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L’industria della fragilità e la ricerca della serietà

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Ma cos'è il Coaching?
Ma cos’è il Coaching?

Circa una settimana fa, Beppe Severgnini illustre giornalista del Corriere della Sera, scriveva un pezzo dal titolo “L’industria della fragilità” in cui evidenzia come, in un momento di crisi come quello attuale, l’unica industria che non va in crisi è quella dei furbi e degli approfittatori.

Nell’articolo Severgnini sottolinea come a tutti i livelli ed in tutti i settori, in momenti come quello attuale, la disperazione conduca le persone sul baratro e come quindi tendano ad aggrapparsi a qualsiasi cosa che prometta loro un barlume di speranza e di ripresa. Naturale che in un Paese di “furbetti del quartierino” come l’Italia, in queste pieghe che in alcuni casi sfiorano il dramma personale e familiare, si annidino quelli che io chiamo parassiti.

Perchè parassiti? In primis perchè la definizione che ne da la Treccani è di per se emblematica:

In biologia, ogni animale o vegetale il cui metabolismo dipende, per tutto o parte del ciclo vitale, da un altro organismo vivente, detto ospite, con il quale è associato più o meno intimamente, e sul quale ha effetti dannosi

in secondo luogo perchè proprio come questi organismi viventi sfruttano le fragilità altrui a proprio conto senza un minimo di rispetto per le persone e per i drammi che stanno vivendo.

Se ricordate qualche settimana fa, pur non sapendo dell’imminente uscita dell’articolo di Severgnini, ho messo in guardia proprio su questo blog, circa l’emergere negli ultimi tempi di società che avendo fiutato l’affare dell’outplacement si sono buttate sul mercato senza sapere neanche di cosa parlano, offrendo servizi che tutto sono fuorchè ricollocamento professionale, arrecando danno in prima battuta alle persone che decidono di affidarsi alle loro mani ed in secondo luogo screditando l’intera categoria.

Severgnini fa un quadro a tutto tondo, partendo da aziende che si approfittano della crisi per perpetrare nel tempo stage a costo zero o fornendo retribuzioni estremamente basse sfruttando il fatto che abbiamo un cuneo fiscale estremamente elevato (cosa vera e l’ho sempre detto, ma in certi casi c’è evidentemente chi si approfitta della situazione per pagare meno), passando per badanti pagate in nero e senza alcuna specializzazione che assistono anziani, arrivando persino alle banche che pur di ottimizzare chiudono sportelli lasciando i clienti in balia di comunicazioni che lui definisce “esoteriche” che non possono in alcun modo essere capite da persone anziane e forse anche da persone di mezza età.

In questo gridare giustamente contro chi si approfitta Severgnini tocca anche la professione del Coach, testualmente scrive “ci sono persone confuse, che si mettono nelle mani di un Life Coach improvvisato (due mesi prima era un animatore turistico)”. Ammetto di essermi messo a ridere appena ho letto la frase e devo ammettere che ha ragione da vendere, oggi la parola coaching va molto di moda per cui, complice il fatto che non esiste alcun albo professionale, chiunque si alza la mattina può vantare di essere coach di qualcosa.

Da Coach Professionista mi preme specificare in primis che il metodo del coaching esiste da ben prima della crisi economica, il fatto che oggi in molti si “inventino” coach di qualche cosa è dovuto sicuramente ad uno sviluppo della professione negli ultimi anni ed in secondo luogo dall’ignoranza che esiste ancora circa la materia.

Da un punto di vista legale la professione di coach è regolata dalla legge n°4/2013, quello che però conta è cosa si intende con la parola coaching, il coaching è un metodo ben definito:

il Coaching è un metodo di sviluppo  delle potenzialità dei singoli, dei gruppi e delle organizzazioni  che ha come fine ultimo l’alleanza con il proprio cliente nel percorso della sua autorealizzazione. L’attenzione del coach è orientata alla persona, ai suoi poteri e talenti; il coach deve saper ascoltare  le persone, capirle, comprenderle, assumerle creativamente e criticamente; il coach è consapevole delle proprie potenzialità, sa come valorizzarle, svilupparle, allenarle. Il coach utilizza la metodologia di coaching per la quale è in grado di indicare le fonti ed i riferimenti scientifici e non crea nel cliente aspettative infondate. Il coach è uno studente a vita, oltre ad aggiornarsi rispetto alla sua specifica attività mantiene vivo ed operativo l’interesse per tutte le discipline nella consapevolezza della propria ignoranza.

(definizione di AICP Associazione Italiana Coach Professionisti), il coach utilizza principalmente lo strumento delle domande in un ottica di maieutica socratica, non è uno psicologo e non fa psicoterapia.

Per cui, se volete utilizzare il supporto di un coach, mi permetto di suggerire questi step:

1) Informatevi su cos’è il coaching, la rete fornisce tutte le informazioni necessarie, potete anche leggere testi circa il metodo.

2) La professione in Italia si rifà alla legge n°4/2013 andate a leggere di cosa parla.

