vocabolario Treccani

L’industria della fragilità e la ricerca della serietà

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Ma cos'è il Coaching?
Ma cos’è il Coaching?

Circa una settimana fa, Beppe Severgnini illustre giornalista del Corriere della Sera, scriveva un pezzo dal titolo “L’industria della fragilità” in cui evidenzia come, in un momento di crisi come quello attuale, l’unica industria che non va in crisi è quella dei furbi e degli approfittatori.

Nell’articolo Severgnini sottolinea come a tutti i livelli ed in tutti i settori, in momenti come quello attuale, la disperazione conduca le persone sul baratro e come quindi tendano ad aggrapparsi a qualsiasi cosa che prometta loro un barlume di speranza e di ripresa. Naturale che in un Paese di “furbetti del quartierino” come l’Italia, in queste pieghe che in alcuni casi sfiorano il dramma personale e familiare, si annidino quelli che io chiamo parassiti.

Perchè parassiti? In primis perchè la definizione che ne da la Treccani è di per se emblematica:

In biologia, ogni animale o vegetale il cui metabolismo dipende, per tutto o parte del ciclo vitale, da un altro organismo vivente, detto ospite, con il quale è associato più o meno intimamente, e sul quale ha effetti dannosi

in secondo luogo perchè proprio come questi organismi viventi sfruttano le fragilità altrui a proprio conto senza un minimo di rispetto per le persone e per i drammi che stanno vivendo.

Se ricordate qualche settimana fa, pur non sapendo dell’imminente uscita dell’articolo di Severgnini, ho messo in guardia proprio su questo blog, circa l’emergere negli ultimi tempi di società che avendo fiutato l’affare dell’outplacement si sono buttate sul mercato senza sapere neanche di cosa parlano, offrendo servizi che tutto sono fuorchè ricollocamento professionale, arrecando danno in prima battuta alle persone che decidono di affidarsi alle loro mani ed in secondo luogo screditando l’intera categoria.

Severgnini fa un quadro a tutto tondo, partendo da aziende che si approfittano della crisi per perpetrare nel tempo stage a costo zero o fornendo retribuzioni estremamente basse sfruttando il fatto che abbiamo un cuneo fiscale estremamente elevato (cosa vera e l’ho sempre detto, ma in certi casi c’è evidentemente chi si approfitta della situazione per pagare meno), passando per badanti pagate in nero e senza alcuna specializzazione che assistono anziani, arrivando persino alle banche che pur di ottimizzare chiudono sportelli lasciando i clienti in balia di comunicazioni che lui definisce “esoteriche” che non possono in alcun modo essere capite da persone anziane e forse anche da persone di mezza età.

In questo gridare giustamente contro chi si approfitta Severgnini tocca anche la professione del Coach, testualmente scrive “ci sono persone confuse, che si mettono nelle mani di un Life Coach improvvisato (due mesi prima era un animatore turistico)”. Ammetto di essermi messo a ridere appena ho letto la frase e devo ammettere che ha ragione da vendere, oggi la parola coaching va molto di moda per cui, complice il fatto che non esiste alcun albo professionale, chiunque si alza la mattina può vantare di essere coach di qualcosa.

Da Coach Professionista mi preme specificare in primis che il metodo del coaching esiste da ben prima della crisi economica, il fatto che oggi in molti si “inventino” coach di qualche cosa è dovuto sicuramente ad uno sviluppo della professione negli ultimi anni ed in secondo luogo dall’ignoranza che esiste ancora circa la materia.

Da un punto di vista legale la professione di coach è regolata dalla legge n°4/2013, quello che però conta è cosa si intende con la parola coaching, il coaching è un metodo ben definito:

il Coaching è un metodo di sviluppo  delle potenzialità dei singoli, dei gruppi e delle organizzazioni  che ha come fine ultimo l’alleanza con il proprio cliente nel percorso della sua autorealizzazione. L’attenzione del coach è orientata alla persona, ai suoi poteri e talenti; il coach deve saper ascoltare  le persone, capirle, comprenderle, assumerle creativamente e criticamente; il coach è consapevole delle proprie potenzialità, sa come valorizzarle, svilupparle, allenarle. Il coach utilizza la metodologia di coaching per la quale è in grado di indicare le fonti ed i riferimenti scientifici e non crea nel cliente aspettative infondate. Il coach è uno studente a vita, oltre ad aggiornarsi rispetto alla sua specifica attività mantiene vivo ed operativo l’interesse per tutte le discipline nella consapevolezza della propria ignoranza.

(definizione di AICP Associazione Italiana Coach Professionisti), il coach utilizza principalmente lo strumento delle domande in un ottica di maieutica socratica, non è uno psicologo e non fa psicoterapia.

Per cui, se volete utilizzare il supporto di un coach, mi permetto di suggerire questi step:

1) Informatevi su cos’è il coaching, la rete fornisce tutte le informazioni necessarie, potete anche leggere testi circa il metodo.

2) La professione in Italia si rifà alla legge n°4/2013 andate a leggere di cosa parla.

3) Fate domande alle associazioni più rappresentative in Italia (AICP ed ICF Italia)

4) Contattate un coach e chiedete un incontro puramente conoscitivo senza alcun costo per voi solo per capire come e se può esservi di aiuto.

5) Partecipate ad eventi in cui viene solamente spiegato cos’è il coaching che sono gratuiti e prettamente informativi senza che nessuno alla fine vi proponga alcunché.

6) Esistono solo tre macro aree di coaching: il business coaching per l’ambito professionale, il life coaching per i privati e lo sport coaching per l’ambito sportivo; tutto il resto è altro non coaching.

