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LIFE SKILLS: un aiuto alla crescita di bambini ed adolescenti.

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Life Skills per i ragazzi
Life Skills per i ragazzi

Ho già toccato questo argomento più di un anno fa, lo toccai in modo marginale credo sia necessario tornarci sopra ed approfondire questo aspetto che ancora in pochi conoscono.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato, nella sua prima versione, nel lontano 1994 un documento dal titolo “Life Skills education for children and adoloscents in Schools” in cui si mette in evidenza come sia importante insegnare ai ragazzi queste abilità e capacità cognitive, emotive e sociali di base che l’OMS raccoglie in 10 competenze:

Consapevolezza di sé (Self-awareness)
Gestione delle emozioni (Coping with emotions)
Gestione dello stress (Coping with stress)
Empatia (Empathy)
Pensiero Creativo (Creative Thinking)
Pensiero Critico (Critical Thinking)
Prendere buone decisioni (Decision making)
Risolvere problemi (Problem solving)
Comunicazione efficace (Effective communication)
Relazioni efficaci (Interpersonal relationship skills)

Ma a cosa servono queste competenze? L’OMS testualmente riporta “sono le competenze che portano a comportamenti positivi e di adattamento che rendono l’individuo capace di far fronte efficacemente alle richieste e alle sfide della vita di tutti i giorni“.

In Italia sempre più soggetti istituzionali (scuole, istituti), associazioni, società sportive ecc. si stanno sensibilizzando al tema visto anche quello che le cronache quotidianamente ci raccontano; il target dei ragazzi da prendere in considerazione è quello che va dai 6 ai 16 anni di età, ovvero tutta quella fascia di popolazione che rientra nella fase pre-adolescenziale e adolescenziale vera e propria. Sappiamo bene come i ragazzi in questa età, vivano momenti di crescita che, se mal gestiti, possono segnarli negativamente per tutta la vita fino a portarli anche a pesanti disagi mentali.

Lo sviluppo delle Life Skills permette agli individui di tramutare la conoscenza, attitudini e valori in abilità, ovvero di sapere cosa fare e come farlo quando si presenta la situazione, capire quindi come reagire quando ci si trova davanti ad atti di bullismo, prevenire situazioni di pericolo come uso di droghe e abuso di alcool, saper gestire situazioni in cui può venire minata la propria autostima.

Per lo sviluppo di queste capacità normalmente si lavora in gruppi o a coppie, facendo brainstorming, giochi di ruolo o dibattiti a seconda dell’età a cui ci si rivolge; anche nell’ambito sportivo è importante prestare cura a queste competenze, lo sport è già di per se una scuola di vita ma può aumentare il suo lato educativo proprio prendendosi cura di sviluppare almeno alcune di queste competenze: in particolare aumentare la consapevolezza di se, l’empatia intesa come capacità di relazionarsi al meglio con i compagni di squadra, riuscire a gestire al meglio le emozioni e lo stress che può venire da una partita importante, essere capaci di prendere decisioni giuste al momento giusto sono tutte componenti che sono insite nello sport.

Nonostante tutto occorre fare ancora passi da gigante, specialmente sul lato scolastico, se da un lato è pur vero che le scuole stanno passando un momento sicuramente negativo sul lato fondi, il MIUR (Ministero dell’Istruzione) non può esimersi dal prendere in considerazione che creare progetti specifici per i ragazzi, possa aiutarli a superare momenti difficil; in parte lo sta già facendo (la regione Toscana mi sembra particolarmente attiva in tal senso) ma ancora tanto c’è da fare.

Alla prossima!!

 

Allenatore Leader – Leader Allenatore

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Conte, senza dubbio un leader
Conte, senza dubbio un leader

Nel coaching sportivo così come in quello aziendale, vengo spesso interpellato da società ed aziende che sentono la necessità di inserire nel loro staff un coach che alleni la mente in modo specifico.

Chiaramente il primo contatto in tal senso è senza dubbio oltre che la dirigenza anche l’head coach altrimenti definito capo allenatore, colui che ha in mano le redini della squadra e che gestisce in primis il rapporto con i giocatori. Spesso ho parlato di team building, di team coaching ma raramente ho toccato la figura di chi è chiamato a gestire la squadra; l’allenatore ed il suo staff sono fondamentali per il successo o meno del team.