3) Fate domande alle associazioni più rappresentative in Italia (AICP ed ICF Italia)

4) Contattate un coach e chiedete un incontro puramente conoscitivo senza alcun costo per voi solo per capire come e se può esservi di aiuto.

5) Partecipate ad eventi in cui viene solamente spiegato cos’è il coaching che sono gratuiti e prettamente informativi senza che nessuno alla fine vi proponga alcunché.

6) Esistono solo tre macro aree di coaching: il business coaching per l’ambito professionale, il life coaching per i privati e lo sport coaching per l’ambito sportivo; tutto il resto è altro non coaching.

7) Se decidete di avvalervi di un coach, quest’ultimo è tenuto a consegnarvi copia del codice etico ed a farvi firmare la privacy oltre che un contratto di coaching ad inizio percorso.

8) Prendete informazioni sul coach.

9) Usate sempre il buon senso di cui tutti siamo dotati.

Mi premeva mettere i puntini sulle i anche in questo caso, l’articolo di Severgnini è caduto a fagiolo; più che industria della fragilità come in tutte le cose va ricercata la serietà.

Alla prossima!!

L’importanza di sentirsi dire “bravo”

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Ma dobbiamo proprio darcela da soli la pacca sulle spalle?
Ma dobbiamo proprio darcela da soli la pacca sulle spalle?

Operando come mental coach in ambito sportivo, mi trovo spesso in situazioni in cui agli atleti viene richiesto impegno, sacrificio, risultati con conseguente aumento della pressione di tifosi, allenatori, società sportive, stampa che in automatico si tramuta in un aumento oltre il livello di guardia dello stress.

La stessa cosa accade in azienda, siamo costantemente bombardati da richieste di ogni tipo da parte dei clienti, dei capi, dei collaboratori con il risultato di ritrovarsi sempre presi da tantissime cose che implicano innumerevoli sacrifici in termini di gestione del tempo.

In un caso come nell’altro cerchiamo di dare il massimo anche se non sempre riusciamo a raggiungere i risultati voluti o sperati e quando questo accade veniamo colpiti dagli improperi di allenatori, presidenti, tifosi, capi, clienti e via dicendo che sono sempre pronti ad infliggerci l’avvilente dose di demotivazione pensando, in cuor loro, di ottenere esattamente il contrario, ovvero di spronarci a far meglio.

Facciamo un passo indietro, chi segue questo blog sa bene come ritenga che la motivazione sia un fatto prettamente personale, fortemente legato al nostro modo di essere più o meno resilienti (per chi vuole approfondire l’argomento clicci qui) ovvero alla nostra capacità di persistere nel reggiungimento degli obiettivi, fronteggiando le difficoltà e gli insuccessi che inevitabilmente si parano davanti al cammino.

Chi parla di motivatori o si vende come motivatore personalmente dice delle gran bufale, quello che è possibile fare è sostenere o meno la motivazione altrui ma non certo instillarla per via endovena; possiamo aiutare le persone a far si che vedano sempre il bicchiere mezzo pieno anzichè quello mezzo vuoto.

Sulla base di quello che riportavo sopra purtroppo spesso, troppo spesso, i nostri capi, gli allenatori, i presidenti ecc. con i loro chiamiamoli rimproveri, sono più propensi a farci vedere il bicchiere mezzo vuoto, quindi abbattare la motivazione, anzichè quello mezzo pieno, ovvero a sostenerla.

Ma se, in fin dei conti, può anche starci in alcuni casi un rimprovero anche se fatto male (c’è rimprovero e rimprovero chiaramente), quello che non è assolutamente accettabile è che quando invece le cose riescono bene, anzichè darci una pacca sulla spalla i nostri capi/allenatori tendono a non dire nulla e dare per scontato il fatto che il tal risultato o il tal progetto sia stato raggiunto o completato con i risultati e tempi previsti.

In questo modo viviamo costantemente sotto l’inesorabile spada di Damocle, che rimane appesa sino a quando raggiungiamo i risultati ma è sempre pronta a cadere nel momento in cui le cose non riescono. Questo è il motivo che porta spesso le persone ad entrare in crisi anche se sono all’apice del successo, a perdere comunque fiducia in se stessi, nelle proprie capacità, sino ad arrivare persino alla depressione.

In questo modo viviamo costantemente nella negatività o al massimo nella normalità (quando portiamo a termine i compiti con successo), al contrario se da un lato le sconfitte e le brutte prestazioni devono comunque servirci da stimolo per migliorare e per tornare a fare meglio di prima (vedere il bicchiere mezzo pieno), dall’altro quando otteniamo risultati positivi è assolutamente necessario assaporarli fino in fondo, gioire per quello che si è fatto, premiare anche solo con un “bravo” i componenti del team o i collaboratori.

