad hoc per imparare un mestiere in particolare manuale ed artigianale.

Dato molto interessante è quello che ci dice che il 77% delle aziende intervistate dichiara di aver assunto oltre il 90% degli apprendisti con contratto a tempo indeterminato, dimostrazione lampante e forse una risposta alle mie domande sopra, che il contratto di apprendistato serve realmente ad intraprendere la strada di ingresso al mondo del lavoro ed è un ottimo strumento di placement.

Succede però che, anche se pochi, ci sono comunque alcuni giovani che nonostante siano in apprendistato, mollano prima che il contratto arrivi al suo naturale compimento; il 28% per una occupazione più interessante ed un altro 28% per una occupazione più remunerativa, dimostrando di non credere loro stessi nel percorso formativo intrapreso.

Chiudo con un’ultima annotazione che riprende, come dicevo all’inizio, il mio post di qualche settimana fa dal titolo “Elogio dell’Artigiano”: una ricerca di Confartigianato del 2010 dice che su 550.000 nuove assunzioni di personale specializzato nelle PMI ben 147.250 sono risultate inevase perché “ci sono poche persone che esercitano la professione”, intesa come mancanza di giovani che hanno voglia di sporcarsi le mani, mestieri snobbati sino ad oggi che non possiamo più permetterci di snobbare vista la crisi ed il livello di disoccupazione giovanile; l’uso del contratto di apprendistato è lo strumento migliore per rilanciare l’occupazione dei giovani e colmare questo deficit di professionalità.

Alla prossima!

ICHINO e FAVA due giuslavoristi a confronto.

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Il Prof. Ichino con il sottoscritto a margine dell'incontro.Giovedì 10 maggio ad Ancona, AIDP Marche di cui sono Vice Presidente, ha organizzato un incontro in cui discutere della riforma del mercato del lavoro attualmente in discussione in parlamento.

Ospiti di Confindustria Ancona, si sono confrontati sul tema della riforma il Prof. Pietro Ichino noto giuslavorista e senatore, autore del disegno di legge n°1481 conosciuto anche come progetto “Flexsecurity”, progetto su cui, almeno inizialmente, il Ministro Fornero ha basato la sua riforma e l’Avv. Fava anch’egli giuslavorista, coadiuvati dalla mediazione di Rosanna Santonocito di JOB24 del Sole 24 Ore (http://jobtalk.blog.ilsole24ore.com/). Nel dibattito sono intervenuti anche il direttore di Confindustria Ancona Filippo Schittone, il Direttore Risorse Umane di Elica Emilio Zampetti, Angelo Stango consulente in ambito relazioni industriali per Indesit Company ed il Presidente Nazionale di AIDP Filippo Abramo.

Chi segue il mio blog sa come la penso sulla riforma, non è un mistero che personalmente ritengo il disegno di legge di Ichino la riforma migliore possibile allo stato attuale. Come del resto è altrettanto chiaro che una riforma del lavoro andava comunque fatta, impensabile andare avanti facendo finta di niente come molti avrebbero voluto; la disoccupazione giovanile legata ad un crescente precariato contro un sistema di job property della generazione del “tempo indeterminato” che hanno creato un dualismo assurdo tra genitori e figli.

Certo la riforma andava fatta tempo fa, con i giusti tempi, purtroppo la politica di professione non ha mai avuto il coraggio di mettere mano a questo tema o lo ha fatto solo marginalmente perché alto il rischio di diventare impopolari e di perdere lo scranno che garantisce privilegi ed introiti oltre ogni più degno pensiero. Ci ha pensato la crisi ad accelerare vorticosamente i tempi, forzando soluzioni che sarebbero dovute intervenire passo passo.

Ecco quindi che i politici di professione hanno preferito farsi da parte, dimostrando di non avere coraggio sino all’ultimo (poi si domandano perché alle amministrative in corso perdono consensi e vince Grillo) lasciando spazio ai cosiddetti professori che si sono ritrovati a fare il lavoro sporco, sperando che una volta finito possano risalire a palazzo e riprendere a fare la politica della convenienza… quale? Beh ovvio la loro.