Talvolta accade che l’allenatore sia l’ultimo a volersi mettere in discussione, ti indica magari quello e quell’altro giocatore che secondo lui ha bisogno di supporto ma difficilmente mette sul piatto la possibilità che se un giocatore o la squadra non performa come dovrebbe, la colpa potrebbe anche essere del suo modo di gestire. Mi piace ricordare quello che dice Dan Peterson, uno tra i più grandi allenatori di basket in Italia “esistono i coach sarti ed i coach stilisti: i primi creano il gioco sulla base dei giocatori che hanno a disposizione, i secondi costruiscono la squadra sulla base di quello che è il tipo di gioco in cui credono” ecco personalmente ritengo che un allenatore debba essere sempre un sarto ed adattare giochi e metodi di allenamento a seconda degli individui che compongono il team, sono pochi quelli che possono concedersi di essere stilisti (nel calcio ad esempio Arrigo Sacchi è sicuramente uno stilista), normalmente sono quelli con grande esperienza e che vengono ingaggiati dalle società di rilievo che possono permettersi di prendere qualsiasi giocatore sia necessario al modulo dell’allenatore.

Per essere un leader vero all’allenatore non basta solo avere le skills tecniche occorre anche dell’altro; da dove nasce la leadership dell’allenatore? Nella mia opinione ci sono dei pilastri fondamentali:

1) Quando si forma una squadra, i giocatori che arrivano per quanto capaci se non addirittura campioni, messi insieme non sono ancora team ma un gruppo di individui, non è detto che lo diventino; questo il motivo di molti fallimenti di squadre che sulla carta dovevano dominare ed in realtà sono naufragate; occorre quindi lavorare nella direzione di costruire subito un clima di fiducia e rispetto reciproco.

2) Usare subito il plurale anzichè il singolare quindi: “nostra” squadra anzichè “mia” squadra, “noi” anzichè “io”, la leadership è plurale non singolare .

3) Coinvolgimento massimo di tutti dal primo all’ultimo, nelle riunioni mai fare monologhi, parlare e cofrontarsi con tutti nello staff, con la dirigenza, persino con il magazziniere, far sentire tutti importanti.

4) Stabilire poche regole e chiare, condivise da tutti.

5) Dedicare tempo a tutti i membri del team, non solo durante l’allenamento ma anche a lato dello stesso, coinvolgendoli e facendoli sentire parte importante, in poche parole prendersi cura di loro, quello che gli americani chiamano “care“.

6) Domandare!!! Nei dialoghi siano essi singoli con i giocatori o collettivi con tutta la squadra, domandate, fate parlare i membri del team, fare sermoni senza possibilità di replica non porta da nessuna parte, alla fine entrano da un orecchio ed escono dall’altro, totalmente inefficaci.

7) Mai e poi mai sottolineare il negativo e dare il positivo come scontato, può sembrare una banalità ma vi assicuro che ci sono molti allenatori che sono pronti a farsi sentire quando ci sono cose negative ma che si dimenticano di sottolineare i progressi e le cose fatte bene da parte del team. Riconoscete e premiate quando è stato fatto un buon lavoro.

Questi sono le mie personali basi, a cui segue molto altro chiaramente; ho parlato dal lato sportivo, non ci vuole molto a capire che le stesse regole valgono per la gestione di qualsiasi gruppo.

Alla prossima!!

I HAVE A DREAM…. RAGAZZI VINCENTI!!

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La formazione Under19 della Aurora Basket Jesi appena qualificata per le fasi nazionali.
La formazione Under19 della Aurora Basket Jesi appena qualificata per le fasi nazionali.

Questa volta voglio parlarvi dei giovani, la gioventù di oggi spesso viene bistrattata e definita molle e bambocciona, priva di valori e poco disposta al sacrificio.

Devo ammettere che spesso mi imbatto in questo tipo di figure ed a malincuore mi ritrovo a dover dare ragione a quelle definizioni date spesso da personaggi anch’essi quantomeno discutibili . Generalizzare però è una brutta cosa ed attraverso il mio modo di vedere il bicchiere mezzo pieno anziché mezzo vuoto, cerco di individuare le cause di questa situazione e senza tanta difficoltà ammetto che la colpa non è loro ma nostra, ovvero della mia generazione, che evidentemente non è stata capace di trasmettere fino in fondo quei valori che genitori e nonni ci hanno tramandato.

Loro, i ragazzi, sono persone come noi e come noi imparano da quello che sono le loro esperienze di vita; se da un lato la società offre loro molte più opportunità rispetto ai miei tempi, è indubbio che dall’altro queste opportunità maggiori sono controbilanciate da difficoltà superiori: famiglie spesso divise, la necessità di crescere in fretta ed un sistema educativo non proprio esemplare, uniti a momenti di forte incertezza come quelli che stiamo attraversando; sono un macigno sopra le spalle dei giovani che risulta difficile da trasportare.