L’aspetto mentale nello sport come nel lavoro e nella vita in genere è di fondamentale importanza, per essere un buon capo, un valido allenatore, un presidente da ricordare dobbiamo imparare a valorizzare i successi del nostro team, per alimentare quel ciclo virtuoso che parte dall’impegno che mettiamo nel raggiungere gli obiettivi, passa per il senso di competenza una volta che li abbiamo raggunti e che ci è stato riconosciuto e finisce per farci provare piacere nel mettere nuovamente impegno per altri e più ambiziosi risultati.

Alla prossima!!

Obiettivi: la strada per il successo.

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In qualità di coach l’argomento obiettivi mi è paticolarmente caro, sarà perchè rappresentano il fulcro di un percorso di coaching, sarà perchè porseli è comunque la base per trasformare un sogno in realtà, ho deciso di dedicare il post di questa settimana proprio a questo argomento.

Può sembrare assurdo, banale, persino noioso ma… credetemi non potete immaginare quante persone, aziende, società sportive, aingoli atleti anche professionisti, non hanno per nulla chiaro quali siano i loro obiettivi.

Ognuno di noi sogna, ha in mente un punto ideale che vorrebbe tanto raggiungere, eppure quando arriva il momento di incamminarsi, di tracciare la rotta per quel punto, capita spesso di perdersi, di imboccare strade sbagliate, di fermarsi davanti ai primi ostacoli che inevitabilmente si parano davanti al cammino. Altre volte invece abbiamo persino paura ad intraprendere quel viaggio e rinunciamo ancor prima di essere partiti, lasciamo i sogni li nel nostro immaginario e ci rinunciamo per il resto della nostra vita adducendo frasi del tipo “tanto non ce la farò mai“, oppure “ti pare che una cosa del genere si possa realmente realizzare?“.

Il filmato che ho inserito in questo post (tratto da La ricerca della Felicità con Will Smith) lo avrete visto e sentito sicuramente, stavolta vi chiedo di guardarlo ed ascoltarlo, ascoltarlo con la testa ma anche con il cuore; quando avrete terminato fermatevi un attimo, prendete qualche minuto per voi e domandatevi “quali sono i miei sogni?“, “possibile che non possa raggiungerli?“, “sto percorrendo la strada giusta per arrivarci oppure non l’ho neanche imboccata?“.

Il primo passo per trasformare i sogni in realtà consiste proprio nel porvi gli obiettivi; partite dal macro obiettivo, quello che rappresenta il soddisfacimento del vostro sogno e scomponetelo in tanti piccoli obiettivi intermedi. Per farvi capire di cosa parlo, pensate ad un autobus che per arrivare dal punto di partenza al punto di arrivo compie un percorso composto da tante fermate. Stabilite la direzione da intraprendere (marco obiettivo) salite sul vostro autobus che riporta scritta quella destinazione e percorrete tutte le fermate (obiettivi intermedi) sino alla destinazione, solo in questo modo sarete in grado di realizzare i vostri sogni professionali, personali, sportivi, aziendali….

Se hai un sogno tu lo devi proteggere…

Alla prossima!!

Allenatore Leader – Leader Allenatore

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Conte, senza dubbio un leader
Conte, senza dubbio un leader

Nel coaching sportivo così come in quello aziendale, vengo spesso interpellato da società ed aziende che sentono la necessità di inserire nel loro staff un coach che alleni la mente in modo specifico.

Chiaramente il primo contatto in tal senso è senza dubbio oltre che la dirigenza anche l’head coach altrimenti definito capo allenatore, colui che ha in mano le redini della squadra e che gestisce in primis il rapporto con i giocatori. Spesso ho parlato di team building, di team coaching ma raramente ho toccato la figura di chi è chiamato a gestire la squadra; l’allenatore ed il suo staff sono fondamentali per il successo o meno del team.

Talvolta accade che l’allenatore sia l’ultimo a volersi mettere in discussione, ti indica magari quello e quell’altro giocatore che secondo lui ha bisogno di supporto ma difficilmente mette sul piatto la possibilità che se un giocatore o la squadra non performa come dovrebbe, la colpa potrebbe anche essere del suo modo di gestire. Mi piace ricordare quello che dice Dan Peterson, uno tra i più grandi allenatori di basket in Italia “esistono i coach sarti ed i coach stilisti: i primi creano il gioco sulla base dei giocatori che hanno a disposizione, i secondi costruiscono la squadra sulla base di quello che è il tipo di gioco in cui credono” ecco personalmente ritengo che un allenatore debba essere sempre un sarto ed adattare giochi e metodi di allenamento a seconda degli individui che compongono il team, sono pochi quelli che possono concedersi di essere stilisti (nel calcio ad esempio Arrigo Sacchi è sicuramente uno stilista), normalmente sono quelli con grande esperienza e che vengono ingaggiati dalle società di rilievo che possono permettersi di prendere qualsiasi giocatore sia necessario al modulo dell’allenatore.