7) Se decidete di avvalervi di un coach, quest’ultimo è tenuto a consegnarvi copia del codice etico ed a farvi firmare la privacy oltre che un contratto di coaching ad inizio percorso.

8) Prendete informazioni sul coach.

9) Usate sempre il buon senso di cui tutti siamo dotati.

Mi premeva mettere i puntini sulle i anche in questo caso, l’articolo di Severgnini è caduto a fagiolo; più che industria della fragilità come in tutte le cose va ricercata la serietà.

Alla prossima!!

Vocabolario delle risorse umane: MERITOCRAZIA

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Meritocrazia... mah?
Meritocrazia… mah?

Non pensavo di tornare ad affrontare, subito dopo aver parlato di “talento”, di un’altra parola stra-abusata nel lessico relativo alle risorse umane e non solo: MERITOCRAZIA. Poi però accadono delle cose ed inevitabilmente non puoi esimerti dal dire la tua (in questo caso la mia) su questo termine così tanto sbandierato quanto poco realmente utilizzato nel nostro bene amato Paese.

Sapete ormai, come a me piaccia andare a leggere come il vocabolario definisca i termini di cui parlo, anche questa volta non sono da meno ecco quindi come il vocabolario Treccani definisce il termine meritorcrazia:

MERITOCRAZIA: s. f. [dall’ingl. meritocracy, comp. del lat. meritum «merito» e -cracy «-crazia»]. – Concezione della società in base alla quale le responsabilità direttive, e spec. le cariche pubbliche, dovrebbero essere affidate ai più meritevoli, ossia a coloro che mostrano di possedere in maggior misura intelligenza e capacità naturali, oltreché di impegnarsi nello studio e nel lavoro; il termine, coniato negli Stati Uniti, è stato introdotto in Italia negli anni Settanta con riferimento a sistemi di valutazione scolastica basati sul merito (ma ritenuti tali da discriminare chi non provenga da un ambiente familiare adeguato) e alla tendenza a premiare, nel mondo del lavoro, chi si distingua per impegno e capacità nei confronti di altri, ai quali sarebbe negato in qualche modo il diritto al lavoro e a un reddito dignitoso. Altri hanno invece usato il termine con connotazione positiva, intendendo la concezione meritocratica come una valida alternativa sia alle possibili degenerazioni dell’egualitarismo sia alla diffusione di sistemi clientelari nell’assegnazione dei posti di responsabilità.

Che bello il vocabolario!! Purtroppo scarsamente utilizzato non solo nella vita di tutti i giorni, ma anche e soprattutto in quei contesti dove invece dovrebbe essere alla base dell’insegnamento ovvero il sistema scolastico. Eh si, il sistema scolastico perchè guarda caso, proprio qui si manifesta la prima stortura nell’uso del termine, un esempio? Pronti!! Accade che mio figlio (1 media) torni a casa da scuola ed intavoli questo discorso:

Figlio: “Papà mi spieghi una cosa?”
Io: “Certo dimmi pure se posso”
F : “Lo sai che oggi la prof ha interrogato e su quattro compagni che ha chiamato: uno è andato bene, uno così così, mentre altri due sono andati male”
Io : “Succede figlio mio specie se non studi, immagino che sei rimasto male per i compagni che non sapevano la lezione, ecco perchè papà e mamma ti dicono sempre di studiare, perchè lo studio serve…… omiss” (evito il pistolotto)
F : “No no papà non sono rimasto male per quello, se non studi è normale che accada questo”
Io : “E allora per cosa?”
F : “Ecco volevo chiederti è normale che ad uno dei due che è andato male e che si è messo a piangere la prof abbia detto: vabbè dai non ti metto il voto e ti rifaccio l’interrogazione la prossima volta?”
Io: “Beh… in realtà no però sai forse la prof ha voluto essere comprensiva verso il compagno di classe”
F: “Si ma è la quarta volta che succede sempre con lui e poi mi spieghi perchè all’altro non ha detto la stessa cosa?”
Io: “…………….”

Ecco poche parole che ci fanno capire come il concetto di meritocrazia e, aggiungo, di giustizia in questo Paese si sia perso (se mai lo abbiamo avuto) sin dai primi gradini educativi, facile capire come, con il crescere, questo concetto così semplice in realtà sia completamente dimenticato.

Eppure le cronache ci innondano di meritocrazia, aziende che basano le loro employer branding sulla meritocrazia, ma poi a far carriera sono sempre i soliti noti, politici che si riempono la bocca con il merito, salvo poi trovarci nella realtà in ben altre condizioni.

Venerdì scorso sono stato al forum dei Giovani Imprenditori di Confindustria dell’Interregionale centro che raccoglie Marche, Umbria e Lazio, ci sono stati ospiti illustri tra cui Marina Salamon; Pupi Avati, il Prof. Zamagni ecc. credo che da queste persone occorra ripartire, da persone positive anche in un momento negativo come quello attuale, che hanno guadagnato la stima e l’ammirazione dell’Italia e di Paesi esteri, che hanno con la fatica e l’impegno “meritato” il posto che oggi occupano nella società.

Facile quindi agganciarmi ad un’altro concetto che da mesi propongo su queste pagine, CAMBIAMENTO, è arrivata l’ora, non è più prorogabile occorre CAMBIARE, nulla è e sarà più come prima: modificare la nostra visione, stabilire nuovi obiettivi, ritrovare l’etica del fare in qualsiasi campo esso sia in una società finalmente effettivamente meritocratica, perchè come dice ZamagniFelice per il crollo se la ricostruzione renderà più bello l’edificio“.

Alla prossima!!