Torniamo all’incontro di giovedì scorso, il confronto che ne è scaturito è stato assolutamente interessante, tutti sostanzialmente concordi nel dire che la riforma attuale, partita sotto i migliori auspici, si sta trasformando a causa dei veti incrociati dei, manco a dirlo, soliti politici di professione, in una riforma monca che non porterà a granché se non ad un ulteriore irrigidimento del mercato del lavoro sia in entrata, con gli eccessivi paletti inseriti sui contratti flessibili, che in uscita, la Flexsecurity di Ichino è solamente sfiorata.

Ci sono però dei distinguo: Ichino ritiene la riforma un cambiamento comunque epocale perché per la prima volta in 40 anni la riforma non interviene solo a margine ma nel cuore del diritto del lavoro, ovvero licenziamento ed ammortizzatori; lo fa con l’idea di allineare il nostro ordinamento al resto dell’Europa.

Fava da parte sua invece la boccia totalmente come anche il direttore di Confindustria Schittone che a nome degli imprenditori che rappresenta, vede nella riforma attuale tanta incertezza sia dalla parte normativa che dalla parte dell’efficacia della stessa, ancora troppi buchi lasciati alla discrezionalità dei giudici, non sono sufficienti i paletti messi per dare gli strumenti esatti ed ineludibili e lasciare una bassa discrezionalità nel giudizio finale; questo fa si che per l’ennesima volta saranno proprio i giudici ad avere in mano il potere decisionale finale. Questo creerà ancora incertezza sia nelle imprese che tra i lavoratori e non limiterà certo il ricorso alle cause in materia giuslavoristica che invece, inizialmente, si voleva cercare di limitare fortemente.

Di buono ci sono i recenti emendamenti alla riforma che sembrano andare in direzione di un allentamento dei vincoli sulla flessibilità in entrata ed un tentativo di andare verso il modello tedesco che come Ichino stesso ha detto, non è certamente il più snello d’Europa da un punto di vista giuslavoristico ma è sicuramente migliore del nostro invischiato ed estremamente complesso diritto del lavoro.

Alla prossima!

RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO: UN’OCCASIONE PERSA.

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L'infografica di LinkiestaCome ormai è noto a tutti, si è avviato l’iter di approvazione della riforma del mercato del lavoro, il via libera del Capo dello Stato alla presentazione del disegno di legge alle Camere ha sancito lo start.

Tra ieri pomeriggio e questa mattina, i maggiori quotidiani italiani hanno pubblicato nei loro siti web il testo del disegno di legge e si sono affrettati a fare infografiche (vedi quella da me inserita è tratta da Linkiesta) nel tentativo di spiegare nel modo più semplice possibile la riforma in atto. Mi rendo conto che stiamo parlando di una materia estremamente complessa come il diritto del lavoro, che non è di facile trattazione, specialmente se non si è del settore; io stesso che opero nelle risorse umane da tempo e che mi documento costantemente non mi sento certo un giuslavorista, ma sicuramente ne so qualcosa in più rispetto a chi si occupa di altro.

La mia curiosità e voglia di conoscenza, mi ha portato immediatamente a stampare il testo della riforma, dopo una prima lettura veloce, mi sono subito saltate all’occhio delle particolarità e delle storture che a mio parere renderanno la riforma una vera e propria occasione persa per fare qualcosa di serio.

La prima critica voglio muoverla alle parti sociali ed ai partiti politici, hanno inscenato una battaglia sull’articolo 18 (di cui ho discusso in post precedenti) in modo errato, convogliando l’attenzione solo sul reintegro in caso di “manifesta insussistenza” del motivo di licenziamento economico o disciplinare. Ci sono state fatte trasmissioni televisive, talkshow radiofonici, sprecati fiumi d’inchiostro, quando sono altre le cose su cui occorre battagliare e su cui le parti sociali dovevano intervenire dimostrando maturità e soprattutto competenza, anche perché diciamocelo chiaro, anche i muri sanno che già oggi, il lavoratore che a termine di una causa di lavoro ottiene il reintegro, non lo accetta mai optando per il risarcimento economico che consta di 15 mensilità.

Andiamo quindi a vedere dove, secondo me, andava portata avanti una battaglia o meglio andava totalmente assecondata la tanto vituperata riforma proposta dal Prof. Ichino con la sua Flexsecurity, che non può essere neanche lontanamente paragonata a questa pseudo riforma in via di approvazione.