Per essere un leader vero all’allenatore non basta solo avere le skills tecniche occorre anche dell’altro; da dove nasce la leadership dell’allenatore? Nella mia opinione ci sono dei pilastri fondamentali:

1) Quando si forma una squadra, i giocatori che arrivano per quanto capaci se non addirittura campioni, messi insieme non sono ancora team ma un gruppo di individui, non è detto che lo diventino; questo il motivo di molti fallimenti di squadre che sulla carta dovevano dominare ed in realtà sono naufragate; occorre quindi lavorare nella direzione di costruire subito un clima di fiducia e rispetto reciproco.

2) Usare subito il plurale anzichè il singolare quindi: “nostra” squadra anzichè “mia” squadra, “noi” anzichè “io”, la leadership è plurale non singolare .

3) Coinvolgimento massimo di tutti dal primo all’ultimo, nelle riunioni mai fare monologhi, parlare e cofrontarsi con tutti nello staff, con la dirigenza, persino con il magazziniere, far sentire tutti importanti.

4) Stabilire poche regole e chiare, condivise da tutti.

5) Dedicare tempo a tutti i membri del team, non solo durante l’allenamento ma anche a lato dello stesso, coinvolgendoli e facendoli sentire parte importante, in poche parole prendersi cura di loro, quello che gli americani chiamano “care“.

6) Domandare!!! Nei dialoghi siano essi singoli con i giocatori o collettivi con tutta la squadra, domandate, fate parlare i membri del team, fare sermoni senza possibilità di replica non porta da nessuna parte, alla fine entrano da un orecchio ed escono dall’altro, totalmente inefficaci.

7) Mai e poi mai sottolineare il negativo e dare il positivo come scontato, può sembrare una banalità ma vi assicuro che ci sono molti allenatori che sono pronti a farsi sentire quando ci sono cose negative ma che si dimenticano di sottolineare i progressi e le cose fatte bene da parte del team. Riconoscete e premiate quando è stato fatto un buon lavoro.

Questi sono le mie personali basi, a cui segue molto altro chiaramente; ho parlato dal lato sportivo, non ci vuole molto a capire che le stesse regole valgono per la gestione di qualsiasi gruppo.

Alla prossima!!

Quando un gruppo diventa TEAM

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Essere un Team
Essere un Team

Torno a parlare di Coaching e lo faccio toccando un lato a me molto caro lo Sport Coaching; il weekend appena trascorso è stato foriero di soddisfazioni professionali, sono molto contento di poter collaborare con veri e propri TEAM.

Non sempre però si hanno queste fortune, nello sport come nel lavoro, non è detto che un gruppo di persone sia per forza di cose un team, al contrario spesso accade che: rivalità, leadership mal gestita, scarsa chiarezza o interessi personali possano mettere a rischio il raggiungimento dell’obiettivo del gruppo, anche se lo stesso è composto da singoli estremamente motivati e capaci.

Parlo di obiettivo perchè tutto parte sempre dalla definizione dell’obiettivo, chiunque abbia intenzione di costiure un team deve per prima cosa stabilire per quale motivo vuole assemblare la squadra e dove intende arrivare con la stessa. Questo significa in primis capire con quali elementi costituire il gruppo, quali individui possono essere funzionali al progetto che si ha in mente; in seconda battuta una volta composta la squadra serve per tracciare la rotta che la nave dovrà percorrere, ciò significa che “tutti” sanno esattamente “dove” andare e “come” arrivarci.

Sembrerà banale ma non potete capire quante volte nello sport come nel business si costituiscono gruppi con risorse inserite a caso senza dare un chiaro obiettivo da raggiungere, con risultato che non saranno mai un team affiatato e men che meno sarà raggiunto alcunchè.

Il secondo step è quello di stabilire i valori del team, i valori costituiscono il qui ed ora della squadra, contrariamente agli obiettivi che rappresentano il futuro a cui puntare; parlare di valori significa stabilire le modalità di comportamento è il “come” raggiungere gli obiettivi, naturalmente più sono esplicitati, più vengono interiorizzati dal team aumentando la motivazione nel raggiungere l’obiettivo.

Terzo passaggio importante riguarda le regole, non è pensabile unire delle persone per raggiungere uno scopo senza dar loro delle regole da rispettare per raggiungerlo. Come è facilmente intuibile le regole vanno di pari passo con i valori, stabiliti i secondi le prime sono una diretta conseguenza, attenzione però: mai darle per scontate, non funzionano, le persone non si sentono vincolate. Dall’altra parte non devono essere troppe, usando le parole di Mike Krzyzewski alias “Coach K” grandissimo coach di basket universitario allenatore della squadra dell’università di DUKE: “Poche regole, se ne metti troppe infili le persone in una scatola, questo crea problemi. La verità è che chi mette troppe regole evita di prendere decisioni. Non voglio essere un dittatore, voglio essere un leader e la leadership è continua, regolabile, flessibile e dinamica.

Se regole e valori sono definite con chiarezza il gruppo non farà fatica a trasformarsi in team ed condividere l’obiettivo; quando la condivisione dell’obiettivo è forte e si è lavorato a lungo su questo aspetto, emerge lo spirito di squadra ed i componenti anche i più individualisti saranno disposti a sacrificare il loro obiettivo personale in funzione di quello di squadra.

