Mese: maggio 2013

Cambiare: un verbo che non vogliamo imparare.

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C'è sempre luce in fondo al tunnel
C’è sempre luce in fondo al tunnel

Cambiare, nel senso di rendere diverso qualcosa o qualcuno, nel senso di trasformarsi in qualcosa d’altro è un verbo che oggi più che mai è diventato di strettissima attualità. Vale in tantissimi ambiti: dalla vita politica del Paese, alla modalità di gestione delle aziende, dal modo di porsi nei confronti del lavoro, al idea di dare un senso diverso alla nostra esistenza.

Sentire parlare di cambiamento è facile, basta accendere la tv, sentire i dibattiti politici, partecipare ad incontri tra aziende o anche semplicemente sentire le persone per strada dire “non ce la faccio più ad andare avanti così, qualcosa deve cambiare”. Il problema è che più se ne parla e meno si attuano quei cambiamenti che invece sono diventati imprescindibili, almeno se vogliamo pensare di avere un futuro come Paese, come sistema industriale, come persone alla ricerca della autorealizzazione.

Partiamo dalla politica, di per sé il discorso sembrerebbe facile a dirsi, è indubbio che continuare sui binari in cui siamo stati per tutti questi anni non è cosa fattibile ne tantomeno pensabile. Il fallimento del sistema politico degli ultimi trenta anni è più che evidente, una classe politica che ha pensato più a se stessi che ad amministrare negli interessi dei cittadini la “res publica” ovvero la cosa pubblica, fino allo scoppio degli scandali della prima repubblica che poi sono stati perpetrati anche nella seconda e mi sembra che, nonostante la voglia di cambiamento espressa dai cittadini, anche la terza repubblica appena inaugurata nonostante i tanti proclami anche dei nuovi arrivati, sia ferma sulle medesime posizioni. Cambiare quindi a parole ma non nella pratica.

Dal punto di vista industriale, anche in questo caso urge cambiare; cambiare il modo di gestire le aziende ormai obsoleto che non da più i frutti cui si era abituati, cambiare da parte dei lavoratori il modo in cui affrontare la nuove sfide del lavoro: uscire dalla illusione del posto fisso, ampliare i confini, guardare oltre i confini del proprio paese, della propria regione ed in alcuni casi anche della propria nazione. Cambiare significa anche saper affrontare nel migliore dei modi il ricambio generazionale all’interno delle tante PMI italiane, originate dal genio di singoli imprenditori illuminati che però, in molti casi, sembrano non aver avuto la stessa illuminazione nel saper costruire ed educare le seconde generazioni. Cambiare realizzando che giocare da piccolo solista in un campionato ormai internazionale composto da squadroni, significa andare incontro a sconfitta sicura; meglio fare squadra con altri piccoli solisti, lasciando da parte l’orgoglio personale, mettendo in campo un bel gioco di squadra e l’orgoglio, quello si positivo, ed il saper fare di noi italiani.

Cambiare come singoli: se una situazione non ci va bene, se ci sentiamo intrappolati in una vita che non ci appartiene, se sentiamo la necessità di uscire da una routine che ci attanaglia, occorre mettere in campo la voglia di autorealizzazione perchè si è sempre in tempo per riprendere in mano la nostra vita e portarla verso quelle mete cui tanto ambiamo, i sogni si possono sempre realizzare basta avere la consapevolezza dei nostri mezzi e delle nostre potenzialità ed avere il coraggio di fare quel passo nel tunnel che seppur buio e irto di ostacoli, sappiamo che alla fine ci regala sempre la luce.

Ricordiamoci che alla base del cambiamento c’è sempre la volontà di agire, non si cambia a parole ma con i fatti.

Alla prossima!!

In Ferrari le Risorse Umane contano, parola di Montezemolo.

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Il sottoscritto ed il Presidente della Ferrari Montezemolo a Firenze
Il sottoscritto ed il Presidente della Ferrari Montezemolo a Firenze

Il 17 ed il 18 Maggio si è svolto nella meravigliosa cornice del Teatro della Pergola a Firenze, il 42° congresso nazionale di AIDP (Associazione Italiana per la Direzione del Personale); tra gli ospiti mi ha particolarmente colpito la testimonianza del Presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo e di Andrea Pontremoli CEO e General Manager di Dallara Automobili Spa.