Sappiamo tutti che la vera rivoluzione della riforma è che oggi il datore di lavoro a fronte di motivazioni economiche può procedere al licenziamento, è obbligato a darne comunicazione alla Direzione Territoriale del Lavoro che a sua volta, entro sette giorni, convoca datore di lavoro e lavoratore dinanzi alla Commissione provinciale di conciliazione per arrivare ad un accordo, le parti possono essere assistite sia dalle rispettive organizzazioni di rappresentanza che da un avvocato o consulente del lavoro.

Se si arriva alla conciliazione il testo recita “..può essere previsto, al fine di favorirne la ricollocazione professionale, l’affidamento del lavoratore ad un’agenzia di cui all’articolo 4, primo comma, lettera a) e b) del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276”, oltre ad una indennità risarcitoria. Qui c’è il primo errore: innanzitutto il testo recita “può” il che da margine di discrezionalità (a chi?? Imprenditore, lavoratore, giudice???) se affidare o meno il lavoratore ad una agenzia che ne curi il ricollocamento, la riforma Ichino ricordo che ne dava l’obbligo senza neanche passare in giudizio, si rischia quindi che il lavoratore venga liquidato con una indennità e stop. Il secondo errore viene subito dopo ed anche più abominevole, quando si fa riferimento a chi sono le agenzie a cui affidare il lavoratore: nel disegno di legge si legge “lettera a) e b)” del decreto 10 settembre 2003 n°276, ovvero le agenzie di somministrazione lasciando fuori la lettera e) del medesimo articolo che invece, raccoglie proprio le “agenzie di supporto alla ricollocazione professionale” ovvero coloro che ricollocano le persone per mestiere.

Su questi punti che ritengo centrali nella riforma del mercato del lavoro nessuno ha detto una sola parola, preferendo concentrare l’attenzione su altri temi che come ho detto prima sono assolutamente marginali. Credo sia ovvio a tutti che se oggi si può licenziare per motivi economici, occorre dare assistenza alle persone che subiranno questo tipo di licenziamento, attraverso una indennità economica decente ed un percorso di sostegno alla ricollocazione serio ed obbligatorio. La discussione si è incentrata invece sul reintegro o meno che avviene “solo nel caso in cui CI SIA MANIFESTA INSUSSITENZA”, dimenticando che se invece i motivi ci sono e sono effettivi tutto ciò è aria fritta ed il lavoratore si trova a casa con un minimo indennizzo (se concilia) e forse, senza neanche l’opportunità di essere affidato ad una società che professionalmente ne curi il ricollocamento nel mercato del lavoro.

Il Libro di IchinoProseguendo nell’esame della riforma l’altra cosa che lascia perplessi, sono le norme poste al Capo VI e al Capo VII in cui di parla rispettivamente di “Politiche attive e servizi per l’impiego” e “Apprendimento permanente” in cui, riassumendo brevemente, vengono messe in campo una tale serie di attività formative e di politiche attive del lavoro che ricadranno in buona parte sulle spalle degli attuali Centri per l’Impiego che, sappiamo bene, già oggi non brillano certo per efficienza. Il problema ulteriore è che a queste attività formative sarà legato anche il recepimento o meno dell’ASPI ovvero l’Assicurazione Sociale per l’Impiego da parte del lavoratore; cosa di per se giustissima a patto che dietro ci sia un servizio efficiente e serio.

In conclusione questi i motivi del perché la riforma Ichino era, a mia opinione, di gran lunga migliore ed a vantaggio di lavoratori ed imprese, sarebbe servita realmente ad avvicinarci agli altri paesi europei ed avrebbe dato finalmente il segnale di un Italia che ha voglia effettiva di cambiare marcia; basta leggere il libro “Inchiesta sul Lavoro” di Pietro Ichino per avere ben chiaro cosa si poteva fare e che non si è fatto nonostante gli squilli di tromba iniziali perdendo, sostanzialmente, una grande occasione.

Alla prossima!

AMMORTIZZATORI SOCIALI: vogliamo rivederli??