Alla prossima!!

Sviluppare la RESILIENZA

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Sviluppare la Resilienza
Sviluppare la Resilienza

Oggi voglio toccare il concetto di resilienza; un termine che ha molteplici significati: in ingegneria rappresenta la capacità di un materiale di resistere agli urti, in informatica indica la capacità di un sistema di adattarsi alle condizioni d’uso, in ambito personale indica la capacità di mantenere viva la propria automotivazione.

Mi riallaccio quindi al mio post in cui parlavo di motivazione, oggi questo concetto è oltremodo importante alla luce di una crisi economica che sembra infinita e a tutte le difficoltà connesse sia in ambito lavorativo che personale.

In questo stato di cose, diventa fondamentale sviluppare il più possibile la nostra resilienza, ma come possiamo farlo? Per prima cosa va detto che per mantenere alta la propria automotivazione occorre in primis sviluppare la nostra percezione di autoefficacia e parallelamente sviluppare il più possibile le nostre capacità volizionali che altro non sono le capacità di perseverare fino al raggiungimento dell’obiettivo prefisso.

L’autoefficacia è un ingrediente fondamentale della automotivazione, non va confusa con la autostima in quanto la prima rappresenta la mia convinzione di riuscita in contesti delimitati (nello sport, nel lavoro, ecc.) mentre la seconda è la percezione generale del mio valore come persona; ciò significa che posso avere un basso senso di autoefficacia rispetto alla possibilità di cucinare un determinato piatto senza però che questo intacchi il mio valore come persona.

L’autoefficacia si sviluppa attraverso esperienze di successo è in poche parole quella sensazione di “sentirsi capaci” di fare quella determinata cosa; la si sviluppa attraverso un circolo virtuoso che parte dall’impegno con cui affrontiamo le cose, l’impegno produce senso di competenza che a sua volta crea piacere e nuova motivazione a continuare a fare. Dobbiamo solo proteggerci dagli autosabotatori interni che non sono altro che processi cognitivi disfunzionali ovvero rischiano di contrastare fortemente il nostro senso di autoefficacia; sono rappresentati da credenze e convinzioni limitanti e da interpretazioni false della realtà: in ambito sportivo un esempio potrebbe essere: “il mio allenatore non mi ha fatto giocare perchè ritiene che non sia capace” quando in realtà nella testa dell’allenatore la spiegazione era dettata solo esclusivamente da scelte di natura tattica.

L’altro aspetto della resilienza è lo sviluppo delle capacità volizionali, trattandosi di forza di volontà, non sono semplici da allenare e sviluppare, possiamo però dire che queste capacità risiedono nelle aree prefrontali del cervello che sono quelle di più recente formazione del cervello umano e che sono tra le maggiori responsabili del funzionamento dell’attenzione, danno un grande contributo nel gestire le risposte emozionali e regolano i comportamente connessi all’autocontrollo. Come dicevo non è cosa semplice allenarle basti però sapere che ogni volta che facciamo uno sforzo di volontà, anche piccolo come resistere alla tentatazione di mangiare un cioccolatino, le aree prefrontali entrano in funzione. In un ambito sportivo ad esempio possiamo dire che nel momento in cui sentiamo di non farcela più occorre “spostare l’attenzione” da questi messaggi che il corpo ci invia al focus sul raggiungimento dell’obiettivo che significa concentrarci sul motivo per cui stiamo operando quello sforzo.

In conclusione, riprendendo il concetto con cui ho aperto il post, oggi è sempre più importante sviluppare la nostra personale resilienza, i tempi lo impongono, occorre tornare a ciò da cui i nostri nonni sono partiti dopo la guerra, loro si che erano resilienti, un concetto che abbiamo perso nel tempo abituati ai periodi di vacche grasse che si sono succeduti; oggi ringraziando iddio non siamo alla fine di una guerra ma per certi versi è come se ci fossimo, dobbiamo ripartire con grosso senso di responsabilità e sacrificio a ricostruire dalle macerie che la crisi ci ha lasciato e questo possiamo farlo solo trovando la motivazione dentro di noi perchè nessuno ci regalerà nulla.

Alla prossima!!

SPORT COACHING: Miglioramento del gesto atletico.

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Il gesto atletico può essere perfezionato per imitazione?
Il gesto atletico può essere perfezionato per imitazione?

Come coach professionista e sportivo fino nel midollo, non potevo non occuparmi di Sport Coaching; da un paio d’anni collaboro con l’Aurora Basket Jesi società che milita nel campionato nazionale di Legadue Gold; in questo contesto ho avuto modo di sperimentare sul campo molte delle attività che sono state oggetto del mio percorso di studi.

In particolare oggi voglio toccare ed intrecciare due argomenti che messi in relazione tra loro posso essere molto utili al miglioramento del gesto atletico, sia che si tratti di un tiro a canestro, che di una schiacciata o un muro a pallavolo, piuttosto che un dribbling a calcio e via dicendo.