Sarà che si i settori sono estremamente tecnologici, sarà che entrambi collaborano, sarà che entrambi vengono da un distretto industriale che solo un anno fa veniva duramente colpito dal terremoto ma cha ha avuto la prontezza di risollevarsi con le proprie forze, fatto sta che dopo mesi di piagnistei televisivi e di dibattiti insulsi, ho finalmente sentito parole serie e motivanti che lasciano poco spazio a diverse interpretazioni.

In particolare voglio porre l’accento sull’intervento di Montezemolo; il Presidente delle Ferrari ha invitato a non guardare alla globalizzazione come ad una minaccia ma ad una opportunità in particolare per l’Italia; nel mondo il made in Italy di qualità è apprezzato ed ambito come non mai, unitamente alla tecnologia, all’ingegno ed al design che hanno da sempre contraddistinto noi Italiani.

La critica è stata indirizzata verso chi, sino ad oggi, si è riempito la bocca con la parola crescita ma che nella pratica fa ben poco per perseguirla, facile ed immediata la connessione con il mondo politico. Al Governo ha indicato tre priorità: riforma elettorale, riduzione della spesa pubblica e conseguente riduzione della tassazione.

Sul lato Risorse Umane il Presidente della Ferrari ha rivelato come sia fondamentale il ruolo del Direttore del Personale e come tutte le aziende debbano averne uno, nessun imprenditore vince senza una squadra ed i referenti HR sono gli allenatori ed i formatori della squadra. Il lavoro inizia dalla selezione, bisogna avere la capacità di selezionare le persone in modo adeguato, portare in azienda persone che facciano la differenza, la specializzazione di chi assumiamo è fondamentale. La formazione è un’altro elemento fondamentale, deve essere “tailor made” sulle esigenze del singolo, senza dimenticarsi però che il percorso formativo andrà costruito tenendo conto anche delle esigenze delle aziende.

Guai a pensare di fare per tutta la vita lo stesso mestiere, è fondamentale la capacità di saper giocare in squadra, il “one man show” non funziona più. L’organizzazione in azienda è un miglioramento continuo è in continua evoluzione, non si esaurisce mai; a Maranello tutto il processo produttivo è interno, un vantaggio certo ma attenzione che non diventi uno svantaggio, chiudersi senza guardare fuori è un grosso errore, occorre aprire le finestre, lavorare con le università i centri di ricerca, conoscere sempre nuove persone.

Tra le competenze dei direttori HR, Montezemolo indica il coraggio di tirare la giacca a chi comanda, il saper tenere le proprie idee dunque, l’essere propositivi ed avere un contatto “bottom up”, il dialogo è fondamentale in azienda dal basso verso l’alto e viceversa. Occorre stabilire un percorso di carriera per le persone, per dare loro motivazione: un numero due che ha un numero uno bravo e giovane secondo voi farà sempre il numero due? Se non si innescano percorsi di carriera quella persona andrà persa perchè alla prima opportunità se ne andrà, verificare e dare sempre possibilità alternative. La motivazione dunque è un fattore importantissimo, uno scoglio dove spesso le aziende si incagliano; motivare i dipendenti anche attraverso i premi ed i riconoscimenti nel caso raggiungano i risultati previsti.

I responsabili delle risorse umane devono necessariamente avere la capacità di essere grandi innovatori nell’organizzazione, lo riportavo poche righe sopra, chi si ferma è perduto sono da evitare atteggiamenti vecchie vetusti occorre essere sempre nuovi; anche in questo aspetto mi trovo fermamente d’accordo con il Presidente Montezemolo, mi rendo conto che sono ancora troppe le aziende che adottano politiche ed organizzazione di vecchio stampo che in un momento come questo, a maggior ragione, devono essere innovate.