In questo contesto, un ruolo primario educativo e formativo lo ricopre lo sport, lo sport sano chiaramente, quello dei risultati raggiunti col sudore sulla fronte, non quello delle vittorie a tutti costi imbottiti di doping; lo sport degli esempi e delle bandiere, non quello del miglior offerente, lo sport sincero fatto con il cervello e soprattutto con il cuore, non quello falsato delle scommesse.

Voglio raccontarvi la storia di un gruppo di ragazzi, giocatori di basket tra i 18 ed i 19 anni, nel pieno della loro maturazione. Ragazzi che come i loro coetanei, studiano e si divertono con i loro amici, che vivono i loro amori, ma che si allenano e sputano sangue sul parquet inseguendo un sogno, rispettando le regole, se stessi, i loro allenatori, imponendosi rinunce per il raggiungimento di un obiettivo comune.

Sono ragazzi che si sono messi in gioco, che non accettano la mediocrità, hanno deciso di accettare la sfida che il mondo gli ha messo davanti ed uniti come un vero gruppo, si sono assunti la responsabilità di crescere e di non rimandare quelle scelte che già oggi possono e sono in grado di prendere.

Ognuno di loro è importante nel progetto, a partire dal leader sino all’ultimo; quello che conta non è il minutaggio giocato, quello che conta è lavorare per farsi trovare pronti quando arriva il momento, anche fosse un solo minuto, anche fosse solo sostenere i compagni dalla panchina, nello sport come nella vita.

Questi ragazzi fanno del rispetto verso il prossimo la loro filosofia di vita e come tali meritano il mio massimo rispetto come quello dei loro allenatori, che con i loro insegnamenti li sostengono non solo sul campo ma anche nella vita.

Sono fortunato, perché una parte del cammino la stiamo facendo insieme, i risultati sportivi contano, certo, ma da un punto di vista umano questi ragazzi hanno già vinto.

Alla prossima!!

P.S.: sono i ragazzi dell’Under19 dell’Aurora Basket Jesi.

La gestione dello stress nello sport

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Come anticipato nel precedente post, in virtù del mio ruolo di Mental Coach presso l’Aurora Basket di Jesi squadra professionistica che milita nel campionato di LegaDue, anche questa settimana voglio occuparmi di gestione dello stress, in particolare di gestione dello stress in ambito sportivo.

Michael Phelps, il nuotatore statunitense passato alla storia nelle ultime olimpiadi di Londra come l’atleta più medagliato nella storia delle olimpiadi, nel momento del ritiro ha rilasciato, tra le altre, questa dichiarazione: “se voglio svegliarmi tardi lo farò, se c’è un posto dove voglio andare ci andrò. Voglio vivere”, una dichiarazione forte che ci fa capire come gli atleti, in particolare i professionisti, vivano lo sport con grande intensità, sempre sul filo della massima sopportazione fisica e mentale.

Questo rincorrere sempre il limite, unito a pressioni di natura psicologica come: sponsor esigenti, le aspettative dei tifosi, i contratti che prevedono il raggiungimento di determinati risultati, le pressioni economiche e via dicendo, portano l’atleta ad un accumulo di stress che se non gestito può sfociare nel migliore dei casi in un burnout mentale con conseguenze fisiche che poi vedremo, nei casi peggiori può persino sfociare nell’uso di sostanze dopanti, certi che con il loro aiuto si riuscirà a raggiungere (o tornare) i massimi livelli; il recente caso del nostro Alex Schwazer va letto proprio in questo senso.

Il carico totale di stress per un atleta è dato dalla somma dello stress relativo allo stile di vita, lo stress emozionale, lo stress da allenamento e lo stress relativo alla gara. Questi livelli devono essere ben bilanciati onde evitare il burnout di cui dicevo sopra; ad esempio partendo al presupposto che il livello di stress emozionale sarà difficilmente controllabile (la scomparsa di un conoscente, la fine di una storia d’amore ecc.), si dovrà agire sugli altri livelli per modularli al meglio ed evitare che si superi il livello di massima sopportazione. Quindi lo stile di vita dovrà essere il più possibile misurato, l’allenamento dovrà essere progressivo ed i livelli di carico aumentati gradualmente e lo stress per la gara dovrà essere gestito al meglio perché se è vero che una certa tensione è sicuramente positiva, se diventa eccessiva può portare ad una pessima prestazione dell’atleta.