I due argomenti, che a mio parere sono strettamente correlati tra loro, sono il concetto di neuroni a specchio e quello di visualizzazione, tecnica che proviene dalla PNL.

Partiamo dal primo, all’inizio degli anni ’90 un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma capitanati dal Dott. Giacomo Rizzolati hanno scoperto, grazie ad alcuni esperimenti sui macachi, una speciale classe di neuroni, siti nelle regioni parietali frontali inferiori del cervello, che si attivavano sia durante l’esecuzione di un’azione, sia alla vista della medesima azione eseguita da un’altro soggetto. Per questa particolarità di riflettere le azioni viste come se ci si specchiasse venne assegnato il nome di “neuroni a specchio“.

Questi neuroni sono importanti sia per la comprensione delle azioni di altre persone, come vedremo poi essenziali in ambito sportivo per anticipare le mosse dell’avversario, sia per l’apprendimento attraverso l’imitazione, non solo, sono anche importanti per comprendere le emozioni e conseguentemente per entrare in empatia con le altre persone.

In questo caso prendo in considerazione solo i primi due aspetti in particolare, l’uso dei neuroni a specchio per il perfezionamento del gesto atletico; capite quindi come l’attivazione di questi neuroni risulti estremamente importante se si ha intenzione di imparare una tecnica particolare o meglio ancora se si vuole perfezionare un movimento che può portarci ad aumentare le possibilità di successo e anche a risolvere problemi di natura fisica (pensate ad un gesto inefficace, ripetuto per anni, attraverso un movimento sbagliato, è indubbio che porti anche ad un logorio delle fibre muscolari o delle articolazioni). Per un atleta che ha intenzione di migliorare è importante porre estrema attenzione sia all’osservazione del gesto spiegato dal proprio allenatore ma altresì osservare attentamente sia dal vivo ma anche attraverso filmanti, il medesimo gesto compiuto da chi già oggi si esprime alla perfezione.

Qui si innesta il secondo concetto, ovvero quello della visualizzazione, tecnica della PNL che consente attraverso la sua applcazione di perfezionare il gesto atletico. Una volta che, attraverso l’attivazione dei neuroni a specchio, abbiamo visto e rivisto la tecnica che ci interessa migliorare svolta alla perfezione e l’abbiamo immagazzinata, dobbiamo ripeterla nella nostra testa, più e più volte, sostituendo alla persona che abbiamo osservato noi stessi; tutto questo perchè, come dicevo qualche post fa, il nostro cervello non riesce a distinguere tra una azione vissuta realmente ed una immaginata fortemente. Ciò significa che più ripetiamo mentalmente il gesto perfetto più lo stesso si immagazzinerà nella nostra mente tanto che, nel metterlo in partica, i miglioramenti saranno sotto gli occhi di tutti.

Capite quindi come la combinazione delle due cose sia di grande aiuto agli atleti (e non solo chiaramente, sono tecniche applicabili anche nella vita di tutti i giorni) per apprendere e migliorare; tornando al concetto dei neuroni a specchio in ambito sportivo sono estremamente importanti anche per prevenire le mosse dell’avversario. Quando le squadre professionistiche (basket, calcio, volley, ecc..) fanno “video”, ovvero si riuniscono in riunione ad osservare le partite della squadra che andranno ad affrontare, non fanno altro che attivare i neuroni a specchio, vedere più volte le azioni ed i movimenti fatti dall’avversario porterà la squadra a reagire di conseguenza ed anticipare l’esito dell’azione quando se li troveranno davanti.

Alla prossima!!

“E se????” … quella domanda che ci rende immobili

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e se...????
e se…????

Negli ultimi giorni ho avuto uno scambio di battute con una persona che si poneva questo interrogativo: “se, se, se e tutti i maledetti se che straziano l’animo dello sventurato che pensa e che dopo aver ben pensato si ritrova ancor più sventurato; è vero tuttavia che in questo modo impara a vivere. L’uomo che si proibisce di pensare non impara mai nulla” il discorso continuava con “…. è vero che rifugiarsi nei se non porta a nulla. Ma è nostra natura pensare a tante cose e chiedersi se avessi fatti in un modo o nell’altro, se avessi agito così. Penso sia capitato un pò a tutti è un modo per crescere anche quello. E’ impossibile non pensare..“.

Questo è lo spunto da cui voglio partire, a chi tra noi non è mai capitato di imbattersi nella fatidica domanda “E se????” e quante volte questa domanda ci ha fatto rimandare decisioni, perdere opportunità, continuare su una strada che non ci piace più, per paura di imboccarne una nuova?

Per non parlare della versione ex post del “se..”, quando ci poniamo domande del tipo “se avessi fatto..” oppure “se mi fossi comportato..” che a mio parere risultano essere parimenti deleterie a quelle della prima versione perchè premettono ad una esistenza di rimpianti.