In ultimo il Presidente della Ferrari ha toccato anche l’aspetto più difficile dell’essere Direttore delle Risorse Umane, ovvero la riduzione del personale, aspetto doloroso e difficile ma che fa parte del mestiere. Anche quando si arriva a dover separare le strade tra azienda e collaboratore, occorre sempre vedere quale aiuto possiamo dare alle persone che escono non solo in termini economici ma anche come supporto alla ricollocazione, tenere contatti con il territorio, gestire questi momenti con umana profesionalità ma anche con determinazione.

Mi piace chiudere questo post con una frase che trovo meravigliosa di Montezemolo che ha detto “dietro prodotti eccezionali ci sono donne e uomini eccezionali”.

Alla prossima!!

Outplacement: la testimonianza di Emilio Zampetti Chief of Human Resources di ELICA.

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Emilio Zampetti Chief of Human Resources di ELICA
Emilio Zampetti Chief of Human Resources di ELICA

Spesso in questo blog ho toccato l’argomento outplacement, vuoi perchè mi occupo anche di outplacement, vuoi perchè credo fermamente che in Italia dobbiamo uscire dalla logica stretta dell’ammortizzatore sociale passivo, che risolve poco o nulla e focalizzarci più sulle politiche attive del lavoro, di cui l’outplacement è parte preponderante.

Sapete come la penso, la cassa integrazione è sacrosanta e senza dubbio utile, ma va utilizzata così come è stata concepita, senza gli abusi di cui siamo pieni in Italia; una persona va assistita se si trova in un momento difficile non solo con un sostegno al reddito ma soprattutto con un supporto alla ricollocazione in un nuovo posto di lavoro, questo perchè credo che il lavoro sia più importante e nobilitante che non la mera assistenza che prima o poi avrà fine.

In questo contesto ho fatto alcune domande ad un HR Manager che conosco da tanto tempo, Emilio Zampetti Chief of Human Resources di un’azienda da sempre attenta alle risorse umane, anche quando arriva il momento di dividere le strade, ovvero ELICA Spa. Emilio ha cortesemente accettato, mi sono fatto raccontare come vede lui l’outplacement e cosa ne pensa, se lo usa e che livello di soddisfazione ha dello strumento, ecco l’intervista.

D. Da quanto tempo usi l’outplacement?

R. La prima esperienza con l’outplacement risale al  2003, quando ancora era uno strumento poco conosciuto ed utilizzato: compresa la sua vera natura e potenzialità da allora l’ho sempre proposto e consigliato.

D. Perché usi l’outplacement?

R. E’ un modo di “prestare attenzione”alle persone anche questo; soprattutto nel momento più difficile quale il termine di un rapporto di lavoro.

D. Qual è il valore aggiunto dell’outplacement?

R. Il valore aggiunto è quello di  rivalorizzare il percorso professionale  di ciascuno è prepararlo ad un mercato del lavoro sicuramente diverso rispetto all’ultima volta che la persona si era messa in discussione.

D. Cosa ti aspetti da una società che si occupa di outplacement?

R. Naturalmente una grande sensibilità nel gestire il lato psicologico dei candidati, un buon network e velocità nel ricollocare.

D. Outplacement e politiche attive del lavoro, le istituzioni possono fare di più?

R. Sicuramente si perché è difficile fare di peggio della situazione attuale!! Ma questa è un’altra storia.

D. Outplacement e sindacati, c’è consapevolezza dello strumento nel tavolo delle trattative?

R. Le organizzazioni sindacali non percepiscono il valore del servizio di outplacement ne tantomeno le potenzialità; preferiscono sempre puntare su l’incentivo all’esodo piuttosto che sviluppare un progetto di ricollocazione, una visione molto limitata che non alimenta e non aiuta la voglia di rimettersi in discussione delle persone.

Ringrazio Emilio per la disponibilità e la sua solita cortesia nel rendersi disponibile all’intervista.

Alla prossima!!

Cattive abitudini….. in ufficio!!

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cattive-abitudiniQuesta settimana mi sono imbattuto in un articolo del Corriere della Sera scritto da Elvira Serra, in cui vengono riportati i risultati di una ricerca fatta dall’Institute of Leadership & Management inglese e pubblicata sul Daily Mail; i dati sono riferiti ai comportamenti ritenuti più irritanti negli uffici inglesi.