Insomma risulta evidente che la gestione dello stress nella vita di ognuno di noi, ma ancor di più nella vita di un atleta che fa del suo corpo l’oggetto primario di fonte di guadagno, risulta fondamentale.

In questo contesto sempre più atleti e società sportive stanno facendo ricorso all’uso del Mental Coach proprio perché si è sempre più consci che affiancare un percorso Coaching al training può essere fondamentale per canalizzare le energie dell’atleta verso il raggiungimento degli obiettivi, cosa questa che contemporaneamente porta alla gestione dei livelli di stress sopra elencati.

Il Coach infatti non solo agisce con l’atleta da un punto di vista sportivo, accompagnandolo nella strada che porta al raggiungimento degli obiettivi di carriera autodeterminati, ma diventa automaticamente compagno di viaggio anche nella vita extrasportiva. Infatti ben sapendo che una relazione di coaching si basa sulla creazione di una relazione facilitante, una volta che questa è instaurata l’atleta tenderà ad aprirsi totalmente al coach facendo emergere anche tutte quelle problematiche personali che più o meno inconsapevolmente, possono inficiare la prestazione sportiva.

In conclusione voglio ricordare che il corpo, sia che siamo o non siamo atleti, ci manda dei chiari segnali per farci capire che abbiamo superato il carico massimo di stress; diminuzione dell’appetito, svogliatezza, difficoltà nel dormire ed un certa facilità ad ammalarsi, sono segnali inequivocabili che siamo oltre il livello di guardia e che occorre fare qualcosa per riequilibrare i livelli di stress sopra descritti per riportarli entro il massimo carico. Uno stile di vita sano, unito ad una moderata ma regolare  attività fisica ed un percorso di Coaching posso senza dubbio essere la formula che porta non solo alla gestione dello stress ma anche alla autorealizzazione personale.

Alla prossima!!

IL METODO DEL COACHING NELLO SPORT

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Con l’approssimarsi delle ferie ed in piena stagione estiva, voglio dedicare uno degli ultimi post pre ferie (anche R.U. e dintorni andrà in vacanza per tre settimane ad Agosto) al metodo del coaching applicato allo sport. Amo lo sport e la mia militanza agonistica in squadre di basket, unitamente al karate e al pugilato stanno a testimoniare che conosco bene che tipo di sensazioni si innescano all’interno di un agonista, quando si prepara per raggiungere determinati risultati sportivi; l’essere un coach professionista mi permette di aiutare squadre ed atleti a far si che gli obiettivi prefissi vengano raggiunti.

Timothy Gallwey, uno dei padri del coaching ed in particolare del metodo del coaching applicato allo sport, nel suo famosissimo testo “The inner game of tennis” dice: “L’avversario che si nasconde nella nostra mente è molto più forte di quello che troviamo dall’altra parte della rete“; la funzione e l’importanza del coach nello sport è tutta racchiusa in questa frase.

La frase di Gallwey è ulteriormente testimoniata da una recente intervista rilasciata ad un giornalista sportivo da Federica Pellegrini la nostra campionessa del nuoto in procinto di partire per le olimpiadi; ne estraggo un passaggio estremamente interessante:

Domanda
E ora parliamo di Londra. Tutti indicano Melissa Franklin come la tua principale avversaria nei 200 stile libero. Tu che atlete vedi in finale?”

Risposta
Ce ne sono diverse molto brave e competitive. Amo comunque focalizzarmi sull’obiettivo e pensare solo a domare la mia più temibile avversaria: Federica.

Con questa affermazione la Pellegrini esprime esattamente il concetto di Gallwey, ovvero l’avversario più temibile per qualsiasi atleta è proprio il suo stato mentale; noi italiani lo soffriamo particolarmente: il nostro essere sanguigni, particolarmente emotivi, ci espone molto di più al rischio “flop”, rispetto ad esempio agli scandinavi notoriamente più “freddi”; questo anche a fronte di capacità tecniche eccelse e di una preparazione fisica perfetta.

Il Coach è di supporto in questo allo staff tecnico; l’allenatore sportivo che, riprendendo un brano di Luca Stanchieri (coach professionista e Past President di AICP Associazione Italiana Coach Professionisti) in cui parla di Coaching sportivo, chiamerò trainer per distinguerlo dal coach, allena i muscoli, insegna la tecnica, pianifica, controlla e valuta l’allenamento, il coach invece segue la preparazione mentale dell’atleta (e/o della squadra) aiutandolo a gestire al meglio lo stress, la determinazione mentale, focalizzandosi sull’obiettivo; di conseguenza un allenamento per essere veramente completo al 100% deve essere composto da training più coaching.