I se del primo tipo sono chiaramente limitanti per non dire spesso totalmente immobilizzanti, questo non significa che non dobbiamo pensare o che, peggio, dobbiamo agire in totale incoscienza, tutt’altro, significa che dopo aver capito cosa veramente vogliamo dalla nostra vita privata o professionale che sia, redigiamo un piano d’azione che ci conduca al raggiungimento dei quella meta, tracciamo la rotta e partiamo!

Non restiamo bloccati sulle nostre posizioni, superiamo la paura di fare quel passo, decidiamo; noi Coach chiamiamo questo momento “l’uscita dalla zona di comfort” dove per zona di comfort intendiamo la zona che ben conosciamo e da cui fatichiamo a staccarci anche se in questa zona troviamo sofferenza o non ci sentiamo pienamente realizzati, perchè rivolgersi al nuovo fa pauraInvece è proprio nel decidere di fare quel passo che ci porterà a vincere le paure e le titubanze ed a cominciare a scrivere una nuova e più felice pagina della nostra vita.

Mi piace ricordare una frase tratta da uno scritto di Seneca intitolato “Lettere a Lucilio” in un passaggio dice: “Considera, quindi, speranza e timore e quando tutto sarà incerto, favorisci te stesso: credi ciò che preferisci. Anche se il timore avrà più argomenti, scegli la speranza e metti fine alla tua angoscia; rifletti che la maggior parte degli uomini si arrovella e si agita, benché non ci siano mali presenti né certezza di mali futuri.

I se del secondo tipo come dicevo, ci conducono dritti dritti ad una vita di rimpianti su ciò che sarebbe potuto essere e che non è stato, facendoci erroneamente credere che tutto sia perso, che non ci saranno nuove occasioni, che non avremo nuove possibilità per realizzarci.

Ecco un’altro passaggio dello scritto di Seneca circa il rimpianto “Se uno tenta di liberarsi di un amore, deve evitare ogni ricordo del corpo amato (l’amore è la passione che riarde con più facilità); allo stesso modo chi vuole eliminare il rimpianto di tutto quello per cui bruciava di desiderio, deve distogliere occhi e orecchie da ciò che ha abbandonato. Le passioni ritornano prontamente all’attacco. Dovunque si volgano, scorgeranno una ricompensa immediata al loro affaccendarsi.” questo per dire che è inutile arrovelarsi su ciò che è stato ponendoci innumerevoli interrogativi su cosa sarebbe accaduto se ci fossimo comportati in modo diverso, volgiamo lo sguardo altrove e concediamoci una nuova possibilità, dipende solo da noi.

Dobbiamo aumentare la consapevolezza nel senso di raccogliere e percepire con chiarezza i fatti e le informazioni rilevanti nella nostra vita, ricordiamoci che siamo in grado di controllare solo ciò di cui siamo consapevoli, tutto quello di cui non siamo consapevoli ci controlla.

L’altro aspetto fondamentale è la responsabilità , quando accettiamo realmente la responsabilità delle nostre azioni aumentiamo anche la nostra performance (sportiva, professionale, di vita).

NON LIMITIAMOCI AD ESISTERE.. VIVIAMO!!

Alla prossima!

I HAVE A DREAM…. RAGAZZI VINCENTI!!

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La formazione Under19 della Aurora Basket Jesi appena qualificata per le fasi nazionali.
La formazione Under19 della Aurora Basket Jesi appena qualificata per le fasi nazionali.

Questa volta voglio parlarvi dei giovani, la gioventù di oggi spesso viene bistrattata e definita molle e bambocciona, priva di valori e poco disposta al sacrificio.

Devo ammettere che spesso mi imbatto in questo tipo di figure ed a malincuore mi ritrovo a dover dare ragione a quelle definizioni date spesso da personaggi anch’essi quantomeno discutibili . Generalizzare però è una brutta cosa ed attraverso il mio modo di vedere il bicchiere mezzo pieno anziché mezzo vuoto, cerco di individuare le cause di questa situazione e senza tanta difficoltà ammetto che la colpa non è loro ma nostra, ovvero della mia generazione, che evidentemente non è stata capace di trasmettere fino in fondo quei valori che genitori e nonni ci hanno tramandato.

Loro, i ragazzi, sono persone come noi e come noi imparano da quello che sono le loro esperienze di vita; se da un lato la società offre loro molte più opportunità rispetto ai miei tempi, è indubbio che dall’altro queste opportunità maggiori sono controbilanciate da difficoltà superiori: famiglie spesso divise, la necessità di crescere in fretta ed un sistema educativo non proprio esemplare, uniti a momenti di forte incertezza come quelli che stiamo attraversando; sono un macigno sopra le spalle dei giovani che risulta difficile da trasportare.

In questo contesto, un ruolo primario educativo e formativo lo ricopre lo sport, lo sport sano chiaramente, quello dei risultati raggiunti col sudore sulla fronte, non quello delle vittorie a tutti costi imbottiti di doping; lo sport degli esempi e delle bandiere, non quello del miglior offerente, lo sport sincero fatto con il cervello e soprattutto con il cuore, non quello falsato delle scommesse.