Immediato fare il parallelo con noi italiani, su molte cose siamo simili inutile dirlo, credo però che in alcuni casi noi italiani abbiamo peculiarità veramente uniche che sono tipiche del nostro popolo.

Prendiamo le riunioni: agli inglesi una cosa che da fastidio è che si arrivi in ritardo, agli italiani è noto che ad arrivare in ritardo sono notoriamente coloro che le hanno indette (spesso i capi stessi), che arrivano con un finto fiatone cercando di far passare il concetto che hanno lavorato tutta la notte per arrivare preparati.

Aneddoto in materia realmente accaduto: un capo fissa con il suo collaboratore una serie di riunioni, le fissa in modo che tutti sappiano che in quel giorno a quell’ora è assolutamente vietato prendere impegni. Invito mandato addirittura tramite outlook in modo che tutti i calendari degli interessati siano allineati. Alla prima riunione il capo si presenta con 15 minuti di ritardo, la seconda viene addirittura spostata dal capo che afferma “non dovete pensare che le riunione con me siano sacre, è l’ultimo problema che avete”!!!! Lascio a voi ogni interpretazione.

L’atra cosa che urta inglesi ed italiani, sempre parlando di riunioni, sono gli interventi completamente inutili dei “saputoni” che non perdono occasione di prendere la parola per rimarcare cose già dette dal capo a suo esclusivo compiacimento (e vi assicuro che si compiacciono anzichè provare fastidio) o per dire cose che non portano alcun valore aggiunto, solo esibizionismo verbale per l’appunto. Siamo pieni di persone fatte così, non ditemi che a nessuno di voi è mai capitato il classico l…….o.

Un’altro aspetto fastidioso tipicamente italiano, che in passato ho già fatto presente in altri post, è l’uso eccessivo di termini anglosassoni mischiati all’italiano. Sono il primo ad affermare che spesso l’inglese ha dei termini che con estrema difficoltà possiamo tradurre in italiano se non usando numerose parole, questo però non giustifica chi fa interi discorsi in cui metà sono fatti in italiano e metà in inglese; anche questo è esibizionismo verbale.

Vogliamo parlare delle email? In questo tutto il mondo è paese non c’è niente da fare oggi abusiamo delle mail, la ricerca in questione dice che addirittura tra compagni di scrivania, anzichè alzare la testa dallo schermo e parlare, spesso ci mandiamo delle mail; qualcuno lamenta anche la lunghezza eccessiva delle mail e la messa in copia conoscenza anche di persone assolutamente inutili e non coinvolte nella discussione, con conseguenti perdite di tempo. In questo permettetemi però di fare dei distinguo, sarà perchè io sono uno che usa molto le mail e che scrive anche tanto (qualche collega scherzosamente mi definisce grafomane), fatto sta che a volte si scrivono email anzichè telefonare o parlare per guadagnare tempo e per evitare di disturbare il diretto interessato, che con tutta calma può leggere la mail nel momento più opportuno, inoltre io sono uno che oltre alla passione per la scrittura è un cultore del “verba volant, scripta manent”, preferisco quindi mettere in copia anche persone che direttamente non sono coinvolte ma che, in caso di disquisizioni, verrebbero poi chiamate in causa, salvaguardarsi quindi è sempre utile. Questo non toglie che non si deve abusare e che se ho una persona in ufficio a cui devo dire qualcosa mi alzo e gliene parlo, la comunicazione verbale e l’interazione è fondamentale.

Chiudiamo con una cosa curiosa ma che credetemi è spesso fonte di irritazione anche se nascosta, gli odori di chi si porta il pranzo da casa e mangia sulla scrivania; la situazione economica odierna su questo aspetto porta molta sopportazione ma a quanti di voi è capitato di sentire l’odore del pesce riscaldato, di quello che ha la fissa per il cibo indiano e via dicendo?

In senso lato credo che molte volte la verità sia nelle parole di Pier Luigi Celli direttore generale della Luiss di Roma che afferma: “il tratto distintivo degli italiani è la mancanza di rispetto. Lo facciamo senza rendercene nemmeno conto perchè siamo di un individualismo notevole”.

Alla prossima!!