Per far capire ancora meglio come il coach non sia un antagonista del trainer ma un suo supporto nella gestione dell’atleta, riporto integralmente la tabella di Stanchieri ispirato a sua volta da Weineck ed il suo “L’allenamento ottimale“, in cui evidenzia le differenze tra training e coaching:

Training (allenamento) Coaching
L’allenamento si utilizza nella preparazione Il Coaching si riferisce alla intensità mentale della preparazione e alla gara.
L’obiettivo dell’allenamento è lo sviluppo della prestazione fisica L’obiettivo del Coaching è l’estrinseca della prestazione ottimale soprattutto in termini emotivo e mentali.
L’allenamento si orienta al compito e alla prestazione Il Coaching per prima cosa ha al centro l’atleta
L’allenamento è l’aspetto centrale della preparazione ed include il Coaching Il Coaching è un settore parziale dell’allenamento
L’allenatore è il leader dell’allenamento e si avvale del coach per ottimizzare il programma di allenamento e la sua estrinsecazione in gara Il coach è un partner dell’allenatore e ne riconosce il ruolo di leader

Sono ancora pochi in Italia gli atleti che fanno uso di un coach professionista e sono ancora meno le squadre, di qualsiasi sport si parli cosa diversa dagli USA. Se prendiamo il basket, sport che conosco molto bene, in Italia solo l’Olimpia Milano si avvale di un coach inserito a tutti gli effetti nello staff che vede tra gli altri il mio amico Alberto “Lupo” Rossini in qualità di assistant coach di Sergio Scariolo.

Parlavo di squadre perchè il coaching, come dicevo, oltre ad essere utilizzato per il singolo atleta è particolarmente indicato anche per la gestione delle dinamiche di team. Rende forte, coesa e determinata la forza mentale del gruppo; una squadra è tanto più forte quando è composta da persone indipendenti che riescono ad interagire al meglio completandosi l’un l’altro (cosa applicabile anche ad un gruppo di lavoro in azienda); se tutti si trovano nella posizione giusta al momento giusto impegnandosi gli uni per gli altri il potenziale della squadra diventa di molto superiore alla somma del potenziale dei singoli giocatori. Può sembrare una banalità ma vi assicuro che così non è, troppo spesso ci si affida al/ai fenomeni singoli tralasciando gli altri componenti del team, anche se si hanno due o tre “stelle” in squadra non è detto che si ottengano i risultati voluti. Un team composto da giocatori di valore medio che cooperano tra loro è in grado di superare di molto le prestazioni di uno o più giocatori di alto livello. Un esempio proprio nel basket USA: i Los Angeles Lakers hanno al loro interno un giocatore che ad oggi è il più forte in assoluto nella lega Kobe Bryant ed un ottimo giocatore come lo spagnolo Pau Gasol eppure, sono stati eliminati al secondo turno dei playoff dai Thunder che a livello individuale sono più deboli ma hanno sempre giocato come una squadra e sono stati la rivelazione del torneo.

Questo può fare la forza del gruppo ed il coach è lo strumento migliore per formare una squadra dal punto di vista mentale per far si che si possa passare dall’IO al NOI. Prendendo sempre spunto dal testo di Stanchieri, il processo di formazione della squadra passa attraverso quattro fasi:

Fase della formazione: dove i membri della squadra si orientano e comprendono quale debba essere il comportamento nei riguardi dell’allenatore e degli altri membri del gruppo.

Fase del conflitto: si sviluppa un clima di ostilità verso altri membri del gruppo e/o verso il leader (quello che è accaduto proprio nei Lakers) per la mancanza di strutturazione e per la resistenza alla struttura stessa.

Fase della strutturazione: i membri del team si accettano vicendevolmente e sviluppano norme nei confronti dei quali tutti si sentono impegnati.

Fase di identificazione con la squadra: i membri del team accettano il loro ruolo e lavorano per raggiungere i fine preposti.

In conclusione il Coaching sportivo è un grande supporto per il raggiungimento degli obiettivi di ogni singolo atleta e squadra, consente di arrivare alla gara in pieno “stato di flow” che si caratterizza da una stretta combinazione fra obiettivi sfidanti e skills acquisiti che portano alla massima concentrazione e focalizzazione sulla performance, conduce inevitabilmente al raggiungimento del risultato prefissato.

Alla prossima!