Voglio raccontarvi la storia di un gruppo di ragazzi, giocatori di basket tra i 18 ed i 19 anni, nel pieno della loro maturazione. Ragazzi che come i loro coetanei, studiano e si divertono con i loro amici, che vivono i loro amori, ma che si allenano e sputano sangue sul parquet inseguendo un sogno, rispettando le regole, se stessi, i loro allenatori, imponendosi rinunce per il raggiungimento di un obiettivo comune.

Sono ragazzi che si sono messi in gioco, che non accettano la mediocrità, hanno deciso di accettare la sfida che il mondo gli ha messo davanti ed uniti come un vero gruppo, si sono assunti la responsabilità di crescere e di non rimandare quelle scelte che già oggi possono e sono in grado di prendere.

Ognuno di loro è importante nel progetto, a partire dal leader sino all’ultimo; quello che conta non è il minutaggio giocato, quello che conta è lavorare per farsi trovare pronti quando arriva il momento, anche fosse un solo minuto, anche fosse solo sostenere i compagni dalla panchina, nello sport come nella vita.

Questi ragazzi fanno del rispetto verso il prossimo la loro filosofia di vita e come tali meritano il mio massimo rispetto come quello dei loro allenatori, che con i loro insegnamenti li sostengono non solo sul campo ma anche nella vita.

Sono fortunato, perché una parte del cammino la stiamo facendo insieme, i risultati sportivi contano, certo, ma da un punto di vista umano questi ragazzi hanno già vinto.

Alla prossima!!

P.S.: sono i ragazzi dell’Under19 dell’Aurora Basket Jesi.

RU COACHING – Allenarsi al successo

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Logo RU Coaching
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Stavolta parlo un po’ di me, da quando ho avviato il blog ho cercato di affrontare nel modo migliore possibile argomenti inerenti le risorse umane, anzi che dico, il “meraviglioso mondo delle risorse umane”; non so se ci sono riuscito ma da quelli che sono i followers del blog e dai feedback che ricevo privatamente la strada intrapresa sembra essere quella giusta.

Mi occupo di outplacement per la società numero uno in Italia per questo tipo di servizio e sono onorato che abbiano scelto me a rappresentarli in diverse regioni dell’Italia centro-meridionale; per fare questa professione occorre passione, passione per i temi che si affrontano ma soprattutto passione per le persone.

Chi si occupa di risorse umane non può prescindere dall’essere attratto dalla mente umana, dalle emozioni, dallo sviluppo delle persone che incrocerà nel suo percorso professionale; le stesse ed identiche passioni che guidano un coach professionista nella sua carriera; naturale quindi che in questi anni mi diplomassi come coach. Ho sempre detto che in un percorso di outplacement le persone vanno, soprattutto nella prima fase, sostenute a ritrovare se stessi ed elaborare il lutto della perdita del posto di lavoro, attività che possono essere fatte ancora meglio se si conosce il metodo del coaching.

Ma l’attività di coach può essere sviluppata anche in ambito sportivo quando ci si affianca allo staff di una squadra e si lavora sia sui singoli giocatori che sull’intero team, la stessa cosa vale negli sport singoli dove il supporto del coach mentale in alcuni casi è fondamentale. E’ il caso della collaborazione che ho in atto per questa stagione sportiva con l’Aurora Basket di Jesi, società professionistica che milita nel campionato di Legadue, in cui sono nello staff della prima squadra per occuparmi degli allenatori e della dirigenza, oltre ad essere coinvolto in un progetto di team coaching con i ragazzi della under 19.

Non finisce qui, il terzo ambito di applicazione del metodo del coaching è la vita di tutti i giorni, capita ad ognuno di noi di arrivare ad un certo punto della nostra esistenza e di sentirsi insoddisfatti, con tanta voglia di cambiare e di dare una svolta in positivo alla nostra vita ma senza avere la sufficiente forza per farlo, perché uscire dalla “zona di comfort”, ovvero da un ambito ben conosciuto seppur non soddisfacente, non è facile. In questi momenti un coach che si affianca a noi può sicuramente essere quel supporto necessario a far si che le cosi cambino veramente, proiettandoci verso la nostra autorealizzazione.

Per tutti questi motivi, dopo aver pensato e ripensato, ho deciso che era il momento di agire perché come dice Goethe:

qualunque cosa sogni, cominciala. L’audacia ha del genio, del potere, della magia.

una frase che campeggia nel mio ufficio ed a cui faccio riferimento ogni qual volta sento nascere qualcosa in me.

Agire dunque, ecco quindi che ha preso corpo RU COACHING, perché non potevo mancare dal fare riferimento a questo blog che ha dato il “la” a tante cose belle dal lato professionale; una nuova avventura che si affianca e completa la mia professione di consulente di outplacement per INTOO.

La nave è in partenza…. salite a brodo.

Alla prossima!!