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In tutto questo parlare di riforme strutturali del sistema Italia, spiccano senza dubbio le riforme inerenti il mercato del lavoro, ne ho parlato già diverse volte e non finirò certo oggi di farlo, visto che siamo solo agli inizi della trattativa tra le parti sociali ed il Ministro Fornero.

Oggi però voglio toccare il tema degli ammortizzatori sociali, un tema senza dubbio scottante perché va a toccare il sostegno ai redditi di tutti coloro oggetto di CIG, CIGS, mobilità, disoccupazione e chi più ne ha più ne metta. Non occorre un genio per capire che, in un momento come quello che sta attraversando il nostro Paese, discutere di una riforma degli ammortizzatori può sembrare fuori luogo, personalmente credo non sia così e tenterò di spiegarvi i motivi.

Parlo a ragion veduta, nel mio lavoro di consulente di outplacement, specie quando si tratta di gestire programmi collettivi, capitano operai ed impiegati che affrontano il programma di ricollocazione mentre sono ancora in cassa integrazione straordinaria; ebbene spesso, invece di accettare un nuovo lavoro preferiscono rinunciare al ricollocamento per rimanere in cassa integrazione (magari fanno anche un secondo lavoro in nero). La rimostranza che potrebbe essere fatta e che si rifà anche alla normativa in atto è “ma se la proposta non è congrua con la posizione da loro ricoperta precedentemente fanno bene a dire di no”; chiaramente non stiamo parlando di offerte di lavoro palesemente inferiori ma spesso equivalenti o leggermente inferiori a quella da cui si è usciti; occorre infatti ricordare che rimanere per troppo tempo fuori dal mercato del lavoro non è mai salutare, men che meno in un periodo come quello attuale, ecco perché suggerisco sempre di accettare proposte di lavoro anche se sono leggermente inferiori a quella da cui si esce, rimettersi in gioco per poi risalire.

Quello che però voglio far notare in questo post è l’assurdità dell’attuale sistema di gestione degli ammortizzatori sociali, in un caso come quello sopra ad esempio credo sia giusto che il lavoratore perda il diritto di rimanere in cassa.

L’altro aspetto errato riguarda le imprese, spesso viene fatto un uso improprio dell’ammortizzatore sociale, in un periodo come quello di oggi, la trafila: CIG, CIGS, CIG in deroga e mobilità nascondono solamente un destino dei lavoratori coinvolti già segnato sin dall’inizio e questo lo sanno sia le imprese che i sindacati. L’uso della trafila è solo un rinvio del problema, una presa in giro per i lavoratori unito ad uno sperpero di soldi che, come abbiamo visto sopra, serve solo ai lavoratori per avere una retribuzione a cui aggiungerne spesso un’altra in nero (non sempre chiaramente), rimanere fuori dal mercato del lavoro per troppo tempo con il rischio di non rientrarci più ed alle imprese ad avere la coscienza pulita rimandando una scelta già decisa. Lo sperpero di risorse è ancor più evidente se parliamo di cassa in deroga, in buona parte a carico dello Stato e quindi dei contribuenti.

Il mio può sembrare un discorso cinico, ma non lo è, il problema dell’occupazione non si risolve con l’uso distorto degli ammortizzatori sociali, ma ad esempio con politiche che facciano in modo che le imprese non abbandonino il suolo italiano delocalizzando all’estero per riuscire a competere con imprese estere che hanno un costo del lavoro ridicolo (basta vedere cosa succede nello stabilimento cinese a cui la Apple ha deciso di affidare la produzione di iPhone, iPad ecc.). Dall’altra parte anche i lavoratori, occorre dirlo fuori dai denti perché tutti gli operatori HR lo sanno, senza bisogno di fare di tutta un’erba un fascio, devono capire che l’ammortizzatore sociale non è una indennità che gli permette di stare a casa in panciolle, serve per dare un sostegno economico in un periodo in cui il lavoratore deve darsi da fare per trovare un nuovo lavoro, anche attraverso politiche attive del lavoro come l’uso di un programma di ricollocamento.

Ecco quindi che una riforma urge, a maggior ragione in un momento come quello attuale in cui l’uso dell’ammortizzatore dall’inizio della crisi è aumentato esponenzialmente.

Alla prossima!!